Quesito

Rev. mo Padre,
cosa si intende per inabitazione della Trinità?
In attesa della sua risposta, la ringrazio di cuore.
Grazie ancora
Simone


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la Beata Elisabetta della Trinità (1880-1906), prima ancora di entrare come carmelitana nel monastero di Digione, confidò ad un’amica di sentire la presenza personale di Dio nel proprio cuore.
Con lei cominciò a domandarsi se Dio abitasse personalmente dentro di noi. Non venendone a capo, decisero di domandarlo al confessore.
Quel confessore era un domenicano P. Ireneo Vallé, priore dei domenicani della città.
Appena questi la confermò sulla realtà di quella presenza presentandole le motivazioni bibliche e dogmatiche, subito lei si slanciò verso il cielo come una freccia e si inabissò in Dio (m.m. philipon, La dottrina spirituale di suor Elisabetta della Trinità, pp. 35-36).
Confessò poi che in quel momento aveva un solo desiderio: che il domenicano che le stava di fronte tacesse, perché ormai disturbava il suo colloquio e la sua comunione con Dio.

2. La dottrina dell’inabitazione di Dio nelle anime dei giusti va al cuore della rivelazione cristiana.
Se gli dèi del paganesimo si manifestavano gelosi delle loro prerogative, a Dio piace rivelare se stesso, anzi, comunicare se stesso agli uomini e intrattenersi con loro come con amici.
Si tratta di una realtà bellissima, legata alla vita di grazia, ed è un vero anticipo di paradiso.
Juan Arintero, domenicano e grande maestro di vita spirituale, nota che c’è da stupirsi che questa realtà non abbia nell’annuncio cristiano la parte che merita.
Ma vediamo in che cosa consista e quali siano le premesse bibliche.

3. Secondo la Sacra Scrittura Dio è presente dappertutto.
Si legge nell’Antico Testamento: “Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti” (Sal 139,7-8).
S. Paolo testimonia questa verità all’areopago di Atene: “Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene… non è lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,24.27-28).
S. Tommaso, sintetizzando il pensiero comune, dice che Dio è presente in tutte le cose in tre maniere:
per la sua potenza, perché tutte, spirituali e materiali, gli sono sottomesse;
per la sua presenza o infinita conoscenza per cui tutto gli è costantemente presente, compresi i segreti dei cuori;
– e infine per la sua essenza, e cioè per la sua virtù creatrice e conservatrice, per mezzo della quale egli conserva ogni realtà nell’esistenza (S. Tommaso, Somma teologica, I, 8, 3).
Dio è così unito ad ogni realtà che, se cessasse la sua azione conservatrice, ogni creatura subito tornerebbe nel nulla da cui è stata tratta.
I teologi danno un unico nome a questa triplice presenza e la chiamano presenza di immensità per distinguerla da un’altra, nuova e di ordine soprannaturale, che si realizza nell’anima dei giusti, e alla quale viene dato il nome di inabitazione.

4. La Scrittura, già nell’Antico Testamento, accenna a questa nuova presenza là dove si dice che “la sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita un corpo schiavo del peccato” (Sap1,4) anche attraverso due eventi particolarmente significativi che la prefigurano: la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e il ruolo dello Spirito Santo.

5. Nel Nuovo Testamento l’inabitazione di Dio è legata alla presenza dello Spirito Santo in noi.
Lo Spirito Santo è Colui che riversa nei nostri cuori la carità, secondo la nota espressione paolina: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio (la carità) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).
E proprio in virtù della carità si attua un’intimità reciproca tra noi e Dio, come ricorda S. Giovanni quando dice: “chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (“qui manet in caritate, in Deo manet et Deus in eo”; 1 Gv 4,16).

6. Gesù richiama l’attenzione su questa realtà nuova quando dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Qui egli annuncia due presenze: quella del Padre e la sua.
Ma questa duplice presenza è essenzialmente legata allo Spirito Santo, all’amore divino che viene infuso in noi: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv14,16-17).
È una presenza legata allo stato di grazia. Gesù infatti dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.

7. Quando soggiunge: “Noi verremo”, Gesù non fa riferimento solo a dei doni, pur molto grandi e di ordine soprannaturale, come ad esempio a quello della grazia, ma parla della venuta delle stesse Persone divine del Padre e del Figlio.
E fa capire che le Persone divine saranno presenti non solo in maniera transitoria, ma permanente perché dice: “Prenderemo dimora presso di lui”.
E cioè vi abiteranno per sempre, almeno fino a quando colui che le ha accolte le ama, osservandone i comandamenti, ossia finché rimane giusto, in stato di grazia.

8. Come vedi, qui entriamo nel nucleo centrale del cristianesimo.
Il venerabile Giovanni Taulero, domenicano e chiamato anche “dottore illuminato”, scrive: “Molti fanno consistere la santità nel fare; ma non è questo il meglio: la santità deve consistere nell’essere. Per quanto siano sante le nostre opere, non sono esse che ci santificano, ma noi santifichiamo loro” (taulero, Divinae Institutiones, 14).
E questo è possibile se si diventa capaci di rientrare in sé, di stare alla presenza di Dio e di camminare davanti lui, come ha fatto Abramo.

9. La b. Elisabetta della Trinità offre una splendidatestimonianza in merito quando scrive: “La mia occupazione continua è rientrare nell’intimo e perdermi in Coloro che vi abitano… Lo sento così vivo nell’anima mia che basta che io mi raccolga per trovarlo qui, dentro di me. Ed è tutta la mia felicità” (Elisabetta della Trinità, Lettera al canonico Angles, 15 luglio 1903).
E ancora: “Io ho trovato sulla terra il mio cielo; perché il cielo è Dio, e Dio è nell’anima mia. Il giorno in cui l’ho compreso, tutto per me si è illuminato; vorrei svelare questo segreto a tutti quelli che amo, perché anch’essi aderiscano sempre a Dio e si realizzi così la preghiera di Cristo: Padre, che siano perfetti nell’unità” (Elisabetta della Trinità, Lettera alla Signora De Sourdon, 1902).

Auguro anche a te di poterti inabissare in Dio e di non uscire mai di là, anche quando tratti col tuo prossimo.
Per questo ti assicuro un ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo