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Spiritualità domenicana

Biografia di sant’Alberto Magno

Profilo di sant’Alberto Magno

Sant’Alberto Magno nacque verso il 1206 a Lauingen, sul Danubio, in diocesi di Augusta, da famiglia militare al servizio di Federico II.
Venuto in Italia per compiere gli studi, fu prima a Bologna (1222), poi a Venezia, infine a Padova dove conobbe il beato Giordano e decise, contro la volontà dei genitori, di entrare nell’Ordine: probabilmente nel 1223. Ritornato in Germania, nel 1228 lo troviamo docente di teologia a Colonia. Ha inizio la sua carriera di professore: Hildeshein, Friburgo, Ratisbona, Strasburgo. Maestro in teologia (1244), tenne per quattro anni la cattedra di teologia all’Università di Parigi, fino a quando fu destinato a Colonia per fondarvi uno Studium generale, di cui assunse la direzione (1248-52): tra gli allievi ebbe Tommaso d’Aquino.
Provinciale di Teutonia dal 1254 al 1257, fu a Roma (1256) per patrocinare la causa degli Ordini Mendicanti. Vani furono gli interventi del Maestro Generale, il venerabile Umberto di Romans, per evitargli l’episcopato: nel 1260 Alberto era nominato vescovo di Ratisbona. Riorganizzata rapidamente la diocesi, implorò da Roma la dispensa dalla gravosa carica: Urbano IV gliela concedette contro un altro onere, affidandogli cioè la predicazione della Crociata nei paesi di lingua tedesca (1263-64).
Strasburgo, Lione (dove prese parte al Concilio del 1274), forse Parigi, infine Colonia furono gli ultimi soggiorni di un’esistenza estremamente operosa. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, a Colonia.
Fu beatificato da Gregorio XV nel 1622; Pio XI nel 1931 lo proclamò santo e dottore della Chiesa e Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali (1941).
Dell’ideale domenicano Alberto rappresenta forse, insieme a Tommaso, la personificazione più completa. In lui è l’ansia di distruggere l’errore affrontandolo e prevenendolo, lo sforzo geniale per unificare in sintesi armonica tutto lo scibile e di assimilare le conquiste del pensiero pagano. Lo studio è concepito come culto della Verità, come pratica ascetica, come perfezione umana; esso gli consente quella visione sapienziale della realtà, che affiora ad ogni pagina della sua immensa opera scientifica, filosofica e teologica (di qui il titolo di doctor universalis).
Insieme a quattro confratelli Alberto redige la magna charta degli studi nell’Ordine e la sua scuola sarà la scaturigine di due filoni auriferi: la corrente mistica agostiniana, con Ulrico di Strasburgo (discepolo prediletto di Alberto) e la corrente aristotelico-tomista, con Tommaso d’Aquino.

Alberto viene conquistato dalla predicazione del b. Giordano di Sassonia

Predicando un giorno a Padova, dove ha sede un’importante università, Maestro Giordano (primo successore di San Domenico alla guida dell’Ordine) ricevette nell’Ordine un giovane tedesco, di famiglia nobile e di condotta esemplare. Il suo maestro e i suoi compagni, sentendo che si voleva far frate, lo chiusero diabolicamente in camera con un’avvenente ragazza, sperando in tal modo dì distoglierlo dal suo proposito. Ma Cristo vinse in lui e lo spinse con ancor più convinzione ad entrare nell’Ordine. Anzi, in un secondo tempo riuscì a farvi entrare anche il suo maestro.
Ma suo padre, ch’era potente e ricco e non aveva altri figli che lui, avendo udito della sua entrata nell’Ordine, turbato fino a morirne, venne in Lombardia con un seguito numeroso, proponendosi fermamente o di riavere il figlio o di uccidere Maestro Giordano.
Un giorno, venendo a cavallo coi suoi per una strada, si incontrò proprio col Maestro Giordano; ma, non conoscendolo, gli chiese urlando e pieno d’ira dove fosse il Maestro. Ma questi, ricordandosi di Gesù, che aveva detto ai Giudei ”Sono io”, rispose sereno e tranquillo: “Il Maestro Giordano sono io”.
Egli allora da quella sua risposta così sincera capì la virtù di quel santo uomo e, scendendo da cavallo gli si gettò umilmente ai piedi, confessandogli il delitto che aveva avuto intenzione di commettere. Ed aggiunse: “Di mio figlio ora non mi preoccupo più e ti prometto che, prima di tornare nella mia patria, andrò insieme al mio seguito al di là del mare per servire il Signore”. E mantenne la promessa, insieme ai suoi quasi cento cavalieri.
(Cfr. Vitae fratrum, n.126).

Nota 1: il Beato Giordano scrive alla beata Diana degli Andalò (monaca domenicana, il cui nonno diede a San Domenico la terra per costruire il convento dei domenicani in Bologna) come andò quella predicazione:
“Già da lungo tempo predicavo agli studenti di Padova, e vedendo poco, anzi quasi nessun frutto, preso dalla tristezza stavo pensando di ritornarmene. Ed ecco che improvvisamente il Signore si è degnato di scuotere il cuore di molti, infondendo la sua grazia... Già dieci sono entrati, tra essi vi sono due figli di grandi conti tedeschi, dei quali uno era gran preposito ed aveva varie dignità e molte ricchezze. L’altro invece aveva molte rendite ed era veramente nobile di stirpe e di animo”.
Quanto all’Università, vi fu fondata proprio in quel 1222, a seguito delle turbolenze sorte in quella di Bologna, e che vi provocarono un esodo dì maestri e di scolari.

Nota 2: Una tentazione analoga a quella di Alberto la subirà anche S. Tommaso d’Aquino, quando i suoi fratelli, per impedirgli di farsi Domenicano, lo rinchiusero nel castello di Roccasecca e gli mandarono nella prigione una donna per tentarlo.

Un frate molto famoso e che rivestì nell’Ordine posti eminenti, quando ancora ragazzo studiava a Padova, mosso dalle esortazioni dei frati e soprattutto dalle prediche di Maestro Giordano, aveva più volte manifestato il desiderio, ma non ancora definitivo, di entrare nell’Ordine. Ma un suo zio materno lo contrastava, fino al punto che gli aveva fatto giurare di non andar più per un certo tempo alla casa dei frati. Scaduto quel tempo, egli però riprese a frequentare i frati e si rinsaldò nel suo proposito, anche se ancora lo tratteneva il timore di non riuscire a perseverare
Una notte gli parve in sogno di essere già entrato nell’Ordine e poi, dopo un po’ di tempo, di esserne uscito. Per cui, svegliandosi, fu molto contento di non esservi ancora entrato, e disse a se stesso: "Ora so che ciò che temevo mi sarebbe veramente successo, se fossi entrato". Gli capitò però quello stesso giorno che, essendo andato ad una predica di Maestro Giordano, lo udì dire fra le altre cose a proposito delle tentazioni cui sottilmente il diavolo ricorre per ingannare alcuni: "Ci sono di quelli che si propongono di abbandonare il mondo e di entrare nell’Ordine; ma il diavolo li fa sognare di essere entrati e poi dopo poco di esserne usciti, di andare a cavallo o di essere vestiti di rosso, di godere di certi piaceri da soli o in compagnia, incutendo così in loro, se ancora non sono entrati, il timore di non poter perseverare, o se sono già entrati, turbandoli e spingendoli ad uscirne".
Molto meravigliato per quel discorso, finita la predica quel giovane andò da lui e gli chiese: "Maestro, ma chi vi ha rivelato quello che passava per la mia mente?" e gli espose i suoi timori precedenti e gli raccontò il sogno. Il Maestro allora ne prese motivo per esortarlo a confidare in Dio e a superare simili tentazioni. Ed egli rinsaldato nel suo proposito dalle parole di lui, senza più alcuna esitazione entrò nell’Ordine.
Questo lo raccontò più volte quel frate in persona.
(Cfr. Vitae fratrum, n. 239).

Nota: Il protagonista di questo episodio, S. Alberto Magno, era ancora in vita quando il Frachet scriveva la sua cronaca. Ecco perché, per delicatezza, non ne fa il nome. Ma la sua identità è certa. Lo stesso Maestro Giordano allude a lui quando in una lettera da Padova alla beata Diana degli Andalò parla di due giovani, figli di conti tedeschi, entrati nell’Ordine a seguito della sua predicazione.

Il tedesco fra Alberto riferì che, quand’egli era priore Provinciale di Germania, fu accolto nell’Ordine un novizio di scarsa cultura e di età insufficiente, ma che suppliva con molta pietà e con altre doti a questi difetti. I frati si divertivano per scherzo a spaventarlo, dicendogli che il Provinciale lo avrebbe espulso dall’Ordine. Ed egli viveva nel terrore che questo avvenisse.
Accadde che nella notte della festa della Purificazione venisse letto il Vangelo che racconta del timore di Simeone di non poter vedere il Messia. Dopo il mattutino si prostrò in preghiera con straordinaria devozione e, scoppiando in lacrime, cominciò ad applicare a se stesso quel brano del Vangelo, dicendo: "O Signore Gesù, pensi che io ti vedrò, pensi che io resterò nell’Ordine?". E ripeté più volte questa domanda con accoramento. Udì allora una voce che gli diceva:"Tu mi vedrai e persevererai in codesto Ordine".
(Cfr. Vitae fratrum, n. 282)

(Da questo giorno iniziamo la trascrizione del racconto dei Bollandisti. L’italiano è quello della traduzione nella nostra lingua fatta nel 1881. Alcune forme sono certamente arcaiche, ma hanno il loro fascino. Per questo abbiamo pensato di non ritoccarle se non marginalmente).

Beato Alberto il grande, vescovo di Ratisbona, dell’ordine di san Domenico.

Il soprannome di Grande che tutti di comune accordo danno a questo santo prelato, fa abbastanza vedere che egli ebbe delle qualità eminentissime che lo innalzarono sopra gli altri uomini.
Sicché l’abate Tritemio, dell’ordine di San Benedetto, non ha avuto difficoltà di dire che non s’è veduto nessuno accanto a questo Santo che avesse uguagliata la bellezza dei suoi lumi, la profondità della sua scienza e la estensione delle sue ricerche.
Egli era alemanno e nativo di Lavingen, in Svevia, sulle sponde del Danubio. La sua nascita lo fece grande prima che la sua virtù e gli avesse potuto far meritare questo titolo di onore, avendo avuto per padre un conte della casa di Bollstaedt, una delle più illustri del paese.
Il suo temperamento modesto, raccolto e pensoso, fece giudicare dalla sua infanzia che egli un giorno sarebbe stato un uomo di gran giudizio e di consumata saggezza.

Dopo i suoi primi studi, lo inviarono all’università di Padova per finire le sue classi. Quest’applicazione non gli dette poco da fare, avendo egli lo spirito pesante, e non potendo comprendere senza lunga ed ostinata fatica le cose che gl’insegnavano.
Nondimeno con la sua assiduità e la sua costanza pervenne a ciò che sarebbero pervenuti facilmente gli altri con la vivacità del loro spirito.
Ne ebbe il vantaggio che impiegando molto tempo a imprimersi qualche cosa nella mente, la riteneva sì perfettamente che gli era impossibile dimenticarla.
Sulla fine degli studi umanistici, non sapeva a che partito appigliarsi.
La seria meditazione delle differenti condizioni della vita umana gli faceva scorgere da ogni parte pericoli e scogli. Non sapeva a che risolversi e rimaneva indeciso tra il chiostro, il mondo, lo stato ecclesiastico e le armi.
In tale perplessità, ricorse alla Vergine, verso la quale dalla sua infanzia aveva una singolare divozione, e la pregò di servirgli di guida e di stella in una scelta tanto importante.

Ella ebbe la bontà di apparirgli e di dichiarargli che era volontà di Dio entrasse nell’ordine dei Frati Predicatori, da poco istituito da san Domenico.
Egli ricevette questo consiglio con riconoscenza e sommissione.
Ma due cose gl’impedirono di eseguirlo prontamente: uno dei suoi zii, dal quale dipendeva e che era un uomo del mondo, non voleva permettere che avesse commercio coi religiosi; inoltre il demonio gli suggeriva continuamente che se entrasse nel detto ordine, ne uscirebbe subito con sua grande confusione.
Intanto, avendo udito un sermone ammirabile dal beato Giordano, successore di san Domenico, intorno agli artificii di cui il demonio si serve per impedire agli uomini d’entrare nelle vie della salute, egli superò coraggiosamente tutti gli ostacoli e si presentò al beato generale per essere ammesso nel numero dei suoi figliuoli.

Fu una gran conquista per questa congregazione che era, per così dire, alla sua cuna. Ma essa si vide ben presto sul punto di perderla, a causa di una violenta tentazione da cui fu assalito Alberto.
Tra i novizi, vi erano degli spiriti vivi e brillanti che facevano straordinario progresso nello studio della filosofia; egli, al contrario per la pesantezza del suo spirito, che lo arrestava ad ogni momento, non progrediva molto; egli aveva quasi tanti maestri quanti condiscepoli: ne concepì tale dispiacere, che venne in una forte risoluzione di lasciare l’abito e di ritornare nel secolo, sotto pretesto di non essere adatto ad un ordine i cui principali esercizi richiedevano si fosse dotto.
Intanto, la divina Bontà, che ne voleva fare dei più splendidi lumi della sua Chiesa, non permise che fosse vinto in quel combattimento.

Mentre che meditava un tal pensiero nello spirito, s’addormentò; e durante il sonno ebbe una visione: immaginandosi fosse salito sul muro del convento con una scala per andarsene, scorse quattro signore d’una grazia e d’una beltà incomparabili che lo circondarono e gl’impedirono di scendere dall’altro lato; e sforzandosi egli sempre di salvarsi, esse gli dimandarono in modo gentilissimo di ciò che l’obbligava ad una fuga sì vile ed indegna della sua saggezza e della sua virtù: “Perché, egli rispose, i miei compagni mi precedono nello studio e non posso più soffrire una tale mortificazione”.
Allora una di quelle signore, che era la santa Vergine, lo incoraggiò, assicurandogli che da quel momento avrebbe avuto lo spirito sì bello, sì sottile e sì penetrante, che non vi sarebbe stata arte cui non apprendesse, né difficoltà cui non concepisse e non penetrasse facilmente.
Ella gli dimandò di quale scienza in particolare voleva avere la chiave; ed avendo risposto, secondo la portata del suo spirito e lo stato dei suoi studi che desiderava quella della filosofia, ella gli concesse il di lui desiderio, avvertendolo tuttavia che avendo egli preferita una scienza umana alla dottrina sacra, sulla fine dei suoi giorni perderebbe tutta questa conoscenza naturale che gli sarebbe stata data come per infusione, non ritenendo che ciò che avrebbe appreso colle sue fatiche.

Al suo destarsi, conobbe che quel sonno non era una pura immaginazione; ma un effetto soprannaturale della sua adorabile Padrona: poiché si vide talmente cambiato, da non esservi nulla negli autori più oscuri che non comprendesse al solo leggerli, e la filosofia gli divenne tanto agevole e sì familiare, che ne avrebbe fatto lezione ai più abili dottori.
Ebbe pure la stessa facilità pei secreti della teologia.
Se imbattevasi in qualche punto difficile, tosto ricorreva alla sua divina Maestra, e subito ne sentiva nascere la spiegazione nel suo cuore senza che a tal fine ci facesse alcuno sforzo. Intanto, temendo che queste alte conoscenze gli destassero della vanità, supplicò l’amabile Vergine di concedergli principalmente una fede pura ed intera: ella gli apparve per la terza volta, e gli assicurò che Dio lo aveva scelto per illuminare la Chiesa universale della sua dottrina, e che serberebbe fino alla morte il prezioso deposito della fede.

Questi favori straordinari tosto lo posero in gran credito tra i dotti, e ognuno andava a lui come ad un oracolo per avere la soluzione delle quistioni più spinose della natura.
Finalmente, non veniva più chiamato Alberto, ma, per eccellenza, il filosofo.
I superiori volendo che una luce sì splendida non rimanesse senza comuni-carsi, lo inviarono nel loro Convento di Colonia per insegnarvi filosofia e teologia.
Egli lo fece con applauso generale di tutta la città, che abbastanza rallegrossi di vedersi rischiarata da questo nuovo sole. Ciò che più ammiravasi in lui si era che univa alla grande erudizione che attirava tutti alla sua Scuola, una semplicità, una modestia ed un’umiltà prodigiosa.
Egli aveva bassissimi sentimenti di se stesso; si disprezzava e non cercava che di essere disprezzato; stimavasi l’ultimo dei fratelli e voleva ancora esser trattato come l’ultimo.
Inoltre, i suoi studi e le sue altre grandi occupazioni non gli impedivano di esser esatto ai suoi esercizi spirituali ; e dicesi pure che oltre la santa messa, le ore del grande e del piccolo ufficio ed il rosario, non mancava mai di recitare tutti i giorni i centocinquanta salmi di Davide.
Faceva pure immancabilmente l’orazione mentale, ed a questa egli attingeva i suoi più alti lumi e gli ammirabili concetti che poneva poscia in iscritto, o che spiegava ai suoi discepoli.

Da Colonia andò a fare la stessa professione di lettore a Hildesheim, in Sassonia, a Friburgo, a Ratisbona ed a Strasburgo, ed egli non vi riuscì meno che a Colonia.
Sarebbe troppo lungo dare tutti i particolari di ciò che gli accadde in tutte queste città.
Ma non bisogna omettere che nell’anno 1237, essendo morto il beato Giordano, generale dell’ordine, ritornando dalla Terra Santa, Alberto occupò la di lui carica sino all’elezione del successore, avvenuta l’indomani della Pentecoste dell’anno 1238.
Egli fu proposto per questa insigne prelatura, quantunque non avesse ancora che trentatre anni, col grande Ugo di SaintChair che fu poi cardinale; ma essendosene ciascuno di essi schermito con tutte le sue forze, e avendo sollecitato potentemente pel suo compagno, i voti furono egualmente divisi, e venne eletto finalmente san Raimondo di Pennaforte, il quale, non trovandosi al capitolo, non poté fare le stesse istanze per esentarsi da quella carica.
Senza dubbio fu questo un gran colpo della divina Provvidenza, la quale, volendo che il nostro santo fosse maestro dell’angelico dottore san Tomaso, non permise che lo ufficio spinoso di generale gli impedisse di continuare le sue lezioni.
Dopo la conclusione del capitolo, egli fece un viaggio a Barcellona per mettere con gioia nelle mani di san Raimondo i suggelli dell’ordine che gli erano stati destinati.

Di là ritornò a Colonia, ed in questo tempo ebbe per discepolo colui che doveva essere l’aquila dei dottori, l’angelo della scuola e del mondo, san Tommaso.
A prima giunta, poiché la sua umiltà ed il suo amore pel silenzio impedivano a Tommaso di comparire nelle dispute, i suoi compagni gli dettero il soprannome di bue muto; ma il nostro Santo avendo scoperto la sottigliezza dello spirito, la profondità del giudizio e il vantaggio della memoria di lui, predisse che quel bue muggirebbe sì altamente che sarebbe udito per tutta la terra.
Era opportuno che 1’Università di Parigi non fosse privata della felicità d’avere Alberto per uno dei suoi dottori.
Vi fu dunque inviato, e dopo avervi ricevuto il berretto, salì in cattedra per spiegare i tesori di erudizione di cui l’anima sua era ripiena.
Le scuole furono ben tosto troppo piccole per contenere il numero infinito di uditorio che correva per ascoltare le sue lezioni e profittare della sua dottrina.
Fu d’uopo insegnasse in una pubblica piazza affinché nessuno fosse privo privo di tanta consolazione. Questa piazza ha serbato il suo nome, e per abbreviazione vien chiamata piazza Maubert, invece di dire piazza del maestro Alberto. Così narrano sei autori diversi della sua storia.

Colonia poscia lo ridimandò, ed egli vi ritornò per la terza volta, affin d’inviare il suo caro discepolo Tomaso a prendere i gradi a Parigi.
Ma mentre egli non pensava che a comporre i trattati di cui ha arricchito la Chiesa, i Padri della sua provincia d’Alemagna, convocati a Worms, lo elessero a loro provinciale, e lo investirono, suo malgrado, della loro direzione.
Egli fece quanto poté per non essere confermato; ma non avendo potuto riuscirvi, s’occupò con coraggio meraviglioso a compiere perfettamente tutti i doveri di questa prelatura.
La detta Provincia era d’una estensione grandissima e comprendeva l’Austria, la Svevia, la Sassonia e i dintorni del Reno e della Mosella. Si estendeva pure sino all’Olanda e al Brabante; nondimeno ciò non gli impedì di visitarla interamente a piedi e senza viatico, ma chiedendo l’elemosina; ciò che fu di grande esempio per gli altri superiori del suo ordine.
Egli istruiva i suoi religiosi più cogli esempii che con le parole; ma non tralasciava, quando era necessario, di unire la giustizia o la severità alla dolcezza; ed egli lo fece ben scorgere verso un fratello converso che si trovò esser proprietario dopo la sua morte; poiché, avendolo fatto dissotterrare, lo fece gittare in un luogo profano, non giudicando degno di sepoltura sacra colui che aveva violato con un sacrilegio il voto solenne della povertà religiosa.

Verso lo stesso tempo, ricevette una missione apostolica per recarsi in Polonia, affin di farvi abolire alcuni costumi rimasti del paganesimo, cioè: di uccidere i bambini che nascevano con qualche difetto naturale, o che oltrepassavano il numero che si poteva nutrire, ed i vecchi che non potevano più agire; ciò che egli eseguì con molto successo.
Fu poscia chiamato dal papa Alessandro IV e fu allora che in qualità di podestà del sacro palagio spiegò pubblicamente l’Evangelo e le Epistole di san Giovanni, e confutò gli errori di Guglielmo di Sant’Amore, il quale, combattendo l’istituzione degli ordini mendicanti, voleva togliere alla Chiesa quel gran numero di santi, di lettori, di predicatori evangelici e di santi teologi che le hanno forniti questi ordini.
Sua Santità volle sovente innalzarlo alla dignità vescovile, ma egli seppe sempre scusarsene sino a che, ritornato in Germania per assistere al capitolo Provinciale della sua provincia, che si teneva a Strasburgo, fu eletto vescovo di Ratisbona.

Questa elezione gli causò molta amarezza, perché da un canto, la sua umiltà gli faceva credere che egli non era capace d’una sì alta prelatura, e dall’altra la sua inclinazione spingendolo a scrivere, a insegnare ed a comporre, angustiavasi vedendosi ritirato dai suoi uffici a causa degli affari esterni; ma non gli fu possibile evitare questa dignità.
Ricevette dunque la consacrazione pontificale, e si occupò a tutti i doveri di un vero pastore.
Predicava sovente al popolo, formava i suoi ecclesiastici, ammoniva i peccatori, incoraggiava la gente da bene alla perseveranza, indicava a tutti i suoi diocesani le vie della salute.
Regolava talmente le sue spese, che avendo trovato il suo vescovato interamente spogliato di ogni cosa e carico di debiti, pagò tutti i debiti e ne accrebbe le rendite, senza lasciare di far considerevoli elemosine ai poveri. Non ostante queste grandi occupazioni, gli storici della sua vita assicurano che egli compose nel suo castello vescovile di Stauff, l’insigne opera sopra san Luca, uno dei belli e più ricchi lavori che siano usciti dalla sua penna.

