Quesito

Caro Padre Angelo,
dopo essere ritornato dopo ben sette anni alla fede cattolica c’è un dubbio che mina alle fondamenta tutto lo sforzo fatto per riconciliarmi con Dio.
Se da un lato credere in Dio, in Gesù, nella Madonna è una certezza consolidata della mia vita (cosa che prima mi sembrava assurdo, quando, ahimè ero diventato ateo) c’è un aspetto del cattolicesimo che alle volte mi impedisce di vivere serenamente la mia fede, che addirittura mi distoglie dalla preghiera e indebolisce la mia fiducia in Dio.
Ora, premettendo che sono convinto si tratti di mia pura ignoranza non comprendere il disegno di Dio, il quesito che vado a esporle riguarda la ‘libertà’ del cristiano.
Mi spiego meglio rifacendomi anche alla lettera di San Paolo ai Romani. Qui alla schiavitù del peccato non si contrappone la libertà, la piena autonomia dell’uomo, ma piuttosto la “schiavitù di Cristo”, una schiavitù buona che ci porta all’amore di Dio e nell’aldilà al paradiso.
Dunque ogni buon cristiano è un servo di Dio e qui c’è qualcosa in me che mi frena: in fondo, non stiamo parlando di due forme di schiavitù?
Certamente, rigetto completamente la schiavitù cattiva del demonio e del peccato, ma anche verso Dio che libertà abbiamo se non proclamarci suoi servi?
Ecco Padre Angelo, nella mia cecità di fedele appena ritornato all’ovile, le chiedo di farmi meglio luce su questa schiavitù di Cristo, una forma buona di schiavitù, senz’altro, ma che mi appare come una limitazione alla libertà dell’essere umano.
La ringrazio in anticipo della risposta.
Cordialmente,
Pasquale


Risposta del sacerdote

Caro Pasquale,
1. la parola schiavitù comunemente viene intesa come oppressione, privazione della libertà, l’essere soggiogati.
Questa schiavitù è contraria alla dignità di un essere dotato di coscienza e trascendenza, come è la persona umana.

2. In questo senso si parla di schiavitù o dipendenza anche nei confronti del peccato.
Quando si commette il peccato, si ha l’impressione di essere più liberi, di affrancarsi dalla legge di Dio. Ma subito dopo si scopre di essere interiormente meno liberi perché si crea una certa dipendenza nei confronti del peccato.
Dipendenza che a volte è tirannia, bisogno, come quello dell’alcoolizzato.
E, anche quando si viene liberati dal peccato, rimane il peso del rimorso.

3. Mi piace presentarti una pagina molto bella di Sant’Agostino, nella quale il Santo commenta le parole di Gesù: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (cf. Gv 8,34).
È schiavo, e magari lo fosse dell’uomo piuttosto che del peccato! Chi non tremerà a queste parole? Che il Signore Dio nostro aiuti me e voi, in modo che vi possa parlare come si conviene di questa libertà cui si aspirare, e di quella schiavitù che si deve evitare.
La verità stessa dichiara: Amen, amen, io vi dico. Che significa questa espressione del Signore Dio nostro: Amen, amen, io vi dico? È un’espressione energica per richiamare l’attenzione su ciò che afferma: si può dire che è come la formula del suo giuramento: amen, amen, Io vi dico. Amen significa «è vero», «è così».
Si sarebbe potuto tradurre: «Io vi dico la verità»; ma né il traduttore greco né quello latino hanno osato tradurre la parola amen, che non è né greca né latina, ma ebraica. Non è stata tradotta, come per custodire gelosamente un segreto: non per sottrarlo, ma per timore che togliendo il velo il segreto si svilisse.
Non una sola volta, ma due volte il Signore dice: Amen, amen, io vi dico, affinché dalla ripetizione stessa riconosciate come abbia voluto sottolineare l’affermazione.
Che cosa ha voluto sottolineare? In verità, in verità, io vi dico, dice la verità in persona; la quale anche se non affermasse in verità io vi dico, assolutamente non potrebbe mentire. Tuttavia insiste, sottolinea: vuole così scuotere chi dorme, richiamare l’attenzione di tutti, non accetta di essere ignorata o disprezzata.
Che cosa intende affermare? In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Oh, miserabile schiavitù! Accade che uomini schiavi di duri padroni chiedano di essere venduti, non per non avere più padrone, ma almeno per cambiarlo. Che farà chi è schiavo del peccato? A chi si rivolgerà? Presso chi ricorrerà? A chi chiederà di essere venduto?
Chi è schiavo di un uomo, quando non riesce più a sopportare le dure imposizioni del suo padrone, cerca scampo nella fuga; ma chi è schiavo del peccato dove fugge? Dovunque vada, si porta dietro se stesso. La cattiva coscienza non può fuggire da se stessa, non ha dove andare, ovunque accompagna e stessa; anzi, mai se ne distacca, perché il peccato che ha commesso
se lo porta sempre dentro. Ha commesso il peccato per procurarsi un piacere corporale; il piacere è passato, il peccato rimane; è passato ciò che procurava piacere, è rimasto il rimorso. Squallida schiavitù!” (Commento al vangelo di Giovanni, Omelia 41,3-4) .

4. San Paolo parla di se stesso come di  “servo di Cristo Gesù” (Rm 1,1).
Qui la servitù, o se vuoi, schiavitù è un servizio e una schiavitù di amore, come avviene tra persone innamorate l’una dell’altra, presso le quali i desideri dell’uno sono comandi per l’altra.
E lo si fa volentieri, proprio perché si ama.

5. San Tommaso, nel commento alla Lettera ai Romani spiega questa duplice accezione di servitù e scrive: “Sembra essere abbietta una condizione di servitù, se la si consideri in senso assoluto” perché spesso veniva inflitta come pena o castigo. Per
questo anche viene inflitta per la maledizione conseguente al peccato come in Gn 9,25 dove si legge “Sia
maledetto Canaan! Sarà per i suoi fratelli servo dei servi”.
Ma questa servitù per San Paolo diventa elogiativa perché è servo “di Gesù Cristo”. E Gesù si interpreta come «salvatore» (Mt 1,21).
Ma “contro ciò è quanto si dice in Gv 15,15: “Non vi chiamo più servi ma amici”.
Ma bisogna dire che vi è una duplice servitù. Una di timore, che non si addice ai santi, Rm 8, 15: Non avete ricevuto uno spirito da schiavi nel timore, ecc.; l’altra di umiltà e di amore, che si addice ai santi, secondo Lc 17,10: Dite: siamo servi inutili.
Poiché, infatti, libero è colui che è causa di sé, mentre servo è colui che è causato da un altro, come mosso da un altro che muove, se qualcuno agisce per causa di un altro, come
mosso da un altro, allora è servitù di timore
, che costringe l’uomo ad operare contro la
propria volontà.
Se, invece, qualcuno agisce per causa di un altro, come fine, allora è servitù di amore, perché è degli amici agire bene anche obbedendo
all’amico per se stesso, come dice il Filosofo nel IX libro dell’Etica 9,4,1166)” (Commento alla lettera i Romani, 1, 1, nn. 17-18).

Auguro anche a te di amare a tal punto il Signore che ogni suo desiderio diventi per te un comando. Gesù non ti comanda se non di volare in alto e di diventare padrone di tutti i beni racchiusi nel suo Cuore.
Per questo ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo