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Spiritualità domenicana

Il vangelo della nascita e dell'infanzia di Gesù nel commento di M.-J. Lagrange

La buona novella

Evangelo significa buona novella e questa buona novella fu in primo luogo quella che dopo il Battista venne proclamata da Gesù: il regno di Dio è vicino.
Quando i discepoli ebbero compreso che tale buona novella era divenuta una realtà per il fatto stesso che Gesù era morto e risuscitato per la salute degli uomini, la buona novella acquistò un senso più preciso, essa fu la dottrina di Gesù e intorno a Gesù, portata dagli apostoli e proposta alla fede degli Ebrei e poi a quella dei gentili.
In tal modo che s. Paolo, il quale può dirsi aver impiegato questa parola per primo, predicò l'evangelo, vale a dire la salvezza in Gesù per i suoi fedeli e in virtù della sua passione (Rm 1,9; 1 Cor 9,13ss).
Gli altri apostoli, testimoni della operosità del Salvatore, specialmente s. Pietro, si diffusero sulle circostanze della vita di lui, sulle parole e sui miracoli e anche ciò venne chiamato evangelo.
Abbiamo già visto che esso, secondo il programma fissato da s. Pietro, cominciava col battesimo di Giovanni e terminava con la risurrezione e con l’ascensione. Per s. Marco, discepolo di s. Pietro, l'evangelo è contenuto interamente entro questi limiti.
Si poteva credere inutile risalire più in su. I fatti relativi all’infanzia del Salvatore non erano entrati nel dominio pubblico, non avevano contribuito per nulla a far nascere la convinzione nell'anima degli apostoli; giacché Gesù passava per figlio di Giuseppe cresciuto in Nazaret. Sembrava quindi che si sarebbero potuti omettere qualora si fosse voluto rendersi conto soltanto dell'impressione prodotta sopra gli Ebrei dalle parole e dagli atti di Gesù e trasportarsi col pensiero a quei primi giorni per provare in se stessi l'effetto di tali parole e di tali miracoli.
Si è anzi proposto di vedervi più che un preambolo alla fede una conclusione tratta in seguito dalla credenza cristiana, formata soltanto dal ministero pubblico del Salvatore. Ma i cristiani tenevano per certi questi fatti e lo sono senz'altro, per quanto si ignori in qual tempo gli apostoli ne abbiano avuto notizia.
Così quando s. Matteo si propose di stabilire solidamente, a vantaggio degli Ebrei convertiti e contro gli Ebrei increduli, essere Gesù veramente il Messia, trovò conveniente risalire fino alle origini di lui e provare con un estratto genealogico essere la discendenza di lui veramente davidica, ed essere la sua origine come figlio di Dio, cioè la sua sopranaturale concezione, stata vaticinata dalla scrittura non meno della nascita a Betlem e del suo soggiorno a Nazaret.
In seguito s. Luca, venuto dopo s. Marco, volle raccontare anch'egli secondo il loro ordine i fatti relativi all'infanzia. Noi comprendiamo perfettamente ora e solamente da qualche anno come questi racconti dell'infanzia appartengano veramente all'evangelo, siano anzi l'evangelo nel proprio senso della parola quale era usata dagli antichi. Oramai l'opportunità del racconto di s. Luca apparie chiaramente nell'ambiente meglio conosciuto del suo tempo. Egli che non usa mai la parola «evangelo» adopera due volte quella di «evangelizzare», «annunziare la buona novella», e tutte e due le volte nel racconto dell'infanzia. E oggi si sa precisamente quanto l'uso di tali parole fosse conforme al modo di esprimersi di quel tempo.
Quando i sovrani orientali hanno cominciato ad essere detti Salvatori e dei salvatori, la loro nascita acquistò immediatamente una importanza decisiva; e mentre la loro origine divina ne faceva degli dei, essa era manifestata e consacrata a tutti dalla loro nascita.
Fin dall'anno 238 a. C., la nascita del re Tolomeo veniva segnalata come punto di partenza di molti benefici per tutti gli uomini. Per Antioco di Commagene (dal 69 al 34 circa a.C.) la nascita e la incoronazione sono state considerate come epifanie divine.
A questo stesso momento Virgilio, nell'annunziare al mondo il signore che doveva far ripristinare l'età dell'oro, ne salutava gli auspici in una infanzia miracolosa. Finalmente nell'anno 9 a.C. il proconsole dell'Asia Paolo Fabio Massimo proponeva di cominciare l'anno civile col giorno della nascita di Augusto. «Si domanda, diceva egli nel suo proclama, se il giorno natalizio del divinissimo Cesare sia più lieto o più vantaggioso, giorno che si potrebbe giustamente paragonare al principio di tutte le cose, se non per la natura almeno per il vantaggio, poiché ha rimesso in vigore tutto ciò che era in decadenza o piombato nella miseria, e ha dato un altro aspetto al mondo intero che sarebbe precipitato nella corruzione qualora non fosse nato Cesare, felicità comune di tutti». Ora questo giorno natalizio di Cesare Augusto era precisamente per tutto il mondo il principio delle buone novelle, degli evangeli! mentre la incoronazione del principe era considerata come la seconda buona novella. Per tal modo nell'anno 54 Nerone fu annunziato come la speranza di ogni bene e il buon genio dell'universo.
S. Luca ha voluto dunque conformarsi al protocollo ufficiale? Può darsi, ma in quali condizioni! Egli ha piuttosto raccolto la sfida lanciata dall'orgoglio personale dei monarchi e dall'adulazione dei partigiani: ha rivendicato il titolo di Salvatore ad un fanciullo nato in un presepio e che non aveva avuto che pochi adoratori. I fatti per altro gli diedero ragione, mentre questa era novella opposta al tempo sconosciuto delle origini delle cose come quella di una restaurazione, data precisamente dalla nascita di Gesù e non già, come voleva un proconsole, dalla nascita di Augusto restauratore di un ordine pubblico da lungo tempo distrutto.
È dunque veramente sulla concezione soprannaturale di Gesù che doveva cominciare l'evangelo secondo il senso rigoroso della parola. La missione pubblica di Gesù ha provato la dignità sua di Figlio di Dio; mentre al momento dell'incarnazione quel Figlio di Dio è diventato il Salvatore che abita in mezzo a noi. Così s. Giovanni, senza entrare in alcuna particolarità intorno all'infanzia di Gesù, non mancò di segnalarne fin dal principio del quarto evangelo l'origine divina. Se questo evangelo dell'infanzia non è stato per gli Ebrei che ascoltavano Gesù una ragione per credere, è stato una meravigliosa luce per noi, e ha formato la delizia delle anime pie e contemplative.
Esso ci dispone a credere mediante la bellezza di un'armonia segreta tra la preparazione e l'esecuzione dei disegni di Dio. Non insegna sopra Gesù nient'altro se non che egli è in pari tempo Figlio di Dio e perfettamente uomo. Ma è nulla tutto questo? Egli vi appare uomo più perfetto, se può dirsi ciò, che non nel resto della sua vita, e perciò Marcione che accettava soltanto un Cristo celeste, aveva in orrore quel presepio e quei pannicelli. Egli è più uomo perchè vi appare più debole, piccolo bambino nella braccia della madre da cui è assistito e nutrito di latte. Nelle sue azioni nulla v'ha di straordinario: Gesù si accontenta di essere fanciullo: non fa alcun miracolo, perchè i miracoli sono in conferma della dottrina e il tempo dell'insegnamento non è ancora venuto.
Il sopranaturale qui si trova intieramente nel fondo delle cose, salvo quelle apparizioni angeliche necessarie per annunziare la buona novella a un piccolo numero di fortunati, occorrendo che Maria sia avvertita e consenziente, che Giuseppe entri nei disegni di Dio, che alcuni pastori in nome di tutto Israele sappiano che il Salvatore è nato.
Perciò s. Luca, cosciente dell'importanza suprema di questi avvenimenti, non mancò di ricorrere fin dalla sua prima pagina a quelle testimonianze sicure di cui si fa mallevadore presso Teofilo. Due allusioni discrete, ma abbastanza chiare (Lc 1,5.25), fanno comprendere al lettore aver la stessa madre di Gesù messo i discepoli a conoscenza di ciò che vi aveva di più intimo nelle origini umilissime di lui, che l'evangelista non teme di coordinare con la grande storia del tempo.

Annunzio della nascita del precursore

Si era al tempo di Erode re della Giudea...
Siamo in Giudea vale a dire nell'antica tribù di Giuda, uno dei figli di Giacobbe, di quel Giacobbe che fu da Dio chiamato Israele. Era essa insieme con quella di Beniamino la tribù illustrata dalla presenza del Signore nel tempio, quella i cui resti erano ritornati dalla cattività di Babilonia per fondare un nuovo popolo ormai interamente devoto al culto del solo vero Dio.
I rappresentanti delle altre tribù, che avevano voluto aggiungersi a quel germe benedetto, si erano ormai confusi in una nuova unità nazionale. Questa parte eletta aveva resistito sotto il dominio di Alessandro a tutte le seduzioni della Grecia. Dopo un momento di incertezza essa si era ripresa e la persecuzione di Antioco Epifane non aveva fatto che confermarla nella fede. I discendenti dei Maccabei che erano di razza levitica erano stati sommi sacerdoti prima di diventar re e la nazione era in certo senso governata da Dio medesimo. Tuttavia il fasto regale e i rapporti politici coi re idolatrici avevano dato ai principi Asmonei un fare piuttosto profano. Gli ausiliari più ferventi della reazione religiosa, i pii, divenuti farisei o gli eletti separati, si erano staccati dal nuovo regime memori che lo scettro veramente nazionale conservato da Dio per rendere al popolo la gloria dei tempi di Davide e di Salomone era riservato alla schiatta davidica. Il figlio di Davide, il re dall'unzione santa, o, come si diceva in ebraico, il Messia, annunziato dai profeti e dai salmisti, era atteso per liberare Israele e farlo trionfare dei suoi nemici.
Ad acuire le speranze fino all'esaltazione s'aggiungeva il fatto che il trono non era oramai più occupato neppure da una dinastia nazionale. Una specie di maggiordomo che si credeva discendente da Edom l'antico fratello nemico d'Israele, Antipatra, aveva usurpato il potere ai tempi del debole Ircano. Il figlio di Antipatro, Erode che portava come il padre un nome greco, «figlio degli eroi» si era tolto la maschera e aveva abbattuto i suoi antichi padroni. Coltivando con abilità il favore dei romani durante le guerre civili, tutto premura di rendere omaggio al vincitore fosse pur stato il nemico del giorno prima, aveva finito per conquistare stabilmente il favore di Augusto rimasto unico padrone del mondo romano. Adulatore verso questo padrone e in pari tempo sollecito di mantenere il proprio potere civile grazie al suffragio popolare, Erode aveva rifabbricato il tempio di Gerusalemme con nuova e singolare magnificenza. Il tempio era più che mai nella città santa il centro religioso di tutto il popolo, col suo sacerdozio legittimo, colle sue cerimonie alle quali si conveniva da tutte le parti, specialmente all'epoca dei tre grandi pellegrinaggi di Pasqua, di Pentecoste, delle Tende o dei Tabernacoli. I sacrifici giornalieri vi venivano offerti puntualmente: vi si immolavano perfino vittime per la salute di Cesare.
Tale omaggio reso da Augusto alla religione degli Ebrei gettava però un'ombra su quel fervore religioso. L'avvenire si delineava oscuro: Erode se ne andava stanco e invecchiato: i figli di lui avevano ereditato alcuno dei suoi modi tirannici, ma nulla del suo genio. A chi sarebbe appartenuto il regno degli Ebrei? I romani stavano adocchiando la preda; quando però ogni speranza pareva perduta giunse il momento in cui Dio apparve in qualità di Salvatore. Si pregava ardentemente per la salute d'Israele, si implorava la venuta del Messia, specialmente nell'ora in cui veniva, sul far della sera, immolato l'agnello del sacrificio quotidiano, e quando un sacerdote entrava nel santuario per bruciarvi l'incenso innanzi al Signore.
Come si sa il tempio non era la casa comune a Dio e ai fedeli come lo è la chiesa cristiana. Esso era un immenso recinto diviso in vari cortili o atrii, nel più esteso dei quali, accessibile a tutti, uno steccato indicava il luogo riservato ai gentili. Nell'atrio dei sacerdoti sorgeva il santuario, piccola costruzione scompartita tra il santo dei santi riservato a Dio, e il santuario ove i sacerdoti penetravano non senza mistero per rinnovare i pani della proposizione, accendere il candelabro, offrire l'incenso; mentre fuori all'aperto, di fronte all'ingresso del tempio, fumava l'altare dell'olocausto. Al momento in cui il fumo dell'incenso saliva verso Dio i leviti cantavano con accompagnamento di strumenti musicali, e il popolo, sparso nei vari cortili, pregava in unione col sacerdote. Alle preghiere pronunziate a voce alta per il benessere del principe e del popolo, i più ferventi formulavano nel loro cuore una supplica calorosa per la liberazione d'Israele mediante il Messia.
Nel giorno in cui cominciò il preludio dell'evangelo il sacerdote, a cui era stato affidato l'ufficio di bruciare l'incenso, si chiamava Zaccaria. Aveva in moglie una donna di nome Elisabetta ed erano ambedue assai avanti negli anni e senza figliuoli. Come mai era venuta a mancare questa benedizione a loro che camminavano innanzi a Dio, irriprovevoli secondo i comandamenti e le osservanze? Ma forse una segreta speranza animava ancora la preghiera di Zaccaria, mentre pregava il Signore in favore di tutto il popolo.
Ora in quel momento gli apparve un angelo, ritto, a destra dell'altare dell'incenso situato fra la mensa dei pani della proposizione e il candelabro. Egli aveva l'apparenza umana indicata dal suo nome di Gabriele l'Uomo di Dio; ossia era un essere celeste sotto figura di uomo.
Zaccaria ne fu sorpreso fino al turbamento e si trovò in preda a quel terrore che si produceva in ogni israelita all'avvicinarsi di un essere superiore avente dell'uomo solo le apparenze. L'angelo gli disse: Non temere! parola che Gesù pronunzierà sovente, poiché oramai il messaggio di Dio non è più una minaccia ma una buona novella. Né Zaccaria è qui solamente il confidente, ma un associato al fausto avvenimento. Sua moglie Elisabetta avrà un figlio a cui darà in nome Giovanni, in ebraico Jochanam vale a dire il Dio d'Israele è stato favorevole. Questo fanciullo sarà così grande che, fin dal seno della madre, prima ancora della circoncisione per la quale il neonato cominciava a far parte del popolo di Dio, sarà ripieno di Spirito Santo. La sua nascita sarà dunque un giorno di gioia e la sua consacrazione al Signore sarà espressa dall'astensione del vino e di ogni bevanda inebriante. Al momento opportuno lo Spirito Santo ne farà un suo strumento come aveva fatto per gli eroi liberatori e per i profeti. Camminerà con lo spirito e con l'energia di Elia, il più illustre tra i figli dello spirito. Fin qua si trattava di affidare a Giovanni la missione di tutti i profeti; ma ecco in che si differenzierà la sua: preparerà al Signore un popolo ben disposto. La sua missione non si chiuderà con lui, ma egli sarà il precursore di un altro. Per quanto l'angelo non dicesse chiaramente la cosa, né tutti i veli dell'avvenire fossero rimossi, Zaccaria deve già sapere che il profeta Malachia aveva annunciato la venuta del Signore nel suo tempio preceduto da un messaggero: Ecco che io sto per mandare il mio inviato, ed egli preparerà il cammino avanti a me e poi subito verrà al suo tempio il Signore, al quale voi aspirate e l'angelo dell'alleanza e l'oggetto dei vostri desideri. I dottori avevano creduto di comprendere che tale ufficio di precursore dovesse essere confidato a Elia ridisceso dal cielo ove era salito sopra un carro di fuoco. Zaccaria era in quel momento invitato a sperare che l'Elia annunziato non sarebbe altri che il suo proprio figlio Giovanni animato dallo spirito di Ella. E chi sarebbe poi l'angelo dell'alleanza se non il Messia? Un destino così glorioso, quello d'essere padre del nuovo Elia, doveva bastare a far trasalire l'anima del vecchio sacerdote, ma poteva egli veramente contare sopra questa paternità tardiva? L'angelo scoprì senza dubbio nell'anima di Zaccaria un'ombra di incredulità. Quantunque avesse diritto a chiedere un segno: « Donde conoscerò io tutto ciò? » nell'esprimere il suo stato d'animo non seppe guardarsi da un senso di tristezza e da un'ombra di dubbio: Giacché io sono vecchio e mia moglie è pure avanzata in età.
Si trattava senza dubbio di fallo leggero e perciò l'angelo non ritrattò la promessa di Dio; ma per essere stato titubante nell'accogliere la buona novella, la primizia dell'evangelo, venne condannato al mutismo fino alla nascita del bambino. Davanti al santuario si era meravigliati che il sacerdote indugiasse così a lungo. Quando finalmente uscito si dispose a dare spiegazioni, riconobbe la sua impotenza. Il popolo ammise la prova di un'apparizione divina, ma di cui non poteva penetrare il segreto.
Poi quando terminato il tempo del suo servizio, il sacerdote Zaccaria fu ritornato a casa, giacché abitava fra le montagne di Giuda, sua moglie Elisabetta concepì, ma quando anche ne fu ben certa si astenne dal manifestarlo per evitare i commenti. La buona novella non doveva essere comunicata a tutti prima del tempo opportuno e occorreva che prima Maria ne fosse prevenuta.

L'Annunciazione (Lc 1, 26-38)

L'apparizione dell'angelo Gabriele nel tempio era una delle ultime manifestazioni del favore di Dio verso questo luogo santo, dove non doveva tardar molto a farsi intendere la voce lugubre della rovina e a rimbombare il sinistro crepitar dell'incendio. In quella maestà grandiosa improntata dalla magnificenza dei secoli si era fatto intendere il supremo oracolo per annunziare l'ultimo degli araldi di Dio.
Noi ci troviamo ora a Nazaret. Ivi tutto sarà non più divino ma assolutamente divino, e tutto vi è assai più semplice nella sola cornice che conviene al Verbo Incarnato venuto per servire. Nazaret non è ricordata né nell'Antico Testamento, né in Giuseppe e neppure nei grossi volumi del Talmud. Le vite di Gesù invece ce ne danno una descrizione incantevole. È infatti uno dei più bei luoghi della Galilea, con casette pulite addossate ad un'alta collina dominante il santuario dell'Annunciazione. Ma se ci trasportassimo ai tempi di Erode questo quadro non sarebbe che un miraggio ricco di illusioni.
Il problema è d'altronde difficilissimo a risolvere e soltanto dopo alcuni mesi di studio si può arrivare a formarsi un'idea degli sviluppi subiti dalla piccola città. I Padri Francescani stanno ricostruendo il convento del santuario. Nel porre le fondamenta, il fratello Giovanni, che dirige i lavori con una perfetta competenza, mentre credeva dapprima di poter fare assegnamento su una roccia assai solida, s'accorse invece che essa era tutta perforata da caverne artificiali disposte le une sulle altre fino a costituire tre piani, di modo che dovette appoggiare la sua costruzione sopra pilastri in cemento armato di nove metri di altezza. È sua persuasione che queste cavità, dove non furono rinvenute né ossa né cocci, siano state usate come granai (silos) messi al riparo, se non in una fortezza, almeno in una località facile a difendersi per il bene degli abitanti dei dintorni. Il luogo del santuario, oggi al principio del villaggio, ne era altra volta il centro come fu il caso dell'antica Sion di Gerusalemme dapprima cittadella poi città bassa per rapporto alle potenti costruzioni del tempio e della città superiore.
Seguendo queste indicazioni, si riconosce che l'antica Nazaret era situata sopra un'elevazione degna appena del nome di collina, nettamente disegnata dalla parte dell'oriente, ma pochissimo staccata dall'alta collina occidentale e disposta da sud a nord fino alla sorgente detta della Vergine. Quella fu certamente la Nazaret dei tempi di Erode, e quando si dovrà precisare il sito della sommità donde si volle precipitare Gesù (Lc 4,29), non sarà già al punto più elevato della moderna Nazaret che si dovrà andarlo a cercare, ma all'antica e modesta Acropoli, al punto ove essa si solleva, al di sopra della valle orientale. Immediatamente a contatto con la basilica del medioevo, il Reverendo Padre Prospero Ciaud ha scoperto alcune grotte trasformate in abitazioni che potrebbero benissimo rappresentare lo stato della casa della Vergine, prima che tale abitazione fosse trasformata nella cripta di una chiesa. Tale era senza dubbio il tipo più comune delle abitazioni di Nazaret e se ne vedono ancora di simili sboccanti nelle strade della città moderna dissimulate talora da case nuove. L'oscurità nella quale è stata avvolta Nazaret ci obbliga a credere che la sua trasformazione non si sia operata che nei tempi cristiani per l'attrattiva del santuario. Oggi ancora la città di Maria sale sempre fino al santuario di Gesù adolescente e si estende anche alla collina orientale sviluppando la sua forma d'anfiteatro, donde la vista si allunga fino alla pianura di Esdrelon che si estende indefinitamente ai piedi degli ultimi scalini per cui si scende dalla piccola città.
È dunque, verosimilmente, nel più modesto abituro che si trovava colei alla quale l'angelo Gabriele venne a rivolgere un messaggio assai più augusto di quello che aveva portato sotto le volte dorate del tempio di Gerusalemme. Essa si chiamava Maria, in ebraico Mariam. Questo nome era allora abbastanza comune e secondo le analogie della lingua parlata veniva probabilmente interpretato dama o signora. In francese si dice ancora Notre Dame per designare la madre di Gesù.
Essa era vergine, fidanzata a certo Giuseppe oriundo della famiglia di Davide, alla quale apparteneva pure Maria, stando a quanto s. Luca ci dà a capire (Lc 1,32,69). Essa era tuttavia parente di Elisabetta che, come il marito, apparteneva alla tribù di Levi. Le alleanze di una tribù con l'altra non erano molto rare e Elisabetta doveva discendere, non sappiamo in qual grado, da una madre della tribù di Giuda e da un padre levita.
Era quella la seconda volta in sei mesi che l'angelo Gabriele veniva in terra messaggero di Dio. Tutte le circostanze di questo secondo colloquio rivelano quanto esso fosse intimamente più grande del primo. Mentre Zaccaria aveva provato turbamento e paura alla vista dell'angelo da cui non era stato dapprima salutato, Gabriele avvicina Maria nella sua stessa dimora e le dice: Salve, piena di grazia, il Signore è con te. Parole ripetute così spesso dai cristiani! Con ciò veniva a dire che Maria possedeva con pienezza il favore dell'Onnipotente. Soltanto allora la vergine si turbò, vale a dire nella sua umiltà si meravigliò di un tanto saluto. Non era però spaventata e ciò non ostante l'angelo la confortò a non aver timore, mentre lo scopo della visita era una grazia di Dio, anzi la più insigne di quante fino allora aveva ricevuto. Essa concepirà un figlio al quale porrà nome Gesù, in ebraico Jeshua, vale a dire il Signore libera. Egli sarà grande e lo si riguarderà come figlio dell'Altissimo, sarà figlio di Davide, destinato da Dio a regnare sul trono del padre suo ma non per pochi anni soltanto ma per secoli giacché il suo regno non avrà mai fine.
Così Dio scelse Maria per essere madre del Messia. Per quanto sublime fosse il titolo di figlio dell'Altissimo, esso avrebbe potuto essere un semplice titolo d'onore decretato al Messia come figlio adottivo di Dio. Ciò che Maria vedeva chiaramente era che il Messia nato da lei sarebbe stato un figlio di Davide.
Era dunque necessario che fosse figlio di Giuseppe, il suo fidanzato discendente appunto dalla casa di Davide? Il senso umano, che volentieri si giudica essere il buon senso, potrebbe dire: E perché no? È quanto si presenta di più naturale; ma l'andamento degli avvenimenti aveva proceduto diversamente fin dai giorni dell'eternità, e il figlio di Dio non doveva avere altro padre che Dio.
Maria stessa è tutta stupita e interroga: Come avverrà giacché io non conosco uomo? Parola certamente misteriosa e così poco a proposito che da molti critici si vorrebbe soppressa nel testo. Il risultato sarebbe allora questo: non conterrebbe più nulla di ciò che s. Luca ha voluto significare, si toglierebbe il diamante per lasciare la sola incastonatura. Luca, da scrittore delicato e famigliare con le sfumature, non ha inteso di mettere sulle labbra della vergine piena di grazie una parola semplice eccessivamente, una di quelle banalità chiamate con parola inglese «truismo», per inserirla nei discorsi divini. Maria ha voluto dire che, essendo vergine come l'angelo sapeva, desiderava restar tale oppure, come hanno tradotto i teologi, avendo essa fatto voto di verginità contava di attenervisi. Tuttavia non osava mettere la propria volontà in contrasto con ciò che Dio aveva cominciato a manifestarle. Io non conosco nel suo pensiero voleva dire: non desidero conoscere. Non dice io non lo conoscerò giammai, giacché, per non attraversare i disegni di Dio, essa sta nell'attesa di intendere la continuazione di quella proposta.
E allora, si potrebbe domandare, perché si era fidanzata a Giuseppe? Perché, può rispondersi, doveva inevitabilmente sposarsi per osservare la volontà dei suoi parenti, ma sopratutto per la tirannia delle usanze locali che non ammetteva il celibato volontario in una figlia d'Israele (gli indigeni di Palestina ancor oggi dicono: o il matrimonio o la tomba). Per riuscire a questo essa avrebbe dovuto resistere incessantemente e impegnarsi in una lotta perpetua, sola contro tutti e, come può pensarsi, contro ogni ragione plausibile.
Essa si era dunque fidanzata, ma a Giuseppe. Una semplice congettura, fondata sopra la serie degli avvenimenti basta a spiegare in qual modo il suo voto di verginità si conciliasse col suo proposito di matrimonio.
Si ritiene che Giuseppe partecipasse agli stessi sentimenti di lei che d'altra parte erano in quel tempo comuni anche a quei personaggi che si chiamavano gli Esseni.
Unita in matrimonio ad un uomo giusto e casto come lei, essa si assicurava una pace tranquilla in quella convivenza tutta consacrata a Dio da due anime degne di comprendersi e di amarsi in Lui.
Perciò l'angelo non dice parola per stornarla dalla sua intenzione di matrimonio che tanto serviva ai disegni di Dio; ma le rivela solamente che il suo proposito di verginità è più che mai opportuno, poiché la nascita del Messia sarà unicamente opera di Dio e di lei: Lo Spirito Santo verrà sopra di te e la virtù dell'Altissimo ti coprirà colla sua ombra: perciò il figlio che nascerà sarà santo e chiamato figlio di Dio.
Questa volta si ha la piena luce, quella almeno che proietta nella nostra intelligenza un mistero che di gran lunga la sorpassa. Il figlio che deve nascere non avrà altro padre che Dio. Certamente non è l'operazione divina nel seno di Maria che ne farà quello che egli è già, il figlio di Dio, la cui generazione è eterna, mentre il Messia non avrà personalità all'infuori di lui.
Ma questa operazione, nel dar nascita ad una natura umana senza altra azione umana, si può dire la causa della santità eccezionale del fanciullo, e la ragione per cui gli si accorda un titolo al quale ha diritto da tutta l'eternità, quello di figlio di Dio. L'unione del figlio di Dio con la natura umana avrebbe potuto comportare una nascita ordinaria - e i teologi non negano una tale possibilità -, ma quale suprema convenienza che in quel caso non sia stato accordato a nessuno, all'infuori di Dio, il nome augusto di padre! Quale chiarezza più grande sul fatto di due nature unite in una persona! Qual dignità più sublime di quella di Maria, la quale sola col Padre può dire: Il mio figlio Gesù! Quale consacrazione della vita di perfetta castità così feconda in beni spirituali tra gli uomini!
Anche Maria dunque doveva consentire al mistero. Ella non aveva dubitato come Zaccaria, l'angelo però le offre un segno, benché di ordine assai inferiore, un semplice miracolo, un indizio della onnipotenza di Dio, in Elisabetta sua parente che ha concepito nella sua tarda età un figlio e che trovasi oramai al suo sesto mese.
Maria allora si chinò e abbandonatasi interamente alla volontà di Dio diede il consenso che Egli si era degnato di chiederle: Ecco l'ancella del Signore sia fatto di me secondo la tua parola. In quel mentre il mistero della Incarnazione si compì nel seno di lei, la salute del genere umano cominciava, e una volta conosciuta in cielo, la buona novella avrebbe cominciato a diffondersi a poco a poco anche sopra la terra.

La visita di Maria a Elisabetta (Lc 1,39-56)

Parlando a Maria di Elisabetta, l'angelo Gabriele aveva suggerito pensiero d'una visita a questa parente, senza scendere peraltro a particolari, come aveva fatto con Zaccaria, sulla carriera del figliuolo che portava in seno.
Tuttavia la vergine dovette congetturare che i due interventi divini miravano a un solo scopo e però le tardava non già di accertarsi del segno, poiché essa aveva creduto di fede perfetta, ma di assicurare Elisabetta della sua simpatia e fors'anche di conferire con lei sul destino di quei due nascituri.
Illuminata dall'alto e spinta dalla carità affrettò la partenza per andarsene a felicitare ed assistere la donna che, fino allora sterile, aveva tenuto nascosto il più possibile il proprio segreto.
Approfittando di una carovana che saliva a Gerusalemme, probabilmente per l'occasione della Pasqua si incamminò verso la montagna di Giuda. Impiegando il nome ebraico Giuda invece di quello di Giudea, S. Luca da a capire che la città verso la quale essa era incamminata si trovava nel territorio dell'antico regno di Giuda, specialmente nella tribù di Giuda, la cui estremità settentrionale toccava Gerusalemme. Questa città o piuttosto questo villaggio non è stato nominato, pure una tradizione, che esisteva già nel quinto secolo, designa il villaggio di Ain-Karim, la sorgente abbondante nome arabo sostituito all'ebraico Karem. La tradizione non è stata interrotta e la festa di s. Giovanni vi si celebra sempre solennemente.
Maria dovette impiegare quattro giorni per arrivarvi da Nazaret, e entrando in quella casa amica si incontrò dapprima con Elisabetta. Per prima la salutò con la cordialità di una parente, con la deferenza di una giovane fanciulla verso una donna avanzata negli anni, col sorriso grazioso che indicava d'essere al corrente di ciò che in lei era avvenuto.
Si operò allora ciò che l'angelo aveva annunziato a Zaccaria cioè che il figlio di lui sarebbe stato ripieno dello Spirito Santo fin dalla sua nascita: il bambino trasalì nel seno di Elisabetta quasi avesse un presentimento oscuro dell'avvicinarsi di colui di cui doveva annunziare la venuta fra gli uomini.
Anche Elisabetta fu riempita di Spirito Santo e pienamente illuminata sulla dignità di madre del Messia la salutò a sua volta esclamando in un trasporto sacro: Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno! Donde a me tanta grazia che la madre del mio Signore venga a trovarmi? Dacché il tuo saluto è giunto alle mie orecchie il bambino ha trasalito dentro di me. Benedetta colei che ha creduto doversi compiere ciò che le era stato detto da parte del Signore.
Maria rispose a questo saluto con le strofe del cantico che noi chiamiamo il Magnificat!
Esso sta in tutte le memorie cristiane e non occorre alcun commento. Sotto l'impeto della gioia accade anche oggi a semplici donne arabe di improvvisare dei canti, come lo si è visto a Madaba dopo che i cristiani ebbero respinto un attacco di Sehur beduini di quei paraggi.
Per le principali circostanze, vittorie, nascite, matrimoni esiste un tema tradizionale, le cui espressioni vengono trasmettendosi da una profetessa all'altra. Maria si è evidentemente ispirata al cantico di Anna (1 Sm 2,1ss) madre di Samuele, che saluta nella nascita del figliuolo la salvezza d'Israele in seguito alla unzione di un re, vale a dire di un Messia. Con ciò si manifesta il potere di Dio e la sua sapienza che trionfa dei vani pensieri dell'orgoglio.
Senza disconoscere la opportunità del cantico di Anna bisogna dire che fin dalle prime parole s'innalza molto al disopra del caso di una donna sterile divenuta madre, la quale canta magnificamente la vittoria del Dio d'Israele, dopo che l'arco dei possenti si è spezzato: il Signore fa morire e fa vivere e giudicherà le estremità della terra. È solamente a cagione di questo accento trionfale, del presentimento messianico che ha sollevato lo spirito e il cuore della profetessa verso un avvenire tanto sublime che il cantico di Anna poté fornire a Maria alcuni dei suoi pensieri.
Ciò che è proprio del Magnificat è che questa volta le espressioni non sono troppo forti per dire ciò che si è operato in Maria e sembrano appena sufficienti per esprimere l'umiltà di colei che glorifica il Signore. Perché ogni gloria sia resa a Dio confessa la propria abiezione quantunque come risposta alle felicitazioni di Elisabetta dichiari che tutte le generazioni la chiameranno beata.
Mentre il cantico di Anna avrebbe potuto essere collocato in bocca ad un eroe, quello di Maria è esclusivamente il canto della madre di Gesù. Lo sguardo di Dio che per parte sua significa benevolenza, si estenderà allo stesso modo sopra coloro che sono piccoli e sono consci della loro miseria, mentre i potenti, i ricchi ben pasciuti che nel loro orgoglio s'innalzano sopra gli altri, saranno abbassati e spogliati di tutto. E mentre lo sguardo di Anna estende già la vittoria di Dio fino alle estremità della terra, Maria concentra la sua lode sulla grande opera di misericordia promessa per sempre ad Abramo e alla sua discendenza.
Dunque nel Magnificat tutto è a posto anche in quella parte indispensabile che riflette l'onore reso agli attributi del Signore: non si tratta qui dell'entusiasmo di un discepolo di Gesù che scrive alla luce dei miracoli di lui e della sua risurrezione; ma della gioia discreta di una figlia di Davide, d'una figlia di Abramo, che risale il corso dei secoli per riscontrarvi la promessa che sa essersi compita in sé medesima e che ha la fronte irradiata dell'aureola promessa alla madre di Dio dalla supplice acclamazione di tutte le generazioni. E veramente tutte le generazioni compiono questa profezia salutandola madre di Dio.
Maria rimase tre mesi circa colla cugina e si ritirò prima della nascita del bambino di Elisabetta. Quello non era più il suo posto, il suo ufficio caritatevole era terminato tanto più che anch'essa non aveva a provocare una curiosità indiscreta mentre era lontana dalla sua casa.

La nascita del Precursore e il suo ritiro nei deserto (Lc 1,57-80)

A tempo debito Elisabetta ebbe un figlio. La notizia se ne diffuse tanto più rapidamente quanto più a lungo aveva potuto rimaner nascosta in una casa isolata mentre la presenza di Maria aveva potuto dispensarla dall'uscire per provvedere ai bisogni di casa. Fu un momento di gioia generale fra parenti e amici, i quali nel giorno ottavo convennero numerosi per circoncidere il fanciullo.
Era quello il giorno fissato dalla legge e era così formalmente indicato che i rabbini non dubitavano di autorizzare la lieve fatica della cerimonia anche in giorno di sabato. Per la circoncisione, un fanciullo entrava nella comunione spirituale d'Israele, contraeva col Signore una specie di alleanza e veniva iniziato al culto divino.
Quello era pure il momento di assegnargli un nome tanto più che spesso il nome esprimeva una lode a Dio e ne riconosceva i benefici anche nell'umile fatto di una nascita. È abbastanza strano che i vicini, messisi tra loro tutti d'accordo, abbiamo proposto il nome di Zaccaria mentre si preferiva imporre a un figlio il nome dell'avo invece di quello del padre per evitare le possibili equivocazioni. Zaccaria però era molto avanti in età e perciò, prevedendo che la confusione non avrebbe potuto durare a lungo, insistevano nel loro proposito tanto più liberamente che il principale interessato era muto e non era stato interpellato in proposito. Elisabetta però intervenne a far valere i suoi diritti di madre. Nell'antichità patriarcale erano state appunto Rachele, Lia e le altre mogli di Giacobbe ad assegnare il nome ai figliuoli. Elisabetta dichiarò nettamente che il bambino sarebbe stato chiamato Giovanni. Si osservò che nessuno aveva portato quel nome nella famiglia e si finì per conchiudere di chiedere mediante gesti al padre - donde si vede che fosse altresì sordo - come dovesse chiamarsi il fanciullo. Il sacerdote che sapeva scrivere e che forse era stato indettato da Elisabetta, chiesta una tavoletta di legno ricoperta di cera e lo stile di ferro mise solamente: Giovanni è il nome di lui. La questione fu considerata risolta definitivamente; ma a questo punto, dopo questo atto di obbedienza, la sua lingua si snodò nuovamente ed egli parlò benedicendo Iddio con maggior sentimento di tutti.
Così finalmente il suo silenzio era rotto! Quante domande sul suo mutismo, sulla visione avuta nel tempio, su ciò che essa aveva fatto presentire di questo figlio del miracolo! Ma soddisfatta per il passato, la curiosità diventava ancora più pungente per l’avvenire e ognuno si domandava non senza una viva speranza: che ne sarà di questo bambino sul quale si estende così evidente la mano del Signore?
E Zaccaria espresse tutta questa gioia e queste aspirazioni in un cantico, nel Benedictus, che il clero recita ogni giorno alle laudi, al momento nel quale spunta l'aurora.
Il fortunato genitore fu messo a parte delle speranze di Maria, la cui presenza era stata per se stessa una luce per lui, luce che diventò più fulgida dopo la nascita di Giovanni, dopo le confidenze entusiaste di Elisabetta.
Per tal modo, entrando nello spirito che sarà quello del suo figliuolo, nello spirito di Elisabetta che umilia la sua felicità davanti alla sublime dignità di Maria, pensa dapprima alla salute già cominciata nella casa di Davide secondo la promessa fatta agli antichi profeti, secondo l'alleanza e il giuramento fatto ad Abramo.
Come tutti i figli d'Israele egli esalta la loro liberazione dai nemici che li odiano, ma per essi questo riposo sarà soltanto una miglior condizione per servir Dio nella giustizia e nella santità. Finalmente dopo aver benedetto a quel modo Iddio per la venuta del figlio di Maria, e dopo aver unito i suoi ai pensieri di essa, Zaccaria rivolge la parola al pargoletto che gli è stato dato e che sarà non solo il profeta dell'Altissimo ma colui che gli preparerà la via.
Le vie di Dio sono le vie del Messia e Giovanni dovrà precedere l'inviato e l'esecutore dell'opera di Dio. Oramai la speranza della liberazione politica si viene sciogliendo in una luce nuova come se i veri nemici fossero soltanto le offese fatte a Dio, e il ministero di Giovanni si riduce ad annunziare la salute per la remissione dei peccati in seguito alla manifestazione misericordiosa del cuore di Dio che farà rifulgere lassù in alto un astro tra gli uomini.
Gli uomini anche nel paese d'Israele giacciono in mezzo a tenebre profonde e per mettersi in via stanno in attesa della luce del giorno. Il Messia indicherà la strada da prendersi, quella della pace ove essi troveranno la salvezza.
In tal modo il cantico si termina come aveva cominciato e il Figliuolo di Davide apparisce sotto i tratti di un essere divino di cui Giovanni sarà soltanto il precursore.
Nell'attesa della sua manifestazione ad Israele, il fanciullo cresceva e la forza dello spirito veniva ogni dì più impadronendosi di lui, e finì per spingerlo nel deserto dove si doveva compiere la preparazione immediata alla missione affidatagli.
Queste poche parole di s. Luca non bastano a coloro che avrebbero caro di poter associare influenze umane all'azione dello spirito. Si è pertanto immaginato che Giovanni fin dalla sua adolescenza si sia iniziato alle dottrine ed alle pratiche di quegli esiliati volontari, viventi però in comunità sulle rive del Mar Morto, e che sono noti sotto la denominazione di Esseni.
Senza romperla col giudaismo essi avevano subìto in qualche modo l'influenza del pensiero greco. L'antica dottrina di Pitagora sembrava rivivere in loro. Predicando esplicitamente la superiorità dell'anima sul corpo, dello spirito sulla materia, gli Esseni consideravano la morte come liberazione dell'anima e non si davano pensiero di promuovere quella che chiamavano la caduta delle anime nei corpi, cooperando alla generazione dei figliuoli.
Giovanni sarebbe stato formato a questa disciplina dello spirito, a questo ascetismo e a quelle interminabili purificazioni; eppure tutta la vita del Battista, come vedremo, protesta contro gli influssi di una filosofia straniera. No: lo spirito che lo animava era quello della Legge, benché la sua missione, di ultimo profeta, fosse quella di orientare le anime verso uno che era più grande di lui.

Giuseppe assume la paternità legale di Gesù (Mt 1,18-25)

Maria era ritornata a Nazaret. Al suo raggiungere la grande pianura di Esdrelon e allo scoprire il piccolo villaggio sull'alto della montagna il suo pensiero dovette portarsi naturalmente verso il suo fidanzato Giuseppe, al quale non ancora sembra avesse fatto confidenza del suo stato.
Contava sulla sua riserva anzi sulla sua confidenza ma sopratutto contava sopra Dio che avrebbe condotto a buon termine tutte le cose.
Romperla con Giuseppe sarebbe stato accreditare voci infamanti, e d'altronde le consuetudini ebraiche non glie ne davano il diritto. Per noi il matrimonio è un sacramento che a un momento dato impone vincoli indissolubili; mentre fino al momento in cui esso si compie lo sposo non ha diritto alcuno e gli sponsali possono essere rotti da una parte e dell'altra.
Ma presso gli ebrei la giovane donzella, dopo essere stata accordata dal padre ad un uomo, cadeva senz'altro in potere di lui, e non dipendeva più che da lui di dare al matrimonio tutto il suo carattere, conducendosi la donna in casa. Anzi poteva prenderne possesso presso lo stesso suo suocero purché ciò avvenisse in forma ufficiale. Nell'intervallo la fidanzata colpevole d'essersi trovata con altri, veniva considerata come rea di adulterio e di più la legge permetteva al fidanzato di denunziarla e di invocare sovr'essa la pena normale che era quella della morte (Dt 22,23ss).
Senza essere strettamente obbligato a ciò, poteva col suo silenzio dar a credere d'essere turpemente connivente con l'adultera.
Ora avvenne che un giorno Giuseppe si accorse che la sua fidanzata era divenuta madre. Senza abbandonarsi al primo movimento di sorpresa e di indignazione, che poté ridestarsi naturalmente in lui, non per indulgenza, ma, come insinua il testo, che ci fa conoscere questa storia, perché era giusto, risolse di non esporre la sua fidanzata al pubblico discredito denunziandola.
Il giusto non condanna senza avere una prova decisiva della colpevolezza. Giuseppe non l'aveva ancorché tutte le apparenze fossero contro Maria.
Egli tenne conto della sua virtù, della sua serenità, dell'innocenza evidente di così santa creatura, del suo stesso amore che non poteva essersi ingannato.
Quante volte per resistere contro l'opinione pubblica ammutinata si è fatto ricorso all'ignoto, all'inverosimile in favore di una persona cara e degna di un amore sicuro di sé! Se Giuseppe non avesse creduto alla possibilità di un fatto miracoloso, con poca probabilità si sarebbe adattato a mettersi in pace dopo l'avvertimento di un sogno.
In tale ansietà, partito più prudente gli parve quello di rendere a Maria la sua libertà con tale discrezione da sottrarla a qualsiasi sospetto di colpa.
Prima però che prendesse la decisione definitiva un angelo del Signore gli apparve in sogno e interpellatolo come figlio di Davide, volendo quasi insinuare con ciò trattarsi di cosa riguardante il Messia di cui doveva essere padre putativo, gli ordinò di trasmettergli mediante il matrimonio i diritti della casa di Davide.
L'angelo aggiungeva: Non temere di prenderti in casa in qualità di moglie Maria vale a dire di dare al tuo fidanzamento la sanzione legale definitiva, poiché ciò che si è compiuto in lei è opera dello Spirito Santo.
È così che s. Matteo, il primo evangelista, diceva con una sola parola ciò che si è visto esposto più a lungo da s. Luca. Anche questi esprime a sua maniera la buona nuova apportata non più a Maria ma a Giuseppe depositario delle promesse legali: Maria tua moglie partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù - altra coincidenza sopra questo nome del Salvatore - poiché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati.
Come s. Luca, S. Matteo ha coscienza della sublimità di queste anime. Mentre gli Apostoli si mostreranno così tardi nel comprendere la vera missione del Messia, a Giuseppe, come a Zaccaria, viene annunciato che sarà liberatore dal peccato.
Poi secondo la sua usanza, di cui abbiamo qui il primo esempio, l'evangelista fa allusione alla profezia dell'Emanuele in Isaia, la più chiara di tutte quelle che riguardano il Dio-fanciullo: Ecco che la vergine concepirà e partorirà un figlio e gli sarà posto nome Emmanuele, vale a dire Dio con noi.
Profezia chiara, diciamo, benché ancora velata, avviluppata cioè dall'ambiente dei tempi assiri sotto il re Achaz. Ora la profezia domina i tempi come un velivolo i paesaggi: tutto vi appare sullo stesso piano; mentre dopo compiutosi l'avvenimento le circostanze del passato scompaiono come nebbia ai raggi del sole e l'anima resta sorpresa dalla coincidenza delle espressioni con un fatto così grandioso che nessuno avrebbe osato concepire. Le parole di Isaia consacrate all'Emmanuele, portano nelle anime una convinzione dolcissima durante la notte del Natale:
Poiché un figlio ci è nato,
un figlio ci è stato dato;
ha sulle spalle la sovranità
e gli sarà dato per nome:
Meraviglioso - Consigliere,
Dio forte,
Padre per sempre,
Principe della pace:
per ingrandire la sovranità,
e per la pace senza fine
sul trono di Davide
e nel suo regno;
per confermarlo e consolidarlo
nel diritto e nella giustizia,
da questo momento e per sempre.
Lo zelo del Dio delle armate farà tutto ciò
(Is 9.6ss).
In questa enumerazione però non trovasi il nome di Gesù. Il Nuovo Testamento non è una imitazione dipendente dall'Antico; ma è per se stesso una realtà di cui l'altro è soltanto la figura.
Riscosso dal suo sonno e per la sua confidenza fatto degno delle confidenze di Maria, Giuseppe la prese in moglie e quando ebbe un figlio gli pose nome Gesù.
A Giuseppe dunque spetta l'onore d'aver introdotto Gesù nel mondo come discendente da Davide.

La genealogia di Gesù (Mt 1,1-17; Lc 3,23-38)

Giuseppe discendeva realmente da Davide e s. Matteo e s. Luca sono d'accordo sopra questo punto né sembra che esso sia stato contrariato durante la vita del Salvatore. Non si poteva salutarlo Messia senza crederlo figlio di Davide ed era tale per mezzo di Giuseppe avuto da tutti in conto di padre.
S. Matteo ha fornito fin dal principio del suo evangelo il quadro genealogico. Essendo Gesù l'oggetto della promessa fatta ad Abramo, conveniva risalire a questo padre degli altri patriarchi Isacco e Giacobbe. Seguendo le figliazioni registrate nella sacra Scrittura si arrivava facilmente a Davide in quattordici generazioni. Da Davide a Geconia al tempo della cattività di Babilonia, Matteo, col registrare ancora quattordici generazioni nella serie dei re omettendo i tre anelli, Ocozia, Gioas e Anasia, perfettamente conosciuti, dimostrò non essere suo intendimento di tracciare una serie completa.
Vi sono ancora quattordici generazioni tra Salatiel e Giuseppe, cifra la cui esattezza non può essere controllata e che non offre altre garanzie.
Il numero quattordici venne forse scelto perchè le lettere ebraiche con cui viene scritto il nome di Davide, prese numericamente, costituiscono un totale di quattordici. L'incertezza però sul numero delle generazioni non inferma il valore della genealogia.
Nella Chiesa primitiva i parenti di Gesù erano in possesso del titolo di figli di Davide, del che, secondo lo storico Egesippo, Domiziano si sarebbe inquietato: prese però informazioni precise, non gli parvero più temibili e lasciò correre.
Si obietta però che se l'albero genealogico di S. Matteo fosse stato ben in regola e universalmente riconosciuto, s. Luca non ne avrebbe pubblicato un altro che risale fino a Davide per Natan e non per Salomone. Alcuni commentatori rispondono aver s. Luca tracciato la discendenza di Maria anzi che quella di Giuseppe, per quanto anche il terzo evangelista finisca con Giuseppe e con la chiara figliazione putativa o adottiva. La tradizione dei Padri non è meno formale del testo.
È quanto poteva importare al nostro caso, mentre così ciascuna delle due genealogie può benissimo, senza cessare d'essere vera, procedere per adozioni che sostituiscono con una linea collaterale la linea diretta. In questo caso è il diritto che regola ogni cosa, e questo si trasmette per via dei fratelli come per via dei figliuoli. Una genealogia semitica considererebbe Enrico IV re di Francia come figlio di Enrico III che gli ha riconosciuto il diritto al regno: ciò che è essenziale è che ambedue siano discendenti da s. Luigi.
Un simile fenomeno poté indurre gli evangelisti a collegare Giuseppe con due rami differenti e ad assegnargli in certo modo due padri. Fin dal principio del terzo secolo Giulio africano vedeva in questo caso l'applicazione di una istituzione legale. Il figlio di un uomo che aveva sposato la vedova del fratello aveva, oltre il padre naturale, un padre legale, vale a dire il primo marito della madre. È quanto non è possibile verificare a proposito di Giuseppe, per quanto in simile caso non si possa pretendere una soluzione precisa e definitiva.
Assai più interessante sarebbe stato per noi conoscere la linea di Maria, che sola trasmise a Gesù il sangue di Davide, ma purtroppo ci mancano gli elementi per ricostruirla. Nel pensiero di s. Luca la discendenza davidica interessava specialmente gli ebrei; ma siccome Gesù è Salvatore del mondo e non soltanto Messia degli Ebrei, egli ha voluto risalire più in su di Abramo, fino al progenitore del genere umano, Adamo, che fu da Dio non in qualità di figlio ma di sua immediata creatura. Per tal modo Gesù è nella umanità un nuovo punto di partenza, e la redenzione è una data che risponde a quella della creazione.

La nascita di Gesù a Betlemme (Lc 2,1-20)

Maria e Giuseppe ormai inseparabili furono obbligati a prendere la via di Betlemme dove Gesù, stando alle profezie, doveva nascere.
Veramente esse affermano solamente che il Messia doveva uscire da Betlemme la città originaria di Davide ed essendo figlio di Davide, si sarebbe comunque potuto dire oriundo di Betlemme; la profezia di Michea però veniva intesa in un senso più rigoroso e la nascita di Gesù a Betlemme le conferiva un compimento più sensibile.
Allora, obietta una critica che si dà le arie di una pretenziosa superiorità, la nascita a Betlemme venne immaginata per realizzare una profezia e Renan ha potuto scrivere senza battere palpebra, quasi che tutto il mondo fosse stato con lui d'accordo: Gesù nacque a Nazareth, e considerare tutto ciò che è stato scritto da s. Luca intorno al censimento che condusse Giuseppe e Maria a Betlemme come una pura finzione.
Oggi si fa strada la certezza che questo racconto avrebbe dovuto insegnare agli eruditi certe precisioni che si vanno affermando un pò alla volta alla luce dei testi nuovamente scoperti. S. Luca ha affermato aver l'imperatore Augusto ordinato il censimento di tutto l'impero romano chiamato dall'evangelista, con un pò di iperbole, l'universo. Questa operazione catastale venne eseguita anche in Palestina ai tempi di Erode e provocò la venuta a Betlemme di Giuseppe e di Maria. Tale censimento fu in un certo rapporto con Quirino uno dei legati della Siria.
Questo punto non è ancora completamente dilucidato e secondo noi il testo dovrebbe essere tradotto così: Questo censimento fu anteriore a quello che ebbe luogo al tempo in cui Quirino era governatore della Siria. Per tal modo non vi sarebbe alcuna difficoltà. È certo che questo grande personaggio fece eseguire il censimento della Giudea nel momento in cui essa, nell'anno 6-7 dopo C., fu incorporata alla provincia della Siria, pur conservando un magistrato proprio col titolo di procuratore. Questo censimento, che consacrava il dominio di padroni adoratori dei falsi dei, diede luogo ad un terribile sommossa religiosa e restò celebre. Per evitare qualsiasi confusione s. Luca avrebbe distinto un censimento generale da questo censimento speciale di aggregazione all'impero.
Altri preferiscono supporre che Quirino, il quale è stato in due riprese governatore della Siria, abbia presieduto al primo censimento avvenuto durante la prima legazione; ma è difficile fissarne la data e ancor più difficile farla concordare con quella che è supposta da s. Luca.
Ad ogni modo si ammetterà che una difficoltà cronologica o, piuttosto, una incertezza sopra un punto particolare, non può autorizzare uno storico a mettere in dubbio un fatto d'altra parte plausibile.
Ora è certo che Augusto si diede premura di far fare il censimento di tutto il suo impero e se concepì il disegno di inchiudervi anche il regno di Erode, la cui annessione era vicina, non se ne sarebbe astenuto per semplice riguardo al tiranno invecchiato e tenuto nel conto che si meritava.
Quanto al modo col quale i Romani procedevano anche nelle province a queste descrizioni di persone e di beni, siamo benissimo istruiti da un papiro recentemente scoperto. Il censimento si faceva per case, vale a dire per clan, di maniera che ciascuno era obbligato ad andare a farsi iscrivere al suo luogo d’origine. Caio Vibo Massimo, prefetto d'Egitto, ordinava che in vista del censimento per case, che doveva farsi per tutti quelli che si erano allontanati per un motivo qualsiasi, facessero ritorno al loro paese per conformarsi alla solita formalità del censimento. Se ciò avveniva nel 103 dopo Cristo, dovette aver luogo a più forte ragione quando le costumanze antiche non avevano ancora subìto il processo di adattamento alle norme del diritto romano. In Egitto si esigeva dai sacerdoti soltanto la regolare presentazione dei loro titoli genealogici. Anche tra i Semiti molte famiglie ancorché di umile condizione si vantavano di conoscere i propri antenati.
Oggi stesso ogni maronita emigrato a Gerusalemme o agli Stati Uniti sa benissimo a qual clan sia addetto e a qual villaggio dovrebbe far ritorno per farsi iscrivere se ciò fosse richiesto.
Giuseppe dunque, come discendente da Davide, si portò a Betlemme. Si comprende abbastanza come, per non lasciarla sola, vi abbia condotto anche Maria. E poi perchè non avrebbe ad essi sorriso il pensiero di trasportarvi la loro dimora, dopo essere stati avvertiti che Gesù sarebbe stato il ristoratore del trono di Davide?
Per tal modo, mentre il padrone dell'impero emana un decreto che obbliga umili persone a mettersi in moto, inconsapevolmente dà compimento ad una profezia: Che fate voi principi del mondo .... Ma Dio ha altre mire e voi le eseguite per quanto non rispondano alle vostre viste umane (Bossuet).
In regola oramai con l'erudizione più cavillosa, possiamo abbandonarci in pace all'incanto di questo racconto che riempie i cuori di gioia, i cuori dei fanciulli e più ancora quei delle madri.
Giuseppe e Maria dunque si misero in viaggio alla volta di Gerusalemme e poi di Betlemme, distanza ben lunga a percorrersi specialmente nelle condizioni di Maria, la quale, a meno di ammettere il racconto degli apocrifi, non dobbiamo pensare esente dagli incommodi del suo stato. A quel tempo non era ancora stata tracciata quella ammirabile rete di strade a cui i Romani attesero più tardi, e per quanto fosse possibile fare la strada valendosi di carri o di lettighe, non possiamo pensare che quella coppia potesse prendersi un lusso somigliante. A Betlemme essi non poterono trovar posto in quei grandi alberghi che oggi si chiamano Khan, ove gente e bestie si mettono come possono gli uni accanto agli altri. L'ufficio di censimento che funzionava allora a Betlemme attirava molta gente. Invece Giuseppe e Maria poterono trovare un’ospitalità molto modesta in una di quelle grotte che servivano di abitazione per le persone e di stalla per il bestiame.
Eran colà forse da qualche giorno, in attesa dell'ora per essere inscritti, quando Maria diede alla luce il suo figlio primogenito. Nell'usare questa espressione s. Luca sapeva bene che nessun cristiano sarebbe stato indotto in errore, giacché egli non parlerà mai di fratelli o sorelle di Gesù e nessuno ignorava che il primogenito era rimasto l'unico figlio di Maria. Da scrittore previdente però preparava già quanto doveva dire intorno alla presentazione al tempio che era obbligatoria soltanto per i primogeniti.
In quella grotta, abitazione e stalla a un tempo, vi era naturalmente una mangiatoia in forma di piccola cassetta per contenere l'orzo offerto alle bestie da soma. Di essa si servì Maria per deporvi il bambino che ebbe cura di avvolgere in pannicelli. La nascita di questo frutto divino non aveva interessato la verginità di Maria più della sua concezione e ciò nel modo ineffabile che dobbiamo supporre degno di Dio e della madre da lui scelta per il suo figliuolo.
Il luogo tradizionale del presepio, assicurato da una lunga tradizione, è situato un po' a oriente, sul pendio della collina, sul cui punto più elevato era costruita l'antica borgata. Nel discendere verso oriente si arriva ben tosto al limite delle coltivazioni. Ben più di Gerusalemme, Betlemme era la regina del deserto e centro di traffico dove anche ai nostri giorni le tribù nomadi vengono ad acquistare il frumento e a vendere i loro tessuti e il loro formaggio.
Vi erano pertanto assai vicini alcuni pastori che vegliavano sul gregge. Durante l'inverno e alla fine di dicembre, alla qual data si è fissata la liturgia, mentre il gregge delle popolazioni del villaggio aveva fatto ritorno almeno durante la notte nelle stalle, quello dei veri pastori che abitavano il deserto, dove la temperatura a mano a mano che si scende verso il Mar Morto è più dolce, passava la notte all'aperto. Un gruppo di questi nomadi - giacché essi non erano di Betlemme - rimasti svegli durante quella notte se ne stavano conversando e custodendo gli animali.
D'un tratto un angelo si manifestò presso di loro e si videro avvolti da una luce insolita, luce che li spaventò parendo loro sopranaturale.
L'angelo disse: Non abbiate paura! Di fatto egli veniva per annunziare la buona novella e l'evangelo è senza dubbio, prima di qualsiasi altra cosa, un messaggio del cielo alla terra. La rivelazione è fatta ad Israele ed è argomento di una grande gioia per il fatto che nella città di Davide è nato un Salvatore che è il Messia, Signore al quale è dovuto l'omaggio. Tocca a loro oramai cercare per convincersi di non essere stati vittime di un'illusione: essi troveranno un fanciullo in una mangiatoia non già abbandonato nella sua nudità, come la strana culla poteva farlo prevedere, ma avvolto in pannicelli.
E, quasi il cielo volesse associarsi a quella gioia, un numeroso stuolo dell'armata celeste apparve lodando il Dio d'Israele, che aveva voluto essere chiamato il Signore delle armate celesti, e che doveva essere riconosciuto per unico Dio del mondo:
Gloria a Dio lassù in alto
pace sulla terra agli uomini di buona volontà.

Così Dio raccoglierà la gloria, la gloria del perdono accordato agli uomini che dovranno con retta volontà accogliere chi è venuto a salvarli e a portare in tal modo ad essi la pace.
Tale è dunque l'evangelo annunziato a quei semplici mortali. Essi avevano conservato nel loro deserto l'antico ideale di Abramo venuto nomade dalla Caldea sotto la tenda che sola a quel tempo accoglieva il culto del vero Dio.
Mentre l'Israele delle città si guardava dal contaminarsi al contatto dei gentili per un semplice isolamento morale, ove l'orgoglio aveva la sua gran parte, questi pastori contenti di poco, abituati ad una vita eminentemente semplice, famigliari colla presenza di Dio particolarmente sentita nelle solitudini, si mostrarono docili alla voce celeste e si dissero l'un l'altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme a vedere ciò che il Signore ci ha fatto conoscere».
Vi giunsero in fretta e visto il segno dato da Dio, diffusero a loro volta la buona novella e fecero ritorno al loro gregge.
Ma l'eco più fedele di tutte queste parole, la penetrazione più intima di tutte queste cose si ebbe nel cuor di Maria dove convergevano tutti i disegni di Dio.

Le osservanze legali (Lc 2,21-38)

Il Salvatore promesso e annunziato ad Israele, nato in Israele, doveva presentarsi come l'erede della promessa fatta ad Abramo e sanzionata mediante l'istituzione religiosa della circoncisione.
La legge di Mosè aveva conservato questo rito, e i parenti di Gesù, la madre e il padre putativo, non avendo avuto dal cielo altra istruzione, non potevano, da pii israeliti, non conformarvisi. Gesù fu dunque circonciso l'ottavo giorno e gli fu imposto il nome di Gesù indicato dall'angelo a Maria e a Giuseppe.
Quanto a Maria, ella avrebbe potuto credersi dispensata da un'altra legge che obbligava le giovani madri a presentarsi al tempio per compiervi una specie di purificazione legale mediante l'offerta di un agnello di un anno per l'olocausto e di un piccolo piccione o di una tortorella come sacrificio per il peccato. I poveri erano autorizzati a portare due piccioni o due tortorelle (Lv 12,6-8).
Di più tutti i primogeniti anche quelli degli animali appartenevano al Signore (Nm 18,15) e un fanciullo doveva essere riscattato mediante il pagamento di cinque sicli. Non è chiaramente prescritto che dovesse essere presentato al tempio, ma nessuna madre pia si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione d'assicurare al figlio la benedizione dell'Altissimo. Maria e Giuseppe almeno intesero a quel modo la legge del Signore. Se essa obbligava di consacrargli ogni maschio, primo uscito dal seno materno, come non offrirgli questo rampollo di Davide che doveva essere riconosciuto come il figlio di Dio?
L'entrata nel cortile del tempio di così piccola brigata aveva tuttavia qualche cosa di solenne. In quel momento, in cui, secondo la profezia di Malachia (Ml 3,1), il Signore veniva per la prima volta nel suo tempio, era conveniente che vi fosse salutato da uno di quegli uomini pieni di Spirito Santo conosciuti sotto il nome di profeti.
Eravi là uno che si chiamava Simeone, uomo giusto, pieno di timore di Dio, i cui pensieri erano tutti rivolti alla redenzione d'Israele. Lo Spirito Santo era in lui, dice s. Luca, dando così a vedere che l'antica legge preludeva in alcune anime giuste a quella effusione di spirito che doveva caratterizzare la nuova alleanza. Lo Spirito Santo gli aveva poi rivelato che non sarebbe morto senza vedere il Messia del Signore, e, poiché era dallo spirito governato in ogni cosa, fu da esso condotto al tempio nel momento nel quale vi entravano i parenti di Gesù.
I più illuminati fra i gentili immaginavano che, al momento della morte, l'anima sul punto di liberarsi dai legami del corpo penetrava più a fondo nella conoscenza delle cose divine. Tale speranza fu realizzata questa volta dalla grazia dello Spirito. Simeone vede più lontano di Zaccaria, il cui sguardo si è fermato alle frontiere d'Israele, e, preso tra le braccia il fanciullo, quale vero erede di Isaia, saluta in Lui quegli che spanderà la salvezza fra tutti i popoli, essendo luce delle nazioni senza cessare d'essere gloria d'Israele. Ma questa luce non fugherà tutte le tenebre.
Secondo la forza del termine legale fin da quest'ora il primogenito di Maria è santificato a Dio, espressione della quale Gesù si servirà alla vigilia della sua passione: Io mi santifico da me per essi affinché anch'essi vengano santificati in verità (Gv 17,19).
Ora la consacrazione al Dio santo si compie mediante il sacrificio. Se i primogeniti dell'uomo non sono immolati e Gesù stesso venne riscattato per cinque sicli il giorno della sua presentazione, l'immolazione però lo attende nell'avvenire. Il vecchio Simeone ebbe il presentimento di essa, come del risultato finale della contraddizione che condurrà Gesù alla morte e a una morte salutare a tanti. E poiché il bambino pareva assopito nella incoscienza propria della sua età, rivolse al cuore della madre di Lui l'annunzio doloroso della sua profezia: Ecco egli è posto per la rovina e per la salute di un gran numero d'Israele e per essere dato in balia alla contraddizione. Così anche la tua anima sarà trapassata da una spada. Primo dolore profondo della madre colpita per prima, in attesa d'essere associata alla passione del figlio.
Dai tempi di Maria, sorella di Mosè, le donne in Israele erano state favorite dello spirito profetico. Una vedova di nome Anna figlia di Fanuel, in età di ottantaquattro anni, dopo aver vissuto soltanto sette anni nel matrimonio, si era data a servire Dio nel tempio con digiuni e preghiere. Essa si unì a Simeone per rendere gloria a Dio, e per annunziare a tutti quelli che aspettavano la liberazione d'Israele che il Salvatore era nato.
Così i due vegliardi curvi sopra quel bambino rendevano oracoli e sembravano la voce del tabernacolo antico. Avevano ben compreso che Gesù era oramai il vero tempio nel quale a Dio era caro risiedere?

L'adorazione dei magi e la fuga in Egitto (Mt 2,21-38)

Dopo aver raccontato come Gesù venne consacrato al Signore, s. Luca riconduce la sacra famiglia a Nazaret donde erano venuti Maria e Giuseppe.
Nessuno storico rifiuterebbe, a cagione di questa notizia, di collocare altri fatti tra la presentazione al tempio e quel ritorno. È quanto vien suggerito dal racconto di s. Matteo.
La vera difficoltà sta piuttosto nello spiegare come Giuseppe, abitante egli pure di Nazaret, abbia ricondotto Maria con Gesù, dopo la cerimonia nel tempio, a Betlemme; né abbiamo indizi che ci permettano di risolvere positivamente questo dubbio. Può darsi che Giuseppe aspettasse una occasione favorevole o che non fosse ancor giunta la volta per lui di farsi iscrivere; può darsi ancora che si fosse guadagnata l'amicizia di chi gli aveva offerto un asilo o di qualche parente lontano col quale avrebbe riannodato in occasione del censimento le sue relazioni famigliari. Ad ogni modo in una grotta, adattata ad uso di abitazione Maria e Giuseppe non erano peggio che a Nazaret.
S. Matteo ad ogni modo, senza mettere il lettore al corrente dei motivi che li indussero a prendere quel partito, suppone che essi fossero ancora a Betlemme quando giunsero i Magi.
Tale visita non può essere messa prima della scena del tempio ancorché si supponga un soggiorno in Egitto durato pochi giorni soltanto; giacché il ritorno a Gerusalemme dopo il massacro degli innocenti sarebbe stato per la sacra famiglia un esporsi a quel pericolo da cui Giuseppe, come s. Matteo lo dirà espressamente, doveva assolutamente sottrarsi.
Chi erano questi magi? Gli antichi e specialmente gli occidentali li hanno considerati come sacerdoti della religione persiana. È il senso ufficiale della parola, ma tale espressione si usava anche per designare gli astronomi, un pò anche astrologhi, perché in oriente, se si astrae dalla grande scuola di astronomia di Alessandria, non si badava alle stelle e ai pianeti sopra tutto se non per penetrare il destino dei bambini nati sotto questa o quella influenza.
La cattiva fama di cui godevano gli astrologhi ha potuto indurre i padri della chiesa a vedere nei magi dell'evangelo sacerdoti persiani. Ma la Persia non è precisamente a oriente della Palestina e i padri che trassero la loro origine dalla terra santa, s. Giustino (2° secolo), e s. Epifanio (4° secolo) fanno venire i magi dall'Oriente, cioè dal paese posto al di là del Giordano, dall'Arabia, il che è bene indicato dalla natura dei loro regali.
Questi stessi regali hanno fatto credere a Tertulliano che fossero re perché il salmo LXXI rappresentava i re degli Arabi e di Saba in atto di portare doni al Messia. La tradizione popolare aggiunge uno splendido equipaggio e li nomina Melchiorre, Gasparre e Baldassare rappresentanti rispettivamente dei Semiti, degli altri di razza bianca e dei negri.
Basta che noi ci rappresentiamo alcuni uomini gravi, occupati dello studio del cielo, bramosi di leggervi l'avvenire e specialmente preoccupati della venuta di un gran re aspettato in quel tempo dagli Ebrei. Gli Ebrei erano, fin da quel tempo molto numerosi in Arabia, dove facevano conoscere le loro speranze e dove era viva forse quella profezia di Balaam del profeta del paese di Moab che aveva annunziato che una stella uscirebbe da Giacobbe e uno scettro s'innalzerebbe da Israele (Nm 24,17).
Dai giorni del veggente contemporaneo di Mosè, le vaghe speranze di un gran regno si erano mantenute vivaci. Esse erano anche diffuse in tutto il mondo antico. Il levare di un astro e la venuta di un re erano congiunti nella opinione pubblica e il primo si riteneva pronostico della seconda.
Ora i magi avevano visto levarsi in oriente un astro nuovo, verosimilmente una cometa. Tutti credevano per certo esser quello il presagio di un regno glorioso. I magi pensarono al futuro re degli Ebrei, di cui da costoro si narravano cose tanto gloriose. Pensando adunque che egli fosse nato, se ne vennero a Gerusalemme nella città santa del giudaismo, e, poco al corrente delle circostanze e in particolare della feroce gelosia di Erode manifestatasi persino contro i propri figliuoli, senza ambagi espressero la loro intenzione d'andare a rendere omaggio al neonato quando fosse loro indicato il luogo della nascita. Nessuno degli abitanti di quella terra privilegiata avrebbe dovuto ignorarlo.
Ma avvenne precisamente il contrario ed essi non suscitarono che lo stupore generale e il turbamento che consegue naturalmente alla diffusione di una notizia straordinaria. La polizia di Erode prevenne il vecchio tiranno che non aveva mai posto mente all'ipotesi di un simile competitore.
Non entrava nelle sue abitudini chiedere consiglio al Sinedrio, da lui ridotto a non occuparsi che di applicar la giustizia. Per questa volta però egli chiamò presso di sé i membri dell'alta assemblea che passavano per aver qualche competenza in materia di profezie, sacerdoti e scribi, e li pregò di dire prima a lui, dove dovrebbe nascere il Messia di cui si vedeva la immagine adergersi innanzi inquietante.
I maestri in Israele si trassero con onore da quella posizione risolvendo con precisione il problema proposto. Ciascuno sapeva dover essere il Messia figlio di Davide; ma molti credevano di poter affermare essere la sua origine terrestre misteriosa e, dopo aver vissuto dapprima nel nascondimento, dover apparire tutto a un tratto con apparato grande, e dal profeta Elia, ricomparso appunto sulla terra, dover ricevere l'investitura del Messia e mediante l'unzione sacra divenire l'Unto del Signore.
Questo figlio di Davide come il suo capostipite avrebbe avuto legami con Betlemme, mentre non era abbastanza sicuro se dovesse nascere colà. Siccome però un testo del profeta Michea pareva abbastanza preciso, i dottori non esitarono a citarlo. Il testo ebraico (Mc 5,16) diceva: Ma tu Betlem di Efrata, piccola quanto alla tua posizione fra i clan di Giuda, da te verrà a me uno che sia sovrano in Israele e le cui origini dateranno dall'età antica, dai giorni di un passato lontano. Egli li abbandonerà fino al giorno in cui quella che deve partorire abbia partorito.
Con ciò essi avevano messo la mano sulla sola profezia che tratta di questo argomento nella Bibbia. S. Matteo riassume il testo in modo da dare a intendere che oramai Betlemme non sarebbe più così piccola!
Erode si accontentò di questa risposta, tanto più che non vedeva a Betlemme alcuno, fra gli uomini in grado di regnare, chi potesse dargli ombra. Tuttavia ebbe la curiosità di fare un'inchiesta presso i magi sull'epoca precisa dell'apparizione dell'astro. Il loro eroe non poteva essere che un bambino e da ciò conchiuse che quanto essi avevano detto fosse affatto chimerico.
Se avesse annesso la minima importanza alla congettura di quegli stranieri avrebbe mandato dietro a loro alcuni cavalieri per avere informazioni precise due o tre ore dopo. Invece si addormentò sopra il suo senno politico assai sviluppato. I suoi figli erano là pronti ad accogliere la sua eredità, quelli almeno che erano stati da lui risparmiati, Archelao, Antipa e Filippo. Augusto sarebbe stato forse tentato di aggregare la Palestina all'impero, ma, qualora avesse voluto lasciar sussistere un re, questi sarebbe stato un principe della sua famiglia. Prendere sul serio quella astrologia e quella profezia gli pareva poco degna cosa per un politico consumato com'egli era e perciò con fare bonario, dal quale però traspariva un'ironia beffarda, rispose: Andate, cercate attentamente del fanciullo e quando l'avrete trovato venite a dirmelo, perchè anch'io vada a prostrarmi dinnanzi a lui.
Non si sa con quale atteggiamento, ma quelli che lo conoscevano a fondo poterono pensare che questa sua spiritosità avrebbe finito nel sangue.
I magi dunque partirono. In due ore essi avevano raggiunto Betlemme e la loro gioia fu grande quando l'astro visto già in oriente, si mostrò nella direzione del mezzogiorno e si fermò sul luogo dov'era il bambino.
La cometa, se è possibile pensare a una cometa, aveva fatto da guida e s. Matteo, descrivendone i movimenti, adopera termini appropriati alla missione provvidenziale dell'astro. Niente ci toglie di sottointendere ciò che il testo non dice. Come i pastori, benché illuminati dagli angeli, avevano dovuto interrogare per assicurarsi del segno che era stato dato ad essi, anche i magi possono a loro volta aver cercato per trovare l'alloggio dove si trovava il neonato bambino.
Entrati nell'umile capanna che serviva d'abitazione, i magi videro il bambino con Maria sua madre e prosternatisi davanti a lui estrassero dalle loro bisacce da viaggio i regali che avevano preso con sé per il piccolo sovrano e offrirono oro, incenso e un pò di quella resina profumata che veniva sotto il nome di mirra. Più tardi si riscontrò in questi doni il simbolo relativo. L'incenso è riservato a Dio, l'oro va dato in tributo al re, la mirra fu impiegata nella sepoltura del Cristo. I buoni magi avevano portato seco quello che gli stranieri andavano preferibilmente a cercare nel loro paese. L'istinto del loro cuore li portò a scegliere oggetti di simbolismo così elevato e in pari tempo così espressivo e fiero.
Dio non permise che fossero vittime della loro semplicità e in sogno vennero avvisati di ritornare per altra via al loro paese. È facile congetturare che, arrivati per la via solita di Gerico, essi siano passati nel loro viaggio di ritorno per i sentieri che passano a mezzogiorno del Mar Morto.
Ma il pericolo era ancor più grave per il bambino pel quale non era ancora venuta l'ora né di soffrire, né di manifestarsi mediante i miracoli. Perciò un angelo del Signore venne durante il sonno a prevenire Giuseppe e a ordinargli di fuggire in Egitto col bambino e con la madre poiché Erode avrebbe cercato di far morire Gesù.
Giuseppe ubbidì all'istante. L'Egitto cristiano andò superbo per questa visita e parecchie località si disputarono l’onore di aver ospitato la sacra famiglia. Maria addormentata tra le braccia della grande sfinge col bambino in grembo, Giuseppe in atto di vegliare e di por mente ai rumori del deserto sono immagini care alla pietà moderna. Ma nessuna tradizione ha diritto di essere preferita alle altre. A Giuseppe poteva bastare di passare a sud della Giudea e di raggiungere la frontiera di Egitto per esservi al sicuro. Ciò bastava perchè s. Matteo potesse vedere in questa fuga e in questo soggiorno seguito da un ritorno in Terra Santa una analogia tra Gesù figlio di Dio e Israele, figlio adottivo, dal Signore ricondotto dall'Egitto, come l'aveva raccontato a lungo Mosè e come l'aveva ricordato il profeta Osea con le parole: Io ho richiamato dall'Egitto il figlio mio) (Os 11,1).
Erode pensava ancora ai magi? Gli venne fatto osservare ch'essi non facevano ritorno; e informatosi e saputo essersi dileguati senza tener conto dei suoi ordini, ed essere per tal modo stato giuocato da quegli ingenui contemplatori di pianeti, diede in uno di quegli eccessi di furore che hanno reso il nome di lui esecrabile e che avrebbero fatto dire ad Augusto doversi preferire d'essere il porco che il figliuolo di Erode; giacché, mentre non mangiava carne di porco, metteva poi a morte i propri figliuoli.
Il testamento suo conteneva delle clausole terribili disposte affinché si fosse obbligati di piangere alla sua morte. Non è raro veder un terrore superstizioso subentrare alla incredulità. D'altra parte l'assassinio di una ventina di bambini era poca cosa quando fosse in giuoco la tranquillità del suo regno contro un attentato di ribellione. Non potendo raggiungere i magi, si vendicò contro i competitori designati da essi e fece massacrare i bambini in Betlemme e nelle borgate appartenenti a quel territorio. Per essere tanto più sicuri di comprendervi il nemico si risalì fino ai due anni.
L'incidente era senza importanza per Erode il grande che sentendosi vicino a morte si disponeva ad andare alle acque di Calliroe sulle rive del Mar Morto in cerca di un rimedio alle sue intollerabili sofferenze. Ma il dolore delle madri! S. Matteo vi ha visto un vero lutto nazionale che richiamò alla mente sua i lamenti e i gemiti strappati dalla deportazione ai discendenti di Efraim.
Efraim era nipote di Rachele perché Giuseppe ne era il padre, e si era creduto di intendere la madre di quella tribù, Rachele stessa, in atto di piangere sui suoi figliuoli e di rifiutarsi d'essere consolata perchè essi non erano più! (Gr 31,15).
Il paragone si imponeva tanto meglio perché Rachele, mentre era madre di Efraim, aveva secondo la tradizione la sua sepoltura vicina a Betlem. Essa si sentiva dunque anche per questo riguardo nel soggiorno dei morti con gli altri patriarchi provata nelle sue viscere materne per queste vittime innocenti. La Chiesa a sua volta fa suoi i sentimenti di Rachele e s'associa al dolor delle madri, sopprimendo nella liturgia dei santi innocenti l'Alleluia, e impiegando il colore violaceo. È questo un ultimo ma perenne ricordo della lamentazione di Geremia.

Il ritorno a Nazaret (Mt 2,19-23; Lc 2-39)

Erode morì, stando alle indicazioni lasciateci dallo storico Giuseppe, pochi giorni prima della Pasqua dell'anno 4 av. C., nell'anno 750 di Roma.
Per un errore quindi di Dionigi il Piccolo, un monaco del sec. VI, la data della nascita di Gesù venne fissata nell'anno 754 di Roma, mentre era nato vivente ancora Erode. D'altra parte, stando alla data fissata da s. Luca al momento della inaugurazione della predicazione di Giovanni Battista, il Cristo non può essere nato prima dell'anno 750 di Roma e perciò alcune settimane o alcuni mesi avanti la morte di Erode. Per tal modo il soggiorno in Egitto deve essere stato di corta durata, almeno se, morto Erode, avvertito in sogno da un angelo Giuseppe fece subito ritorno nel paese d'Israele. Erode aveva designato in un primo tempo Antipa come suo successore; ma pochi giorni prima della morte assegnò la Giudea e la Samaria all’altro suo figlio Archelao col titolo di re, la Galilea e la Perea a Antipa col titolo di tetrarca. Augusto approvò queste disposizioni, ma lasciò a Archelao il solo titolo di etnarca ossia di capo della nazione.
Archelao ebbe dapprima a domare una guerra civile e si comportò da tiranno in guisa che Augusto dieci anni più tardi gli tolse il potere.
Il ricordo del massacro ordinato da Erode non permetteva di ricondurre un bambino a Betlemme, e Giuseppe prese la via della Galilea, dove Antipa governava con maggiore umanità. D'altra parte egli era venuto da Nazaret a Betlemme e tale ragione bastava a motivare un ritorno secondo la maniera di raccontare usata da s. Luca, il quale segue il filo della storia. S. Matteo invece, che scrive per cristiani di origine giudaica, li invita a riconoscere in questo svolgersi naturale degli avvenimenti un'intenzione provvidenziale. Fissato a Nazaret Gesù doveva ricevere il nome usato a designare le persone di questo villaggio. Il paese essendo oscuro, e gli abitanti ritenuti come gente ottusa, di nessuna considerazione, il nome di nazoreo che si teneva come sinonimo di abitanti di Nazaret, sarebbe stato considerato quasi come un'ingiuria. Ma i profeti non avevano annunziato che il servo del Signore sarebbe stato disconosciuto e disprezzato?
Quest'ultimo tratto completa assai bene la fisionomia speciale dell'evangelo dell'infanzia narrato da s. Matteo e così diverso da quello di s. Luca. A primo aspetto si crede di distinguere due facce, tante sono le divergenze che vi si riscontrano; ma in seguito si scopre un certo accordo sopra i punti essenziali: la concezione sopranaturale di Gesù, il matrimonio di Maria e di Giuseppe, Giuseppe che si assume di riguardare il fanciullo come suo, così da farlo iscrivere come discendente di Davide, la nascita a Betlemme e la definitiva dimora a Nazaret. Né tale accordo può dirsi il risultato di una dipendenza giacché in questo caso il terzo evangelista non avrebbe affrontato le apparenze di un disaccordo e se l'avesse fatto avrebbe dovuto darne le ragioni. È chiaro quindi che ciascuno ha seguitato la sua via secondo il fine che si proponeva, attenendosi ciascuno ai fatti conosciuti. Il solo punto dove si sarebbe tentati di riscontrare una contraddizione vera è quello di veder s. Matteo credere ad una dimora fissata a Betlemme da parte di Giuseppe, desideroso di farvi ritorno, mentre Luca dà nettamente la nascita a Betlemme come occasionale e come conseguenza di un viaggio compiuto in una circostanza speciale.
Il modo di Luca è quello di ogni storico sollecito di spiegare i fatti in modo plausibile, e le scoperte della scienza gli hanno dato sempre più ragione; s. Matteo, assai meno sollecito dei fatti umani che sono la trama della esistenza, si libra nella sfera del diritto; per lui è un fatto che Gesù è nato a Betlemme perchè là doveva nascere il Messia; è stato allevato a Nazaret e anche questo è un fatto, ma ciò avvenne perché lo esigeva la Scrittura. Questa tendenza induce nei critici l'opinione trattarsi di uno scrittore che volentieri inventerebbe un fatto per giustificare una profezia. Ma nei due casi indicati, che soli si possono verificare si vede bene che la sua teoria è sempre fondata sopra gli avvenimenti. Parimenti i riavvicinamenti non suppongono sempre una coincidenza assoluta tra la profezia e il fatto: se l'avvenimento fosse il risultato della profezia, un autore poco scrupoloso si sarebbe preoccupato di dare ai suoi argomenti una forma assai più concludente. Non si potrebbe quindi dire che Matteo abbia fatto di ogni erba fascio per riconoscere il compimento di una profezia e che in pari tempo si sia procurato l'erba medesima.

Gesù nella casa del Padre suo (Lc 2,40-52)

Gesù era dunque rientrato a Nazaret con Maria sotto la tutela prudente di Giuseppe, né fin qui s. Luca non ha mai perduto di vista questa doppia realtà: Gesù è vero figlio di Dio dunque Dio come il padre, ma è anche un figliuol degli uomini e si comporta in tutto come un fanciullo.
Da artista delicato egli insegna qui mediante un episodio come questa legge della prima infanzia sia stata altresì quella dell'adolescenza di Gesù. A Nazaret il fanciullo si sviluppava: alla sua crescita fisica corrispondeva uno sviluppo di conoscenze, con una pienezza che non apparteneva che a lui e Dio lo vedeva sempre con maggiore compiacenza (Lc 2,40.52). Questa è la parte della umanità. L'intelligenza di questa umanità, secondo la sola sicura dottrina della teologia, era stata fin dal suo primo istante annessa alla visione chiara di Dio, tale quale è quella che è promessa agli eletti e nel suo più alto grado possibile.
Ma come l'umanità esercitava liberamente tutti i suoi atti, per quanto unita ad una persona divina, anche questa intelligenza non era impedita per il dono della visione della facoltà di acquistare conoscenze analogamente a quanto avviene di tutti coloro che crescono e si fanno uomini. S. Luca non si è astenuto dal dirlo chiaramente e tutto l'evangelo sarebbe senza di questo inintelligibile, una specie di illusione perpetua.
Si volle anche dare a intendere come Gesù, all'età di dodici anni, avesse una chiara coscienza della sua origine divina, coscienza che gli evangelisti non hanno attribuito a una rivelazione o a un progresso, e che bisogna quindi collegare con quella visione immediata originaria che sola poteva far penetrare la sua intelligenza nel mistero della disposizione del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo in seno all'ineffabile Trinità.
A Nazaret si era abbastanza vicini a Gerusalemme per rendervisi alla ricorrenza dei grandi pellegrinaggi sopra tutto di quello della festa di Pasqua.
Siccome né le donne né i fanciulli vi erano obbligati, può darsi che Gesù non venne condotto colà se non al suo dodicesimo anno da Maria e da Giuseppe. Terminati gli otto giorni della festa, il gruppo dei galilei riprese la via del settentrione. Un giovinetto di dodici anni, sopra tutto in oriente, sa già come comportarsi e i parenti di Gesù non si diedero eccessivo pensiero non vedendolo al momento della partenza potendo credere essersi accompagnato con altri parenti o con fanciulli della sua età. Si facevano ordinariamente quattro soste: la prima aveva luogo dopo tre ore circa di viaggio. Così per arrivare alla meta bastava partire dopo il mezzodì. Venuta la sera il fanciullo non venne trovato in nessuna parte della carovana tra i parenti e i conoscenti.
Inquieti, come possono ben pensarlo le madri, Maria e Giuseppe ritornarono a Gerusalemme in cerca del fanciullo. Anche la giornata seguente passò senza aver indicazioni di sorta e fu solamente al terzo giorno che lo scoprirono nel tempio.
Si era riunito a discutere un gruppo di dottori e numerosi discepoli si stringevano intorno a loro e raccoglievano avidamente le perle della sapienza sacra. Anche i fanciulli erano ammessi ad ascoltare e fra questi Gesù che a tempo opportuno rivolgeva qualche domanda ai maestri. Questi, come solevano fare e come ancora fanno, interrogavano a lor volta il fanciullo sopra le ragioni che lo movevano a interrogare, non foss’altro per sapere se meritasse una risposta. E le risposte di Gesù manifestavano una viva intelligenza e tutti ne erano stupiti.
La scena è non meno naturale che graziosa e assai più plausibile di ciò che lo storico Giuseppe racconta di sé stesso: Quando io ero fanciullo ed era sui quattordici anni, tutti lodavano la mia applicazione alle lettere: i principi dei sacerdoti e i maggiorenti della città si riunivano sempre per informarsi presso di me con più esattezza sopra i punti della Legge. Il che è semplicemente grottesco.
Luca non dice altrettanto del Figlio di Dio.
Tuttavia l'approvazione dei dottori era tale da lusingare l'amor proprio dei parenti e una madre avrebbe potuto compiacersene; ma Maria tutta in preda al suo dolore e alla sua sorpresa, davanti a quell'areopago rivendica i propri diritti: Figliuol mio perché hai fatto ciò? Ecco che tuo padre ed io ansiosamente ti abbiamo cercato. Il fanciullo di cui si ammiravano le risposte disse allora ciò che gli scribi stessi non poterono comprendere: Perché cercarmi? Non sapevate che io devo essere presso il Padre mio, vale a dire nella sua casa? L'evangelista aggiunge che i parenti non riuscirono a comprendere questa parola.
Egli dunque la intendeva in un senso assai profondo. Un giovane israelita assai pio avrebbe potuto chiamare il tempio la casa del Dio d'Israele nostro padre e tutti avrebbero capito, ma nel pensiero di s. Luca Gesù parlava del Padre suo in modo affatto particolare e si esprimeva come Figlio unico. Preludeva con ciò all'evangelo; ma Maria che ne conosceva la origine poteva pur domandarsi perchè le avesse procurato al cuore quella ferita.
Non fu che una luce transitoria per i dottori, benevoli verso un fanciullo precoce, così ostinati più tardi per un giovine maestro che si faceva, come essi pensavano, il loro rivale. Una luce di tristezza per Giuseppe e per Maria, bentosto però assorta nella gioia del ritrovamento; giacché Gesù rientrò con essi a Nazaret, e fu a loro soggetto. Egli doveva appartenere ad essi ancora per parecchi anni compiendo nella loro casa la parte più dolce della sua opera e la più sublime, la santificazione di Maria e di Giuseppe. A sua volta anch'egli ricevette molto da loro: mistero che siamo impotenti a penetrare.

Gesù a Nazaret

Trent'anni circa dopo la loro nascita, Giovanni figlio di Zaccaria e Gesù figlio di Maria si trovarono di fronte l'uno all'altro.
Come si sia il loro spirito sviluppato, quali siano state le loro prime impressioni, quali influenze si esercitassero nelle loro anime, gli evangelisti non ce l'hanno detto e questa lacuna è forse quella che rende più difficile l'opera di coloro che intraprendono a scrivere la vita di Gesù. Si potrebbe comprendere il genio di Racine senza conoscere il suo soggiorno a Port-Royal, la malinconia di Chateaubriand senza le Memoires d'Outretombe, il granito variegato di Renan senza i Souvenirs de jeunesse?
È vero che nella storia di Gesù questi elementi di formazione intellettuale e morale non sembrano indispensabili perché la Luce e la Vita che egli aveva in se stesso bastavano a tutto. Tuttavia egli ha voluto essere uomo come noi. I suoi contemporanei ne ignoravano le origini divine e quando Egli agì fra loro con le sue disposizioni acquisite noi vorremmo sapere quali indicazioni potevano trarre dalla educazione che aveva ricevuto.
All'infuori degli evangeli ogni ricerca sarebbe inutile, ogni congettura riuscirebbe vana. Possiamo però approfittare di una duplice informazione di s. Luca. Abbiamo visto Giovanni cresciuto nel deserto con che noi dobbiamo intendere che egli si sia venuto formando solamente sotto lo sguardo di Dio.
Più tardi egli apparve quale asceta, quale profeta, nello spirito e colle vesti di Elia.
Gesù non è stato allevato nella solitudine ma sempre dimorò nella sua famiglia e nella sua borgata: particolarità queste molto preziose.
Quando va a Gerusalemme vi si indugia alla scuola dottori. Aveva caro intenderli e approfittò di quella occasione fortuita ma che gli permise di accostare i maestri più celebri. Egli aveva dunque l'abitudine di frequentare le scuole di Nazaret e si era istruito nella spiegazione della Legge e dei Profeti. Lo si vede abbastanza durante la sua carriera e neppure un colpo di testa o il cattivo umore dei suoi avversari potrebbero farcelo disconoscere.
Ciò significa solamente che Gesù intendeva diversamente da loro ciò che, come essi, Egli aveva appreso intorno a questa scienza acquisita di cui abbiamo parlato. In ogni suo atteggiamento, in tutta la sua vita, simile a quella di tutti, vale a dire di tutti gli uomini della sua condizione, salvo l'evidenza dalla sua santità, si trova in lui insieme all'aspetto di un maestro in Sacra Scrittura, quello di un profeta nello stile di Elia.
Egli parlava la lingua corrente che era l'aramaico, ma sapeva all'uopo farsi capire in greco ed in ebraico.
Esercitava un mestiere manuale; faceva il falegname nel più largo della parola e qualche volta fu forse impiegato a far costruzioni, ma era questo il caso di alcuno degli stessi rabbini più celebri, che si recavano ad onore di guadagnarsi da vivere per non essere obbligati a farsi pagare le loro lezioni di scienza divina.
A Nazaret viveva accanto a contadini e a vignaiuoli; più tardi si occuperà della pesca sul lago, ma lasciandone la direzione a Pietro e agli altri discepoli più addestrati di Lui in questo genere di lavoro. Da tutti prenderà le usanze e le immagini per le sue parabole, ma le dirà meglio di qualsiasi altro. Se fosse lecito spingere più in là l'analisi del suo sviluppo umano, si direbbe che vi fu in Lui, come in altri, qualche cosa dell'influenza della sua madre. La sua grazia, la sua finezza squisita, la sua dolcezza indulgente non appartengono in realtà che a Lui; ma è appunto per questo che si distinguono coloro che spesso si sono sentiti il cuore stemperare sotto l'influsso della tenerezza materna, la intelligenza raffinarsi nelle conversazioni colla donna venerata e teneramente amata che si compiaceva di iniziarli alle sfumature più delicate della vita.
E se Giuseppe ha insegnato al suo figlio adottivo a piallare le assi, non si offrì pure a lui come modello dell'operaio coscienzioso e del pio israelita? Noi non parleremo più oltre di Giuseppe nell'evangelo. Egli non dovette aver parte nella predicazione essendo stato il grande silenzioso, il contemplatore del mistero. Egli era morto quando Gesù cominciò ad annunziare il regno di Dio quando già la gente di Nazaret lo chiamava: Il Figlio di Maria.


Pubblicato 19.12.2009

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