Quesito

Caro Padre Angelo
una domanda di patrologia e storia della Chiesa insieme.
Come erano vissuti i sacramenti dell’iniziazione cristiana nei primi cinque secoli della Chiesa e come li ha espressi la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.
Quali gli aspetti in comune, quali ancora le divergenze?
La ringrazio per la risposta, la seguo nelle preghiere.
Dio la Benedica,
Matteo


Risposta del sacerdote

Caro Matteo,
in questa terza puntata ti parlo dell’Eucaristia, come è stata recepita e praticata nella Chiesa primitiva e come viene celebrata oggi.
Non tratto di tutti riti della Messa, perché non si finirebbe più, ma solo di alcuni punti, i principali, che indubbiamente interessano.
Intanto devo ricordare che Gesù annunziò questo sacramento quando disse: “Il pane che io darò è la mia carne, per la salvezza del mondo… Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,52ss).
Poi, alcune ore prima della Passione, egli procedette all’istituzione propriamente detta, trasformando, in virtù delle sue parole, il pane ed il vino nel suo corpo e sangue, distribuendoli ai suoi apostoli e dicendo loro di ripetere in avvenire quel rito in sua memoria.

Non tratto di tutti riti della Messa, perché non si finirebbe più, ma solo di alcuni punti, i principali, che indubbiamente interessano.
Intanto devo ricordare che Gesù annunziò questo sacramento quando disse: “Il pane che io darò è la mia carne, per la salvezza del mondo… Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,52ss).
Poi, alcune ore prima della Passione, egli procedette all’istituzione propriamente detta, trasformando, in virtù delle sue parole, il pane ed il vino nel suo corpo e sangue, distribuendoli ai suoi apostoli e dicendo loro di ripetere in avvenire quel rito in sua memoria.

1. La materia dell’eucaristia e la sua oblazione nell’antica liturgia
Già anticamente la Messa consisteva in due parti (o mense): la liturgia della parola e quella del sacrificio.
Alla liturgia della parola potevano assistere anche i catecumeni, poi uscivano.
Quindi si iniziava la celebrazione del Santo sacrificio.
Il rito primitivo di questa parte della messa consisteva nell’offerta dei doni, che servivano al vescovo (o al sacerdote) per compiere il sacrificio e permettevano ai fedeli di parteciparvi: doni consistenti nel pane e nel vino. Mentre si cantava un salmo i fedeli si presentavano con la loro offerta. Prima venivano gli uomini, poi le donne e il vescovo riceveva queste oblazioni.
Il pane veniva raccolto su grandi piatti, detti patina, e posteriormente patena (la patena attuale ne è l’esatta riproduzione in piccolo), e poi su una bianca tovaglia tenuta dagli accoliti. Il vino veniva versato dentro uno o più calici, recati dai suddiaconi. Anche questi calici erano di grandi dimensioni ed avevano dei manici, che permettevano di portarli agevolmente e di distribuire più facilmente il prezioso sangue nel tempo in cui ci si comunicava sotto le due specie.
Terminata l’oblazione, il vescovo si lavava le mani e recatosi all’altare diceva una preghiera.

2. La trasformazione dell’offertorio
Queste offerte in natura furono in uso per lungo tempo, ma finirono con lo scomparire verso il secolo IX. I sacerdoti preferivano offrire sull’altare dei pani migliori di quelli recati da coloro che partecipavano alla messa, e lo stesso per il vino, che fino allora risultava prodotto con vari tipi di vino mescolati insieme.
Inoltre i fedeli avevano preso l’abitudine poco a poco di fare al clero dei doni, quale compenso per il servizio liturgico. Da allora parve superfluo raccogliere durante la messa il materiale necessario per il sacrificio e la comunione. Ma due tracce sono rimaste degli antichi riti: l’offerta del pane benedetto, che ha luogo proprio all’offertorio e la questua, che si fa a questo punto della messa.
La Chiesa resistette per diversi secoli a questa trasformazione della offerta liturgica. Ma fin dall’VIII secolo i cristiani incominciarono a consegnare al sacerdote, al momento dell’offertorio, delle elemosine in denaro in sostituzione del pane e del vino. Quest’usanza fu combattuta dalla Chiesa fino al XII secolo.
Oggi la Riforma liturgica ha ripristinato almeno per le messe più solenni il rito dell’offerta da parte dei fedeli.

3. La questione del pane azzimo
La maggior parte delle Chiese d’Oriente si serve del pane lievitato, mentre nella Chiesa latina è obbligatorio il pane azzimo. Notiamo intanto che sia l’una che l’altra Chiesa riconosce la validità della consacrazione.
Si tratta dunque solo di una questione disciplinare.

4. La consacrazione
La trasformazione (transustanziazione) del pane e del vino segue l’offertorio. Essa viene operata, come alla Cena, dalle stesse parole di Cristo: “Questo è il mio corpo”, “questo è il calice del mio sangue…”, che il sacerdote ripete in persona Christi.
Questo rito della consacrazione, e particolarmente le parole che lo compiono, costituisce, fra tutte le formule sacramentali, ciò che i cristiani dei primi secoli hanno circondato di maggior rispetto ed hanno tenuto più segreto, come del resto facevano per un certo numero di articoli di fede o di disciplina religiosa: o evitavano di parlarne, oppure lo facevano in termini velati e comprensibili solo agli iniziati.

5. Il rito della comunione
Fino al VII secolo all’incirca, tanto in Oriente che in Occidente, la comunione si distribuiva alla messa nel modo seguente: il celebrante, diceva ad alta voce: “Ai santi le cose sante” (Sancta sanctis). Si dava in questo modo l’avviso che dovevano accostarsi soltanto coloro che avevano la coscienza pura. La frazione del pane, operazione necessaria in vista della comunione, aveva luogo a questo punto. Quindi il vescovo si comunicava; dopo di lui i sacerdoti, i diaconi, i suddiaconi, i chierici. Poi le diaconesse, le vergini consacrate a Dio, i bambini e infine il popolo: prima gli uomini, poi le donne.
Esisteva così un certo ordine di precedenza.
A parte i sacerdoti, che si comunicavano da loro, tutti gli altri ricevevano il pane consacrato dalle mani del celebrante, il quale ad ognuno diceva questa semplice frase: “Il corpo di Cristo”. E il fedele rispondeva: “Amen”, manifestando così la sua fede nella presenza reale.
Subito dopo, il diacono gli accostava il calice dicendo: “Il sangue di Cristo, calice di vita”; e il fedele rispondeva: “Amen”, e beveva un poco del prezioso sangue.
Verso il VII-VIII secolo, la formula mutò per ridursi poco a poco a quella usata prima della riforma voluta dal Vaticano II: “Il corpo del Nostro Signor Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen”. Questa formula è riferita quasi testualmente dal biografo di San Gregorio Magno.
Durante la distribuzione della comunione fu usanza generale, almeno a partire dal IV secolo, di cantare il salmo 38, Benedirò il Signore in ogni tempo, perfettamente intonato all’eucaristia, con il suo versetto che si ripeteva in forma d’antifona: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”.
Molto a lungo si mantenne quest’uso, ma arrivò il giorno in cui si sentì il bisogno di variare i salmi della comunione. Poi come avvenne per l’introito e il salmo scomparve, e venne conservata soltanto la sua antifona, soprattutto perché venne a diminuire il numero delle comunioni.

6. Il luogo e l’atteggiamento della Comunione
Nella Chiesa di Roma, il celebrante (il vescovo) ed i sacerdoti si comunicavano allo stesso altare, gli altri chierici nel presbiterio, i fedeli fuori del presbitero, salvo i sovrani, che erano ammessi a comunicarsi, come anche a fare l’offerta, nello stesso presbitero. Ma nella Chiesa di Roma si seguiva pure un’altra usanza: i fedeli rimanevano al loro posto e il sacerdote e il diacono si recavano presso di loro per amministrare la comunione. Altrove, in Africa per esempio, si accostavano alla balaustra, che separava il presbitero dal resto della chiesa. In Francia si era meno riservati: i laici, uomini e donne, penetravano nel presbitero per comunicarsi.
La comunione si riceveva in piedi, come hanno continuato a fare i Greci, più fedeli, su questo punto, come in molti altri, all’antica disciplina. Questa posizione era considerata come quella del rispetto ed anche della gioia, posizione che si manteneva durante le preghiere alla domenica e nel tempo pasquale.
Successivamente nella Chiesa latina subentrò la prassi di riceverla in ginocchio in segno di adorazione
Oggi è lasciato alla libertà dei fedeli. Ma, tolte le balaustre, diventa disagevole ricevere la Santa Comunione in ginocchio. La Chiesa, quando si riceve la Comunione in piedi, chiede un segno di riverenza.
Gli uomini ricevevano l’ostia nella palma della mano destra, sostenuta dalla sinistra, postavi sotto e se la recavano essi stessi alla bocca. Così pure facevano le donne, ma esse avevano la mano coperta d’un pannolino detto dominicale, che esse portavano con sé a questo scopo. Così si fece tanto in Oriente che in Occidente durante i primi sei o sette secoli.
Essendosi introdotti degli abusi, si giunse alla pratica di deporre il pane consacrato direttamente in bocca.
Oggi la Chiesa dà la possibilità di riceverla direttamente in bocca oppure sulla mano, come nell’antico rito.

7. La comunione sotto le due specie
Applicando alla lettera il precetto di Nostro Signore, che aveva detto di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, i fedeli dei primi secoli si comunicavano sotto le due specie. Dopo aver ricevuto l’ostia, si presentavano davanti al diacono, il quale presentava loro il calice, ed essi vi bevevano uno dopo l’altro.
Questa maniera, la più semplice, di bere il prezioso sangue, offriva evidentemente degli inconvenienti e soprattutto il pericolo di lasciar cadere qualche goccia.
Per evitare questo, in certi luoghi, per esempio a Roma, si succhiava il vino dal calice, servendosi di una cannuccia.
Venne pure usato un altro metodo: il sacerdote intingeva il pane nel calice e lo poneva così nella bocca del comunicando. Questo il rito rimasto in uso nella Chiesa d’oriente è passato dopo la riforma del Vaticano II anche in occidente.
Verso l’inizio del secolo XII andò gradualmente cessando in Occidente l’uso di comunicarsi sotto le due specie. Diversi motivi hanno suggerito questo nuovo cambiamento: la difficoltà di procurare il vino in sufficiente quantità in certi paesi e il pericolo di profanazione. A questi motivi pratici bisogna aggiungerne un altro: i fedeli avevano sempre più coscienza di ricevere pienamente Gesù Cristo, tanto sotto una sola, come sotto tutte e due le specie, avendo la Chiesa, anche nei secoli precedenti, ammesso in certi casi la comunione sotto una sola specie (comunione degli assenti, dei malati, dei bambini).
Per eliminare ogni incertezza al riguardo, il concilio di Costanza (1415) ordinò che i sacerdoti solamente si comunicassero sotto le due specie, e i laici sotto le specie del pane soltanto.

8. La comunione degli assenti e dei malati
L’uso ammesso per secoli, per cui i laici ricevevano il pane eucaristico nelle loro mani, non derivava solo dal desiderio di riprodurre ciò che Cristo aveva fatto con gli apostoli, ma anche dal fatto che ai fedeli fu permesso per molto tempo di portarsi a casa una frazione di pane consacrato e di comunicarsene nei giorni seguenti.
Tale usanza si giustificava in pieno nei tempi di persecuzione, o anche quando si abitava lontano da una città e non ci si poteva recare alla messa, che veniva celebrata solo nelle domeniche o nei giorni di festa.
Questo uso scomparve sempre più dopo le persecuzioni.
In seguito lo si trova solo nella storia dei monaci del deserto, i quali vivendo solitari e non riunendosi che raramente per la messa, conservavano nel loro eremitaggio il pane consacrato per la comunione.
Se era lecito portare con sé le sacre specie per la propria devozione privata, tanto più era permesso recarle agli altri, e in particolare agli ammalati. La comunione degli ammalati a domicilio fu sempre considerata come un caso normale.
Ma la Chiesa considerò un abuso che fossero i laici a portare l’eucaristia ai malati. Per molto tempo essa permise tale ministero agli accoliti (ricordiamo per esempio il caso del giovane Tarcisio) o meglio ancora ai diaconi. Finì però col riservarlo ai soli sacerdoti. Oggi invece lo concede a tutti i ministri straordinari, uomini o donne.
Quando la comunione veniva portata ad un malato, la si faceva d’ordinario sotto una sola specie, e per lo più sotto la specie del pane, essendo più agevole a trasportarsi. In certi casi, però, se il malato non poteva prendere alcun nutrimento solido, gli si portava solo il sangue prezioso.

9. L’età richiesta per la comunione
Essendo un sacramento dell’iniziazione cristiana, la santa comunione veniva fatta subito dopo aver ricevuto il battesimo e la cresima. La questione dell’età dunque non si poneva neppure, sia che si trattasse d’un adulto o anche solo d’un bimbo non ancora svezzato.
Quest’usanza si è conservata intatta nella Chiesa d’Oriente.
Nella liturgia dei primi secoli, quando i bambini erano troppo piccoli ed era rischioso o difficoltoso inghiottire una porzione dell’ostia, si dava loro la comunione sotto la sola specie del vino.
Anche in seguito i bambini continuavano a comunicarsi. In certi luoghi dopo che s’erano comunicati i fedeli, si facevano accostare alcuni fanciulli, e si dava loro quello che restava. Questa usanza si conservò in Francia sino al tempo di Carlomagno; ma scomparve in seguito, anzi, nel secolo XIII, in Francia, era vietato dare la comunione ai bambini sotto i sette anni.
Più tardi, in molti paesi, l’età per la prima comunione fu ancora ritardata fin verso i dodici anni, età in cui si presumeva che l’istruzione religiosa del fanciullo fosse completa.
Il decreto Quam singulari, sotto il pontificato di S. Pio X (1910), l’anticipò nuovamente all’età della ragione (verso i sei-sette anni).

10. La frequenza alla comunione
All’inizio dell’era cristiana, nei tempi apostolici, i fedeli riproducevano alla lettera la cerimonia della Cena del Signore: ogni volta che il vescovo li riuniva per consacrare il pane ed il vino secondo l’esempio del Maestro, ricevevano tutti la comunione, come avevano fatto gli apostoli nel Cenacolo.
Ancora nel II e III secolo vi sono testimonianze formali in favore della comunione frequente ed anche quotidiana. È l’epoca in cui era ammesso che si potessero portare in casa le sacre specie per comunicarsi nei giorni in cui non si poteva assistere alla divina liturgia.
All’inizio del secolo V si incomincia a delineare una nuova prassi. La Chiesa Occidentale rimane più fedele che quella Orientale alla comunione frequente. Ma ormai occorre sollecitare i fedeli. A Costantinopoli, già al tempo di San Giovanni Crisostomo, certi cristiani non si comunicavano più che una o due volte l’anno.
L’uso di accedere sempre più di rado alla comunione si va generalizzando prima in Oriente, verso il V secolo, poi in Occidente, nel secolo VI. I monaci stessi non sono esenti da questo rilassamento, e San Benedetto darà ai suoi religiosi la regola di comunicarsi ogni domenica o giorno di festa.

11. Il digiuno eucaristico
Per quanto riguarda la storia del digiuno eucaristico è noto che la regola non fu sempre eguale nella Chiesa. Al principio dell’era cristiana non ci si pensava neppure al digiuno: Nostro Signore aveva distribuito la comunione ai suoi apostoli alla fine d’una cena, ed è alla sera, spesso dopo il banchetto dell’agape, che i primi cristiani, riuniti attorno al vescovo, ricevevano il corpo ed il sangue del Salvatore.
Ma assai presto il digiuno, prima di fare la Santa Comunione, divenne pratica universale e fu reso obbligatorio nella Chiesa. Il digiuno eucaristico è già praticato fin dal tempo di Tertulliano e di San Cipriano, ed alla fine del IV secolo esso è già diventato legge.
Fino al 6.1.1953 era assoluto, dalla mezzanotte e comprendeva anche l’acqua. Dal 1964 è stata ridotto ad un’ora (è permessa l’acqua), e per i malati ad un quarto d’ora.

Eccomi giunto alla conclusione di questa lunga trattazione, che fornisce tante notizie utili.
Ti saluto, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo