Quale collocazione hanno avuto quei Papi che firmavano condanne a morte pur sapendo che solo Dio può togliere la vita?

////Quale collocazione hanno avuto quei Papi che firmavano condanne a morte pur sapendo che solo Dio può togliere la vita?

Quale collocazione hanno avuto quei Papi che firmavano condanne a morte pur sapendo che solo Dio può togliere la vita?

Quesito

Caro Padre Angelo,
Quale collocazione hanno avuto quei Papi che firmavano condanne a morte pur sapendo che solo Dio puó togliere la vita? Saluti


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. i Papi, e non solo i Papi, ma anche le Autorità civili erano certamente in buona fede perché erano sicuri che Dio avesse dato questo potere all’autorità.
Questa in passato era la convinzione comune.

2. Nell’Antico Testamento la pena di morte era prevista e comandata in diversi casi: per l’idolatria (Es 22,19), la bestemmia (Lev 24,15), la profanazione del sabato (Es 31,14), i peccati contro i genitori (Es 21,15), per l’adulterio e altri disordini sessuali (Lev 20,10ss), per peccati contro il prossimo: “Chi avrà percosso un uomo con la volontà di ucciderlo, sia messo a morte” (Es 21,12).

3. Al di là di questo, va riconosciuto schiettamente che la mentalità comune, biblica ed extrabiblica, non dubitava minimamente della legittimità della pena di morte.
Che quello fosse il pensiero comune emerge anche da Rm 13,4, dove S. Paolo dice: “ma se fai il male, allora temi, perché non invano l’autorità porta la spada”.
Per noi sarebbe improprio dedurre da questo testo che S. Paolo asserisca in maniera tassativa la legittimità della pena capitale.

4. Bisogna riconoscere onestamente che la Chiesa nel suo insegnamento, fin quasi ai nostri giorni, ha sostenuto la pena di morte e nella sua disciplina ne ha fatto uso.
La si giustificava con diversi riferimenti biblici sia dell’Antico come del Nuovo Testamento.

5. Nel quinto secolo Papa Innocenzo I ritiene che l’autorità abbia ricevuto da Dio l’autorizzazione a dare la pena di morte: “Ci è stato chiesto un parere su quelli che, dopo aver ricevuto il battesimo, hanno continuato a ricoprire incarichi giudiziari e non solo hanno inflitto torture ma hanno anche condannato a morte. Su queste cose non leggiamo alcunché di definito che ci sia stato tramandato dai nostri predecessori.
Si rammenti a costoro che questi poteri sono stati loro concessi da Dio, e che la pena di morte è stata concessa per punizione dei malfattori e che quindi l’autorità civile è ministra di Dio. (…).
Questa prassi, così come ci è stata tramandata, l’accettiamo in modo da non sconvolgere la disciplina esistente, né da sembrare che andiamo contro l’autorità del Signore. I Magistrati, però, dovranno rendere in coscienza stretto conto di tutte le proprie azioni” (Lettera a S. Esuperio (vescovo di Tolosa), cap. 3,7-8).

6. Il Catechismo Romano del Concilio di Trento si esprime nel medesimo modo: “Rientra nei poteri della giustizia condannare a morte una persona colpevole.
Tale potere, esercitato secondo la legge, serve di freno ai delinquenti e di difesa agli innocenti.
Emanando una sentenza di morte i giudici non soltanto non sono colpevoli di omicidio, ma sono esecutori della legge divina che vieta appunto di uccidere colpevolmente.
Fine della legge, infatti, è tutelare la vita e la tranquillità degli uomini; pertanto i giudici, che con la loro sentenza puniscono il crimine, mirano appunto a tutelare e a garantire, con la repressione della delinquenza, questa stessa tranquillità della vita garantita da Dio” (Catechismo Romano, 328).

7. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riconosce che questo è stato il pensiero della Chiesa in passato.
Scrive infatti: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani” (CCC 2267).

8. Oggi noi, grazie a Dio, abbiamo una sensibilità diversa e un maggior approfondimento della dignità umana e delle Scritture.
Giovanni Paolo II, in Evangelium vitae, tra i segni incoraggianti della cultura della vita, registra “la sempre più diffusa avversione dell’opinione pubblica alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale, in considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l’ha commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi” (EV 27).
Egli stesso, poi, parlando a Saint Louis (Missouri, Stato Uniti) e cioè in uno stato la cui popolazione notoriamente è in stragrande maggioranza favorevole alla pena di morte, ha riassunto la nuova sensibilità con queste parole: “La dignità della vita umana non deve essere mai negata, nemmeno a chi ha fatto del grande male. La società moderna possiede gli strumenti per proteggersi, senza negare ai criminali la possibilità di ravvedersi. Rinnovo quindi l’appello… per abolire la pena di morte, che è crudele e inutile” (Cfr. L’Osservatore Romano, 29 gennaio 1999, p. 4).
Un mese prima, nel messaggio di Natale, aveva auspicato la crescita del consenso sulle misure in favore dell’uomo, e tra quelle più significative aveva indicato quella di “bandire la pena di morte” (Cfr. L’Osservatore Romano, 28-29 dicembre 1998, p. 7).

9. Per questo non ci domandiamo quale collocazione abbiano avuto i Papi che in passato hanno firmato decreti di pena di morte.
Alcuni di questi sono stati canonizzati.
Non per questo, evidentemente.
Ma, nonostante questo, proprio perché canonizzati, sono in Paradiso.

Auguro anche a te di avere la medesima collocazione per l’eternità e per questo ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo