Premessa: ecco la seconda parte della risposta alla mail pubblicata ieri clicca qui per leggerla

10. E poi in riferimento a quanto vi dice il vostro confessore: “che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato.
Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione.
Perciò chi disprezza queste norme, non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che ci dona il suo santo Spirito” (1 Tess 4,3-8).
Come vedi, il male che questo confessore fa è incalcolabile.
Se un medico con i suoi pazienti si regolasse come si regola lui con i penitenti, a quest’ora l’avrebbero già denunziato e gli avrebbero impedito di esercitare la professione.
Ebbene, la salute delle anime è meno preziosa?
Nel codice di diritto canonico vigente fino al 1983 c’era l’obbligo di denunziare all’autorità ecclesiastica un confessore che si comportava in questa maniera. Era il caso della sollecitatio ad turpia, commesse anche per proprio conto.
Ne vanno di mezzo le anime, come ricorda San Paolo!

11. Per quanto concerne la formulazione catechistica “non commettere atti impuri” non si tratta di nessun oscurantismo medievale.
Nelle parole “impurità”, “impudicizia” la Chiesa fin dall’inizio vi ha letto la masturbazione: “la tradizione della Chiesa ha giustamente inteso che essa (la masturbazione) veniva condannata nel Nuovo Testamento quando questo parla di ‘‘impurità’, di ‘‘impudicizia’, o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza” (dichiarazione Persona Humana, 9).
Don Bosco non ha mai pronunziato o scritto la parola “masturbazione”, considerandola in se stessa come offensiva. Ne parlava invece usando la parola consueta di ‘‘impurità’ o di atti impuri.
I ragazzi capivano benissimo di che cosa si trattava.

12. Il paragone che il vostro confessore fa tra i peccati impuri e il mangiare la pasta è sbagliato.
Perché mangiare la pasta è una cosa buona.
Trattandosi di cosa buona, o almeno indifferente, sotto il profilo morale può diventare peccato (per altro veniale) solo perché se ne è ingordi.
Ma i peccati sessuali sono invece di per se stessi un’alterazione e una profanazione del disegno divino sulla sessualità e sull’amore umano.
Essi sono proibiti esplicitamente da Dio e in quanto tali non sono mai leciti.

13. Mi dici che il vostro confessore è preoccupato di sapere se uno, nonostante questi peccati, abbia tralasciato di fare la Santa Comunione.
Tralasciare la Comunione per chi in coscienza ritiene di non poterla fare sarebbe per lui una trappola del demonio.
Lo Spirito Santo, attraverso San Paolo, dice diversamente: “Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore.
Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,27-29).

14. In queste condizioni, per quante Comunioni si facciano, non si tratterà di vere Comunione perché “la sapienza (Dio) non entra in un’anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato” (Sap 1,4).
Sono certo che i tuoi amici che vanno a fare la Santa Comunione senza essersi confessati delle impurità avvertono che quella non è vera comunione.
Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia fa sue le parole di san Giovanni Crisostomo: “Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta.
Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi”.
E continua: “In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione».
Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale»” (Ecclesia de Eucharistia 36).

15. Mi domandi infine se sia corretto (quando si presenta una stretta necessità) andare comunque a confessarsi dal sacerdote che viene in parrocchia con il pericolo di indurre altri a rimanere confusi e disorientati e se hai sbagliato a non opporti a quanto diceva.
Ebbene: se hai stretta necessità di confessarti non dai contro testimonianza, soprattutto se ti preoccupi di dire ai tuoi amici di confessare i peccati per quello che sono davanti a Dio e non per come li stima il confessore.
Inoltre, a parer mio, il solo fatto che tu continui a confessare quei peccati nonostante che il confessore abbia detto che non sono peccati è già una bella risposta, che vale più di una tua eventuale e probabilmente inopportuna opposizione, soprattutto in confessione.

Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di chiarire queste cose. Spero che siano preziose anche per i tuoi amici.
Anch’io ti invio i saluti più cari, ti ringrazio di nuovo per le preghiere, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo