Caro Padre Angelo,
sono A… da B….. ed ho 30 anni.
Sono nato e cresciuto in una famiglia Neocatecumenale, primogenito di 6 figli, ed anch’io all’età di 13 anni ho cominciato il Cammino, per poi discostarmene per ragioni teologiche e liturgiche.
Ti scrivo per porti due quesiti in merito alla teologia del Cammino riguardo la Santa Messa.

1 – Durante la “Convivenza di nascita” ancora oggi, viene fatta una lunga catechesi sull’Eucaristia in cui si afferma che considerarla solo come Sacrificio è giusto ma incompleto, in quanto la Messa renderebbe presente l’intero Mistero Pasquale (che comprende anche la Risurrezione), pertanto bisogna definirla “Sacrificio di lode”.
Ora mi chiedo: è possibile conciliare queste affermazioni con i decreti del concilio di Trento, secondo cui la Santa Messa oltre che Sacrificio di lode e di ringraziamento è anche espiatorio e propiziatorio?
In secondo luogo, è vero che la Santa Messa ripresenta anche la Risurrezione di Cristo e non solo il Sacrificio del Calvario? La Chiesa si è mai pronunciata a tal proposito?
Se non mi esprimo male, secondo la teologia dogmatica classica, di stampo tomista, la Risurrezione sarebbe il frutto del Sacrificio (noi ci cibiamo infatti del Cristo risorto e glorioso, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità durante la Comunione, e non del suo “cadavere”) ma la Messa ripresenta in modo incruento il solo Sacrificio, misticamente rappresentato dalla separazione delle Specie, e non anche la Risurrezione, avvenuta una volta per tutte.
Perciò mi chiedo se la catechesi neocatecumenale si collochi nel solco della Tradizione Apostolica (in un contesto di riforma nella continuità) o se si tratti di una imperfezione dottrinale.
2 – Il secondo quesito riguarda l’Offertorio, che risulta praticamente assente dalle Liturgie Neocatecumenali, in quanto il Sacerdote recita le preghiere previste dal Messale durante lo scambio di Pace (di solito accompagnato da un canto non offertoriale), anticipato grazie ad un indulto concesso dalla Santa Sede nel 1988.
Il principale liturgista a cui si ispira la prassi del Cammino è Mons. Pedro Farnès (morto lo scorso anno se non ricordo male), il quale spiega in un suo saggio di qualche anno fa (“Vivere l’Eucaristia che il Signore ci ha comandato di celebrare”) che l’Offerta di Cristo al Padre e della Chiesa, suo Corpo Mistico, con Lui, avviene solo DOPO la Consacrazione, precisamente alle parole “Ti offriamo Padre il Pane della Vita e il Calice della Salvezza”, perciò non avrebbe alcun senso anticiparla o sdoppiarla con l’Offertorio, che quindi sarebbe errato definire tale, essendo una mera “preparazione dell’occorrente” per celebrare l’Eucaristia che non merita nessuna enfasi. (…).
La mia domanda è questa: se sia corretta quest’affermazione.
Ti ringrazio anticipatamente per la risposta e ti chiedo di ricordarmi nella Santa Messa insieme a mia moglie G…. ed al nostro primogenito T….


Caro Andrea,
l. la Messa è il memoriale della passione del Signore.
Lo afferma chiaramente san Paolo quando dice: “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Cor 11,26).
Tuttavia possiamo celebrare il memoriale della passione solo perché il Signore è risorto e vive con noi.

2. Nella Messa è il Signore risorto e glorioso che si avvicina a noi per rendere presente sui nostri altari il sacrificio della sua passione e della sua morte.
Se il Cristo non fosse risorto noi celebreremmo solo la memoria della passione.

3. Il memoriale non è semplicemente memoria, ma è un rendere attuale e contemporaneo noi ciò che ricordiamo.
La memoria è puro ricordo-
Il memoriale, oltre a ricordare, è anche e soprattutto rendere realmente presente e contemporaneo a noi l’evento della passione e morte del Signore.
Ed è anche un essere segnati esistenzialmente dall’evento celebrato.

4. La Messa “è il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli” (Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 47).
Giustamente alla proclamazione del «mistero della fede» fatta dal sacerdote il popolo cristiano dice: «Annunziamo la tua morte, Signore!».

5. Questo sacrificio di espiazione è stato accettato dal Padre e ne ha dato testimonianza con la risurrezione dai morti di Cristo.
Pertanto “il Sacrificio eucaristico rende presente non solo il mistero della passione e della morte del Salvatore, ma anche il mistero della risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento.
È in quanto vivente e risorto che Cristo può farsi nell’Eucaristia «pane della vita» (Gv 6,35.48), «pane vivo» (Gv 6,51)” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 14).

6. Tu dici che la Risurrezione di Cristo è il frutto del Sacrificio della croce.
Giovanni Paolo II dice che è il suo coronamento. Ma le due espressioni si equivalgono.
La Risurrezione di Cristo è decisiva per poter celebrare il memoriale.
Giustamente scrivi che “noi ci cibiamo infatti del Cristo risorto e glorioso, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità durante la Comunione, e non del suo “cadavere”)”.
E io sottolineo: del Cristo risorto che rende presente sull’altare a nostro beneficio la sua passione e morte.
San Giovanni nell’Apocalisse vede Gesù risorto in cielo come agnello immolato (Ap 5,6).
Lo vede in piedi. E questo è il segno della sua risurrezione.
Ed è solo perché è risorto che può rendere eterna la sua passione e morte e renderla a noi contemporanea.

7. Definire l’Eucaristia come sacrificio di lode (sacrificium laudis) è giusta.
Eucaristia significa rendimento di grazie o anche lode.
In ebraico lodare e ringraziare vengono detti con la medesima parola: todah.
Quest’espressione sacrificium laudis la troviamo anche nel Canone Romano: “Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est et nota devotio, pro quibus tibi offerimus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis, pro se suisque omnibus” (Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli. Ricordati di tutti i presenti, dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode, innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute).

8. Pertanto la catechesi neo catecumenale rimane nel solco della tradizione, pur accentuando l’aspetto della risurrezione del Signore.
Ma va ricordato che il Signore è risorto anche per rendere presente se stesso sui nostri altari nell’evento della sua passione e della sua morte.

9. Circa la seconda domanda: l’offertorio è il momento della preparazione o presentazione dell’offerta.
L’offerta nostra insieme a quella di Cristo Cristo viene fatta con la consacrazione ed è espressa esplicitamente dopo la consacrazione.

10. Ecco che cosa dice San Tommaso: “Nell’oblazione ci sono due momenti: la lode da parte del popolo nel canto dell’offertorio, per indicare la gioia degli offerenti, e l’orazione da parte del sacerdote che prega perché l’oblazione del popolo sia accetta a Dio. Questi infatti furono i sentimenti espressi da David: “Con semplicità di cuore e con gioia io ti ho offerto tutte queste cose, e ho visto il popolo qui radunato offrirti i suoi doni con grande letizia”; e pregava dicendo: “Signore Dio, mantieni sempre in essi questa disposizione d’animo”” (Somma teologica, III, 83, 4).
Dopo la consacrazione il sacerdote “supplica che il sacrificio compiuto sia accetto a Dio: “Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno… ecc.”” (Ib.).

11. Nella preghiera eucaristica III l’offerta viene espressa con le seguenti parole proferite popola consacrazione: “Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito.
Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito…”.

1. Da quanto mi dici  nella celebrazione neocatecumenale l’offertorio viene quasi passato inosservato.
Giovanni Paolo II in Dominicae cenae invece ne ricorda il significato: “Ne consegue che il celebrante è, come ministro di quel sacrificio, l’autentico sacerdote, operante – in virtù del potere specifico della sacra ordinazione – l’atto sacrificale che riporta gli esseri a Dio.
Tutti coloro invece che partecipano all’eucaristia, senza sacrificare come lui, offrono con lui, in virtù del sacerdozio comune, i loro propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, sin dal momento della loro presentazione all’altare.
Questo atto liturgico, infatti, solennizzato da quasi tutte le liturgie, «ha il suo valore e il suo significato spirituale».
Il pane e il vino diventano, in certo senso, simbolo di tutto ciò che l’assemblea eucaristica porta, da sé, in offerta a Dio, e offre in spirito.
È importante che questo primo momento della liturgia eucaristica, nel senso stretto, trovi la sua espressione nel comportamento dei partecipanti.
A ciò corrisponde la cosiddetta processione con i doni, prevista dalla recente riforma liturgica e accompagnata, secondo l’antica tradizione, da un salmo o un canto.
È necessario un certo spazio di tempo affinché tutti possano prendere coscienza di quell’atto, espresso contemporaneamente dalle parole del celebrante” (DC, 9).

Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di ricordare verità importanti della nostra fede cristiana.
Volentieri ricorderò te, tua moglie e il tuo carissimo primogenito nella Messa si questa sera.
Intanto vi auguro ogni bene e vi benedico.
Padre Angelo

p.s.: sono contento di ricevere gli auguri del carissimo Padre Enrico Nicoletti, del quale conservo un grato ricordo non solo per averlo avuto compagno di alcuni corsi di studio ma anche per il periodo preparatorio alla mia ordinazione sacerdotale ospitandomi nel convento di Venezia.
Ti prego di ricambiarli di cuore.