Intanto la carica vescovile gli pesava estremamente sulle spalle, gemeva continuamente di non esser più nel secreto del suo chiostro e della sua cella.
Sicché fece tante istanze presso il papa Urbano IV che ottenne finalmente )l permesso di dimettersi dal suo vescovato.
Ciò fece per ritornare semplice religioso coi suoi confratelli e per continuare a Colonia i primi esercizi della meditazione e della composizione dei libri sulla Scrittura e sulla Teologia.
Ricevette poi una nuova missione da Sua Santità per predicare la crociata in Alemagna, ed egli lo fece con un successo meraviglioso, avendo persuaso un gran numero di signori ed ogni sorta di persone a intraprendere il viaggio di Palestina per liberare i luoghi santi dalle mani degl’infedeli.
Appena che ebbe adempito quest’ufficio, Gregorio X, successore di Urbano, lo mandò al concilio di Lione, dove era stato invitato anche san Bonaventura, san Tomaso e molti altri luminari della Chiesa.
Mentre preparavasi a partire, e sedeva a mensa coi religiosi, il 7 marzo 1271, giorno della morte di san Tomaso, scoppiò in lagrime esclamando che la Chiesa perdeva in quel giorno uno dei suoi più grandi luminari.

Nel Concilio si fece ammirare per un dotto discorso che fece sulle parole di Isaia: “Dio invierà loro un salvatore ed un difensore che li libererà”.
E siccome egli vi faceva la funzione d’oratore dell’imperatore Rodolfo, ottenne dai vescovi tutto ciò che desiderava questo imperatore.
Ritornò poscia a Colonia, dove fu sempre occupato in grandi affari.
Arricchì il suo convento di trecento corpi santi e di molte altre reliquie; in particolare d’una spina della corona di Nostro Signore, donata dal re san Luigi.
Riconciliò tra loro i signori che erano in discordia.
Fece sovente nella diocesi le funzioni vescovili con fervore e zelo meravigliosi.
Sopra ogni cosa, adoperò la sua penna a scrivere eccellenti trattati in onore della santa Vergine; 230 quistioni su Missa est, sotto il nome di Mariale; 12 libri di sue lodi ed un altro, chiamato Biblia Mariana.
Diversi autori assicurano che la Regina degli angeli, per dargli maggior facilità in questa composizione, si fece vedere a lui nello stato incomparabile di sua bellezza.

Finalmente avvicinandosi il tempo della sua morte, mentre faceva un discorso in presenza d’una infinità di uditori, perdé all’improvviso la memoria, giusta quanto la stessa Vergine gli aveva predetto al tempo del di lui noviziato; il che gli fece scovrire questo mistero ed avvertire l’uditorio che la sua fine non era lontana.
Da quel momento più non pensò che a prepararsi alla morte.
Diceva tutti i giorni l’ufficio dei morti per se stesso, come se fosse già trapassato.
Visitava ogni giorno il suo sepolcro.
Esercitavasi continuamente nelle pratiche dell’orazione e della penitenza.
Finalmente, nel 1280, sei anni dopo la morte di san Tommaso, ed il 15 novembre, finì di vivere sulla terra per andare a vivere eternamente in cielo.
Il Lezìonario di Colonia e molti altri autori degni di fede che assicurano al momento della sua morte furono liberate seimila anime dal purgatorio per una grazia singolare della bontà di Dio, per condurlo in trionfo in cielo. Sifredo, arcivescovo di Colonia, fece le di lui esequie. Gli abitanti di Ratisbona chiesero il suo corpo, ma non ebbero che le sole viscere.

Poco tempo dopo venne aperto il suo sepolcro, e fu trovato senza corruzione, esalando un soavissimo odore, e nello atteggiamento d’un uomo che prega.
Nello stesso modo fu trovato più di duecento anni dopo in presenza del rettore dell’Università e di diversi altri dottori.
Avvennero poi a sua intercessione molti miracoli, che spinsero il papa Gregorio XV a beatificarlo nel 1622 ed a permettere di farne l’ufficio.
La sua vita trovasi negli Annali e nelle Cronache del suo ordine; trovasi pure in principio delle sue opere, stampate in 21 volumi in folio.

(I Bollandisti non poterono scrivere che fu canonizzato nel 1931 da Pio XI e che Pio XII nel 1941 lo proclamò patrono degli scienziati).


Pubblicato 30.11.2008

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