Quesito

Caro Padre Angelo,
le ho avevo già scritto riguardo i peccati contro lo Spirito Santo.
Avendo letto ciò che dice il catechismo romano e san Tommaso (sulla summa teologica e sulle questione disputate sul male) sull’argomento mi ero abbastanza tranquillizzato.
Poi, Padre, ho visitato un sito con scritti di un’anima che dialoga con Gesù. In un pezzo dice che il peccato contro Lo Spirito Santo è irremissibile perché volontario. Le do indirizzo (…)
Il sito dice di essere vigilato da 3 sacerdoti.
Aspetto da lei spiegazioni ansiosamente, la ringrazio e la saluto


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. le affermazioni attribuite a quell’anima che parla con Gesù non sono giuste e possono portare a gravi conseguenze.
Per mettere i nostri visitatori in  grado di farsene un giudizio ne riporto due stralci.
Il primo: “la stragrande maggioranza degli uomini peccano per ignoranza, per fragilità, per passione, per gioco, per distrazione e per tante cause. A volte cadono nell’abisso del peccato inconsapevolmente, spesso peccano per mancanza di insegnamento, per il cattivo esempio dei loro pastori, per l’insegnamento errato di maestri e genitori e vari educatori. Però in questo peccato non c’è la vera volontà di andare contro Dio, di volere il male appositamente per colpire il cuore di Dio, ma sotto questo peccato si nascondono molteplici cause, tra le quali alcune te le ho elencate”.
Qui verrebbe detto che i peccati commessi per passione o per ignoranza non condurrebbero alla morte e pertanto non sarebbero mortali.
Ecco le conseguenze: un pedofilo, che continua a credere in Dio e dice anche di amarlo, ma ha momenti di fragilità, di debolezza e si lascia prendere dalla passione non commetterebbe un peccato grave.
Ugualmente tutti i peccati carnali, che in genere non vengono compiuti per andare contro Dio o per colpire Dio, ma semplicemente per passione, non sarebbero mortali. Perciò adulterio, prostituzione, fornicazione, sodomia,  pornografia,  voli charter per vacanze in cui si abusa di minori ecc… non sarebbero mortali.
Anche i trafficanti di droga, che non intendono colpire direttamente Dio nel suo cuore (al quale forse non pensano neanche lontanamente), ma agiscono per avidità di denaro, per passione, non compirebbero azioni gravi.
Ma vediamo che cosa dicono le Scritture.
Si pensi a quanto ha detto Dio per bocca di San Paolo: “O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il suo Regno” (1 Cor 6,9-10).
 E ancora: “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatrie, stregoneria, inimicizie, discordie, gelosie, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come ho già detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio” (Gal 5,19-21).
Come vedi, non viene escluso dal regno di Dio chi intende colpire direttamente il cuore di Dio, ma chi deroga dalla sua volontà espressa nei comandamenti.
Ugualmente San Giovanni, che nella sua prima lettera introduce la distinzione tra peccati che conducono alla morte e peccati che non conducono alla morte, nell’Apocalisse esprime il medesimo concetto: “Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno di fuoco e di zolfo: questa è la seconda morte” (Ap 21,8).

2. Il Magistero della Chiesa da lungo tempo ha condannato affermazioni del genere.
Si pensi ad esempio a coloro che, nel secolo XVII, avevano introdotto la distinzione tra peccato filosofico e peccato teologico.
Questi dicevano: “Il peccato filosofico è un atto difforme dalla natura razionale o dalla retta ragione; il peccato teologico invece è la libera trasgressione della legge divina.
Il peccato filosofico, per quanto grave, in colui che ignora Dio o non vi pensa attualmente, è sì peccato grave ma non è offesa a Dio né peccato mortale, che distrugge l’amicizia con Dio, e non è degno della la pena eterna” (DS 2291).
Sarebbe peccato mortale invece solo il peccato nel quale si pensa attualmente a Dio e lo si compie direttamente per offenderlo, per colpirlo direttamente al cuore.
Il Papa Alessandro VIII il 24 agosto 1690 condannò questo concetto di peccato mortale.
Ugualmente Giovanni Paolo II in Veritatis splendor afferma:
 “In realtà, l’uomo non si perde solo per l’infedeltà a quell’opzione fondamentale, mediante la quale si è consegnato ‘tutto a Dio liberamente’.
Egli, con ogni peccato mortale commesso deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta la legge; pur conservandosi nella fede, egli perde la grazia santificante, la carità e la beatitudine eterna. La grazia della giustificazione, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l’infedeltà, che fa perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi peccato mortale” (VS 68).
Il Papa, dopo aver ricordato quanto Gesù disse al giovane: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,17) e l’insegnamento di  S. Paolo: “tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10), continua:
“si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale ad un atto di opzione fondamentale, come oggi si suol dire, contro Dio, concepito sia come esplicito e formale disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto dell’amore. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L’orientamento fondamentale può, quindi, essere radicalmente modificato da atti particolari” (VS 70).

3. Un secondo stralcio delle affermazioni di quell’anima: “un peccato per il quale non pregare, quello che conduce alla morte. Perché, figlia, mi chiederai che non si può pregare per questo? Perché questo è volontario, cioè è la volontà stessa dell’uomo di andare contro Dio, di fare guerra a Dio: è come il peccato di Lucifero quando si è ribellato a Dio, e questa volontà è piena di odio per Dio ed è irremovibile, per cui ogni preghiera diventa vana. E’ l’esempio dei farisei, che negavano le Mie opere per invidia e per paura di perdere il potere. E’ il peccato contro lo Spirito Santo, perché nega l’evidenza delle opere stesse di Dio, che con linguaggio divino ed eloquente parlano da sole. Per questi è inutile pregare, perché la volontà è irremovibile e il peccato è volontario. E’ lo stesso sentimento che permane invariato negli inferi, e per il quale non c’è più possibilità di conversione per queste anime che vi precipitano. Avete capito che cosa si intende per peccato che conduce alla morte? Quindi è inutile pregare per chi rifiuta di capire, perché  nessuna spiegazione è accettabile a chi vuole deliberatamente negare la Verità e le opere della Verità”.
Qui vengono confusi i peccati contro lo Spirito Santo con i peccati volontari.
Ora certamente tutti i peccati contro lo Spirito Santo sono peccati volontari, ma non tutti i peccati volontari sono peccati contro lo Spirito Santo.
Ad esempio, se uno ruba volontariamente, non si può dire che abbia commesso un peccato contro lo Spirito Santo.
“L’anima che parla con Gesù” dice che per commettere un peccato mortale ci vuole una volontà è piena di odio per Dio e irremovibile. Come abbiamo visto né san Paolo né san Giovanni affermano questo.
Se i peccati mortali sono solo quelli commessi con l’animo pieno di odio per Dio, bisognerebbe riformare l’insegnamento di sempre della Chiesa e riscrivere il Catechismo della Chiesa Cattolica.
L’autenticità delle rivelazioni private si desume anche dalla loro conformità con l’insegnamento della Chiesa. Se questa conformità non c’è, bisogna concludere che non sono da Dio oppure che sono state mal trascritte o interpretate.

4. Inoltre 1 Gv 5,16 dice: “C’è un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare”.
Come avrai notato: San Giovanni parla del peccato, e “l’anima che parla con Gesù” inizialmente recepisce la giusta versione. Ma poi ad un certo momento cambia il pronome e fa dire a Gesù: Per questi (sottinteso: peccatori) dico di non pregare.
Qui vi sono due problemi da affrontare.
Primo: quali sono i peccati che conducono alla morte?.
La Bibbia di Gerusalemme scrive: “I destinatari della lettera erano forse informati su questo peccato di una gravità eccezionale. Può essere il peccato contro lo Spirito, contro la verità (Mt 12,31) o l’apostasia degli anticristi”.
Secondo: che cosa significa non pregare per questo peccato?
Quando San Giovanni dice di non pregare per questo peccato non intende dire che dobbiamo escludere qualcuno dalla preghiera.
Gesù non ha escluso nessuno dalla sua preghiera.
Quando in croce ha detto: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” non ha inteso escludere i farisei, i sommi sacerdoti, Giuda, ecc… E non intendeva escludere neanche coloro che commettono un peccato contro lo Spirito Santo.
Un commentatore della Bibbia annota: “San Giovanni non proibisce assolutamente di pregare per gli apostati e neppure dice che tali preghiere non saranno mai esaudite. La chiesa infatti prega per essi il Venerdì santo. Ma fa notare che la sua raccomandazione non riguarda tali peccatori e lascia capire che le preghiere fatte per essi più difficilmente saranno esaudite, a motivo senza dubbio dell’indurimento nel male che si verifica in coloro che abbandonano Gesù Cristo e la sua Chiesa”.
Un altro scrive: “San Giovanni non intende affermare che non si deve pregare per i peccatori che sono incorsi in colpe mortali, né che è inutile pregare per essi, ma che per quanto riguarda i fratelli che si sono macchiati di particolari peccati mortali, è opportuno abbandonarli al giusto giudizio di Dio. Questo giudizio di Dio tuttavia non significa una condanna irrevocabile, ma implica un castigo che il Signore nella sua giustizia infligge a questi peccatori perché serva loro di salutare richiamo: in tal modo questi peccatori, tempestivamente puniti da Dio, eviteranno una condanna eterna (cfr. 1 Cor 5,5; 1 Tm 1,20)

5. Pertanto per peccato contro lo Spirito Santo continuiamo a intendere quanto insegna la Chiesa:
 “Quando occorrono nella S. Scrittura o nei Padri sentenze che sembrano affermare che per alcuni peccati non c’è remissione, bisogna intenderle nel senso che il loro perdono è oltremodo difficile. Come una malattia vien detta insanabile quando il malato respinge l’uso della medicina, così c’è una specie di peccato che non si rimette né si perdona perché rifugge dalla grazia di Dio, che è il rimedio suo proprio” (Catechismo Romano, c. 5,19).
È questo il motivo per cui S. Tommaso affermava: “Questo non impedisce all’onnipotenza e alla misericordia di Dio di trovare la via del perdono e della guarigione che talora sana spiritualmente anche costoro in una maniera quasi prodigiosa” (Somma Teologica, II-II, 14, 3).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

Inoltre preghiamo e offriamo la nostra vita per tutti, anche per quelli per i quali forse la nostra preghiera risulterà vana. Gesù ce ne ha dato l’esempio.

Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di queste precisazioni. Ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo