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Quesito

Caro Padre Angelo,
Sono una giovane mamma di 2 bambini, è la prima volta che Le scrivo anche se frequento il vostro sito da diversi anni. Nel complimentarmi per il lavoro illuminante che svolge Le esprimo tutta la mia stima, la considero un grande uomo di Dio, il servizio che rende sul web è immenso e sono sicura che molti come me sono stati attratti dall’amore per la verità che ci porta a Dio.
Vengo ai miei quesiti, riguardano il matrimonio nel suo significato originario e come è cambiato nel corso dei millenni, come è diventato istituzione per tutte le società e sacramento per noi cristiani.
Quando mi sono sposata frequentando il corso di preparazione al matrimonio il sacerdote ci disse che il matrimonio non è un’invenzione dell’uomo ma lo ha istituito Dio con la creazione della prima coppia e più precisamente quando ha detto:” per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne” (Genesi 2,24). Verrebbe da dire che il vero significato del matrimonio è tutto racchiuso in questo comandamento che Dio ci ha dato, e questa istituzione è la base della famiglia e della società. Penso che nella società primitiva l’uomo e la donna che decidevano di unirsi per formare una famiglia lo facevano secondo questo comando del Signore, lasciavano la loro casa di origine, andavano a vivere insieme e si univano, attraverso gli atti sessuali procreativi davano vita alla famiglia e alla loro discendenza. Nelle società antiche era essenzialmente una situazione di fatto basata su questo comando ma la forma non era disciplinata. Con il passare dei secoli è stato poi legittimato anche dal punto di vista giuridico, ufficializzato e formalizzato per motivazioni sociali economiche e patrimoniali. Con l’avvento di Gesù è stato elevato a sacramento. Nella società arcaica le unioni erano valide davanti a Dio perché l’uomo e la donna nelle loro intenzioni e nei loro atti applicavano la legge di Dio amandosi rispettandosi e generando i figli.
Alla luce di questa premessa voglio fare un confronto con la situazione attuale visto il dilagarsi delle convivenze a macchia d’olio e la presunta libertà dell’uomo e della donna di sposarsi in un secondo momento anche con altri partner. Proverò a fare un esempio: un uomo e una donna che decidono di andare a vivere insieme e mettere su famiglia ma senza contrarre matrimonio perché vittime dell’ideologia dominante che “il matrimonio è solo un contratto” oppure “noi non dobbiamo formalizzare il nostro amore, ci amiamo vogliamo formare una famiglia e questo ci basta”, le assicuro Padre che frasi come queste purtroppo le sento ogni giorno e spesso sono stata considerata bigotta e antica perché non mi adeguo anche io ai tempi che cambiano. Queste coppie in pratica anche se non contraggono matrimonio davanti alla legge dello Stato e davanti a Dio attraverso i suoi ministri, di fatto si comportano come marito e moglie e ne applicano gli effetti, mettono cioè in pratica quello che Dio ci ha indicato in principio cioè lasciano la loro casa di origine si uniscono e formano una sola carne. Decidono di generare dei figli e quindi si aprono alla vita, non utilizzano contraccettivi e quindi non si dicono menzogne perché l’amore che si scambiano è aperto alla vita. Si amano si rispettano e potrebbero arrivare così fino alla fine dei loro giorni. Con questo non voglio dire che sono nel giusto anzi viene a mancare loro la forza del sacramento che li colmerebbe di grazie ma lo rifiutano per ignoranza o perché non hanno avuto la fortuna di avere una famiglia alle spalle che li ha istruiti ed educati ai principi cristiani. Applicano però alla lettera il matrimonio come unione naturale indissolubile.
Ora vengo al dunque: una coppia come questa (molto rappresentativa in senso numerico) come può definirsi libera davanti a Dio quando ha messo in atto tutto quello che Dio ha ordinato fin dal principio anche se le intenzioni non sono state trascritte in un registro ma di fatto le hanno accettate e messe in pratica? Quello che voglio dire è che la coppia che mette in atto gli effetti del matrimonio vede sorgere dei vincoli regolati direttamente dal diritto naturale nei confronti dei figli e ai quali non può sottrarsi. In pratica a queste coppie manca solo la grazia del sacramento (non è cosa da poco certo!) ma la loro unione ha prodotto i suoi effetti naturali e necessita della presenza di Cristo per entrare nel corpo della Chiesa.
Si chiede sempre alla Chiesa di essere meno rigida su alcuni temi come quelli del divorzio io invece in virtù di quanto detto chiedo: è possibile che la chiesa diventi più rigida nell’interpretazione del matrimonio secondo Dio? Questo nel senso più ampio del termine cioè di come lo ha voluto il Signore fin dal principio e quindi considerare i nostri comportamenti concludenti come vincolanti nelle nostre scelte perché siamo responsabili di quello che facciamo. Le coppie conviventi con figli anziché essere considerate libere di contrarre matrimonio con altri partner in futuro, non dovrebbero essere incoraggiate a sposarsi e rimanere insieme in modo indissolubile perché la famiglia naturale che hanno generato ha bisogno del sacramento e della benedizione per essere perfezionata? Sottolineo la famiglia naturale che hanno generato e non altre eventuali famiglie future. Non trovo giusto infatti che ad es. un padre dopo aver costituito una famiglia naturale con una donna e generato dei figli possa avere il diritto di formare una nuova famiglia con una nuova donna con la benedizione della Chiesa perché l’uomo è considerato “libero” da vincoli coniugali. Certo, non ha contratto matrimonio formale, non ha messo nessuna firma in nessun registro ma in questo modo non si rischia di travisare la legge di Dio? Il matrimonio formale è necessario per la legge civile fatta di norme e codici e deve essere per forza regolamentata in leggi che variano poi nel corso del tempo.
Ma la legge di Dio non cambia è immutabile ed eterna e, ancor prima di essere tramandata nella sacra scrittura e nella tradizione, Dio ce l’ha impressa nei nostri cuori. Un uomo e una donna che intenzionalmente vanno a vivere insieme e fanno dei figli mettono in atto un matrimonio naturale così come ci ha indicato Dio nella Genesi come se volesse sottolineare che la sostanza conta più della forma e questa unione di corpi e anime dà vita ad una unione che deve essere perfezionata con il sacramento del matrimonio dove Gesù deve mettere il sigillo di perfezione. Ma il sigillo lo deve mettere solo su quella coppia che si è già impegnata per natura. Diversamente il matrimonio sarebbe ridotto ad un semplice contratto dove la volontà dei singoli messa per iscritto ha più valore delle nostre opere invece colme di responsabilità.
I figli di queste coppie se il loro padre ad es. decidesse di andarsene e sposare una nuova donna quali danni e ingiustizie potrebbero subire? Non sono legittimati a pensare che il loro padre avendoli generati ha obbligo di rimanere con lui e sua madre per natura? Perché la seconda unione viene benedetta? Ma è veramente questo il volere di Dio? Dio non ha voluto il matrimonio indissolubile proprio per questo motivo, per dare cioè garanzia alla famiglia naturale di rimanere unita? E dello scandalo che si verrebbe a creare tra i bambini creature innocenti? In altre parole sarebbe come legittimare il divorzio dove al posto del matrimonio sacramento si scioglie una famiglia naturale e gli effetti prodotti (i figli) che Dio ha voluto tutelare fin dal principio.
Così facendo si corre il rischio di dare a tutti una seconda possibilità, che Dio non ha previsto, interpretare la Sua legge a nostro comodo e aumentare così la promiscuità dei rapporti e delle famiglie allargate. Infatti molte coppie vanno a convivere per provare, nel frattempo però comportandosi da marito e moglie e generando figli attuano gli effetti del matrimonio, poi magari si stancano si convertono e successivamente cambiano partner sentendosi legittimati a sposarsi. E il passato dove lo mettiamo? Facciamo finta che non sia accaduto nulla? Secondo me siamo fuori strada, anche se arriveranno al matrimonio pentiti non possono cancellare quanto hanno costruito (come in un vero matrimonio) e si rischia poi di suscitare sentimenti di smarrimento nei confronti dei primi figli. Che cosa si potrebbe dire loro? Che la seconda unione del loro padre naturale è legittima mentre la prima no? In virtù di quale legge? Questi figli non potrebbero sentirsi figli di serie B e coltivare ancora più dolore e incomprensione nei confronti della Chiesa? Non si rischia di allontanarli da essa? La Chiesa da buona madre non potrebbe dire: caro figlio io posso benedire la tua prima unione torna a casa dalla madre dei tuoi figli oppure pentiti e rimani solo, con la tua nuova donna stai consumando un adulterio ai danni dei tuoi figli e di sua madre. Anche se non si tratta di adulterio nel senso letterale del termine ma nel senso naturale e sostanziale. La Chiesa non potrebbe estendere l’interpretazione di unione indissolubile anche a questi casi? Mi viene da pensare che in caso contrario è come ingannare Dio. Infatti con la sua legge naturale ancorché non resa istituzione e ancor prima della venuta di Nostro Signore ci ha detto che un uomo e una donna che lasciano la loro madre e il loro padre e si uniscono in una sola carne hanno già sancito un patto che Dio ha voluto dal principio e per natura indissolubile per il bene della famiglia nascente e per il bene della società. E questo lo ha ben ribadito Gesù quando lo interrogarono circa il divorzio, ma lui ribaltando la legge scritta che lo prevedeva e mettendo a nudo le nostre ipocrisie li ammonì dicendo: “in principio non fu così”
Questo discorso vale solo per le coppie che implicitamente hanno aderito al progetto di Dio negli effetti del matrimonio generando i figli. Il discorso è diverso invece nei confronti delle coppie conviventi che non vogliono avere figli. In questo caso le coppie si dicono solo bugie e non stanno mettendo in pratica nulla di quello che Dio ha voluto fin dal principio. Perché il loro amore è falsato e incompleto e non possono definirsi una sola carne.
La mia paura è questa: corriamo il rischio di andare incontro ad un periodo buio e di decadenza morale mascherando e giustificando le nostre condotte come più ci fa comodo in nome di una libertà che esiste solo nei nostri pensieri.
Le chiedo scusa per la lunghezza della lettera caro Padre, volevo essere più esplicita possibile e mi scuso anche se ho adottato un linguaggio improprio. Ho una gran sete di verità e in questo momento sento che Lei mi può dare tutti i chiarimenti e i lumi e farmi capire dove ho sbagliato nel ragionamento.
Le prometto una preghiera particolare, che Dio la illumini e la protegga sempre!


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. è vero che non di rado due giovani che vanno a convivere hanno la volontà di donarsi in totalità e che fin dalle prime battute decidono di vivere l’uno con l’altro e l’uno per l’altro.
Ma questa volontà di donarsi è già matrimonio?
Secondo te sì. E questo sarebbe così vero da negare loro la possibilità di sposarsi in seguito con rito religioso con una persona diversa dal convivente. Sarebbe come passare a nuove nozze.

2. Tuttavia le cose non stanno semplicemente così per vari motivi.
Innanzitutto se la convivenza fosse la stessa cosa che il matrimonio, perché andare a convivere anziché sposarsi subito?
Il matrimonio in quanto tale – lo sanno tutti – impegna definitivamente.
Chi sceglie la convivenza sa in anticipo che questo stato di vita non impegna per sempre. Magari si desidera impegnarsi per sempre. In alcuni casi c’è la volontà ferma di essere l’uno dell’altro.
Ma c’è qualcosa che non la fa essere ancora matrimonio.

3. Nel matrimonio c’è un sì che si dice davanti a Dio e davanti alla società.
Questo sì è un impegno che ci si assume.
E poiché è un grande impegno, ad esso ci si prepara con il dovuto discernimento e ad esso ci si obbliga volontariamente dichiarando la propria fedeltà nella buona e nella cattiva sorte.
E lo si fa con degli obblighi così forti che si accettano tutte le penalità previste nel caso di infedeltà.

4. Per tutelare un sì così motivato tanto la Chiesa quanto la società civile non riconoscono lo stato di matrimonio alle sole buone intenzioni, ma esigono degli atti, delle prese di posizione personale con tanto di testimoni e di pubblico ufficiale.

5. Del resto viviamo all’interno della società.
Il matrimonio incide profondamente nel tessuto stesso della società perché dal momento del sì i due si assumono reciprocamente e davanti alla società dei diritti e dei doveri. I due non sono più due, ma una realtà sola.
E questo non solo in riferimento ai coniugi, ma anche ai figli, i quali hanno bisogno e hanno diritto di crescere in un ambiente affettivamente sicuro e protetto come quello della famiglia.
Questa famiglia che giustamente è stata definita un secondo utero.
Allora la famiglia c’è non solo perché ci sono le buone intenzioni, ma anche e soprattutto perché ci sono degli atti che l’hanno edificata e l’hanno costruita sia  internamente che esternamente.

6. Anche la società si impegna nei confronti dei matrimoni, li favorisce e li tutela.
La società stessa dice: per me voi non siete marito e moglie finché non vi siete impegnati anche esternamente.
Le buone intenzioni sono importanti. Ma se sono buone, devono essere seguite dagli atti, anzi dai fatti.
E se non c’è questo atto o questo fatto del sì pronunciato davanti a me,  società, con tutte le responsabilità che ne seguono, quella buona intenzione io non la considero matrimonio.

7. Tornando adesso alla Sacra Scrittura: è vero che Dio istituendo il matrimonio ha detto “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2,24).
Ma con questo non ha detto che uno se ne deve andare da casa per conto proprio.
Proprio perché costituiscono “un’unica carne” la società registra questo fatto e si impegna nei suoi confronti.
Nell’Antico Testamento i matrimoni venivano sempre celebrati in una cornice sociale e cerimoniale, nella quale intervenivano i parenti e talvolta anche tutto il paese.
In quel giorno non c’era solo il sì degli sposi, ma anche il sì della società.
Labano, ad esempio, chiama tutti gli abitanti del luogo e offre un banchetto quando dà una sua figlia come sposa a Giacobbe (Gn 29,22).
Nel libro di Tobia si parla addirittura di un documento redatto in occasione del matrimonio (Tb 9,3ss).
Nel diritto ebraico si parla anche di “prezzo nuziale”, “mohar” (Gn 34,12), consistente in una somma o equivalente in natura che lo sposo doveva versare al padre della sposa.

8. Nel Nuovo Testamento Gesù inizia la sua vita pubblica all’interno di una celebrazione nuziale che coinvolgeva la società.
San Paolo dice che il matrimonio deve essere celebrato “nel Signore” (1 Cor 7,39), cioè tra cristiani (cfr. Bibbia di Gerusalemme).
S. Ignazio di Antiochia (II secolo) dice che “è dovere degli sposi e delle spose stringere la loro unione con la approvazione del vescovo, affinché il matrimonio sia secondo il Signore e non secondo la concupiscenza” (Lettera a Policarpo, 5,2).
Questa presenza si rende sempre più indispensabile al punto che se non c’è il matrimonio non si presume celebrato.

9. Ecco dunque alcune considerazioni che fanno capire che se nella convivenza ci può essere l’intenzione e anche la volontà di sposarsi, di fatto questa volontà la si compie o la si realizza solo quando ci sono i fatti.
Questi fatti sono così importanti che qualora ci fosse anche il sì espresso davanti a Dio e al coniuge ma non ci fossero i fatti, la Chiesa trae motivo nella sua giurisprudenza dal dispensare super rato et non consumato.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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