Quesito
Buonasera P. Angelo,
Ho quasi 60 anni e sono credente. Cerco di fare del mio meglio per vivere la Fede in maniera piena con i sacramenti di Riconciliazione ed Eucarestia
Non è stato sempre così, nel senso che ho vissuto parecchi anni in maniera molto più superficiale trascurando la Confessione e non prendendo l’Eucarestia in maniera degna.
Ho vissuto per tanto tempo in una specie di “sonno della coscienza” per quello che riguardava il rapporto con Dio (e il peccato che è la rottura di questo rapporto) e tante volte mi sono mosso nella più totale indifferenza: molto di quello che facevo di sbagliato non lo collegavo mentalmente al concetto di peccato.
Mi sono pentito amaramente di tutto ciò all’incirca 10 anni fa, ho fatto una lunga Confessione e da quel momento ho cercato di tenere molta più cura a vivere una vita di Fede degna di questo nome.
Penso di poter dire che mi sono convertito nel vero senso della parola, anche se – ovviamente – ogni tanto cado, ma poi vado a chiedere perdono a Dio.
Ora, il quesito che vorrei porle è questo che segue
Oggi mi ritornano alla memoria azioni passate anche da molto tempo e fatte prima del cambiamento di cui sopra, azioni che all’epoca non avevo considerate come peccato, o perché anche per immaturità non avevo consapevolezza che fossero tali, oppure perché non mi ponevo proprio il problema se questi atti fossero peccato o no. Non parliamo di peccati del livello di un omicidio ma, per es. atti contrari alla carità come fare per vendetta un danno al giardino di una persona con cui avevo litigato, e cose del genere.
Ora, le volevo chiedere se dovrei confessare oggi anche questi atti che al momento di farli non ho valutato come peccati e solo adesso con la giusta riflessione supportata da maggiore maturità, mi rendo conto che invece lo erano.
Grazie anticipatamente
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. ringrazio con te il Signore per questo risveglio della coscienza ti ha permesso di vivere in maniera più vera la comunione con Dio.
2. Vengo adesso al tuo problema che tormenta anche altre persone.
Man mano che si va avanti con gli anni succede che si prenda maggiore consapevolezza di tante azioni compiute precedentemente con immaturità di coscienza.
3. È vero che per compiere un peccato grave, oltre alla materia grave, è sempre anche necessaria la piena avvertenza della mente e il deliberato consenso della volontà.
Ed è vero che per piena avvertenza della mente si intendono due cose.
La prima: che uno sia sicuramente padrone dell’atto al punto che possa sospenderlo come vuole.
La seconda: che vi sia la consapevolezza che l’azione costituisca materia grave.
4. Ora per svariati motivi può succedere che si ritenga che non sia grave ciò che in realtà lo è.
In tal caso vi è una minore colpevolezza morale così che un peccato oggettivamente grave diventi soggettivamente meno grave.
Va ricordato in merito ciò che dice Giovanni Paolo II in Veritatis splendor: “Il male commesso a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene” (VS 63).
5. Tuttavia può capitare che vi sia ignoranza invincibile e colpevole, come ricorda il Concilio Vaticano II. Questo si verifica “quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (Gaudium et spes, 16).
In certi casi è difficile discernere fino a che punto ci sia stato poco impegno nel cercare la verità morale di determinati azioni e se la coscienza sia diventata quasi cieca perché inveterata nel peccato.
6. Che cosa si può fare allora?
La soluzione più corretta è quella di parlarne con il sacerdote confessore.
Se questi dice di non tornare più sul passato e su i vari dubbi sulle azioni compiute, è giusto obbedire ritenendo per fede e con sicurezza morale che il Signore ha parlato attraverso la sua bocca.
Nel Diario di Santa Faustina Kowalska si legge spesso questo comando dato da Dio: di obbedire al confessore perché Egli ordinariamente parla attraverso la sua bocca.
7. Succede abbastanza spesso che dopo aver fatto una confessione generale della propria vita vengano in mente peccati non confessati o non ritenuti peccati.
In tal caso si sottopone la questione al confessore. Se egli dici di metterci una pietra sopra e di non pensarvi più, gli si deve obbedire.
Come ricorda la Sacra Scrittura, “il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti” (1 Sam 15,22).
Con l’augurio di ogni bene e di molta pace nella coscienza, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
