Quesito
Carissimo Padre,
la preghiera di Colletta della liturgia odierna recita: “O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo come medicina dell’anima, fa’ che ci asteniamo da ogni peccato per avere la forza di osservare i comandamenti del tuo amore.”
Con tutto il rispetto possibile per l’autore liturgico, devo esternarLe il mio disagio. Per questo le chiedo dove nei Vangeli, negli Atti, nelle lettere apostoliche, Dio ordina la penitenza?
Io leggo una realtà completamente diversa di un Dio che spende tutto se stesso per la gioia e la felicità dell’opera delle sue mani.
La prima parte della preghiera di colletta era connaturale alla religiosità ebraica dei tempi di Gesù non alla religiosità della Nuova Alleanza.
L’evangelista Giovanni (Cap.15,11) ci dice che la volontà, il progetto divino è in queste parole di Gesù: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
E poi Gesù ci indica la via di questa gioia, non ordinando penitenza, ma ordinando: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12).
L’unico ordine di Gesù è quello di praticare l’amore reciproco fra gli uomini, dove non si parla neanche dell’amore di Dio.
I Cristiani sono figli della Buona Notizia, della Buona Novella, non gli eredi di una religiosità fondata sulla Torah, sul Talmud, sulle 613 mitzvòt ebraiche.
Gesù con il gesto di verità della lavanda dei piedi (specificazione del come io ho amato voi) ribalta totalmente l’idea di Dio, il modo stesso di concepirlo. Non un Dio che chiede sacrifici, penitenze, offerte, riti ecc. ecc. ma un Dio che è amore donato e che chiede solamente, esclusivamente agli uomini di imitarlo.
Tuo dev.mo Cesare
Risposta del sacerdote
Caro Cesare,
1. secondo la traduzione latina della Bibbia della Volgata le prime parole che escono dalla bocca di Giovanni Battista sono queste: “Poenientiam agite, apppropinquavit enim regnum coelorum” (Mt 3,2).
Quando Gesù inizia la sua predicazione, sulla sua bocca si trovano le medesime parole: “Poenientiam agite, apppropinquavit enim regnum coelorum” (Mt 4,17).
Nelle traduzioni italiane attuali è scomparso la dizione “fate penitenza”. È stato tradotto: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”.
La parola “convertitevi” rende meglio il termine greco “metanoéite”, che implica un cambiamento di mente, di cuore e di condotta.
Ma nel convertitevi è inclusa anche la penitenza.
2. Nel Dizionario di teologia biblica, curato da Xavier Leon-Dufour, alla voce penitenza, alla quale vengono dedicate ben otto fitte colonne, si leggono all’inizio queste parole: “Dio chiama gli uomini ad entrare in comunione con lui. Ma si tratta di uomini peccatori. Peccatori dalla nascita (Sal 51,7): per colpa del loro primo padre, il peccato è entrato nel mondo (Rm 5,12) e da allora abita nel più intimo del loro io (Rm 7,20).
Peccatori per colpevolezza personale, perché ognuno di essi, venduto al potere del peccato (Rm 7,14), ha accettato volontariamente questo giogo delle passioni peccaminose (cfr. Rm 7,5). La risposta alla chiamata di Dio esigerà quindi da essi, al punto di partenza, una conversione, e poi lungo tutta la vita, un atteggiamento penitente. Perciò la conversione e la penitenza occupano un posto considerevole nella rivelazione biblica”.
2. Il santo Papa Giovanni Paolo II nell’esortazione post sinodale Reconciliatio et penitenti scrive: “Il termine e il concetto stesso di penitenza sono assai complessi.
Se la colleghiamo alla metanoia, a cui si riferiscono i sinottici, allora la penitenza significa l’intimo cambiamento del cuore sotto l’influsso della parola di Dio e nella prospettiva del Regno.
Ma penitenza vuol dire anche cambiare la vita in coerenza col cambiamento del cuore, e in questo senso il fare penitenza si completa col fare degni frutti di penitenza: è tutta l’esistenza che diventa penitenziale, tesa cioè a un continuo cammino verso il meglio. Fare penitenza, però, è qualcosa di autentico ed efficace soltanto se si traduce in atti e gesti di penitenza.
In questo senso, penitenza significa, nel vocabolario cristiano teologico e spirituale, l’ascesi, vale a dire lo sforzo concreto e quotidiano dell’uomo, sorretto dalla grazia di Dio, per perdere la propria vita per Cristo, quale unico modo di guadagnarla;
per spogliarsi del vecchio uomo e rivestirsi del nuovo;
per superare in se stesso ciò che è carnale, affinché prevalga ciò che è spirituale;
per innalzarsi continuamente dalle cose di quaggiù a quelle di lassù, dove è Cristo.
La penitenza, pertanto, è la conversione che passa dal cuore alle opere e, quindi, all’intera vita del cristiano” (RP, 1).
3. Dobbiamo evitare pensare che il termine penitenza per il cristiano sia sinonimo di castigo.
In realtà si tratta di una particolare venatura del nostro amore per il Signore.
San Tommaso, dopo aver ricordato con la Sacra Scrittura che la carità copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4,8), scrive: “Qualcuno potrebbe osservare: se basta la carità a cancellare i peccati, non è più necessaria la penitenza. Si deve considerare, però, che nessuno ama sinceramente se non fa sincera penitenza (sed nullus vere diligit qui non vere poenitet). È evidente che quanto più amiamo una persona, tanto più ci dispiace di offenderla. E anche questo è un effetto della carità” (In duo praecepta caritatis et in decem legis praecepta expositio, n. 1146).
4. Per il cristiano pertanto, più che di penitenza, si tratta di amore penitente.
Anche a Santa Teresa d’Avila è del medesimo avviso quando dice che “non v’è morte più dura del pensiero di aver offeso il Signore” (Vita, 34,10).
In questo senso la tua affermazione è vera: Dio ci ha ordinato di amare.
Ma nell’amore di Dio c’è anche questa insopprimibile venatura.
5. Ma c’è un secondo motivo per cui la carità ha una intrinseca venatura penitente: essa è partecipazione dell’amore di Cristo, che ha provato un grandissimo dolore (contrizione) per il peccato.
San Tommaso dice che “Cristo soffriva non solo per la perdita della vita corporale, ma anche per i peccati di tutti. E il suo dolore superò tutto il dolore di qualsiasi penitente (Qui dolor in Christo excessit omnem dolorem cuiuslibet contriti). Sia perché derivava da una maggiore carità e sapienza, le quali direttamente accrescono il dolore, sia perché soffriva simultaneamente per i peccati di tutti, secondo le parole del profeta: Egli veramente ha preso su di sé i nostri dolori (Is 53,4)” (Somma teologica, III, 46, 6, ad 4).
6. Per questo l’amore penitente fa riferimento sia ai propri peccati che a quelli degli altri e spinge a completare nella propria carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24).
7. Nelle preghiere in preparazione alla Messa e nell’orazione che il Papa pronuncia prima della benedizione “urbi et orbi” insieme a “gioia e pace” vengono chieste all’onnipotente e misericordioso Signore “emendazione della vita, un cuore sempre penitente, uno spazio di tempo per fare una vera e fruttuosa penitenza” (“Gaudium cum pace, emendationem vitae, cor semper penitens, spatium verae et fructuosae poenitentiae, gratia et consolationem Sancti Spiritus, perseverantiam in bonis operibus tribuat nobis omnipotens et misericors Dominus”).
8. Infine va ricordato che nella celebrazione del sacramento della penitenza il sacerdote impone una penitenza al fedele.
È una grazia anche questa.
Giovanni Paolo II la spiega così: “Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato; nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione – che, pur conservando un carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto ciò che significano – vogliono dire alcune cose preziose:
1- esse sono il segno dell’impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel sacramento, di cominciare un’esistenza nuova (e perciò non dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione);
2- includono l’idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù che gli ha ottenuto il perdono;
3- ricordano anche che dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione” (RP 31,III).
Come vedi, mancherebbe qualcosa di molto importante alla nostra vita cristiana se mancasse questa venatura.
Con l’augurio che cresca sempre più in tutti noi, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
