Quesito

Caro Padre Angelo,
innanzitutto La ringrazio per il servizio che svolge; è veramente uno strumento prezioso nel chiarimento di molti dubbi che molti cristiani (e penso anche ai non cristiani) hanno per quanto riguarda la loro fede o la ricerca della verità. La sua rubrica la seguo tutti i giorni.
Fatta questa premessa, le espongo un problema che sicuramente Lei mi aiuterà a chiarire.
Riguarda la condizione dell’anima di Gesù quando era sulla terra. Noi sappiamo che Gesù era vero uomo e vero Dio; essendo vero uomo era composto di anima e di corpo; ma era anche vero Dio. La mia domanda è: la sua anima era, quindi, contemporaneamente sulla terra e in paradiso? Perchè se ciò non fosse vero, nel senso che la sua anima era solo sulla terra, allora, non era in paradiso; ma come è possibile che Dio non fosse in paradiso? E se la sua anima fosse stata solo in paradiso, allora, come poteva essere un vero uomo?
Mi scuso se sono stato lungo e magari anche poco chiaro e contorto nell’esporre i vari quesiti e in alcune conclusioni. Le sarei grato se mi facesse pervenire il suo parere in modo che mi possa chiarire questi dubbi perchè è un pò di tempo che mi passano per la testa questi pensieri e non sono sereno.
La ringrazio e Le chiedo di ricordarsi di me nelle sue preghiere.
Martino


Risposta del sacerdote

Caro Martino,
1. i grandi teologi si sono posti il tuo problema, sebbene in termini diversi. E hanno risposto che Gesù Cristo era simultaneamente viatore e comprensore (Somma teologica, I, 62, 9, ad 3).

2. Viatore significa che era soggetto a tutte le vicende della vita presente, compresa la sua passione e morte.
Comprensore significa che la sua anima godeva della visione beatifica. E la godeva in maniera infinitamente più perfetta di come la possano godere gli angeli e i santi in cielo.
San Tommaso scrive: “Si dice viatore chi tende alla beatitudine e comprensore chi l’ha già raggiunta, secondo l’esortazione di S. Paolo (1 Cor 9,24): «Correte in modo da la conquistare il premio»; e ancora (Fil 3,12): «Mi sforzo di correre per conquistarlo». (…)
Ora Cristo, prima della morte, con la sua intelligenza vedeva Dio e perfettamente, e così aveva la beatitudine propria dell’anima.
Ma quanto al resto la beatitudine gli mancava, poiché la sua anima era passibile e il corpo era passibile e mortale.
Quindi era comprensore quanto al possesso della beatitudine propria dell’anima, e insieme viatore in quanto tendeva alla beatitudine per ciò che di essa gli mancava” (Somma teologica, III,15,10)

3. I teologi distinguono nell’anima di Gesù la parte intellettiva e la parte che vivifica e guida il corpo.
La prima la chiamano anche la parte superiore dell’anima.
La seconda la chiamano la parte inferiore dell’anima.
Nella parte superiore Gesù godeva della visione beatifica e fruiva del gaudio del paradiso perché vedeva Dio direttamente.
Nella parte inferiore, che vivifica e guida il corpo, era soggetto a tutte le traversie umane.
Senti che cosa dice ancora San Tommaso: “Prima della morte Cristo era insieme viatore e comprensore.
E aveva le condizioni del viatore specialmente nel corpo passibile, le condizioni invece del comprensore particolarmente nell’anima intellettiva.
Ora, l’anima del comprensore si trova nella condizione di non essere soggetta al corpo in alcun modo, di non dipendere da esso e di comandarlo a suo piacere, per cui dopo la risurrezione la gloria dell’anima ridonderà anche nel corpo.
Invece l’anima dell’uomo viatore ha bisogno di volgersi alle immagini per il fatto che risulta legata al corpo, e in qualche modo ad esso soggetta e da esso condizionata” (Somma teologica, III, 11, 2).

4. In quanto comprensore fruiva dunque del gaudio del paradiso in paradiso e godeva di una beatitudine infinitamente superiore a quelle degli angeli e dei santi messi insieme.
Questa beatitudine la teneva nella parte superiore dell’anima e non volle che vi fosse anche nella parte inferiore, perché diversamente col suo corpo non avrebbe più potuto compiere la nostra redenzione con la passione e la morte.
Volle che questa gloria si riverberasse in tutta la sua persona per un’ora soltanto sulla santa montagna quando si trasfigurò davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni.

5. I teologi spiegano la parte inferiore e la parte superiore dell’anima di Gesù con l’immagine delle nuvole che talvolta vediamo non sopra le montagne, ma a metà costa. Sopra le nuvole brilla il sole, sotto le nuvole vi può essere tempesta o nebbia.
Così in qualche modo anche nell’anima di Gesù.
Nella parte superiore c’era la gioia del paradiso, nella parte inferiore le sofferenze della passione
Giovanni Paolo II ha parlato di questo mistero nell’anima di Gesù nella Novo Millennio ineunte (6.1.2001): Scrive: “La tradizione teologica non ha evitato di chiedersi come potesse, Gesù, vivere insieme l’unione profonda col Padre, di sua natura fonte di gioia e di beatitudine, e l’agonia fino al grido dell’abbandono. La compresenza di queste due dimensioni apparentemente inconciliabili è in realtà radicata nella profondità insondabile dell’unione ipostatica.
Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la «teologia vissuta» dei santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come «notte oscura». Non rare volte i santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore. Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: «E l’anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l’unione e per l’affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l’immacolato Agnello, l’Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente» (n.78).
Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: «Nostro Signore nell’orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. E un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa» (Ultimi colloqui, quaderno giallo 6 luglio 1897). È una testimonianza illuminante! Del resto, la stessa narrazione degli Evangelisti dà fondamento a questa percezione ecclesiale della coscienza di Cristo, quando ricorda che, pur nel suo abisso di dolore, egli muore implorando il perdono per i suoi carnefici (cfr. Lc 23,34) ed esprimendo al Padre il suo estremo abbandono filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46)” (NMI 26-27).

Ti auguro di continuare a tenere fisso lo sguardo sull’anima di Gesù. È un paradiso anticipato e fonte di molte consolazioni.

Ti ringrazio della fedeltà con cui ci segui. Sono convinto anch’io, perché ho dati alla mano, che queste risposte giovano tanto ai credenti quanto a quelli che sono lontani e che sentono la nostalgia della casa paterna.
Ti assicuro volentieri la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo