Quesito

Caro Padre Angelo,
ho letto nei giorni scorsi alcuni articoli sull’ibernazione.
Pare che diverse persone si siano già fatte ibernare dopo il proprio decesso, in quanto convinte o comunque speranzose che entro un centinaio d’anni la scienza sarà in grado di far rivivere il loro corpo morto: lo si mette in congelatore, utilizzando delle sostanze che evitano la formazione di danni alle cellule cerebrali (in particolare danni dovuti alla formazione di cristalli di ghiaccio), e dopo un certo periodo di tempo si potrà riportare in vita un certo corpo (o anche solo un certo cervello impiantato in un nuovo corpo, che però avrà conservato intatta la memoria della vita "precedente").
La notizia mi ha inquietato: se al momento della morte noi crediamo che ogni anima venga giudicata "senza appello" da Dio e assegnata per un tempo determinato (il cosiddetto "evo") al Paradiso, al Purgatorio o all’Inferno nell’attesa del giudizio universale, cosa accadrebbe in teoria se gli scienziati riuscissero poi – a distanza di decenni o secoli – a riportare in vita o comunque in coscienza tale persona?
Avendo questa conosciuto precedentemente l’aldilà, avrebbe modo di pentirsi dei peccati precedenti e di vivere una vita nuova secondo i dettami cristiani, magari modificando la propria destinazione ultraterrena (per esempio Paradiso anziché Inferno)? Potrebbe raccontare ai viventi ciò che vi è dall’altra parte? O Dio impedirebbe comunque un simile scenario e/o, essendo onnisciente, lascerebbe inizialmente in stand by tale anima, sapendo già che essa un giorno rivivrà, prima della sua morte definitiva?
Una simile pratica non metterebbe in crisi la teologia cattolica?
Sono abbastanza turbato dalla lettura di questi articoli scientifici, perché al momento ho molta fede, ma ho paura che queste anime resuscitate possano in futuro dimostrare l’incoerenza di quel che noi crediamo, mettendo in crisi o ridicolizzando l’idea di una possibile vita post mortem.
La saluto cordialmente.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. ti metto subito sull’avviso che questa pratica, anche se si riuscisse a realizzarla alla perfezione, non metterebbe per nulla in crisi la teologia cattolica.
Basterebbe anche solo stare alla terminologia.
Per risurrezione s’intende tornare dalla morte.
Ma l’ibernazione non è un tornare dalla morte, ma da uno stato di vita ridottissimo ad una vita piena.

2. La vita è essenzialmente movimento di se stessi.
Chi vive ha per lo meno un moto vegetale.
Quando si congela una persona avviene più o meno la stessa cosa che quando si congela un embrione o un gamete. Lo si porta a molti gradi sotto zero perché il movimento della sua vita si riduca. Anzi che diventi il più ridotto possibile, ma che non muoia.
Se morisse infatti non vi sarebbe più nulla da fare.

3. Pertanto nell’ipotesi che uno tornasse dall’ibernazione dopo 300 o 400 anni non tornerebbe da un altro mondo, come tu ipotizzi, con un bagaglio nuovo di vita e di esperienze post mortem, come si dice.
Semplicemente ripartirebbe – se riparte – dallo stato in cui era rimasto.

4. Infatti non è escluso che nel processo di ibernazione o durante l’ibernazione o nella fase di scongelamento muoia.
In ogni caso come negli embrioni scongelati si è notato che molti hanno subito danni irreparabili in fase di congelamento o di scongelamento e differenze significative in aspetti morfofunzionali e comportamentali, così la stessa cosa avverrebbe anche nei corpi di adulti ibernati.
Inoltre, per quanto poco, la vita andrebbe avanti anche per costoro. Non si può rimanere ibernati in eterno. Ad un certo momento si morirebbe come muore qualsiasi altro corpo organico.
Allora sarebbe un guaio ancora più grosso per la collettività quello di riavere persone vissute in altre epoche, con altra mentalità, e per di più con problemi motori, di comportamento e altre disfunzioni di cui ci si deve prendere cura.
Per cui in conclusione, anziché ricorrere all’ibernazione è preferibile che la natura faccia il suo corso.
Anche a questo proposito si può applicare quel bel versetto del salmo 119: “Di ogni cosa perfetta (anche della tecnica, n.d.r.) ho visto il limite, solo la tua legge non ha confini” (Sal 119,96).

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo