Quesito

Buon pomeriggio Padre Angelo,
nel benedirla fraternamente, Le pongo una domanda sullo stato di inabitazione di cui aveva parlato in una risposta ad una sorella sul Vs sito. 
Diceva che lo stato di inabitazione lo ha chi vive in stato di grazia e che si perde col peccato grave. Fin qui, tutto lineare e chiaro.
Ho sentito dire da alcuni sacerdoti che durante lo stato di peccato, non abbiamo più la grazia Santificante e, in questo stato, non avremmo neppure possibilità di essere ascoltati da Dio (…come se le preghiere non abbiano valore in quel momento…). 
Ho però anche sentito altri Sacerdoti suggerire, dopo la caduta, anche grave, di rivolgersi subito a Dio chiedendo perdono di ciò che abbiamo commesso. Credo che fino alla Confessione non si recuperi Grazia Santificante e inabitazione.
Mi chiedo se, dopo la caduta e dopo aver chiesto perdono a Dio (senza aver avuto ancora possibilità di confessarsi), cosa succederebbe della ns anima qualora dovessimo morire.
Sono un po’ confuso… mi potrebbe fare un po’ di chiarezza? 
La ringrazio e la abbraccio fraternamente.
Massimiliano


Risposta del sacerdote

Caro Massimiliano,
tra le cose che hai scritto alcune sono vere altre sono erronee.
1. Innanzitutto è vero che l’inabitazione di Dio è presente solo in chi si trova in stato di grazia.

2. A beneficio dei nostri visitatori, si ricorda che per inabitazione si intende la presenza personale di Dio. È diversa da quella per la quale Dio sostiene nell’esistenza tutte le cose.
Chi ne parla in maniera esplicita è Gesù. Nell’ultima cena infatti ha detto:  “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Qui egli annuncia due presenze: quella del Padre e la sua. Ma questa duplice presenza è essenzialmente legata allo Spirito Santo, all’amore divino che viene infuso in noi: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,16-17).
È una presenza legata allo stato di grazia. Gesù infatti ha detto: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
Quando dice “Noi verremo”, non fa riferimento solo a dei doni, pur molto grandi e di ordine soprannaturale come quello della grazia, ma parla della venuta delle stesse Persone divine del Padre e del Figlio.
E fa capire che le Persone divine saranno presenti in maniera permanente e non solo transitoria, perché dice: “Prenderemo dimora presso di lui”. Come a dire che vi abiteranno sempre, almeno fino a quando colui che le ha accolte le ama, osservandone i comandamenti, ossia finché rimarrà giusto, in stato di grazia.

3. È vero che l’inabilitazione di Dio si perde con il peccato mortale.
Ma non è vero che si perde la possibilità di essere ascoltati da Dio. Dio infatti ascolta anche i peccatori, come emerge evidente nella parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al tempio. Quest’ultimo ha chiesto misericordia per se stesso, peccatore, ed è stato ascoltato. Il testo sacro dice che tornò a casa sua giustificato e cioè salvato.

4. È vero invece che finché si permane in uno stato di peccato grave le nostre azioni non sono meritorie per la vita eterna perché di fatto si è separati da Cristo.
È infatti l’unione con Cristo che dà merito eterno alle nostre azioni e alle nostre preghiere.
Gesù ha detto: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Gv 15,4-6).

5. È vero anche quanto ti hanno detto alcuni sacerdoti che dopo aver perso la grazia di Dio la cosa più opportuna consiste nel rivolgersi subito a Dio chiedendo perdono.
Se il pentimento è legato non semplicemente al timore di finire male, ma al dispiacere di avere offeso Dio e di averlo di nuovo crocifisso nel nostro cuore (cfr. Eb 6,6) può riportare l’anima in grazia ancor prima della confessione sacramentale, ma non senza il proposito di confessarsi.
Dice infatti il concilio di Trento: “Questa contrizione talvolta può essere resa perfetta dalla carità, e riconciliare così l’uomo con Dio, prima ancora che riceva attualmente questo sacramento; tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi a una contrizione priva del proposito, incluso in essa, di ricevere il sacramento” (DS 1677).
È importante dunque questo pentimento perfetto non tanto per essere ascoltati da Dio perché ascolta anche i peccatori, come si è detto, ma per risultargli graditi e per rendere meritorie per la vita eterna tutte le nostre azioni e le nostre preghiere.

6. Recuperando la grazia santificante prima ancora di ricevere il sacramento (ma non senza il suo proposito di confessarsi), si recupera anche l’inabilitazione di Dio.
Non si può fare invece nel frattempo la Santa Comunione perché non ci si è ancora pienamente riconciliati con Dio e con la Chiesa mediante la confessione sacramentale. È un po’ come quando si causa un incidente stradale e si domanda perdono. Sì, in quel momento si attua la riconciliazione, ma manca ancora il più da fare: dare quanto si deve.
Ebbene, è nel momento dell’assoluzione che viene versato sulla nostra anima il sangue di Cristo che paga ogni debito con il Padre e con la Chiesa.

7. Infine, se dopo la caduta si domanda perdono a Dio con la contrizione perfetta e nel frattempo si muore senza aver avuto la possibilità di confessarsi, ci si salva, perché si è già recuperato lo stato di grazia.
Per cui è sempre ottimo e anche urgente domandare perdono a Dio al più presto dopo essere caduti in una colpa grave.
Con la speranza di aver fatto chiarezza, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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