Matrimonio, vita futura, verginità

Trascriviamo il contenuto di una email pervenuta al nostro sito e la relativa risposta di Padre Angelo.

Caro Padre Angelo,
mi chiamo Maria, sono una terziaria, e sono venuta a conoscenza di questo sito per caso e da pochissimo tempo.

Dopo aver letto alcune interessanti domande e le relative esaurienti risposte pubblicate in questo spazio, desidererei anch’io intervenire per chiedere delucidazioni riguardo al passo del Vangelo di Luca 20,27.
In questo passo Gesù accoglie la provocazione dei sadducei sulla risurrezione dei corpi, e conclude con queste parole:
“I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.” Da qui partono le mie riflessioni che, precisiamo, esulano il rapporto teologico-ecclesiale uomo/donna – marito/moglie qui sulla terra, e cioè non riguardano la nostra attività terrena, piuttosto quella spirituale, affinché nel dipanarsi del tempo ognuno di noi possa trasformarsi ed avvicinarsi già da ora qui sulla terra a quelle creature angeliche la cui vita è un puro donarsi a Dio, un donarsi a Dio nella conoscenza, nell’amore e nel servizio.
Dunque, questa vedova risposata molte volte, di chi sarà moglie nella risurrezione? Gesù ci dice di nessuno. Qui sulla terra dunque c’è la legge di Mosè che ci indica il modo concreto e corretto di realizzare la volontà di Dio, compresa l’ammissione di ulteriori matrimoni in caso di vedovanza, e Gesù dall’ altra parte ci parla di una risurrezione dove non c’è più possesso e appartenenza simile allo stato coniugale, ma dove tutti siamo pienamente disponibili al servizio di Dio. Ma sappiamo anche che il Regno di Dio non è solo in cielo, ma è già qui in mezzo a noi, come è qui in mezzo a noi il Padre, e a noi dunque spetta il compito di custodire e far crescere quel granellino di senape. Ora, Gesù ci esorta ad essere fin da ora perfetti come lo è il Padre nostro che è nei cieli, e dato che il Padre creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza, maschio e femmina lo creò, ecco che io credo non possiamo aspirare a questo traguardo se pretendiamo di camminare da soli. Nella visione di Dio “il solo” non esiste, non è contemplato, e questo non riguarda solo la riproduzione procreativa, ma riguarda anche e soprattutto lo spirito. Il “solo” come persona al cospetto di Dio non esiste, esiste solo la coppia come “individuo” che si affaccia sulla Creazione. Questo ci dice la Genesi.
Ecco, riflettevo su questo punto oggi ancor più di ieri, dopo aver letto la “Deus caritas est” in cui il Papa evoca il mito platonico dell’andogino:
“Il racconto biblico della creazione parla della solitudine del primo uomo, Adamo, al quale Dio vuole affiancare un aiuto. Fra tutte le creature, nessuna può essere per l’uomo quell’aiuto di cui ha bisogno, sebbene a tutte le bestie selvatiche e a tutti gli uccelli egli abbia dato un nome, integrandoli così nel contesto della sua vita. Allora, da una costola dell’uomo, Dio plasma la donna. Ora Adamo trova l’aiuto di cui ha bisogno: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2, 23). È possibile vedere sullo sfondo di questo racconto concezioni quali appaiono, per esempio, anche nel mito riferito da Platone, secondo cui l’uomo originariamente era sferico, perché completo in se stesso ed autosufficiente. Ma, come punizione per la sua superbia, venne da Zeus dimezzato, così che ora sempre anela all’altra sua metà ed è in cammino verso di essa per ritrovare la sua interezza. Nel racconto biblico non si parla di punizione; l’idea però che l’uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell’altro la parte integrante per la sua interezza, l’idea cioè che egli solo nella comunione con l’altro sesso possa diventare « completo », è senz’altro presente.”

La mia domanda è questa: sappiamo che la novità cristiana consiste nella relazione individuale e personale di figlio nei riguardi del Padre, come figlio di Dio, ed è certamente una relazione esclusiva e più diretta del figlio che si relazione all’altro suo simile. Mi spiego meglio: nel parlare di moglie-marito, padre-madre, fratello-sorella, si sta vedendo tutto in relazione all’altro, mentre, come dicevo prima, la relazione di figlio-figlia di Dio è più diretta, più immediata, ed è certamente la novità cristiana. Ora, se noi in questa visione cristiana della nostra relazione personale con Dio soprassediamo sulla questione della dimensione antropologica del maschio e femmina, possiamo aspirare e tendere a quel Dio che non ci ha certo creato singolarmente “completi”? se al Suo cospetto esiste solo la coppia come “individuo”, possiamo noi tenderGli in solitudine? Oppure è vero che la comunione con l’altro sesso, affinché il nostro essere maturi nella sua interezza e sia capace di produrre vita (sia essa biologica che spirituale) ed essere finalmente Sua immagine attraverso la complementarietà originaria, non solo vale per l’aspetto biologico dell’essere umano, ma anche per l’aspetto spirituale?
Tenuto anche conto che la formazione dell’essere femminile esula, in un certo senso, dalla riproduzione sessuale, poiché è intrinseca alla natura stessa dell’uomo. Cioè, il concetto di “donna” è nel concetto di “uomo” come una potenzialità latente, che, ad un certo punto, quasi per necessità, viene alla luce, diventando atto. Seguendo l’ontologia di Tommaso potremmo ricordare il principio d’individuazione che è riposto nella materia signata quantitate, ossia nella materia contrassegnata da precise dimensioni che viene ad esistere. Ma l’essenza di una cosa, e in questo caso dell’uomo, è distinta dalla sua esistenza. L’essenza di una cosa di per sè non implica necessariamente l’esistenza in atto di tale cosa. Questa esistenza in atto è la realizzazione compiuta dell’essenza di una cosa, perciò, rispetto all’essere, l’essenza è soltanto potenza. L’essenza è soltanto in potenza rispetto all’esistenza, mentre l’esistenza è atto dell’essenza. Il passaggio dall’essenza all’esistenza si configura appunto come passaggio dalla potenza all’atto. Questo ce lo dice la genetica con i cromosomi xx e xy, e la Scrittura con la costola di Adamo.
Spero di essere stata in grado di porre in maniera chiara la mia domanda.
Già da ora le porgo i miei ringraziamenti per l’attenzione.
Cordialmente,

Maria Rubini


Risposta del sacerdote.

Cara Maria,
ringrazio anzitutto il Signore che ti ha dato l’opportunità di trovare per caso il nostro sito.
Giovanni Paolo II diceva che, quando si guardano le cose dal versante di Dio, il caso non esiste.
Sono convinto che il santo Padre Domenico, che ha un amore di predilezione per i terziari, ti abbia guidato verso di noi.
Vengo dunque alle tue domande.

Dici: “Dunque, questa vedova risposata molte volte, di chi sarà moglie nella risurrezione? Gesù ci dice di nessuno”.
Risposta: Non sarà sposa di nessun uomo, senz’altro, perché il matrimonio è nell’ordine dei mezzi e appartiene alle realtà di questo mondo.
Ma il matrimonio di qua è come una specie di preparazione di altre nozze che celebreremo nell’eternità.
Mi vengono alla mente le parole che santa Caterina da Siena disse a Nicolò di Tuldo che stava per essere decapitato, quando prese la sua testa nelle mani: “Giù, alle nozze, fratello mio dolce, che tosto giungerai alla vita durabile”.
Caterina era persuasa che Nicolò stava andando a nozze.
È il pensiero di san Giovanni nell’Apocalisse: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente. Allora l’angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!»” (Ap 19,7-8).

Dici ancora: “se al Suo cospetto esiste solo la coppia come “individuo”, possiamo noi tenderGli in solitudine? Oppure è vero che la comunione con l’altro sesso… non solo vale per l’aspetto biologico dell’essere umano, ma anche per l’aspetto spirituale?”.
Risposta: è vero che non si può vivere “in solitudine”.
Giovanni Paolo II diceva che l’uomo non può vivere senza amore. Non può vivere se non con qualcuno, anzi per qualcuno!
Se Dio è Amore, e noi siamo fatti a immagine e somiglianza sua, anche noi non possiamo vivere senza amore, senza donarlo e senza riceverlo.
E la strada ordinaria per vivere tutto questo è il matrimonio.
Dici bene quando affermi che siamo relazionati al Padre come figli. Ma l’essere suoi figli si realizza sempre nella comunione sponsale.
Ordinariamente le persone umane realizzano la loro vocazione sposale nel matrimonio, e attraverso di esso tendono alle nozze eterne.
Ma alcune persone sono chiamate da Cristo a vivere anticipatamente le nozze eterne e a rendere visibili col loro comportamento la dimensione escatologica della vita umana, quella dimensione nella quale non si prende né moglie né marito perché Dio basta. È lo stato di castità o verginità consacrata.
Ma quelli che vivono nella castità o verginità consacrata non vivono in solitudine, anche se per alcuni di loro materialmente avviene proprio così.
Chi vive nella castità o verginità consacrata tralascia il segno (il matrimonio) e va direttamente alla realtà: per dirla con san Paolo si preoccupa delle cose del Signore (1 Cor 7,32) e sta unito a Lui senza distrazioni (1 Cor 7,35).
Nello stesso tempo si fa “tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,22).
In tal modo i due carismi, quello del matrimonio e della castità consacrata, si richiamano a vicenda.
I consacrati, vivendo anticipatamente le nozze eterne, col loro comportamento ricordano agli sposati che le nozze temporali sono nell’ordine dei mezzi e che di loro natura sono ordinate a preparare le nozze eterne.
Le persone sposate a loro volta ricordano ai consacrati che non sono chiamati a vivere in solitudine, ma in comunione, anzi in uno sposalizio col Signore nel quale si è chiamati dalle vicende della vita a donarsi sempre in totalità, senza riservarsi nulla.
Il Papa in Deus charitas est non è entrato nel campo della reciprocità dei carismi.

Infine scrivi: “Tenuto anche conto che la formazione dell’essere femminile esula, in un certo senso, dalla riproduzione sessuale, poiché è intrinseca alla natura stessa dell’uomo. Cioè, il concetto di “donna” è nel concetto di “uomo” come una potenzialità latente, che, ad un certo punto, quasi per necessità, viene alla luce, diventando atto”.
Qui, cara Maria, sei troppo stringata nel tuo dire e fatico a seguirti.
Quando dici che “il concetto di “donna” è nel concetto di “uomo” come una potenzialità latente”, intendi “uomo” come specie o come maschio?
Nel primo caso, sono d’accordo. Allora tanto la mascolinità quanto la femminilità sono latenti nel concetto di persona umana.
Nel secondo caso, evidentemente non potrei seguirti, perché la mascolinità non ha niente di più della femminilità, e viceversa. Che la donna sia stata tratta dalla costola di Adamo è solo un racconto e vuol dire che è della medesima natura e dignità del maschio, come già rilevava sant’Agostino.

Ti ringrazio per la stima e l’attenzione.
Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo


Scrivete un’email a P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale

Da qui accedete all’apposita sezione sul forum

Torna alla sezione “un sacerdote risponde”