Quesito

Caro Padre Angelo,
mi faccio forza e ti scrivo per chiederti consiglio su un tipo particolare di sofferenza, gli scrupoli di coscienza.
Più di dieci anni fa ritornai alla fede dopo molti anni di gioventù trascorsi lontano da Gesù e dalla Chiesa. Cominciai ad accostarmi sempre di più ai sacramenti, specialmente a quello della confessione, perché il cambiamento di vita cominciato con la conversione, piuttosto radicale, esigeva un confronto con il confessore e un perdono frequente. Tuttavia, dopo un anno di cammino ritengo proficuo, cominciai a soffrire di uno stato di ansia continua, dovuto da un lato al timore continuo di peccare, dall’altro a quello di non avere mai confessato adeguatamente i peccati, o che, nel confessare quelli più gravi e complessi, essi non fossero stati ben intesi dal confessore e quindi l’assoluzione non fosse valida.
Tale stato si aggravò al punto tale (anche a causa di concomitanti prove sul lavoro e in famiglia) da sfociare in un esaurimento nervoso a sfondo religioso, che richiese un trattamento in psicoterapia di anni, ma da un punto di vista spirituale terminò con un nuovo allontanamento e abbandono della fede, in una ricaduta rovinosa nella vita precedente.
Ora a distanza di tanti anni, il Signore mi ha chiamato nuovamente, con forza. Dal 2003 rifrequento la Chiesa, mi sono sposato e cerco di camminare (zoppicando) nel cammino di fede. I primi anni del mio ritorno li ho affrontati con voluta prudenza e timore, con una quasi calcolata tepidezza sia di spirito che morale. Quindi, dall’inizio di questo anno, un grave lutto familiare mi ha fatto abbandonare ogni resistenza e mi sono nuovamente gettato in Dio, interamente. Trovo specialmente nella preghiera quotidiana del rosario, nei semplici gesti della mia famiglia unita, la pace e la forza per affrontare una vita troppo affollata di impegni e doveri professionali e personali in contesti difficili puntualmente lontani da Dio.
Caro Padre, ora lo scrupolo e il tormento di coscienza sono ricominciati. L’occasione è stata una confessione riguardante un peccato grave di cui sono stato ahimé corresponsabile. Ho spiegato con dovizia al sacerdote l’accaduto, e dopo un confronto aperto di chiarimento mi ha dato l’assoluzione, raccomandandomi di non tornare mai più con il pensiero all’accaduto (quasi mi avesse letto nel pensiero) e di guardare solamente al presente e al futuro.
Cosa che puntualmente non riesco a fare: da un lato continuo a sentire dolore per il peccato commesso, dall’altro penso sempre con paura al fatto che, per fretta o per una comprensione non completa del fatto, il sacerdote possa avermi assolto ma che tale assoluzione non sia applicabile a me.
Cerco di pregare molto e nella preghiera trovo pace. Il mio problema è questo: la mia coscienza mi continua a tormentare, eppure io ho confessato il peccato con chiarezza, sincerità e animo pentito, pur nella fretta della confessione domenicale. Che devo fare: tornare a confrontarmi con un altro sacerdote, anche se questo sarebbe solo l’inizio di una strada che so già dove mi condurrebbe: a non fidarmi più del sacramento della confessione, a tormentarmi per mesi nell’angoscia fino a cedere sotto il peso di una fragilità psicologica che già conosco e ho sperimentato a fondo. Oppure rimanere fedele nella fiducia di aver ricevuto il perdono comunque e guardare solo avanti?
In entrambi i casi, caro Padre Angelo, so che il problema non si esaurirà qui, ma non voglio che mi allontani ancora dal Signore!
Quale è il problema, nei casi come il mio? La superbia? La poca fede, la diffidenza nei sacramenti e nella misericordia di Dio?
Una psiche prona ai pensieri ossessivi (cosa che corrisponde al vero?). Oppure è veramente il Signore che mi pungola in coscienza a confessarmi meglio, a esaminarmi di più, a fare penitenza? Oppure solo è un tormento del demonio?
Ti chiedo cortesemente la carità di un consiglio, da sacerdote confessore esperto.
Un caro saluto, una preghiera per te e una di ringraziamento a Dio per l’importantissimo e difficile lavoro che conduci su questo sito,
Christian


Risposta del sacerdote

Caro Christian,
obbedisci al confessore che ti ha assolto. Stai tranquillo che ha capito tutto.
Non fare l’errore molto grave di andare da un altro sacerdote e ripetere l’accaduto.
In questa tua situazione vi sono diversi elementi che si intersecano: una predisposizione allo scrupolo, la tentazione del maligno e l’azione provvidenziale di Dio.
La predisposizione allo scrupolo è manifesta dal fatto che tu non saresti mai appagato delle tue confessioni: hai sempre paura di non esserti spiegato o che il confessore non abbia capito.
La tentazione del maligno: ci gode nel vederti ansioso, perché è geloso della pace di coscienza degli uomini. Che ci sia lo zampino del tuo avversario è evidente. Don Bosco diceva che tutto ciò che turba e porta via la pace non viene da Dio.
L’azione provvidenziale di Dio: niente sfugge al suo governo che vuole volgere al bene anche i nostri difetti e le tentazioni del maligno.
Il Signore vuole da te un abbandono fiducioso.
Ti ha perdonato attraverso il suo ministro.
Ti ha detto in maniera molto forte attraverso il suo ministro di non tornare più sul passato, ma di guardare solo al presente e al futuro. Il Signore ti vuole sereno. E la serenità non la trovi nel tornare sul passato, ma solo obbedendo a Lui che ti ha parlato attraverso il confessore.
Come vedi, il Signore ti vuole portare alla santità chiedendoti di rinnegare le predisposizioni allo scrupolo e di rimuovere prontissimamente le tentazioni del maligno.
È solo nell’obbedienza al Signore che la vita cristiana trova la propria perfezione. Ed è solo nell’obbedienza a Dio che si trova la pace.
Obbedienza e pace era il motto episcopale di Giovanni XXIII.
Ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo