Quesito

Gentile padre Angelo,
ho sentito dire che uno degli effetti più deleteri del peccato è quello di far perdere la fiducia in se stessi e nel Signore.
Capita infatti che molti fedeli, quando si accorgono di aver sbagliato, soffrono molto e si pentono per i loro errori (e questo è bene). Tuttavia a volte il senso di dolore non viene estirpato dai cuori e grava come una cappa su chi ha commesso l’errore. La confessione non libera l’uomo dal suo peccato e non rende la sua anima più bianca della neve? Eppure a volte soffriamo ancora, non riusciamo ad essere splendenti di gioia nonostante il perdono ricevuto. Questo non è un brutto errore? Non si dovrebbe essere felici e rendere grazie a Dio della Grazia del perdono? Gesù non fu felice di vedere il malato guarito tornare a Lui a ringraziarlo? Il banchetto del padre del “figliol prodigo” non rappresenta la gioia che segue il perdono?
Buona giornata e felice vita


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. non ogni peccato fa perdere fiducia in se stessi e nel Signore.

2. Tra le guarigioni fisiche operate da Gesù e quelle spirituali attuate nel sacramento della Riconciliazione o penitenza vi sono delle profonde somiglianze, ma non sono del tutto uguali.
Nel primo caso (malattia fisica) la guarigione avveniva totale e istantanea.
La malattia, inoltre, non dipendeva dalla volontà dei singoli. La sua guarigione era miracolosa.
Nel secondo caso si viene guariti per quanto riguarda la grazia, che è una amicizia di ordine soprannaturale col Signore. Anche dopo la riconciliazione, rimane la consapevolezza di aver offeso il Signore. Sicché, sebbene ci si ritrovi contenti perché si è ritrovata la grazia e si è avvertito l’abbraccio tenerissimo del Padre, si avverte anche con una certa tristezza spirituale. Inoltre la grazia che viene donata nel sacramento rinforza e purifica il pentimento che ci ha portato alla confessione. E questo pentimento è una tristezza spirituale.
Tra le due guarigioni vi sono delle forti analogie. Ma non sono la stesa cosa.

3. Va ricordato anche che dopo il Sacramento, sebbene riconciliati, rimangono in noi le inclinazioni al male, le predisposizioni al peccato.
Giovanni Paolo II ricordava che “anche dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza” (Reconciliatio et Paenitentia 31,III).
Si esce guariti dal confessionale, ma non del tutto. E proprio questa consapevolezza porta ad essere contenti, sì, ma non baldanzosi. Si sa che il male è ancora accovacciato accanto alla nostra porta.

4. Il figliol prodigo certamente è stato contentissimo dell’accoglienza che gli ha fatto il padre.
Ma non credi che insieme alla gioia abbia avvertito in maniera ancor più profonda il senso del peccato commesso? Questa tristezza spirituale deve essere stato uno stimolo a conservarsi umile e ad essere pronto a vivere le eventuali contrarietà della vita in atteggiamento di espiazione.

5. La confessione libera, certo, l’uomo dal suo peccato e rende la sua anima più bianca della neve. Eppure insieme alla gioia per il perdono ricevuto si mescola anche una salutare tristezza spirituale, per la quale si detesta il peccato e si vorrebbe non averlo commesso, perché è stato il motivo della rinnovata crocifissione del Signore.

Auguro anche a te buona giornata e felice vita.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo