Quesito

Salve Padre Angelo,
Le porgo un’altra domanda:
volevo chiederLe perché i preti non si possono sposare?
Grazie di vero cuore.
La abbraccio e La saluto cordialmente.
a presto.
Teo.


Risposta del sacerdote

Caro Teo,
1. La Divina Rivelazione non lega le due realtà del sacerdozio e del celibato in modo essenziale ed impositivo.
La Chiesa orientale cattolica continua a ordinare sacerdoti uomini sposati. Tuttavia anch’essa tiene il celibato in grande onore: lo richiede per l’episcopato e numerosi presbiteri lo scelgono liberamente.
Nella Chiesa latina la stima per il celibato poco per volta crebbe a tal punto che dal secolo IV è praticamente connesso con il sacerdozio.
Scrive il biblista Ignace de la Potterie: “C’è un accordo generale tra gli studiosi per dire che l’obbligo del celibato o almeno della continenza è diventato legge canonica fin dal IV secolo…
Ma è importante osservare che i legislatori del IV o V secolo affermavano che questa disposizione canonica era fondata su una tradizione apostolica. Diceva per esempio il Concilio di Cartagine (del 390): Conviene che quelli che sono al servizio dei divini misteri siano perfettamente continenti affinché ciò che hanno insegnato gli apostoli e ha mantenuto l’antichità stessa, lo osserviamo anche noi” (I. De La Potterie, Il fondamento biblico del celibato sacerdotale, in Solo per amore. Riflessioni sul celibato sacerdotale, pp. 14-13).

2. Il Concilio Vaticano II ha mantenuto questa prassi perché c’è uno stretto legame tra celibato e Regno di Dio: il celibato è un segno che annuncia in modo radioso il Regno di Dio, un inizio di vita nuova, al cui servizio il ministro della Chiesa viene consacrato (Presbyterorum ordinis 16).

3. Le motivazioni teologiche che si portano a favore del celibato sono le seguenti:
– l’ordine sacro imprime nel fedele un sigillo (carattere) che trasforma ontologicamente il sacerdote, lo conforma a Cristo e instaura una particolare relazione con lui. Il sacerdote è a disposizione totale di Cristo, gli appartiene. “Ne costituì Dodici che stessero con lui” (Mc 3,14).
– tenendo presente il particolare posto che il sacerdozio occupa nella Chiesa, sembra del tutto coerente che colui che rappresenta Cristo Sacerdote che si offre al Padre per dare la vita per la Chiesa, ripeta anche la condizione celibataria di Cristo. Il sacerdote pertanto vive per la Chiesa, facendo di se stesso un’offerta viva a Dio per i propri fedeli.
– è conveniente che il sacerdote, che predica con autorità il Vangelo, sia anche il primo farne proprie le indicazioni esistenziali più radicali. Come potrebbe il sacerdote esortare gli altri a lasciare tutto per seguire Cristo povero, casto e obbediente se lui per primo non ne desse testimonianza?
– vi sono infine altre motivazioni derivate, come la maggiore disponibilità per i fratelli, la maggiore libertà d’azione e la dedizione totale a Dio tipica delle persone che vivono nella verginità. Dice San Paolo: “Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore” (1 Cor 7,32) e stare “uniti al Signore senza distrazioni” (1 Cor 7,35).

4. Benedetto XVI, il 22-12-2006, in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana ha espresso così il suo pensiero a favore del celibato sacerdotale:
“Paolo chiama Timoteo – e in lui il vescovo e, in genere, il sacerdote uomo di Dio (1 Tm 6,11). È questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente in un versetto di un salmo sacerdotale che noi – la vecchia generazione – abbiamo pronunciato durante l’ammissione allo stato chiericale: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita» (Sal 16,5). …
Dopo la presa di possesso della Terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione della Terra Santa e con ciò prende parte al dono promesso al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi (che è la tribù sacerdotale) non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso.
La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria dell’esistenza ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: «Dominus pars hereditatis meae et calicis mei» (Il Signore è la mia porzione di eredità e il mio calice). Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza.
… Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l’umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la «terra», sulla quale tutto questo può stare e prosperare.
… Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini”.

Ti ringrazio del quesito, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo