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Spiritualità domenicana

I quindici sabati del Santo Rosario del beato Bartolo Longo

La pratica dei Quindici Sabati consiste nell'impegno di rivivere per quindici sabati consecutivi i quindici misteri del Rosario, che sono, in sintesi, la storia della nostra salvezza, il Vangelo che si prega con la Madre di Dio.
Quel che emerge soprattutto, in questa pia pratica, è la partecipazione all'Eucaristia, memoria del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto; quindi la meditazione approfondita di un mistero per ogni singolo sabato, e la recita del Rosario intero, o, per lo meno, della terza parte. Va da sé che, avendone bisogno, alla partecipazione dell'Eucaristia si premetterà la Confessione sacramentale. Questa pratica vuol essere un aiuto per vivere una particolare atmosfera spirituale crescendo nell'amore di Dio e della Madre Divina. In questo clima l'anima è facilmente indotta a fare grandi passi e certamente scopre nuovi orizzonti nel campo dello spirito. Quando poi situazioni difficili o esigenze particolari toccano la nostra sensibilità e più urgente è il bisogno del ricorso all'aiuto divino, i Quindici Sabati sono un mezzo che la spiritualità cristiana ha scoperto per ottenere risposte dal Cielo. La storia della nuova Pompei è tutta un intreccio di questi richiami e queste risposte in cui la mediazione della Madre Divina emerge mirabilmente. Bartolo Longo, apostolo del Rosario, è anche apostolo dei Quindici sabati che diffuse, ai suoi tempi, in tutto il mondo, profondendo nelle pagine da lui compilate una spiritualità affascinante. Ora vorremmo domandarci: È attuale questa devozione? Può darsi che oggi, dopo la riforma liturgica e le nuove esperienze del contatto personale con la Parola, qualcuno riconosca un minore mordente alla pratica dei Quindici Sabati. Ma per rispondere basterà far notare che i vari punti dettati dal Beato Bartolo Longo sono autentiche spinte alla contemplazione, a fare che la Parola diventi la nostra preghiera con Maria. D'altronde, se la storia non può essere smentita, quanto ci ha narrato con vivacità di stile e precisa documentazione l'apostolo dei Quindici Sabati è la risposta più semplice ma anche la più convincente: quella del prodigio che è garanzia di Dio. Ne daremo testimonianza al termine delle meditazioni di ciascun sabato, riportando le narrazioni autentiche del Beato.

In quale periodo dell’anno si pratica la devozione dei 15 sabati.

Qualunque periodo dell'anno si presta per questa santa devozione, ma nel Santuario di Pompei la si suole premettere alle due grandi giornate dell'8 maggio e della prima domenica di Ottobre, quando, alle ore 12, a Pompei e simultaneamente in molte chiese del mondo, si recita la Supplica alla B. V. del Rosario. Per l'8 maggio, l'inizio è all'ultimo sabato di gennaio, eccetto l'anno in cui l'8 maggio cade di sabato. In questo caso si anticipa al penultimo sabato di gennaio. Per la Prima Domenica di Ottobre, l'inizio dei Quindici Sabati corrisponde all'ultimo sabato di giugno. Chi fosse impedito in giorno di sabato può optare per la domenica. Farebbe quindi le Quindici Domeniche. Infine, in casi particolari, si può anche riassumere la pia pratica in quindici giorni consecutivi.

Utilità dei 15 sabati.

Un Sommo Pontefice Leone XIII, nella famosa Enciclica sul Rosario del l° settembre 1883, Supremi Apostolatus officio, scriveva: "Il bisogno dell'aiuto divino non è oggi minore di quanto non lo fosse al tempo in cui 5. Domenico, per risanare le piaghe della società, introdusse l'uso del Rosario. Egli, illuminato dall'alto, capì non esservi allora rimedio più efficace che ricondurre gli uomini a Cristo invitandoli a contemplare con frequenza i misteri della Redenzione e ricorrendo nella mediazione di Maria che ha il potere di estirpare tutte le eresie. Quindi egli compose la formula del S. Rosario in modo da poter contemplare per ordine i misteri della nostra salvezza intrecciando a questa meditazione un mistico serto di Ave Maria e la preghiera al Padre insegnataci da nostro Signore Gesù Cristo. Noi dunque, cercando per un male non dissimile lo stesso rimedio, non dubitiamo che questa stessa preghiera, introdotta dal santo Patriarca con tanto vantaggio del mondo cattolico, sarà efficacissima per fronteggiare la difficile situazione dei nostri tempi". Ed affermava: "Desidero che tutto il popolo cristiano riprenda l'antica consuetudine di recitare quotidianamente il Rosario alla SS. Vergine". I Predecessori avevano pensato ugualmente. Il Pontefice dell'immacolata, Pio IX, nel suo Breve del 3/12/1869, scriveva: "Come S. Domenico adoperò la preghiera quale invitta spada per abbattere la nefasta eresia degli Albigesi ... così i fedeli, forniti di questa armatura, cioè della quotidiana recita del Rosario della Beata Vergine, più agevolmente potranno ottenere di sradicare tanti errori che oggi imperversano dappertutto ...". Urbano VI attestò che per il Rosario piovono ogni giorno benedizioni sul popolo cristiano. Leone X testimoniò: "Il Rosario venne istituito come opportuno rimedio contro i mali che sovrastano il mondo". Nel 1812 le Cortes di Spagna solennemente dichiararono che Domenico di Gusman non oppose agli eretici altre armi che l'orazione, la pazienza e l'istruzione. Ora, tanto Leone XIII quanto tutti gli altri Pontefici alludono al Rosario, cioè di quindici decadi con la meditazione dei misteri. La Sacra Congregazione delle indulgenze con decreto del 6 agosto 1726, confermato il 13 dello stesso mese e anno da Benedetto XIII, dichiarò "necessaria nella recita del Rosario la meditazione dei misteri per l'acquisto delle indulgenze, fatta eccezione per gli incapaci". L'eccellenza di questa nobile e dolce devozione consiste nel fatto che unisce la vita attiva alla vita contemplativa: si recitano con la bocca in devoto atteggiamento del corpo le più belle preghiere della Chiesa, e con l'animo si medita la vita di Gesù e di Maria rivivendo le azioni della loro vita mortale, cioè il loro amore per noi, le loro pene, i loro trionfi. S. Pio V affermava: "Al propagarsi di questa devozione i cristiani, accesi dalla meditazione dei misteri, infiammati da quelle preghiere, cominciarono a mutarsi ad un tratto in uomini nuovi, le tenebre delle eresie si dileguarono e si diffuse la luce della fede cattolica". Un Sacerdote napoletano scriveva: "Se non vedo nelle anime dei miei penitenti un vero mutamento di vita in meglio, dirò francamente che non fanno la meditazione dei misteri". Ma ognuno può dedurre quanto sia opportuna la pratica dei Quindici Sabati per ottenere il trionfo della Religione, la conversione dei peccatori, la pace nelle famiglie, considerando che con questo esercizio ci si impegna a fare la Comunione e a recitare il Rosario intero o, per lo meno, la terza parte, in ciascun sabato meditando i più alti misteri della nostra Redenzione.

Vantaggi spirituali.

Essenza del Rosario è esprimere il culto perfetto, interno ed esterno, la vera preghiera dello spirito seguita dalle opere. Beata quell'anima che ne fa suo pascolo quotidiano! Con l'esercizio dei Quindici Sabati l'anima prende tale amore al Rosario da giungere a recitarlo intero ogni giorno. Come infatti leggiamo nella storia del Rosario, molti, avendo provato gli effetti utilissimi dei Quindici Sabati, non hanno più smesso di recitare il Rosario intero ogni giorno, non senza specialissime grazie. Una delle ragioni per cui di tante anime devote ben poche sono veramente perfette è che tutt'altro si impegnano a meditare fuorché la Passione del Signore, mentre sappiamo che tutti i Santi altro specchio non hanno avuto a cui conformarsi se non il Crocifisso. È dottrina di S. Tommaso che i misteri della vita, passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo e tutti gli atti compiuti con la sua umanità ci portano come per mano alla più nobile e sicura perfezione e all'esercizio perfetto delle virtù. Ce lo disse il Redentore che Egli è la porta, la verità e la via, e chi cammina per questa strada trova l'abbondanza dei lumi e favori celesti. Ora, meditando un mistero per ciascuno dei Quindici Sabati o Domeniche, cioè un punto principale della vita di Gesù e di Maria, si arriva ad imprimere nella mente tutta la loro vita, cioè tutto il Vangelo in compendio. E ricordando spesso durante il giorno quanto hanno fatto e patito per noi, si acquista la santa abitudine di meditare la Passione di Gesù e della SS. Vergine, e si accende sempre più il nostro amore per essi. Ecco come il Rosario conduce gradatamente l'anima all'amore di Dio, termine ultimo di ogni perfezione. Da ciò procede che il vero devoto del Rosario entra nell'intimità del Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria. Ben centocinquanta volte benedice Maria e ben centocinquanta volte benedice il nome di Gesù. Il cristiano, meditando un tratto della vita di Gesù e di Maria, viene stimolato alla imitazione delle virtù che si meditano; e, mortificando le proprie passioni, migliora se stesso. Questo è accetto a Dio il quale vuole la nostra perfezione. Infatti, come due amici, frequentandosi assiduamente, sogliono conformarsi anche nélle abitudini, così noi, conversando familiarmente con Gesù e la Vergine nel meditare i misteri del Rosario, e formando insieme una sola vita nell'Eucaristia, possiamo divenire, pur nei nostri limiti, simili ad essi, e apprendere da questi sommi modelli il vivere umile, povero, nascosto, paziente e perfetto. Con la pratica dei Quindici Sabati si conseguono tutti gli effetti prodigiosi del Salterio Mariano, che il Beato Alano così riassume: "La riforma dei costumi nelle famiglie e nei popoli, la penitenza e contrizione dei peccati, il disinganno e il disprezzo del mondo, il rispetto e la venerazione alla Chiesa, la più agevole e alta perfezione".

Valore della pratica dei 15 sabati.

Se qualcuno indicasse un luogo dove è nascosto un tesoro, tutti si affaticherebbero a gara nel prenderne e arricchirsene. Ben altro tesoro di ricchezze indefettibili e di meriti celesti è riposto nella devozione dei Quindici Sabati del Rosario. L'eccellenza di questo tesoro ognuno ben può valutare dalla preziosità del Rosario intero, che è l'orazione più cara a Maria, la più favorita dai Santi, privilegiata dai Pontefici, diffusa tra i popoli, confermata da Dio stesso con stupendi prodigi e dalla Beatissima Vergine con grandi promesse. Si aggiungano a tutto questo i meriti e le grazie smisurate che ottiene l'anima contemplando la vita, la passione e la gloria di Gesù Cristo. L'eccellente pratica dei Quindici Sabati non contiene soltanto quello che vi è di più santo e di più efficace nel Rosario, cioè la memoria delle azioni di Gesù, ma la frequenza dei sacramenti, massime la Comunione fatta in memoria di quel che fece per noi il Salvatore, la perseveranza nella preghiera e l'intercessione della Vergine Santissima. Ancora, essa congiunge a tutte queste cose una diligenza particolare, per essere graditi a Dio e santificarsi durante la spazio di quindici settimane.

Principali esercizi per trarre da questa devozione i beni di cui essa è feconda.

Affinché il cristiano sia più facilmente esaudito da Maria nelle sue domande, è necessario anzitutto che si rimetta in pace con Gesù per mezzo della Confessione fatta con umiltà e con desiderio di correggersi dei propri peccati, vizi e difetti; soprattutto si terrà immune dal peccato mortale vegliando particolarmente su tutte le azioni, e vivrà in un grande raccoglimento, evitando tutte le occasioni di cadute. Le persone di virtù e di pietà si debbono sforzare di essere esatte nelle cose più piccole per amore di Gesù e di Maria. È stato scritto che, per avere tutte le qualità del vero devoto della SS. Vergine, è bene consacrare all'orazione almeno un'ora al giorno. Ora, ben la consacra un'ora al giorno colui che in una volta o a più riprese recita il Rosario intero. Perciò sarà bene domandare alla SS. Vergine, con i Quindici Sabati, la grazia di recitare il Rosario intero tutti i giorni, di meditare i santi misteri e di praticarne con perseveranza le virtù per il resto della vita. È anche da raccomandare di esercitarsi nel corso del giorno in qualche opera di carità: es. fare l'elemosina secondo le proprie forze, visitare gli ammalati, vestire qualche povero, far celebrare una Messa, o distribuire qualche corona, o insegnare agli altri a dire il Rosario, o insegnare il Catechismo, suscitare negli animi l'interesse per il Vangelo, aiutare con la preghiera e con la carità le Missioni Cattoliche, ecc.; dire una buona parola a qualche traviato per il suo ravvedimento, promuovere il mantenimento del Santuario di Pompei e delle Opere di beneficenza, cosa che la SS Vergine ha dimostrato con i miracoli di gradire tanto, far leggere i prodigi e le grazie che largisce la Vergine del Rosario per amore del suo tempio di Pompei, grazie che sono riportate nel periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei". E chi può, aggiungerà all'Eucaristia una penitenza che si imporrà: una mortificazione degli occhi, un digiuno, un'ora di orazione, un'ora di silenzio, un'ora di lettura che tratti del Rosario, ecc.
La Vergine Promise a S. Domenico, al Beato Alano e ad altri Santi (come riferiscono il Surio, il Biosio, il Ven. Sarnelli, ecc.) una grazia speciale ogni volta che viene onorata col Rosario di quindici poste".
Ma riuscirà alla Vergine SS. oltremodo gradito indurre altre persone a praticare questa devozione, facendo loro rilevare i vantaggi grandi che se ne ritraggono. Soprattutto si onorerà ciascun mistero con la pratica di una virtù ad imitazione di nostro Signore e della S. Vergine. Quelle persone che si comunicano una volta alla settimana possono nel corso di sette giorni prolungare i frutti del mistero che hanno celebrato rivivendolo nelle preghiere, nelle penitenze, nelle elemosine; potranno ripetere ogni giorno la giaculatoria, esercitarsi in quella virtù che si è meditata nel sabato precedente, e così festeggeranno, in quindici settimane, (o anche in quindici giorni) i principali misteri di nostra santa Religione che la Chiesa celebra nel corso di un anno. Infine è utile che la devozione dei Quindici Sabati venga praticata in una chiesa o cappella pubblica in cui sia esposta l'effigie della Vergine di Pompei.

I QUINDICI SABATI

PRIMO SABATO

PRIMO MISTERO GAUDIOSO: L'ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE (Luca I, 26-55)

Meditazione:

I. Finalmente si aprono i cieli e discende nel mondo Colui che dai Profeti è chiamato il giu­sto, il desiderio dei patriarchi, l'aspettato delle genti, l'inviato del Signore. Compiute sono le settimane di Daniele; avverate le profezie di Giacobbe, poiché lo scettro di Giuda è già passato in mano di Erode, re straniero. Una fanciulla, restando vergine, deve dare al mondo un Uomo, che è il Figlio dell'Altissimo. Anima mia, intendi tu che vuoi dire: il Verbo si fa uomo? .. O bontà e misericordia infinita del Signore! Tanto dunque ti amò questo Dio, da volere che il suo Figlio Unigenito si fosse umiliato sino ad assumere la condizione di servo (Fil 2,7)? E ciò, affinché potesse patire e morire su di una croce per riscattarti dall'inferno e aprirti le porte del paradiso! Per sacrificarsi ogni giorno sugli altari e dimorare sempre con te, dandosi pure in cibo nella santa Eucaristia! Santissima Trinità, vi adoro umilmente, e vi ringrazio di tanto amore. Il Padre dà agli uomini il suo Figlio: il Verbo consente di farsi Uomo, e lo Spirito Santo si offre di operare questo grande mistero. Qual è la mia corrispondenza a tanta carità? Considera, anima mia, da un canto l'altissima dignità e i sublimi favori della Vergine Beata, dall'altro la perfetta umiltà di Lei. E un Dio che crea Immacolata Colei che doveva essergli madre; e dal primo momento della concezione di lei ne eleva la santità oltre ogni vetta. Ecco le parole del Signore nel Cantico dei Cantici: "... le fanciulle sono senza numero, ma unica è la mia colomba, la mia perfetta ..." (Ct 6, 8-9). E questa fu la madre di Dio eletta per l'umiltà somma che in Lei rifulse. Nella Cantica Maria è assomigliata al nardo odorifero: perché, dice Sant'Antonino, la piccola e odorosa pianticina del nardo figura l'umiltà di Maria, il cui odore sali al cielo, e trasse nel suo seno verginale il Verbo divino. Poiché, aggiunge lo stesso santo arcivescovo domenicano, l'umiltà della Vergine fu la disposizione più perfetta e più prossima ad essere Madre di Dio. San Bernardo conclude: Se Maria piacque a Dio per la sua verginità, non di meno fu per l'umiltà che concepì il Figlio di Dio: La Vergine stessa, apparendo un dì a S. Brigida, disse: Donde io meritai una tal grazia di esser fatta Madre del mio Signore, se non perché conobbi il mio niente, e mi umiliai? E per attestarla a tutte le genti Ella lo aveva Significato nel suo umilissimo Cantico: Perché Dio ha guardato l'umiltà della sua Serva, .. "Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (Lc. 1, 48-49). Gli occhi umilissimi di Maria come di semplice ed umile colomba, coi quali Ella rimirava sempre la divina grandezza, non perdevano mai di vista il proprio nulla. E fecero tal violenza a Dio stesso, che l'Altissimo fu tratto nel seno di Lei: "Come Sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi Sono colombe" (Ct 6, 1) E dal suo canto il Signore, per maggiore merito di questa madre, non vuole farsi di lei figlio senza averne prima il consenso. E le spedisce un messaggero celeste, l'Arcangelo Gabriele, la forza di Dio, per rivelarle il grande avvenimento dell' Incarnazione del Verbo nel seno di lei. O grande, o santa umiltà di Maria! Tu rendesti questa madre piccola a se stessa, ma grande davanti a Dio! indegna agli occhi suoi, ma degna agli occhi di quel Signore immenso che non è compreso dal mondo! E come, o Signora, esclamerò anch'io con San Bernardo, come hai potuto unire nel tuo cuore un concetto dite stessa così umile, con tanta purità, con tanta innocenza, con tanta pienezza di grazia che Tu possiedi? O Regina umilissima, Dio ti salvi; per te e da te cominciò l'opera della nostra redenzione. Deh! fammi parte della tua umiltà, e dammi il perfetto amore dite e del tuo Figlio.

II. Anima mia, guarda: l'Angelo non è inviato alle grandi città, ai palazzi dei principi, alle figlie dei re ornate di oro, ma a Nazaret, piccola città, ad una Vergine, sposa di Giuseppe l'artigiano. Non è dunque la nascita, né i doni della natura che traggono gli sguardi di Dio; il vero merito ai suoi occhi è l'umiltà, la modestia, l'innocenza dei costumi, l'amore della purità. Viveva Maria Solitaria nella sua Povera casetta, come fu rivelato a santa Elisabetta benedettina; e sospirava e pregava Dio più intensamente che mai perché mandasse al mondo il Redentore promesso, allorché le apparve l'Arcangelo Gabriele. Tre titoli le dà questi di una incomprensibile grandezza. Il primo riguarda Lei stessa: Ti saluto, o piena di grazia: cioè Tu sei la più santa fra tutte, Tu sei un tesoro di tutte le grazie e favori di Dio. Il secondo riguarda Dio: il Signore è con te: cioè Tu sei da Lui protetta, accompagnata, governata. Il terzo riflette gli uomini: benedetta Tu fra le donne: cioè Tu sei privilegiata, innalzata sopra tutti .. Con quale rispetto indirizziamo noi queste medesime parole a Maria quando recitiamo il suo Rosario? E Maria si turba alle parole di un Angelo che le parla di Dio. Le lodi la molestano, la spaventano: niente Ella appropria a se stessa, ma tutto a Dio. Ella si turbò, come rivelò a S. Brigida, perché, essendo piena di umiltà, aborriva ogni sua lode, e desiderava che il solo suo Creatore e Datore di ogni bene fosse lodato e benedetto. Qual differenza tra Maria e Lucifero! Lucifero, vedendosi dotato di gran bellezza, aspirò come dice lsaia, ad esaltare il suo trono sulle stelle e rendersi simile a Dio. E che avrebbe detto e preteso il superbo, se mai si fosse veduto ornato dei pregi di Maria? L'umile Verginella non fece così: quanto più si vide esaltata, tanto più si umiliò: e questa umiltà fu la bellezza onde innamorò il Re dei re. "E si domandava che senso avesse un tale saluto" (Lc 1,29). E tu, anima mia, come imiti Maria nelle lodi pericolose, che ti danno gli uomini? Ohimè! piena di orgoglio, tu credi di meritarle, te ne compiaci, e se mostri di rigettarle ciò fai per procurarne altre maggiori! Quante vergognose cadute, effetto della adulazione!... O Maria, o divina riparatrice di tutti i nostri mali, o degna Madre di Dio, quanto mi confonde la tua umiltà! Ecco, per questo "tutte le generazioni ti chiameranno beata" (Lc 1,48). Quanto mi dolgo di aver offeso tante volte il mio Dio, con la mia superbia, e contristato il tuo Cuore dolce ed umile. Ma se mi guardi con l'occhio pietoso di Madre, presto sarò con Lui riconciliato: se saprò amarti, cesserò di essere infelice. Ma nella tua mano sono tutte le grazie: Tu puoi salvare chi vuoi. O piena di grazia, salva quest'anima mia.

III. Finalmente, rassicurata che non perderà la sua verginità, Maria dà il suo consenso con due parole: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,28). O parole benedette, che hanno consumato il mistero dell'Incarnazione, hanno compiuto le profezie e riparato la disubbidienza dei nostri primi padri, e le dolorose conseguenze del triste colloquio di Eva con l'Angelo delle tenebre! Parole ammirabili in cui risplende la fede più viva, la umiltà più profonda, la obbedienza più sommessa, l'amore più tenero, l'abbandono più perfetto alla volontà divina. Parole, che la Chiesa per riconoscenza mette tre volte al giorno sulle labbra dei suoi figli. Dille anche tu continuamente, anima mia, e con i sentimenti medesimi di Maria. Impara ad essere umile e rassegnata a ciò che dispone Iddio sopra dite. Confonditi: sei tanto maligna e tanto dissimile da Maria e, quel che è peggio, non sai piangere, né sai pregare. Comincia almeno da ora a ravvederti del tuo deplorevole stato, detesta la tua vita disordinata, comincia a darti all'orazione. E, se ti senti un cuore di macigno, volgiti a Maria, e pregala che per amore di questa sua Annunciazione voglia scambiare il tuo cuore col Cuore suo così umile e così puro. O gran Madre di Dio, mare immenso di grazie e di beatitudine, beato sarò ancor io, se vivrò sotto la tua protezione. Sì, da questo giorno io non lascerò mai sino alla morte di salutarti, di amarti, d'invocarti con l'orazione tua prediletta, che Tu stessa mi hai insegnata, col santo Rosario. Esso ogni dì mi ricorda la tua esimia umiltà, la tua purità e pienezza di grazia, la tua divina maternità, la mia redenzione e salvezza. Tu, ai giorni nostri, hai aperto una fonte di grazia tra le rovine della famosa Pompei, presso la città della morte, per dimostrare ai peccatori che chiudono la morte nell'anima, come da te verrà la vita a tutti quelli che t'invocano, o Regina del Rosario di Pompei; per rivelare al mondo che scaccia dal suo seno Gesù, come Tu, o Sovrana della Nuova Pompei, ridonerai Gesù all'agitata umana famiglia con vita novella di grazia e di fede. Deh, Madre di misericordia, fa' che Gesù regni nel mio cuore; vi regni da re, da assoluto padrone, da Signore delle forze e delle potenze mie, sì che dalla vita di Lui io viva e in Lui io mi consumi, per vivere di Lui e con Lui per l'eternità! Sii benedetta e amata da tutti i popoli, o Signora della Valle di Pompei, o nostro rimedio, nostra consolazione, nostra gloria. Amen.

VirtùUmiltà. Fioretto - Umiliati internamente alla vista delle tue miserie. Umiliati ancora esternamente occupando l'ultimo posto, dando la preferenza agli altri. Soffri oggi i rimproveri, tanto giusti quanto ingiusti, senza scusarti. Soffoca l'orgoglio col parlar sempre sottomesso, e col non parlar dite stesso, né in bene né in male. Giaculatoria - O Maria, Vergine bella e Immacolata, rendi il mio cuore puro ed umile come il tuo cuore.

Preghiere prima della Comunione

O Gesù, Verbo eterno, ti adoro nascosto in questo Sacramento, come ti adoro rinchiuso nel seno umilissimo di Maria. Ti ringrazio che ti sei degnato farti uomo, e che hai scelto una creatura umana per tua madre. O Cuore umilissimo del mio Gesù, chi mi darà l'umiltà della Madre tua Immacolata per attirarti nel mio cuore? Quanto, ahimè, esso è indegno di tanto onore! Come ardirò io accostarmi e unirmi a te, fonte di purezza e santità infinita, io, che sono macchiato di superbia? Deh! muoviti a compassione di me; e, per la tua divina Incarnazione, dammi tutto quello che mi manca per riceverti degnamente: infondimi le virtù.

O Maria, vera e degna Madre di Dio, per quella ineffabile consolazione che sentisti in quei momenti in cui, per opera dello Spirito Santo, accogliesti nel tuo seno l'Onnipotente fatto bambino, il Creatore tuo Figlio; deh, concedimi un istante di quel tuo amore, di quella tua fede umile e forte, affinché io faccia onorevole accoglienza al tuo Gesù! Unisco i miei desideri, i miei affetti, le mie adorazioni, i miei ringraziamenti con tutti quelli che Tu facesti in quei nove mesi che portasti in seno il Figlio di Dio.

S. Gabriele, messaggero e ministro dei misteri della Redenzione, e voi, Angeli del paradiso, che, stupiti, foste i soli spettatori di questa grande opera dell'Eterno, di ridursi bambino piccolissimo nel seno di una sua creatura, voi adoratelo per me, e beneditelo con le vostre lodi che io ignoro, ma che sono doverose per il segnalato beneficio che ora sto per avere, albergando in me il vostro infinito Signore.

San Giuseppe, sposo Purissimo di Maria, tu fosti eletto nei decreti dell'eterna Sapienza a custode del Figlio di Dio; mettimi in cuore quindi gli affetti di umiltà, di venerazione e di amore che tu stesso sentisti nell'apprendere dall'Angelo in sogno, e poi da Maria a voce, l'alto mistero dell'incarnazione del Verbo; affinché io divenga innanzi agli occhi miei quale sono in verità, cioè miseria e peccato.

Angelo mio custode, accompagnami e suggeriscimi gli affetti più santi, più umili, più puri.

Preghiera per domandare la grazia della quale si ha bisogno

O mio Salvatore e mio Dio, per la tua Nascita, per la tua Passione e Morte, per la tua gloriosa Risurrezione, fammi questa grazia (si espone la grazia che si vuole). Te la domando per l'amore di questo Mistero, ad onor del quale ora mi ciberò delle tue Carni Sacrosante e del tuo Sangue divino; te la domando per il Cuore tuo dolcissimo, per Maria Immacolata, per il tuo santissimo Nome, Gesù mio, per cui hai promesso ogni grazia. Amen.

Preghiera alla B.V. di Pompei

O Regina gloriosa del santo Rosario, che hai posto il tuo novello trono di grazia nella Valle di Pompei, Figlia del Divin Padre, Madre del Divin Figlio e sposa dello Spirito Santo, per i tuoi gaudi, per i tuoi dolori, per le tue glorie, per i meriti di questo Mistero, ad onore del quale ora mi appresso alla santa Mensa, ti supplico d'impetrarmi questa grazia. (Si chiede la grazia).

Preghiere dopo la comunione

O Gesù, Re della gloria, come mai ti sei degnato di venire a visitare quest'anima peccatrice, qual è la mia? Se l'umiltà tanto a te piace che ti trasse dal cielo nel seno di Maria, ecco, io mi umilio dinanzi a te, mi reputo indegnissimo di possederti. Ti confesso che, peccando tante volte, ti ho ferito nel più vivo del cuore, e che sono immeritevole di qualsiasi grazia. Ma ora voglio riparare il male fatto. Mi getto confidente nelle braccia della tua misericordia, e ti ripeto mille volte: Ti voglio amare, mio Dio, mio Redentore, mio Gesù, amico mio, diletto mio, ti voglio amare. Unisco l'amore mio con quello che ti offrì Maria Santissima in tutti i nove mesi che ti portò nel seno, e con l'amore del tuo purissimo e fedelissimo Padre putativo San Giuseppe. Per ogni palpito di questo mio cuore intendo farti continui atti d'amore e li unisco con tutti i palpiti del cuore umilissimo e immacolato di Maria. Vi ringrazio, Eterno Padre, o Spirito di amore, dell'infinito dono che ci avete fatto dandoci il divin Figlio, e unisco i miei ringraziamenti con quelli che vi danno lassù tanti santi, che furono peccatori e poi salvati per questo Sangue divino; con quelli che vi danno tutte le anime giuste che sono nel cielo. Sopra tutto io intendo ringraziare te, o Gesù mio, coi sentimenti di umiltà e di riconoscenza che ebbe Maria Vergine, tua Madre, nell'apprendere dall'Arcangelo Gabriele la sua divina maternità; e con gli atti di umiltà e di ringraziamento di san Giuseppe, nell'apprendere dallo stesso Arcangelo l'alto suo posto di tuo Custode e di Sposo della Madre di Dio. Angelo mio custode, testimone dei miei atti di orgoglio, aiutami a compiere la riforma della mia vita, dei miei costumi e della mia devozione a Maria. Tu stesso a Lei conducimi, da Lei impetrami la perfetta umiltà, il perfetto suo amore e la perseveranza finale. Amen.

Invocazioni a Gesù dopo la Comunione

Anima di Cristo, santificami.
Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami.
Acqua del Costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami.
O buon Gesù, esaudiscimi.
Dentro le tue piaghe nascondimi.
Non permettere che io mi separi da te.
Dal nemico maligno difendimi.
Nell'ora della mia morte chiamami.
E comanda che io venga a te affinché ti lodi con i tuoi Santi nei secoli dei secoli. Amen.
Indulgenza parziale (Ench. Indulg. 1986, n. 10)

Orazione per domandare la grazia della quale si ha bisogno

O mio Salvatore e mio Dio, per la tua Nascita, per la tua Passione e Morte, per la tua gloriosa Risurrezione, fammi questa grazia (si espone la grazia che si vuole). Te la domando per l'amore di questo Mistero, ad onor del quale mi sono cibato delle tue Carni Sacrosante e del tuo Sangue divino; te la domando per il Cuore tuo dolcissimo, per Maria Immacolata, per il tuo santissimo Nome, Gesù mio, per cui hai promesso ogni grazia. Amen.

Preghiera alla B.V. di Pompei

O Regina gloriosa del santo Rosario, che hai posto il tuo novello trono di grazia nella Valle di Pompei, Figlia del divin Padre, Madre del Divin Figlio e Sposa dello Spirito Santo, per i tuoi gaudi, per i tuoi dolori, per le tue glorie, per i meriti di questo Mistero, ad onore del quale ora mi sono accostato alla santa Mensa, ti supplico d'impetrarmi questa grazia (Si chiede la grazia).

Preghiera a San Giuseppe

O Padre augusto di Gesù e Padre nostro, glorioso S. Giuseppe, a te l'Eterno Padre affidò il suo Figlio diletto; lo Spirito Santo ti offri la sua castissima Sposa, e Maria Vergine tutti i tesori della sua Verginità. Tu, che tanto puoi presso il Cuore di Gesù e preso il Cuore dì Maria, devi impetrarmi da loro questa grazia (Si chiede la grazia che si desidera). O amori miei dolcissimi, Gesù, Maria e Giuseppe, per voi io viva, per voi io soffra, per voi io muoia: sia tutto vostro, sia niente mio.

Orazione a Gesù Crocifisso

Eccomi, O mio amato e buon Gesù, che, alla Santissima tua presenza prostrato, ti prego, coi fervore più vivo, di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati, e di fermo proponimento di non più offenderti; mentre io, con tutto l'amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di te, o Gesù mio, il Santo Profeta David: Hanno forato le mie mani e i miei piedi: hanno contato tutte le mie ossa (Sai 22, 17-18). (Ai fedeli che recitano questa preghiera davanti all’immagine di Gesù Crocifisso, è concessa l’indulgenza plenaria in tutti i Venerdì di Quaresima; negli altri giorni, indulgenza parziale. Ench. Indulg. 1986, n. 22)

Si reciti il Padre nostro, l'Ave Maria e il Gloria al Padre, secondo le intenzioni del Sommo pontefice.

Preghiera

Alle tue piaghe, o Signore, raccomando la Chiesa tua Sposa, la esaltazione e il trionfo di essa; il Sommo Pontefice che n'è il Capo visibile; l'estirpazione dell'eresia e dell'idolatria; la pace tra le nazioni, la conversione dei peccatori; tutti i miei parenti, gli amici, i nemici, e i miei benefattori spirituali e temporali; tutti quelli che pregano per me, e che si raccomandano alle mie orazioni, specialmente tutti gli Associati e i Benefattori del Santuario e delle Opere di Pompei e tutti gli Aggregati alla Pia Unione per gli Agonizzanti istituita nel Santuario di Pompei. Valga tutto a suffragio delle Anime del Purgatorio.

Alla Vergine di Pompei

O Maria, Madre Immacolata di Gesù e Madre mia dolcissima, Regina del Santo Rosario, Tu che ai giorni nostri ti sei degnata di scegliere la Valle desolata di Pompei, per illuminare i popoli con la luce delle grazie e delle misericordie tue, volgi verso di me i tuoi occhi pietosi, e riconoscimi come tuo servo e figlio che ti ama e a te grida: Madre di misericordia. Accorri benigna ai miei gemiti; i passi tuoi immacolati mi schiuderanno il sentiero della purezza e della pace. Suoni alle mie orecchie la tua soavissima voce, o Madre mia, perché tu non hai che parole di vita. Apri le tue mani piene di grazie, e il tuo servo indegnissimo, che ti chiama, aiuta e scampalo dalle insidie dei suoi nemici. Stendi sino a me le dolci catene della tua Corona, con le quali avvinci i cuori più duri; e il cuore mio ribelle stringi a te, sì che da te più non si separi. O Rosa d'inviolata purezza, con la fragranza dei tuoi verginali profumi, traimi all'amore del paradiso. O cara Rosa del Signore, io sospiro a te di amore e di dolore. Inteneriscimi col tuo pianto; spronami con la tua compassione; trafiggimi con i tuoi dolori; rinvigoriscimi con la tua grazia. O Maria, Madre di grazia, prega per me. Prendimi per tuo servo. Fa' che io sempre confidi in te; sempre io pensi a te; sempre io chiami te; sempre io serva te; sempre io ami te. Per te io viva, per te io operi, per te patisca, per te muoia. E nell'ora della morte liberami dal demonio, e conducimi per mano a Gesù, tuo figlio e mio giudice. O Cuore Immacolato della Madre di Dio, fonte inesauribile di bontà, di dolcezza, di amore e di misericordia, ricevi il mio cuore. Rendilo simile al tuo. Purificalo con la tua intercessione, santificalo col tuo amore, distaccalo dall'amore delle creature. E quel fuoco divino che accende il tuo cuore, accenda anche il mio nel tempo e nella eternità. Amen.

Memorare alla Vergine di Pompei

Ricordati, o pietosissima Vergine del Rosario di Pompei, non essersi udito mai che qualcuno dei tuoi devoti, il quale abbia col Rosario invocato la tua assistenza o implorato il tuo soccorso, sia rimasto abbandonato. Io, animato da tal confidenza, a Te vengo, o madre della Misericordia, Vergine delle vergini, potente Regina delle Vittorie. Peccatore gemente, eccomi prostrato ai tuoi piedi: imploro pietà, ti chiedo grazia. Deh! non disprezzar le mie suppliche, o Madre del Verbo, ma per il tuo sacratissimo Rosario, per la predilezione che mostri al tuo Santuario di Pompei, benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen.

Si ripeta tre volte: Regina del santo Rosario, prega per me.

Si recitino quindi le Litanie della Madonna. Infine si dica una preghiera per la glorificazione del Beato Bartolo Longo. Un 'Ave per tutti gli Assodati al Santuario di Pompei sparsi nel mondo, e che si raccomandano alle nostre preghiere. Un 'Ave al Cuore Immacolato di Maria per la conversione dei peccatori, con le seguenti giaculatorie:
Dolce Cuore di Maria - sii la salvezza mia.
Rifugio dei peccatori - prega per me.
O Maria concepita senza peccato - prega per me che ricorro a te.
Nostra Signora del Santo Rosario di Pompei, prega per me.
Sia benedetta la santa ed immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Grazia della Vergine del Rosario di Pompei

IN MANDURIA: alla vigilia del primo Sabato

Un segnale straordinario del cielo avvenne nella città di Manduria in Provincia di Lecce, la sera di Venerdì, 29 Giugno 1888. Il 30 Giugno,nel Santuario di Pompei ed in moltissime città italiane e straniere, si dava inizio alla pia pratica dei Quindici Sabati del Rosario in preparazione della grande solennità di ottobre. Era dunque la vigilia del primo Sabato del Rosario, quando la celeste Regina si piacque con un segnalato portento dare al popolo di Manduria un novello attestato di sua compiacenza per il santo esercizio che per tre mesi continui le dedicano i suoi amanti figliuoli nel Santuario di Pompei ed in mille luoghi diversi. Angela Massafra, giovane dì ventiquattro anni, già da tre anni era a letto. Contratta, con paralisi interna, con piaghe, era giunta al grado di consunzione di tutte le sue forze. I medici già l'avevano spacciata. Il certificato del medico ordinario, Signor Tommaso Massari, spiega i particolari del male. La stessa paziente inferma si apparecchiava alla morte, e già sul finir del Giugno 1888 riceveva il santo Viatico e l'Unzione degli infermi. Però mai aveva lasciato la devozione del santissimo Rosario di Maria, e non aveva abbandonata mai la cara Immagine della Vergine di Pompei: ad essa si raccomandava incessantemente. Stando in quello stato estremo, aspettando di ora in ora la morte, avvenne che una sera vide presso la porta della sua camera una signora, a lei ignota, la quale si avvicinò al letto come per farle visita, e senza dir nulla si ritirò. Ne avverti i familiari, i quali non ne fecero conto veruno, attribuendo tutto ad allucinazione, effetto di debolezza, molto più, che quella signora sconosciuta osservava il silenzio. Ma la sera del 29, che cadeva nel Venerdì precedente il Sabato in cui si doveva dare principio alla funzione dei Quindici Sabati del S. Rosario, Angela vide senza allucinazione alcuna la medesima signora, in veste bianchissima e lucente, in atteggiamento di bontà e di compassione, entrare nella sua camera, appressarsi al letto, e porsi a sedere a lei vicina. La giovane contadina dapprima fu presa da timore, non sapendo chi fosse quella donna misteriosa, e che cosa volesse: ma poi notò che la signora ignota dopo essersi levata dalla sedia, posò sul letto un vaso di alabastro pieno di fiori a forma di gigli, e senza proferir parola ne versò una porzione sul letto. I gigli versati erano quindici, e su ciascuno di essi leggevasi una scritta come un biglietto. Angela vi lesse queste due parole: Quindici Sabati. La signora straordinaria, che fino allora aveva operato in silenzio, si rivolse verso l'inferma, e additandole quello scritto col dito, le parlò manifestandosi. Era appunto la Vergine del Rosario di Pompei. Quali parole pronunziasse la Madonna il confessore dell'inferma non crede prudente pubblicare. Soltanto può ritenersi sicuro che la Regina del Cielo gradisce oltremodo così fatta maniera con la quale Essa viene onorata nel mondo, segnatamente al suo prediletto Santuario di Pompei, e che grandi favori Ella concede a chi la onora col santo esercizio dei Quindici Sabati del suo Rosario. Quindi la divina Signora di Pompei, quasi a mostrare ch'Ella non discende mai a' figli suoi che la invocano, senza dare loro un segnale anche materiale della pietà e della carità che ad essi la stringe, con una ineffabile benignità si tolse il velo dal capo, e con esso asciugò l'inferma; la quale compresa da stordimento e da un santo timore che la invase, non fu capace di balbettare sillaba. Ciò fatto, la Madonna raccolse i biglietti sparsi sul letto, e voltandosi verso la porta di casa, a lenti passi si allontanò, lasciando dietro di sé fasci di luce. Angela, rimasta fuori di sé e come inondata da una gioia di soavità celestiale, s'intese di un tratto risanata, e non vedeva l'ora del mattino per levarsi e gridare al miracolo. Venne infatti il mattino del 30 Giugno primo Sabato dei Quindici del Rosario: si leva dal letto, fa prova di muover le gambe da tre anni rattratte, e con stupore suo e di tutti riesce a camminare. Si veste da sé sola, e mentre racconta alla mamma l'accaduto, il medico ordinario, Sig. Tommaso Massari, entra in casa. Nel veder ritta in piedi, vestita, e camminare quella donna, ch'egli aveva il giorno innanzi lasciata quasi cadavere, il Sig. Massari non sa contenersi dall'esclamare stupefatto: Miracolo! Miracolo! Ma poi dando luogo alla riflessione e quindi al dubbio, non crede a quel che egli stesso vede: vuole assicurarsene. La osserva difatti: volta e rivolta, tutto era sparito! Nè piaghe, nè infermità, nè paralisi, nè traccia alcuna di male più si trovavano in quella persona che da tutti era tenuta cadavere. Angela, che sentiva una novella vita rifluire per le ossa, per le vene, per tutte le membra, quasi rinata a novella vita, non ha altro pensiero, che di andare di persona in chiesa a ringraziare la sua celeste Benefattrice. Quindi, come persona la quale dimentica del passato che più non esiste, ha un solo obbiettivo vivo, fisso innanzi a sè, la gratitudine e il ringraziamento al Signore, esce di casa come donna sana, e senza appoggio alcuno va dritta alla chiesa. La gente che vede Angela camminare per via con passo sicuro, l'avvicina, la circonda, le fa mille domande. In men che si dica il fatto straordinario è divulgato per tutta Manduria; e tanti, che poco credono ai miracoli, rimangono muti. Da quel giorno il numero degli Associati alla S. Vergine di Pompei cresce, e cresce ancora la devozione dei Quindici Sabati così accetta alla Vergine, tenendo tutti innanzi agli occhi la testimone del miracolo operato ad intercessione di così taumaturga Regina. Lo straordinario avvenimento di Manduria non è attestato soltanto da un intero popolo, ma da un valente medico, il Dott. Tommaso Massari, che curava l'inferma, e soprattutto dal rispettabile Parroco di quella città, Don Leonardo Tarentini, suo Confessore, che le aveva apprestato il Santo Viatico e l'Unzione degli infermi. Ambedue questi importanti attestati si leggono letteralmente riportati nel Periodico IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, al Quaderno di Settembre, Anno VI, 1889.

SECONDO SABATO

SECONDO MISTERO GAUDIOSO: LA VISITA DI MARIA SANTISSIMA (Luca 1,39-56)

Meditazione

I. La grazia dello Spirito Santo non ammette lungo ritardo: vuole fedele corrispondenza, ed esige pronta risoluzione. E Maria, docile ai movimenti dello Spirito Santo, corrisponde subito a Dio. Non appena concepisce nel suo seno il Redentore degli uomini, è pronta a soddisfare il desiderio di Lui, di beneficare il genere umano e distruggere il peccato. Iddio voleva santificare il Precursore Giovanni, incatenato col peccato originale, manifestare la gloria e la potenza del suo Figlio fin dai primi momenti della sua Incarnazione e riempire le due avventurate madri di una nuova allegrezza e di nuove grazie. Maria, tutta piena di amor di Dio e di carità del prossimo, nonostante il cammino malagevole, le vie difficili, la sua giovinezza, la delicatezza del suo sesso, il suo presente stato di Madre del Figlio di Dio, sollecitamente lascia la sua umile dimora di Nazaret in Galilea, e intraprende il lungo e faticoso viaggio sino ai monti della Giudea. Quante buone ispirazioni hai soffocate in te, anima mia, cui forse erano legati disegni particolari di Dio per la gloria sua, per la salvezza tua, e per il vantaggio del prossimo!. Guarda: Elisabetta, già inoltrata negli anni, attende un figlio; ella ha bisogno di una confidente che l'aiuti e la consoli. E l'amorosa Vergine che vince in amore e in bellezza i Serafini, non è tarda a risolversi, non va lenta nel suo viaggio, ma con fretta. Le è forte stimolo la carità del prossimo. L'amore di Dio, quando regna nel cuore, non resta mai ozioso, eccita sempre l'animo al bene del prossimo senza avere rispetto alle proprie inquietudini; poiché l'amore di Dio e quello del prossimo è uno stesso amore, il quale ora si rivolge alla causa ed ora agli effetti, ora al Creatore ora alle creature. Questa virtù sola guida ed anima Maria, e non l'amore dello svago e del piacere, non quel desiderio di vedere e di essere veduta, quella curiosità e quella ostentazione, che sono, per non dire di più, i frequenti motivi delle visite che noi facciamo. Specchiati, anima mia, nella vera e fervorosa carità di Maria; umiliati e confessa che non hai il vero amore di Dio. O Madre mia divina, Madre di amore, mostra anche a me cotesta tua copiosa carità; abbi pietà di me infelicissima creatura, che tante volte ha ricalcitrato a Dio. Accendimi del tuo santo amore, stringimi forte con le tue cate­ne ad amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso.

II. Oh, quante virtù in questo viaggio di Maria! La sua profonda umiltà che non le lascia considerare l'eminenza della sua dignità, l'infinita differenza tra il Figlio ch'Ella porta e quello di Elisabetta! L'Ancella del Signore non conosce quelle riserve del ceto nobile, quelle leggi bizzarre che la vanità del mondo vuole osservare con tanto scrupolo, e che l'amor proprio ha immaginate, introdotte, ed esige con tanta severità. Considera come Maria salutò Elisabetta. La vera carità previene gli altrui desideri senza alcun temporale interesse. Se la carità divina non ci avesse prevenuti, e non ci prevenisse tutti i giorni, avremmo noi conosciuto Iddio? penseremmo noi a Lui? Al saluto di Maria, a quella voce fatta organo del Verbo di Dio, segue il più grande di tutti i miracoli: Gesù, dal seno di sua Madre, santifica l'anima di Giovanni che esulta nel seno della propria madre, e riempie Elisabetta di Spirito Santo. Cristo manifestò la virtù della sua divinità prima per mezzo della propria Madre e poi per se stesso. Anche la presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell'Altare opera i più ammirabili effetti sui veri fedeli. Impara, anima mia, che ciò che aspetti dal Cielo, solo per mezzo di Maria puoi ottenere. La prima grazia comunicata agli uomini dal Verbo incarnato l'ha fatta dal seno e alla voce di Maria. O Madre di grazie, quanto è mai potente la tua voce! Falla sentire al mio cuore, o almeno falla sentire al tuo Figlio in favore mio! O Vergine Santa, come mai posso degnamente lodarti e celebrarti? Lo imparerò da Elisabetta, e ad alta voce con lei esclamerò finché avrò vita: "Benedetta Tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1, 42). Come mai l'eresia ardirà biasimare gli onori che rendiamo alla Madre di Dio, onori ispirati dallo Spirito Santo, ed inseparabili da quelli che dobbiamo rendere al Figlio?

III. Elisabetta continua: "A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?" (Lc 1,43). Elisabetta conosce la grandezza del Figlio di Maria e lo chiama suo Signore... Abbiamo noi i medesimi sentimenti per Gesù Cristo, quando ci visita? La sua divina presenza e la sua grazia nel Sacramento adorabile del suo Corpo e del suo Sangue imprimono in noi i medesimi trasporti di giubilo, di fede e di umiltà? Elisabetta poi per lume divino riconosce in Maria la Madre di Dio, e soggiunge: "E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45). Tutto si avvererà a suo tempo. Fu allora che Maria, piena di luce e di grazia, di riconoscenza e di amore, con l'animo veramente umile, fedele alle grazie del suo Dio, penetrata delle sue misericordie, cantò quel cantico divino di riconoscenza e di amore, di profezia e di lode perfetta degli attributi di Dio. Ci ammaestra Ella del presente, e profetizza di sé quello che avverrà presso tutte le generazioni: "L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata" (Lc 1, 46-48). Rimembra il bene che Dio ha fatto nel passato: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore" (Lc 1, 51). Predice l'avvenire e la fede nella durata delle promesse al popolo di Dio per tutti i secoli sino alla fine del mondo: "... di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono ... come aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza per sempre" (Lc 1, 50 e 55). Anima mia, quando il falso splendore e la illusione delle grandezze umane ti allettano, riconosci Iddio solo grande, e tutto riferisci a sua gloria. Quando le lusinghe dei piaceri tentano sedurti, pensa che in Dio solo vi è una certezza soda, piaceri puri e durevoli. Quando il veleno della lode, o i raggiri dell'amor proprio ti affascinano, rientra nel tuo niente, e richiama al tuo cuore, ciò che non poté far Maria, la memoria umiliante dei tuoi peccati. O Maria, da quell'istante Tu ti mostrasti vera Madre delle grazie, e da questo momento io Spero, per la virtù di questo Mistero del tuo Rosario, che Tu mi dia grazia di amare assai Gesù Cristo e di salvarmi l'anima; giacché Tu sei la Dispensiera universale delle grazie, e perciò la Speranza di tutti e la Speranza mia. Ringrazio Dio che mi ha fatto intendere che principalmente per i meriti di Gesù Cristo e poi per la tua intercessione io mi devo salvare. O Maria, prega per me, e raccomandami al tuo Figlio. Le tue preghiere non hanno ripulsa: sono preghiere di Madre presso un Figlio che tanto ti ama. E Tu meglio di me conosci le miserie e le necessità mie, né so quali grazie più mi occorrono. Nelle tue mani mi abbandono, fido in te Tu mi devi salvare. Amen.

Virtù - Carità. Fioretto - Esercita la carità verso il prossimo, visitando ospedali o luoghi di miserie o infermi o carcerati, o soccorrendo qualche povero. Nelle ricreazioni e visite di cortesia parla di Dio. Soccorri, specialmente le Anime del Purgatorio, applicando per esse Rosari, Comunioni, Messe, Indulgenze, elemosine e mortificazioni. È molto proficuo per te e per quelle Anime il così detto "Atto eroico", cioè di offrire a Dio a sollievo delle Anime Purganti i meriti di tutte le tue buone opere, per sempre. Giaculatoria - O Maria, benedetta fra le donne, visita l'anima mia e salvala.

Preghiere prima della Comunione

Adoro, o mio Gesù, gli alti e infiniti disegni della tua sapienza e della tua misericordia. Tu, appena disceso nel mondo, volesti compiere il primo prodigio per mezzo di Maria, della Madre tua, per mostrarcela di buon'ora nostra Corredentrice e Dispensatrice delle tue grazie: sii benedetto! Una sola visita di Maria portò letizia alla casa di Elisabetta, santificò Giovanni nel seno di lei, consolò Zaccaria che sciolse la sua lingua alle lodi di Dio. Quali grandi beni non debbo io dunque sperare oggi che riceverò la visita del Figlio di Dio, dello stesso Autore di ogni grazia? Intendo: nessuna grazia Tu fai che non passi per le mani di tua Madre: essa è la Madre degli uomini, l'Avvocata dei peccatori. Ebbene, o Vergine Santa, compi oggi l'ufficio tuo di nostra Corredentrice. Affrettati a visitare presto la povera casa dell'anima mia, e portaci il tuo Gesù, che l'abiti, che la possegga da signore. La tua e la sua visita, son certo, non saranno infruttuose. La Madre delle grazie, la Benedetta fra le donne, non può non intenerirsi alla vista di tanta miseria e di tanta desolazione. L'anima mia è inferma di molti mali, di affetti sregolati, di abitudini cattive e di peccati commessi: mali pestiferi che la conducono a morte eterna. Tu la puoi far ricca, o tesoriera di Dio, e Tu la guarisci oggi con le Carni immacolate e col Sangue prezioso del tuo Figlio. Ecco, io confesso la mia indegnità, non son degno che Tu venga a visitarmi; ma solo dì una parola al tuo benedetto Figlio, e sarò sanato. O Maria, Tu sei beata perché credesti: prestami dunque la tua fede, la tua purità, la tua umiltà, la tua carità. O Elisabetta, che fosti ripiena di Spirito Santo, fammi parte del tuo gaudio e della tua umiltà. O Giovanni Battista, santificato al suono della voce di Maria, coprimi della tua santità, affinché meno indegnamente riceva la visita di Gesù e di Maria nel mio cuore. S. Giuseppe, Sposo di Maria, con gli affetti tuoi purissimi accompagnami ora che vado a ricevere il tuo Gesù dalle mani della tua purissima Maria. E voi, Angeli del Signore, che accompagnaste la vostra Regina sulle montagne della Giudea, e foste testimoni del primo prodigio operato da Gesù per Lei, voi accompagnatemi e sorreggetemi in questo istante, in cui per infinita sua degnazione, un Dio visita la sua creatura e la rende per grazia simile a Se!

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la domanda alla Beatissima Vergine di Pompei).

Preghiera dopo la Comunione

Chi mi dirà le parole di gratitudine e di riconoscenza, o buon Gesù, per sì segnalato beneficio ora elargitomi? E come ti sei abbassato tanto da venire a visitare questa miserabile anima mia? Oh, quanto vorrei avere gli affetti, la riconoscenza, la fede, la pietà, l'umiltà di Elisabetta e di Zaccaria per lodarti degnamente, o mio Dio. Ma perché Tu stai in me, con essi ti ringrazio e ti lodo: A che debbo che il mio Signore e mio Dio venga a me?... Benedetto il Signore Dio di Israele, perché ha visitato ed ha redento il suo popolo. Si, Gesù mio, io ti venero, ti adoro, ti ringrazio e ti amo. Ti benedico con tutte le benedizioni che ti danno in Cielo gli Angeli e i Santi ed in terra le anime giuste, con tutte le benedizioni che ti darebbero tutte le creature possibili, se fossero create, se fossero salve e sante. Ti amo con tutta l'anima mia. Intendo amarti in ogni istante della mia vita. Voglio contraccambiarti con tante benedizioni e con tanto amore, riparando i delitti di quelli che bestemmiano, oltraggiano, rinnegano te, Dio mio, Creatore mio, Salvatore mio, Redentore mio. Ti amo infine col tuo medesimo Cuore, con quell'amore che Tu hai alla SS. Trinità, alla tua Vergine Madre Maria, con quell'amore che hai per me stesso, per cui ti sei fatto uomo, sei morto in Croce e rimani in questo Sacramento. E Tu, Madre delle grazie, e Madre mia carissima, degnati di visitarmi: non intendo già sensibilmente, come hai fatto a tanti tuoi servi e devoti, ma con la tua grazia, col tuo amore, con la tua protezione, col tuo Gesù, affinché Gesù non mi sia tolto giammai, e io non lo offenda mai più. Fammi sentire nel cuore la tua voce dolce di Madre e di Regina delle grazie, affinché inebriato da tanta dolcezza, disgusti tutti i piaceri dei sensi e della terra, e gusti solo il servirti e l'amarti. E visitami sopra tutto nel punto della morte. Difendimi allora dai nemici, conducimi Tu stessa al tuo Gesù affinché insieme con lui ti lodi, ti ami e ti benedica in eterno: mentre oggi non lascerò di ripetere il Cantico delle tue profezie: L'anima mia magnifica il Signore.

(Seguono Le orazioni per domandare la grazia di cui ai ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistare Le Indulgenze).

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

FLAVIA CILEA, SUORA DELLA CARITÀ: inferma da dodici anni, compiuti i Quindici Sabati, guarisce entrando nel Santuario di Pompei.

Una suora di Carità, chiamata Flavia Cilea, dimorava nel 1887 nell'Orfanotrofio diretto dalle benemerite Suore di Carità in un borgo presso Caserta detto S. Nicola la Strada. Di costituzione gracile, estenuata di forze per fatiche sostenute, Suor Flavia, nel Settembre di quell'anno, fu presa da dolori acutissimi alla spina dorsale. Il Dott. Luigi Menditto, medico curante del pio Istituto, vedendola in quello stato, rivelò alla Superiora del Collegio e alla Superiora Provinciale un triste avvenire! - La povera Suor Flavia era presa da spinite, terribile malattia alla spina dorsale, che paralizza le gambe non solo, ma porta alla tomba. Accorate e atterrite le suddette Superiore per la pessima prognosi, posero in opera quanto la carità poteva loro suggerire. Ma vane tornarono tutte le affettuose loro cure, vani i rimedi dell'arte poiché Suor Flavia peggiorando di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, si ridusse in uno stato miserando. Fu visitata dal celebre Professore Salvatore Tommasi, il quale afferma essere ella affetta da mielite con sclerosi a placche, malattia di pessima indole e incurabile, malattia che la avrebbe fatta indicibilmente soffrire. Infatti, in breve la poverina divenne vittima di sofferenze inaudite. Soffriva di acutissime nevralgie alla testa, al petto, alle spalle, e attacchi continui al cuore, reso debolissimo per la malattia alla spina. Infranta dalle continue sofferenze, abbattuta dalla mancanza assoluta di cibo a cagione della grande inappetenza e della difficile digestione, ella era ridotta ad uno stato di abbattimento da non aver la forza, non dico di parlare, ma di formulare un pensiero. Si aggiunge a tante pene, l'avere le gambe paralizzate in modo da non potersi reggere in piedi, né dare un passo. In quella contrada non si conosceva la recente Opera della fondazione del Santuario dedicato alla Vergine Santissima del Rosario nella Valle di Pompei: s'ignoravano i prodigi di guarigioni che la potentissima comune Madre nostra operava, e quindi non si aveva la minima devozione al portentoso titolo di Nostra Signora di Pompei. Quando un bel dì un'altra buona e semplice Suora, Suor Maria Vincenza Palmieri, raccontò alle sue consorelle di aver sognato la Vergine Santissima del Rosario, che entrava nella camera ov'era Suor Flavia, ed avvicinandosi al letto, rivolta all'infermiera, aveva così parlato: Prega e confida in Me che guarirai. Al racconto del sogno, Suor Flavia, che già sentivasi prossima alla morte, rispose a Suor Palmieri e alle altre che erano presenti: - Sorelle care, v'ingannate: la Vergine vuol prendermi con ... Dovrò finire e presto. Poco dopo, certo per disposizione della Provvidenza, ecco giungere colà un fascicolo del Periodico il Rosario e la Nuova Pompei. Venne subito ,offerto alla paziente, la quale si pose a leggerlo di gran gusto. Era il quaderno che riportava il meraviglioso miracolo ottenuto dalla Signorina Fortunatina Agrelli di Napoli nell'8 Maggio del 1884, dopo che la SS. Vergine del Rosario di Pompei, apparendo alla moribonda giovane napoletana, le aveva insegnato il modo di ottenere da lei le grazie. La prima impressione che provò Suor Flavia fu quella dello stupore. Poi indotta da una certa speranza, si fece anch'essa a pregare con tutto quel fervore che poteva. Ed incominciò a fare la prima Novena: poi ne intraprese la seconda, e poi anche la terza, recitando ogni giorno il Rosario intero delle quindici decadi, conforme l'indicazione data dalla Vergine alla signorina Agrelli. Il venerando Confessore della Comunità, illustrissimo Can. Don Raffaele Michitto, la esortava a perseverare nella preghiera alla Madonna di Pompei, e a confidare. Però il Signore, per fini solo a lui noti, non volle esaudirla: anzi essa peggiorò in modo che nell'Aprile 1887 fu presa da mortale meningite, da dolori folgoranti le gambe, con forti contrazioni, e da paralisi che minacciava imminente catastrofe. Spedita dal medico, le furono amministrati di nuovo i SS. Sacramenti, e questa volta anche l'Unzione degli infermi. Ma nell'animo di Suor Flavia era viva, come una scintilla, la fede che per la Madonna di Pompei avrebbe essa ottenuta la vita. Difatti, dopo l'Unzione degli infermi, ritornate alquanto le forze, intraprese, come meglio poté, con animo fervorosissimo, la devozione tanto accetta al cuore della Madonna di Pompei, i Quindici Sabati del Santissimo Rosario, mentre continuava senza interruzione le Novene per impetrare le grazie nei casi più disperati. L'effetto corrisponde alla speranza. Terminati i Quindici Sabati, apparve la miglioria. Ma la Madonna non accordò pienamente la grazia al termine del prediletto esercizio; voleva premiare la fede e la costanza di quella buona Suora qui, nel luogo della sua elezione, nel Santuario delle sue misericordie. Suor Flavia, adunque, vistasi nello stato di poter uscire dal letto, ma senza poter camminare, pregò caldamente la Rev.da Superiora che la mandasse a fare una visita alla Vergine Santissima nel suo Tempio di Pompei. Ma nè la Superiora, nè il medico glielo permisero per timore del lungo viaggio. Invece si pensò bene di mandarla a Portici, ove si recavano le Educande per la cura balneare. Stando a Portici, un bel giorno la Superiora le dice così di scatto: - Suor Flavia, potete andare a Pompei. Due Suore la calarono sopra una sedia, la presero in carrozza chiusa, e la condussero al tanto sospirato Santuario. Giunta al desiderato e felice luogo, discese di carrozza, e, sorretta dalle due Suore che l'accompagnavano, entrò in chiesa. Ed oh, meraviglia! Entrò in quell'Arca Santa, in cui Dio ha messo come una fontana probatica. La percorse in tutta la lunghezza, senza sentire dolore o stanchezza di sorta. Si prostrò, venerò piangendo la Madre nostra Santissima, fece la Santa Comunione. In quel punto ebbe termine quell'ostinata e lunga malattia, che per ben dodici anni l'aveva orribilmente travagliata; e cominciò da quell'ora a rendere all'augusta Regina di Pompei le più vive azioni di grazie. Di tanta grazia, di tanto fervore ella confessa pubblicamente essere debitrice alla potente nostra Regina del Rosario di Pompei. Questo fatto straordinario venne pubblicato nel Rosario e la Nuova Pompei, nel quaderno di Novembre del 1889, corredato dagli attestati e dalle firme della Superiora delle Suore di Carità, Suor Angelica Cern, dal Confessore dell'Istituto, il Rev. Can. Raffaele Michitto, dall' attestato dell' Illustrissimo Vescovo di Caserta, Mons. Errico dei Marchesi De Rossi, e dall'attestato del medico curante Dottor Luigi Menditto.

TERZO SABATO

TERZO MISTERO GAUDIOSO: LA NATIVITA’ DI GESU’ CRISTO (Luca 2, 1 14)

Meditazione

I. Giunta l'ora in cui il Verbo incarnato doveva nascere da una Vergine e comparire nel mondo, lo slancio della sua gioia fu sì grande, che il Profeta lo paragona col primo sforzo che fa un gigante per qualche grande intrapresa: Saltò, dice egli, come gigante a divorare sua via. Ecco il racconto che ne fa l'Evangelista San Luca. "In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta" (Lc 2, 1-5). Maria e Giuseppe dunque ubbidiscono anche alle autorità terrene. Lunga era la via e disastrosa, e nei rigori dell'inverno. E stanchi dal viaggio, Maria e il santo suo Sposo entrarono in Betlemme. Quanto non fu grande la loro pazienza, quanto non fu perfetta la loro rassegnazione nei rifiuti che soffrirono nella città di David! Non una casa, non un albergo che li accogliesse per qualche notte. Si inoltrano nella città, ne percorrono le contrade, tutto è occupato da forestieri. Tornano indietro, pregano, sollecitano: tutto è inutile. Parenti, amici, persone di conoscenza, tutto è sordo alle loro voci: altro non ricevono che rifiuti. O santa povertà! Sei così peregrina da non trovare chi ti accolga in questo misero mondo? sino a far ripudiare la stessa Madre di Dio che n'era adorna? La povertà è obbrobriosa e spregevole agli occhi degli uomini, ma è fuor di misura più cara agli occhi di Dio. "Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto" (Lc 2, 6). Si accorge Maria dell'imminenza del parto, non per dolori sopraggiunti, come alle altre donne, ma per l'accrescimento del suo amore e del desiderio che aveva, di mirare con i suoi occhi e stringere tra le sue braccia il Figlio unico di Dio e suo. Ma in che stato si trova! In quale tribolazione si trova Giuseppe! Il freddo, la notte, l'oscurità, il concorso di una folla di stranieri, il tumulto aumentano la loro pena, il loro imbarazzo, la loro fatica. Eppure non sfugge loro una parola di lamento. Meglio istruiti degli altri uomini dei segreti della condotta di Dio, ben sanno che quelli che Egli sceglie per le sue più grandi imprese debbono essere disposti alle più dure prove.

II. Ammira, anima mia, la loro povertà. Esclusi da tutte le case per la moltitudine degli ospiti, di qua, di là, per vie scoscese, per aspri sentieri raggiungono la campagna, ed unico asilo ai più grandi personaggi della terra è una stalla! Qui Iddio conduce le due persone più sante e più care che abbia create, Maria e Giuseppe. Ravvisano essi la mano che li dirige, la adorano con amore e rassegnazione. Per ricompensare la loro fedeltà, il Signore li colma dei favori più segnalati, e dà loro la consolazione di essere i primi a vedere il Verbo di Dio fatto Carne. In un angolo, dunque, di questo rifugio, ben conveniente alla nascita di un Bambino destinato a morire un giorno su di una croce, Maria entra in profonda contemplazione e, restando sempre quale era stata, Vergine e Immacolata, diviene realmente Madre mettendo al mondo il suo Figlio, Capo, Erede e Primogenito, secondo la carne, della Casa di Davide. Il Verbo Incarnato per sua propria virtù divina, come raggio di sole che entra per la finestra senza romperne il cristallo, entra nel mondo per mezzo di Maria Vergine in un piccolo corpo, ma bello infinitamente. E chi può ritrarre parole e sentimenti del cuore di Maria e di Giuseppe in quell'ora! Gli Angeli riconoscono e adorano il nato Bambino come loro Signore e, chiamati i pastori, cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini che Egli ama" (Lc 2, 14). Guarda, anima mia, la Regina del Cielo e della terra. Ella avvolge in poveri panni il Creatore del tutto, e lo pone a giacere nella mangiatoia, che serve da culla. Chiama il suo vergine Sposo, e con lui gli rende le prime e le più pure adorazioni che la terra gli abbia mai rese! Rallegriamoci con questa divina Madre e con S. Giuseppe; alle loro uniamo le nostre lodi! Procuriamo sopratutto d'imitare la loro povertà, la loro rassegnazione, la loro pazienza, la sottomissione e la fedeltà ai disegni della Provvidenza Divina. O santa Divina Provvidenza, come sei ammirabile nelle tue disposizioni, benché sembrino allo stolto mondo effetti del caso! L'imperatore romano che col suo editto compie i disegni di sua politica e di sua vanità, è occasione perché Maria vada a Betlemme e quivi nasca Gesù per compiere la profezia, che ivi indica il luogo della sua nascita. Gesù è scritto nei registri dell'Impero, affinché resti manifesto alle nazioni della terra quali furono il luogo e il tempo della sua nascita, e com'Egli è il Figlio di Abramo e l'erede di Davide. Gesù nasce in una stalla, è adagiato in una mangiatoia, per essere il fondatore di un impero eterno che deve sottomettere tutti alle leggi dell'umiltà e del distacco dalle ricchezze. Agli occhi della carne tutto appare effetto del caso, perché l'uomo animale non assurge dalle cose visibili alle invisibili, ignora quindi la ragione ultima delle cose, e non si accorge che è Dio a governare il mondo. Signore, io riconosco e adoro la tua adorabile Provvidenza! Gli uomini son ciechi nei loro giudizi. Io per me in qualunque stato di privazione, di umiliazione, di contraddizione mi troverò, riconoscerò sempre che da te queste mi vengono o sono permesse per effetto d'ineffabile provvidenza, la quale tutto riordina a bene mio e a gloria tua.

III. Ma chi è mai questo Gesù nato in una mangiatoia? Egli è il nostro Dio, ma Dio veramente nascosto, come lo chiamò Isaia: uguale al Padre per la divinità, e simile a me per l'umanità, tranne il peccato. O vaghissimo Bambino, la fede ti rivela al mio cuore come mio Salvatore e mio modello! Tu mi ammaestri assai di buon'ora all'ubbidienza, all'umiltà, alla mortificazione, al distacco, alla santa povertà, al reale disprezzo di tutto ciò che il mondo stima, e alla vera stima di tutto ciò che il mondo disprezza. Quanto sono eloquenti le voci di questa stalla e di questa mangiatoia! O grande Iddio! L'Eterno è fatto bambino di un giorno! Il Verbo creatore, che disse, e fu fatto, è creatura senza parola! L'Onnipotente è un debole bambino! Vedi, anima mia, quel tenero corpicciuolo come è offeso dalla durezza della mangiatoia; le sue delicate membra soffrono già il rigore del freddo; gli si coprono di lacrime gli occhi amabili, non per piangere i suoi mali, ma per lavare i tuoi peccati! E stimi tanto le comodità temporali e le cerchi con tanta ansietà? Gesù Cristo ha trattato con tanta asprezza il suo corpo puro e innocente, e perfettamente sottomesso alla volontà divina, e tu ricerchi tanta mollezza nel tuo che è un corpo di peccato e nemico della tua felicità! Volle che il suo corpo, benché santo e delicato, fosse posto in terra su un po' di paglia, perché conosceva quanto l'amore di nostra carne, e la falsa pace che noi abbiamo con le sue prave voglie, son pericolose per la salute. Esse ci fan perdere tutto il frutto delle pene che il Salvatore ha tollerate per noi, e dei meriti che ci ha acquistati. Ahimè! gemeva S. Bernardo, noi non saremo al tutto liberi dell'amor proprio se non nel Cielo. Che se l'amor proprio senza la debolezza del corpo ha precipitato sì gran numero di Angeli nell'inferno, che non farà in creature impastate di fango, che si abbandonano alle loro passioni? Io ti adoro, o Verbo Incarnato! Io ti adoro, o Figlio di Dio vivente! Io ti adoro, o Dio vero, rivestito della mia carne e soggetto volontaria mente alle mie miserie. Vieni con la tua grazia nell'anima mia, e sii il mio vero Salvatore. Quanto mi trafiggono quelle tue prime lacrime che versi alla vista di tutti i peccati del mondo! Io ho già sacrificato alle cure della terra e del mio corpo una gran parte di mia vita; ciò che me ne resta non è troppo per meritare il Cielo. Cominci almeno ora, o mio Dio, a servirti! Io sono penetrato dal dolore dei miei peccati, e desidero sinceramente piangerli insieme con te. Ma tocca a voi, o lacrime Onnipotenti che aprite il Cielo, tocca a voi di aprire i miei occhi per sanare la cecità dell'anima mia. Lavate, o dolci lacrime, tutte le macchie del mio cuore. O lacrime che penetrate il cuore dell'Eterno Padre, penetrate anche il mio, e accendetelo dell'amor di Dio, e dell'odio all'amor profano. Maria, Giuseppe, io non merito di essere ascoltato; con la vostra intercessione io spero di conseguire tutto.

VirtùPovertà. Fioretto - Ama la povertà, la frugalità nei pasti, contentandoti di cibi comuni; la semplicità nel vestire lasciando il fasto e le vanità. Soffri con pazienza la mancanza delle stesse cose necessarie, ed abituati a non ambire le ricchezze, né molto dolerti della loro perdita. Giaculatoria - O Maria, vera Madre di Dio, ricordati che sei pure mia Madre.

Preghiere prima della Comunione

Vieni in me, o mio Salvatore, dègnati di nascere nel mio cuore: da te mi aspetto la grazia che io sia povero di spirito, umile di cuore, come straniero sulla terra, mortificato e ubbidiente, come sei Tu nella tua mangiatoia. Tu ti sei fatto bambino, o divino Gesù, affinché io possa divenire uomo perfetto. Tu hai sofferto di essere avvolto nelle fasce per sciogliere me da tutti i lacci del peccato. Tu hai voluto giacere in una stalla per ammettere me a questo tuo Altare nel tempo, e alla tua gloria nell'eternità. Tu sei disceso in terra per innalzarmi sino al cielo; e il rifiuto che hai sofferto allorché ti fu negato un luogo negli alberghi, assicura a me stesso una dimora nel tuo Paradiso. Ben lo vedo, o Signore: l'amore è quello che ti attrae, e l'amore è quello che Tu chiedi. Tu vieni in questo momento a noi tutto fiammeggiante di questo fuoco divino, affinché di altro fuoco noi non ardiamo. Tu lo diffondi dovunque, anche su quelli che si perdono, e si perdono sol perché chiudono i loro cuori a queste fiamme che il tuo Cuore emana. Io ti apro il mio cuore, o Signore, io lo abbandono tutto al tuo amore, e la maggiore mia brama è che ne resti consumato. Perché non ho io un amore infinito per amarti infinitamente? Ma Tu puoi darmelo, Bambino celeste, e per questo io voglio riceverti oggi. Vieni, o mia salute; vieni, o mia gloria, vieni. Tu che sei il desiderio dei colli eterni e la felicità della tua creatura, vieni in questo cuore, arido come terra deserta, vuoto di tutti i beni, e pieno di tutti i mali. O Maria, Tu non trovasti albergo per il tuo Figlio? eccolo, io te l'offro in questo mio cuore. È freddo, è indegno, è vero: ma non sei Tu la Madre di Dio? l'Onnipotente per grazia? la Dispensatrice di tutti i doni? Mutami Tu questo cuore e rendilo come il tuo. Dalle tue mani io voglio ricevere oggi il tuo Figlio e dalle mani di Giuseppe, come insieme lo deste ai devoti Pastori e ai santi Re Magi. O santi Pastori, che andaste alla Grotta all'invito d'un Angelo, quali nobili esempi mi porgete voi! Voi camminate tutti insieme verso la stalla con premura e con prontezza. Non aspettate nemmeno il giorno, partite nella notte, correte con confidenza e abbandonate senza inquietudine il vostro gregge alla custodia di chi vi chiama... Quanto son io lontano dal vostro fervore! Anima mia, cammina anche tu con premura e senza fermarti, nella via che ti mostra l'Angelo del Signore, che sulla terra è il Sacerdote. Se vuoi giungere alla perfezione cui Dio ti chiama, devi tendervi con ardore e con prestezza. O Santi Re Magi, prestatemi la vostra Fede. E voi, Milizie celesti che inneggiaste al nato Messia in quella avventurata notte, aiutatemi in questo solenne momento e pregate per me. O Maria, compatisci la mia miseria. E per le infinite grazie che ricévesti nei nove mesi in cui Gesù fu rinchiuso nel tuo seno, impetrami un cuore ardente per desiderarlo, un cuore puro per riceverlo, un cuore costante per non perderlo mai più.

(Si dice l'Orazione Per chiedere a Gesu' Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la domanda alla Beatissima Vergine di Pompei)

Preghiere prima della Comunione

Vieni in me, o mio Salvatore, dègnati di nascere nel mio cuore: da te mi aspetto la grazia che io sia povero di spirito, umile di cuore, come straniero sulla terra, mortificato e ubbidiente, come sei Tu nella tua mangiatoia. Tu ti sei fatto bambino, o divino Gesù, affinché io possa divenire uomo perfetto. Tu hai sofferto di essere avvolto nelle fasce per sciogliere me da tutti i lacci del peccato. Tu hai voluto giacere in una stalla per ammettere me a questo tuo Altare nel tempo, e alla tua gloria nell'eternità. Tu sei disceso in terra per innalzarmi sino al cielo; e il rifiuto che hai sofferto allorché ti fu negato un luogo negli alberghi, assicura a me stesso una dimora nel tuo Paradiso. Ben lo vedo, o Signore: l'amore è quello che ti attrae, e l'amore è quello che Tu chiedi. Tu vieni in questo momento a noi tutto fiammeggiante di questo fuoco divino, affinché di altro fuoco noi non ardiamo. Tu lo diffondi dovunque, anche su quelli che si perdono, e si perdono sol perché chiudono i loro cuori a queste fiamme che il tuo Cuore emana. Io ti apro il mio cuore, o Signore, io lo abbandono tutto al tuo amore, e la maggiore mia brama è che ne resti consumato. Perché non ho io un amore infinito per amarti infinitamente? Ma Tu puoi darmelo, Bambino celeste, e per questo io voglio riceverti oggi. Vieni, o mia salute; vieni, o mia gloria, vieni. Tu che sei il desiderio dei colli eterni e la felicità della tua creatura, vieni in questo cuore, arido come terra deserta, vuoto di tutti i beni, e pieno di tutti i mali. O Maria, Tu non trovasti albergo per il tuo Figlio? eccolo, io te l'offro in questo mio cuore. È freddo, è indegno, è vero: ma non sei Tu la Madre di Dio? l'Onnipotente per grazia? la Dispensatrice di tutti i doni? Mutami Tu questo cuore e rendilo come il tuo. Dalle tue mani io voglio ricevere oggi il tuo Figlio e dalle mani di Giuseppe, come insieme lo deste ai devoti Pastori e ai santi Re Magi. O santi Pastori, che andaste alla Grotta all'invito d'un Angelo, quali nobili esempi mi porgete voi! Voi camminate tutti insieme verso la stalla con premura e con prontezza. Non aspettate nemmeno il giorno, partite nella notte, correte con confidenza e abbandonate senza inquietudine il vostro gregge alla custodia di chi vi chiama... Quanto son io lontano dal vostro fervore! Anima mia, cammina anche tu con premura e senza fermarti, nella via che ti mostra l'Angelo del Signore, che sulla terra è il Sacerdote. Se vuoi giungere alla perfezione cui Dio ti chiama, devi tendervi con ardore e con prestezza. O Santi Re Magi, prestatemi la vostra Fede. E voi, Milizie celesti che inneggiaste al nato Messia in quella avventurata notte, aiutatemi in questo solenne momento e pregate per me. O Maria, compatisci la mia miseria. E per le infinite grazie che ricévesti nei nove mesi in cui Gesù fu rinchiuso nel tuo seno, impetrami un cuore ardente per desiderarlo, un cuore puro per riceverlo, un cuore costante per non perderlo mai più.

(Si dice l'Orazione Per chiedere a Gesu' Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la domanda alla Beatissima Vergine di Pompei)

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

IN PRESICCE: guarigione prodigiosa al cominciarsi dei Quindici Sabati.

Il Rev. Sac. Andrea Sponsiello Cera, di Presicce in Terra d'Otranto, scriveva all'Avv. Bartolo Longo, Direttore de Il Rosario e la nuova Pompei, il seguente avvenimento, che fu pubblicato in quel Periodico nel quaderno di Maggio 1888. «Il più giovane dei Sacerdoti di questo Comune, di nome D. Cesario Chiazzato, dopo cinque mesi di ostinata emottisi, sorpreso alla fine da una pleurite, venne nel Giugno del 1886 presso a morte. Nessuno degli umani mezzi fu lasciato intentato: ma con nessun profitto! Si pensò ben tosto di ricorrere ai divini; ma anche questi si mostrarono infruttuosi. Il giovane Sacerdote doveva irreparabilmente morire tisico. Il giorno 19 di quel mese io mi trovavo a Roma per mie particolari faccende, quando mi ebbi da un mio confratello Sacerdote una lettera, che finiva così: Il povero nostro Don Cesario è dispiaciuto perché voi non potete trovarvi ai suoi funerali!... Punto da vivo dolore, pensai non avervi altro espediente che ricorrere di persona alla Vergine taumaturga del Rosario, al suo caro Santuario di Pompei, e andare a bagnare di lagrime il suo Altare, e strapparle a forza di preghiere la grazia. La sera del dì seguente corsi da Roma a Napoli; e la mattina del 21 mi recai in Valle di Pompei. Celebrai la santa Messa all'Altare della Madonna, e la pregai con tutto il cuore che volesse mostrare la sua potenza a pro del mio carissimo confratello morente. Intanto in quello stesso giorno (21 di Giugno) otto medici, chiamati in consulto, lo avevano spacciato, e gli avevano assegnato poche ore di vita. L'infermo, munito dei Sacramenti, aspettava da un momento all'altro la morte. La sua agonia si protrasse a lungo; sicché quando io tornai a casa, che fu il giorno 23, lo trovai tuttora moribondo. La sua penosissima agonia durò anche pei giorni 24 e 25 Giugno; e tutti non solo in Presicce, ma ancora nelle vicine parrocchie di Acquarica del Capo, di Barbarano e altrove, pregavano il Signore che ridonasse la vita all'infermo; o almeno con una subita morte lo togliesse a uno stato così miserando. La sera del 25 Giugno, era di Venerdì, nel prendere commiato dall'agonizzante (credevo di farlo per l'ultima volta), gli dissi: - Don Cesario, domani comincerà la fun­zione pei Quindici Sabati del Rosario, che piacendo a Dio, faremo come ne' sei anni passati. Parecchie anime pie pregheranno per la vostra vita temporale, se ciò torna di gloria a Dio, ovvero per l'anima vostra, se a Lui così piace! L'infermo, che non parlava da parecchi di, accennò col capo di gradire la nostra carità. La mattina del di seguente (Sabato 26 Giugno) mi recai dall'agonizzante, che io reputavo spirato: ed oh, meraviglia! lo trovai rimesso,che dormiva da mezz'ora. Non credevo a me stesso! Uscii per andare in chiesa, e ringraziare la Regina del Rosario, quando m'imbattei nel medico curante. Tutto giulivo in viso gli annunziai che D. Cesario era salvo. Ma il medico mi rise in faccia, e - Don Cesario è spirato! - mi rispose con gravità. Turbato e sconcertato a quello improvviso annunzio, torno immediatamente a casa dell'infermo; e che vedo! il caro giovane Sacerdote non solo vivo, ma quasi sano!... Da quell'ora il suo miglioramento progredì di giorno in giorno, sì che nella festa del Rosario, la prima Domenica di Ottobre, poté assistere senza incomodo a tutte le funzioni sacre, che si fecero per la solenne festività. Oggi il nostro Don Cesario è vivo e sano con meraviglia di tutti, compresi i medici; e noi diamo gloria alla Madonna di Pompei, che ce lo ha ridonato! La presente relazione, che io attesto e confermo nella sua parte sostanziale, può essere confermata da tutto questo popolo che ritiene e proclama miracolosa la guarigione del nostro amatissimo D. Cesario Chiazzato». «Sac. Andrea Sponsiello Cera»

QUARTO SABATO

QUARTO MISTERO GAUDIOSO: LA PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO (Luca 2, 22-35)

Meditazione

I. L'amore del sacrificio segna il primo tratto della vita del Redentore e di tutta la vita della benedetta sua Madre. Quaranta giorni appena sono trascorsi dalla nascita di lui, ed il Figlio e la Madre hanno compiuto due grandi sacrifici. Gesù, otto giorni dopo, offre a suo Padre le primizie del suo Sangue nel di della Circoncisione; e Maria, dopo i quaranta voluti dalla Legge, offre a Dio il suo Primogenito. Nel di della Circoncisione, al Bambino fu posto nome Gesù, che vuol dire Salvatore: nome sublime già rivelato dall’Angelo Gabriele prima ancora che il Verbo scendesse a diventare figlio di Maria. La Circoncisione era una cerimonia umiliante! Gesù, il Santo dei Santi, è confuso coi peccatori! e riceve su di sé il segno della fede che in lui ebbe Abramo, a manifestazione della vera umanità sua e ad esempio di obbedienza, di umiltà, ben opposto al nostro orgoglio. Anima mia, Egli ti ha obbligato così alla mortificazione spirituale, cioè al taglio di tutti i pensieri cattivi e deliberati del tuo spirito, di tutti gli affetti sregolati e volontari del tuo cuore, di quella avidità di parlare sempre di te stesso e di criticare il prossimo. O Gesù, Tu versi il tuo Sangue per salvarmi e io per la mia salute non voglio soffrire cosa alcuna? Tu hai tanta premura a versarlo, e differirò io ancora a darti il mio cuore? O Giuseppe! O Maria! Voi soli sulla terra conoscete il prezzo di questo Sangue divino. Che piaga fu per il vostro Cuore quando lo vedeste stillare! O Gesù, nome forte e potente, il solo per cui gli uomini possono essere salvi, alla cui invocazione Dio concede ogni grazia; nome, che ha aperto il Cielo, chiuso l'inferno, incatenato il demonio, rovesciato gli idoli e bandito l'idolatria; nome puro e santo, venuto per mezzo di un Angelo dal Cielo, e imposto da Maria e da Giuseppe, vergini Sposi; o nome amabile e dolce, addolcisci le mie pene, fortificami nelle disgrazie, e confortami nell'ora della morte con la speranza del Paradiso. Sia sempre nel mio cuore e sulle mie labbra il nome dolcissimo di Gesù.

II. "Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore" (Lc 2, 22 - 23). Osserva, anima mia, l'obbedienza di Maria. Ella, Madre di Dio e sempre vergine, non è soggetta a questa legge umiliante, perché in tutto dissimile dalle altre madri. Ma Ella in questo Mistero compie generosamente tre grandi sacrifici. Primo, il sacrificio del suo onore. Ella sacrifica agli occhi degli uomini la sua verginità, di cui era stata si gelosa agli occhi degli Angeli, e avanti a Dio, pronta a rinunziare piuttosto all'onore di essere Madre di Dio, che cessare di essere vergine. Ella è santa agli occhi di Dio, è tutta purità: ciò le basta; i giudizi umani non la inquietano. Oh, quanto noi siamo differenti! Brutti agli occhi di Dio, vogliamo comparire puri agli occhi degli uomini. Meritevoli dell'inferno, bramiamo che tutti ci onorino, ci distinguano. Guai a chi osa farci un'ingiuria... vorremmo subito vendicarci. Secondo sacrificio, mostrarsi povera. Secondo la legge, la madre doveva offrire un agnello; le povere presentavano due tortorelle o due colombini. Maria, la Regina del Cielo e della terra, la Madre del Creatore del mondo, non si vergogna di comparire povera agli occhi del mondo e nella casa del Signore. Ella sapeva che i poveri sono disprezzati e che tutti gli uomini e le donne si studiano negli abiti di comparire ricchi, anche quando non sono tali. Fino nella casa di Dio i ricchi vogliono il migliore posto! In questo santo luogo appunto ben sovente si fa vedere la nostra vanità con maggiore lusso, con maggiore ostentazione! Tanta è la vergogna a comparire poveri in mezzo al mondo, che si giunge a tralasciare il divin Sacrificio della Messa e le altre pubbliche funzioni di obbligo, sol perché non si hanno vesti convenienti! E quale stretto conto non si renderà a Dio degli scandali che si danno per abiti sfoggiati, che sono un insulto alla miseria del povero affamato? Pondera dunque, anima mia, il peso di questo sacrificio che compì Maria, contro l'altro idolo del mondo che è la ricchezza. Terzo sacrificio, è il più grande, ed ineffabile e senza prezzo fu l'offrire l'Unigenito suo Figlio alla morte per noi peccatori. E chi può capire a fondo il valore di si alto sacrificio? Maria e Giuseppe sostengono nelle loro braccia questo Bambino per soddisfare al loro amore e dividere la loro felicità. Ecco, o Padre, dovette dire allora Maria, ecco il tuo e mio Figlio; te l'offro in rendimento di grazie, perché l'hai dato a me ed agli uomini; te l'offro per placare la tua giustizia e renderti propizio a tutto il genere umano... Oh! quante grazie ci meritò la divina Madre per mezzo di Gesù Cristo in questa offerta suprema! Che spettacolo fu per il Cielo questa santa oblazione! Ricevè allora Iddio nel suo Tempio un'offerta degna di Sé e a Se uguale. Guarda: al prezzo di poche monete d'argento è riscattato il divin Gesù, Egli che doveva riscattarci dall'inferno al prezzo di tutto il suo Sangue che doveva grondare dalle cinque Piaghe del suo Corpo innocente!... Anima mia, presentati innanzi al Padre celeste in compagnia di Maria, offri con Lei e con Gesù tutti i pensieri della mente e tutti gli affetti del tuo cuore al sommo tuo Creatore.

III. Mira il giusto Simeone quel celeste spettacolo, ed ha fede nella rivelazione dello Spirito Santo. Vede il Bambino, lo riconosce per vero Dio, e lo adora interiormente. Poi lo prende tra le braccia, lo stringe al cuore, e manifesta il suo giubilo, la sua riconoscenza glorificando Dio. Perché non ho io questa fede viva di Simeone, io che avrò la sorte quest'oggi di abbracciare lo stesso Gesù più intimamente, e di possederlo più assolutamente nella santa Comunione? Considera, anima mia, come Simeone benedice Maria e le profetizza i suoi dolori e la morte di Gesù: "A te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2, 35). Maria deve vedere il cuore del suo Figlio trapassato da una lancia, e deve avere il suo cuore trapassato dal dolore ... O grande Iddio! Non bastava che Maria fosse destinata a questo crudele tormento senza farglielo annunciare ancora trentatré anni prima? Alleva pure con diligenza questo caro Figlio, o Vergine santa; cresceranno con lui i tuoi affanni; il tuo martirio durerà tanto, quanto la sua vita; anzi crescerà ogni giorno, secondo che questo tenero Agnello s'andrà avvicinando al tempo destinato al suo sacrificio. Egli sta a rovina, a resurrezione di molti, e a segno di contraddizione. Ah! potesse anche la mia vita insieme con la tua passare nel ritiro, nel dolore, nelle lacrime, nella memoria delle sofferenze del mio Salvatore! Da oggi ti si conviene il nobile titolo di Regina dei Martiri, perché tutti li superasti nel sacrificio. Essi offrono la loro vita ma tu offristi la vita del Figlio Unigenito che amavi e stimavi immensamente più che la vita tua. Per essi fu momentaneo il sacrificio; per te durò tutta la vita, perché in ogni momento Tu l'offristi all'Eterno Padre, sempre pensando ai futuri patimenti del tuo Figlio. La Vergine rivelò a S. Brigida che questo dolore preannunziato da Simeone mai spari dal suo cuore sino alla morte. Da questo giorno, dice San Bernardo, Ella vivendo cominciò a morire col portar fitto nel cuore un dolore più crudele della morte. Nondimeno, Ella accettò quel doloroso annunzio con eroica fortezza perfettamente rassegnata al volere di Dio. Essa divenne da questo giorno, dice Sant'Agostino, la Riparatrice del genere umano; e, secondo Sant'Ambrogio, la Madre di tutti i fedeli; e, come la chiama S. Epifanio, la Redentrice degli schiavi; poiché una era la volontà sua, quella del suo Figlio: salvare noi. O Regina dei Martiri, oceano di dolori, non mi abbandonare quando, sotto il carico del patire, sento venir meno la mia forza e mancare la mia virtù. Ottienimi da Dio la forza e la virtù di soffrire con quella pace, rassegnazione e amore, che merita la sua mano adorata, i travagli e le pene che Egli permette per me. Fa che le Piaghe ed il Sangue del tuo dilettissimo Figlio non siano inutili a quest'anima. O Madre mia purissima, salvami, e ottienimi il Paradiso. Dammi la forza che io cominci oggi davvero a rendere a Dio un sacrificio accetto di tutte le mie parole, di tutti i miei pensieri, desideri, volontà, azioni e passioni mie. E l’esempio dei tuoi dolori mi conforti nelle pene della vita; l'esempio del tuo sacrificio mi animi al sacrificio della mia passione predominante. O gran santo, Padre putativo di Gesù e Padre mio, San Giuseppe, anche tu avesti da oggi per tutta la vita trafitto il cuore: sii particolare mia guida nelle vie di Dio, mio protettore durante la vita, mio conforto nell'ora della morte. Amen.

VirtùSacrificio. Fioretto - Fai a Dio il sacrificio che più gli possa essere accetto col mortificare cioè la tua passione dominante. Quindi, per amore di questo eroico sacrificio di Maria, mortificati in quelle cose che ti sono occasione di più frequenti cadute o mancanze. Oppure sforzati di operare quello che più rincresce all'amor proprio, alle tue soddisfazioni e alla quiete del corpo. Giaculatoria - O Maria, fonte di dolcezza, assistimi nei travagli dell'agonia.

Preghiere prima della comunione

O Madre della salute e della luce divina, per quell'amore con cui hai offerto il tuo Figlio all'Eterno Padre per tutti gli uomini, offrì anche me a questo Dio di amore sacramentato, affinché non mi allontani durante il mio esilio nè dalla sua volontà, nè dal suo amore. Tu consegnasti nelle braccia di Simeone Gesù Bambino, e Tu stessa lo consegnerai al mio cuore quest'oggi. Degnati, o Maria divina, mostrare la tua grazia agli occhi miei; accendi nel mio cuore il tuo amore e lo spirito di completo sacrificio. Porgimi quest'oggi il tuo caro Gesù come lo donasti a Simeone: non sdegnare che venga fra le braccia di questo misero peccatore, perché la sua venuta fugherà le mie tenebre, distruggerà i miei affetti disordinati e santificherà l'anima mia. Madre mia purissima, purificami. Consuma nel mio cuore tutto ciò che a te non piace; sicché lo spirito mio, sacrificato nel suo amor proprio e consumato nella virtù, si renda un olocausto tutto caro al tuo Figlio. O Dio, tanto da me offeso, gradisci questo santo Sacrificio, come gradisti le prime stille del Sangue del mio Gesù, e ricevilo per la espiazione dei miei peccati. Ne basterebbe una sola goccia per santificarmi; ed io lo ricevo tutto intero nella Comunione, e non sono ancora consumato del tuo amore? O Gesù mio, vieni e non differire la tua venuta; poiché i beni tutti che desidero, mi verranno con te. Vieni, o dolce Gesù, in quest'anima peccatrice, spezza i legami della sua schiavitù, dalle la libertà dei figli tuoi infondendo lo spirito di fortezza e di distacco dalle cose della terra, affinché possa essere tutta tua, e ti segua e ti abbracci e ti possegga; possedendoti, canti col santo vecchio Simeone e con Anna profetessa il cantico della gioia e dell'ardente brama di riposare eternamente in seno a te. Voi, Spiriti beati che, accolti a miriadi intorno a quest'altare, chiaramente vedete Colui che desidera l'anima mia, e che voi possedete con sicurezza di più non perdere, adoratelo con me, beneditelo per me, ringraziatelo per me, affinché, giunta l'ora della mia dipartita, lo spirito possa liberamente in vostra compagnia lodare il Signore e godere la sua visione in eterno.

(Si dice l'Orazione Per chiedere a Gesù cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima ergine di Pompei)

Preghiere dopo della comunione

O Padre di misericordia, o Dio di ogni consolazione, io ti offro il tuo unico Figlio, ora chiuso nel mio petto e fatto carne della mia carne, e sangue del mio sangue, come nel Tempio a te l'offrivano i due Cuori più santi del Cielo e della terra, Maria e Giuseppe. Volgi gli occhi non sulle mie iniquità, ma sul Cuore divino di questo Bambino, di questo Agnello mansueto ed umile che si offre a te per amor mio. Egli parla al mio cuore, Egli compie tutta la legge. Alla vista dunque del sacrificio di questi tre vergini e casti Cuori, di Gesù, di Maria e di Giuseppe, dammi il perdono dei miei peccati. Ma voglio pur io compiere quest'oggi il sacrificio di tutto me stesso: con questi tre Cuori, purissimi e santissimi io ti offro tutto ciò che sono, tutto ciò che ho: la mia povertà, la mia miseria, i miei desideri, la mia vita con quello che ha di penoso e di gradevole, il mio corpo con tutti i suoi sensi, la mia anima con tutte le sue potenze, e tutto ciò che può essere in me o di bene o di male: il bene affinché aumenti per tua grazia, ed il male affinché si distrugga per tua misericordia. Con questi Cuori sacrificati e addolorati io ti offro il sacrificio che intendo oggi fare del mio orgoglio, del mio facile risentimento, dei delitti della carne, della passione mia predominante. Tu, Divino Gesù, che ti offristi al tuo Eterno Padre come la sola vittima capace di purificarci, accetta l'offerta che ora faccio di me stesso con quell'intero abbandono che si conviene ad una vittima. Sacrificami Tu stesso alla tua gloria con quelle mortificazioni che ti piacerà d'impormi; consuma le imperfezioni dell'anima mia col fuoco della tua carità! Brucia del fuoco del tuo amore questa carne ribelle, che arde col fuoco del peccato, crea in me uno spirito retto, affinché io meriti un giorno di esserti presentato da Maria e da Giuseppe con l'anima pura nel tempio della tua gloria! O santo vecchio Simeone, prestami la fede e la letizia tua, affinché io degnamente lodi e benedica questo Gesù, ora chiuso nel mio cuore, ma che un dì tu stringesti tra le tue braccia. O santa vedova, Anna profetessa, dammi il tuo ardore nel predicare e benedire quel Gesù che tu riconoscesti per Dio Bambino tra le braccia di Maria e Giuseppe; quel Gesù che oggi sotto le specie sacramentali sta unito a questa miserabile creatura. Esclamerò anch'io con Simeone: "Ora lascia o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli "(Lc 29-30). Vergine pura e Madre divina della stessa Purità, Tu che non avesti mai bisogno di purificazione, ottienimi da Dio quel fuoco sacro che purifichi tutto ciò che può dispiacergli nell'anima mia; e fa che io sia nel numero di quelli che debbono essere salvi mediante il Sangue di Gesù Cristo. E tu ancora, castissimo Sposo della più pura delle Vergini, sii custode della mia purità, e rafforzala in mezzo ai pericoli, alle tentazioni e alle prove, a cui il Signore ha disposto nella sua Provvidenza di sottomettere quest'anima mia. Amen.

(Seguono le Orazioni Per domandare la grazia di cui si ha bisogno e le altre Indulgenze)

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

MARTA PETRUNI: nella Pia Casa delle Sordomute in Lecce

In questo quarto Sabato, sacro al Rosario, racconteremo uno dei tanti attestati della immensa pietà che la regina del Rosario di Pompei dimostra alle creature più sventurate, che meno la possono conoscere, quali sono i sordomuti. È un novello raggio di fede dove più densa è la tenebra, e dove è maggiore difficoltà che entri la luce. La data del fatto è il 24 Marzo 1889, vigilia della festa dell'Annunziata, che è la festa del Primo Mistero del Rosario. Lecce fu il luogo che ella prescelse per questa nuova dimostrazione delle sue misericordie; e l'effetto fu stupendo, poiché gli animi più tiepidi vennero scossi, e quasi tutta quella cittadinanza fu infervorata dalla devozione al Santuario di Pompei.La colta e gentile città di Lecce, tra le tante benefiche istituzioni che in sé raccoglie, ha visto sorgere un Istituto di carità, affidato alle benemerite Piccole Suore Salesiane, col titolo di Pia Casa delle Sordomute. Le Piccole Suore Salesiane, sparse in Italia e fuori, hanno singolare devozione alla Vergine del Rosario di Pompei; anzi, quelle dimoranti in Lecce hann6 consacrato la cappella delle Sordomute alla Vergine di Pompei, e vi han messo in venerazione una bella Immagine. Nel 1885 veniva, tra le altre infelici bambine mute, ricoverata in quella Pia Casa di Lecce una fanciulla nativa di Molfetta. Chiamavasi Maria Petruni: di appena otto anni. Bambina, a due anni, Maria cadde e per l'urto ricevuto nella caduta, il ginocchio destro rimase contuso e dolente. Era la fanciulla di salute malferma e cagionevole. Ciò non poco influì a rendere letale la lesione che fu effetto della caduta. Entrata difatti nella Pia Casa di Lecce, non tardò a gonfiarsi e a impedirle di camminare. Un giorno i medici dichiararono che al ginocchio destro della infelice fanciulla si era dimostrata una delle più terribili manifestazioni della scrofola con quel malanno che chiamasi tumor bianco o gonartrocace. Fu operata, ma l'esito dell'operazione fu assai deplorevole, ché non solo la povera muta perdé interamente l'uso dell'articolazione, ma questa divenne ancora più grossa e dolente. Intanto lo stato generale dell'inferma peggiorava sempre: il dimagrimento cresceva; una lenta febbre, effetto dell'assorbimento, logorava quella misera esistenza; la tisi era inevitabile. Trascorse così tutto l'anno 1888, quando i medici signori Fiocca e de Pandis consigliarono come supremo rimedio per tentare di conservare in vita l'inferma, l'amputazione della gamba. Ma l'amputazione, temevasi, sarebbe riuscita ancor letale, stante lo stato della piccola paziente. La povera muta in tutto questo tempo non faceva che piangere, allorché una di quelle Suore, anch'essa sordomuta, la cui modestia vorrebbe taciuto il nome, ma noi lo pubblichia­mo per rendere più chiara la testimonianza del prodigio, Suor Caterina del SS. Rosario, donna di grande fede e di grande semplicità, la persuase a rivolgersi di cuore alla prodigiosa Vergine di Pompei. Ai 22 di Marzo 1889 la straziata fanciulla, troppo stanca delle sofferenze, nel vedere le sue compagne uscire a passeggio, e lei sempre immobile, sola, in compagnia dei suoi mali insanabili, diede in un pianto dirotto. Allora la sua amica Suora, punta da viva compassione, le disse coi segni: Raccomandati alla Vergine di Pompei. Ed ella con la solita candidezza di sordomu­ta, rispose in un mimico linguaggio: - Sto pregando da molto tempo la Madonna di Pompei; ma questa Madonna ha la testa dura, non mi vuol fare la grazia, ed io non ho più forza di soffrire. Dovrò essere non solo sordomuta, ma mi si dovrà amputare una gamba!... Venne il giorno 24 Marzo del 1889, la vigilia di quella grande giornata in cui cominciò la Redenzione dell'umanità tutta quanta per mezzo di un'umile parola della Vergine Maria. Era la vigilia di preparazione alla grande solennità del Primo Mistero di Gaudio, che inondò l'anima della Benedetta fra tutte le donne. Eran presso a suonar le due pomeridiane. La povera bimba se ne stava seduta secondo il consueto con la gamba distesa, anchilosata, tenendo a sé vicine le grucce, unico appoggio della gracile persona. Ed in questa posizione guardava mestamente le compagne che si trastullavano. Il vedersi così infelice in mezzo a tanto brio infantile, la pone in profonda tristezza. Erale d'accanto, angelo confortatore, la Suora che, come abbiamo detto, ha anch'essa nome dal Rosario. Suor Caterina guardava con l'occhio pietoso la fanciulla mesta, e, mossa da una fede soprannaturale che le veniva dalla Vergine, prende le grucce e le lancia in aria. Quindi, con linguaggio inteso tra loro, le dice: - Cammina, la Vergine di Pompei ti farà camminare! La inferma, alla invocazione di quel Nome che Dio ha fatto onnipotente, sente novella forza scorrere per le membra: snoda le gambe, si muove, si agita, e muove sicuro il passo. Marta era istantaneamente guarita! Nell'impeto dell'allegrezza la fanciulla non fa che ascendere con sveltezza una lunga scalinata; quindi discendere con simile celerità. Scomparsa l'enorme enfiatura dell'articola­zione! scomparso il dolore, scomparsa la rigidezza! il volto cadaverico diventato florido e ridente: ella poteva dirsi rinata. Le compagne stupiscono, la guardano con occhi esterrefatti; poi si avvicinano la toccano, quasi non credessero ai propri occhi, le fanno festa attorno, e levano un inno di gloria e di benedizione alla Vergine di Pompei. Questo fatto pubblicato nel Periodico IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI , nel quaderno di Ottobre, anno VI, 1889, è corredato della relazione medica del Dottor Oronzio Fiocca di Lecce, dichiarante il miracolo, dell'attestato del Direttore della Pia Casa delle Sordomute di Lecce, Rev.do Sac. Don Filippo Smaldone, e delle firme dei testimoni, tra cui la Superiora e le altre Religiose della detta Pia Casa, la Superiora delle Figlie d'Ivrea e le altre Suore dell'Asilo Infantile prossimo all'Istituto delle Sordomute, e di nobili Signore Leccesi visitatrici della Pia Casa. Oggi chiunque va a visitare l'Istituto delle Sordomute in Lecce, e domanda della fanciulla Marta Petruni, non può contenere le lagrime di commozione vedendo il prodigio vivente della Vergine di Pompei.

QUINTO SABATO

QUINTO MISTERO GAUDIOSO: GESÙ RITROVATO NEL TEMPIO (Luca 2, 22 - 51)

Meditazione

I. Cesù non ha che dodici.... ma quante pene ha sostenuto fino a questo giorno! Compiuta appena la Purificazione, l'Angelo del Signore comanda in sogno a Giuseppe di fuggire in Egitto per salvare il Bambino e la Madre dalla mano omicida di Erode. Ecco una seconda prova dell'obbedienza. E di notte tempo fugge la più santa, la più ubbidiente, la più povera, la più umiliata famiglia del mondo. Vive povera e sconosciuta in Egitto, paese immerso nella superstizione, nell'idolatria, nel peccato. Gli Innocenti sono stati trucidati da Erode, che non perdona al proprio figlio, e che in fine muore, roso dai vermi, tra fetore insopportabile. Le profezie sulla nascita del Messia si sono adempiute. L'esilio ha fine, e Giuseppe ha l'ordine dall'Angelo di ritornare in Israele. E sempre Giuseppe è il capo. Gesù e Maria tacciono, e si lasciano guidare, osservando le leggi della più esatta ubbidienza. Quanti altri stenti in questo secondo viaggio! quali sofferenze e privazioni! O santo Patriarca Giuseppe, vero modello delle anime interiori, fa' parte all'anima mia del tuo silenzio interno, della tua pace prodotta dalla ubbidienza perfetta ai comandi di Dio, e della purezza del cuore e della mente, per eseguire appieno i suoi divini disegni, le sue sante ispirazioni, e le sue voci che mi vengono dai miei superiori e dai doveri del mio stato.

II. "Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero" (Lc 2, 42 -43). Ciò non per colpa, ma per disegno della divina Sapienza. Gesù rimase, sia per manifestarsi ai dottori giudei, sia per riaffermare in Giuseppe e in Maria l'idea della sua divinità, sia per rendere l'uno per l'altra il modello, il rifugio, la consolazione delle anime desolate. Solamente le anime innamorate di Gesù, le quali più non sentono le dolcezze sensibili della sua presenza e della devozione, e si vedono immerse nella oscura notte dei sensi e delle passioni, delle aridità, delle tentazioni e dell'abbandono... queste anime soltanto possono avere un'immagine del grave cordoglio che oppresse i cuori santi di Maria e di Giuseppe! Ne domandano essi, lo cercano; e nessuno l'ha veduto. O Maria, o Giuseppe, quale fu allora la vostra sollecitudine? Quale fu l'eccesso del vostro dolore? Come passaste quelle notti crudeli? Quanti timori! Quanti pensieri! Quanti rimproveri ciascun di Voi non fece a se stesso! Nulla di simile vi fecero provare i furori di Erode e i pericoli dell'Egitto: allora avevate con Voi Gesù; ed ora più non lo avete. Dio mio, Dio mio, quante volte ti ho perduto senza provarne pena! Quante volte son vissuto senza di te, senza averne inquietudine? Che sarebbe stato di me, se per tua bontà non mi avessi cercato Tu stesso per primo?

III. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava ... Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso" (Lc 2, 46-51). Ecco l'unica parola di San Luca che svela quel che fece Gesù fino al trentesimo anno di età. E gli altri Evangelisti nulla ne hanno detto, perché Egli ha voluto che, dei suoi trent'anni di vita, altro non sapessimo se non che Egli era sottomesso a quelli che suo Padre gli aveva dati per superiori. Questa sottomissione è compendio di tutta la sua vita e della sua dottrina, e, secondo l'Apostolo S. Paolo, l'origine di tutta la sua gloria. "Umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome..." (Fil 2, 8-9). Le prime sue parole infatti riportate nel Vangelo sono parole di ubbidienza: "Non sapevate, diceva alla Madre sua quando fu da lei ritrovato nel Tempio, che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49). E nella vita privata, Gesù non appariva agli uomini che un figlio ubbidiente ai suoi genitori savi e moderati. Considera qui, anima mia, con quanta pena, umiltà e perfezione, Maria e Giuseppe comandavano e ricevevano obbedienza da un tal Figlio ... che sapevano essere il loro Creatore. Giuseppe, come capo della famiglia, era rispettato dalla Madre e dal Figlio di Dio, e questa superiorità lo umiliava infinitamente: vedere Dio soggetto e ubbidiente ad un semplice falegname. Maria sapeva che, comandando al Figlio, ubbidiva a Dio che così voleva. Gesù ubbidiva ad ambedue in silenzio, con rispetto e con gioia, come a coloro che tenevano le veci di Dio suo Padre. Ecco l'ubbidienza più perfetta che si sia mai praticata sopra la terra. O dolce modello della vita nascosta! Osservavano esattamente la legge di Dio, e vivevano secondo il loro stato con la fatica delle loro mani! Alla fine del lavoro si ritiravano a pregare: quale orazione! quanti doni celesti! Nella vita pubblica ancora Gesù si manifestò obbediente alla volontà del Padre suo. Ecco la sua dottrina: Egli era sceso dal cielo per fare la volontà di suo Padre, e questa era il suo cibo: la sua dottrina non era sua, ma quella di suo Padre; il calice che doveva bere per noi era quello che suo Padre gli aveva dato. Tutta l'osservanza della Legge Egli rinchiuse nella carità; ma tutta la prova della carità si ridusse alla pratica dell'ubbidienza. "Se mi amate - dice - osserverete i miei comandamenti" (Gv 14, 15). "Chi non mi ama, non osserva le mie parole" (Gv 14, 24). Nessuno, dunque, piace a Dio se non ama, e colui che ama ubbidisce. Ecco, amore e ubbidienza che riconciliano l'animo con Dio, lo uniscono a lui, gli meritano il paradiso. Difatti, Egli ubbidì con perfetta sottomissione a giudici ingiusti, a un preside idolatra, a ministri crudeli, come a superiori che suo Padre gli dava per quel tempo. Dunque per bene obbedire, noi non dobbiamo guardare in quelli che ci comandano nè l'età, nè la idoneità, nè il merito, nè l'ingegno, nè l'affabilità, neppure la virtu o la santità; ma solo dobbiamo guardare Colui di cui fanno le veci. Gèsù Cristo ha elevato l'ubbidienza alla sua più alta perfezione. Il Figlio di Dio serviva in una povera casa, sino a stancare le sue delicatissime membra, senza speranza di ricompensa anzi sapeva bene che per ubbidire a suo padre, avrebbe infine perduto il riposo, l'onore, il sangue, la vita, con una morte ignominiosissima, in mezzo a due ladri. Ed affinché le ultime sue parole fossero conformi al principio e al seguito del suo vivere, spirando sulla croce gridò: "Tutto è compiuto. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Gv 19, 30; Lc 23, 46). La sapienza del cristiano, dunque, consiste nell'ubbidienza; e per questo Davide domanda spesso a Dio: "Signore insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio" (Sal 142-10). "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita" (Sal 27, 4). Come un servo fedele che sa e fa la volontà del suo padrone. O eterna Sapienza incarnata, io ti adoro. A te tutto è sottomesso naturalmente: gli Angeli e i vermi, i corpi terrestri e quelli celesti. Nondimeno, per confondere il mio orgoglio, nascondi la tua grandezza, ti assoggetti alle tue creature anche ingiuste e crudeli. Che bisogno hai Tu della guida di Maria e di Giuseppe per trent'anni, obbligandoli a comandarti per prestare loro ubbidienza, Tu che sei la vera Luce e l'infinita Sapienza, che governi quelli che ubbidiscono? Tu vedevi la mia continua ribellione, effetto della presunzione e dell'amor proprio! Perciò sono sempre inquieto e pieno di mille errori, di malumore, di contraddizione e di collera. O Maestro divino, fa' che il mio spirito e la mia carne ti siano soggetti, e che questo fango mai si opponga alla tua volontà. Infondi la virtù dell'ubbidienza nell'anima mia meschina e riformala da tutti gli errori e dalle sue miserevoli colpe. O purissima Madre di Dio, o glorioso Patriarca San Giuseppe, i più umili e i più ubbidienti di tutte le creature, abbiate pietà delle misere cadute del mio orgoglio. Ottenetemi dal vostro ubbidientissimo Figlio la grazia di far sempre la sua volontà. Amen.

Virtù - Ubbidienza. Fioretto - Compi oggi la volontà altrui, senza fare opposizioni. Reprimi il pensiero di aver sempre ragione in ogni cosa, e di voler eseguiti i tuoi consigli. Persuaditi che piace più a Dio che si ubbidisca a un altro uomo, benché non sia dei migliori, che seguire, il proprio giudizio. L'ubbidienza, dice il Savio, val più che le vittime. Giaculatoria - O Maria, Stella del mare, salvami dalle angustie in cui mi vedi.

Preghiere prima della comunione

O Maria, o Giuseppe, Voi versaste dolenti lacrime per i tre giorni in cui smarriste senza colpa il vostro Gesù; e io, che l'ho perduto tante volte e per anni interi, non verso neanche una lacrima? Chi scioglierà questo cuor mio più duro di un macigno, finché gli occhi miei si riempiano di amaro pianto? Ai genitori di Gesù è riservato il pianto prodotto dall'amore; e dal pianto dell'amore non è esente lo stesso Santo dei Santi, che piange sul popolo di Gerusalemme ribelle e indurito. E io non piango, con tante frequenti cadute, con tante colpe, con nere ingratitudini al mio Dio, che non cessa per questo di beneficarmi? L'unica confidenza è il dolore vostro e il vostro amore, o Maria, o Giuseppe! Io lo presento oggi al vostro Figlio in cambio del dolore e dell'amore che io non ho, e a Voi domando in questa Comunione i vostri sospiri, i vostri ardenti desideri di ritrovare Gesù. Voi lo rinveniste nel tempio, e nel tempio, in questo altare, ora io lo troverò, tra le vostre braccia. Egli d'allora non si distaccò più da voi, e da questa ora io vi giuro eterna fedeltà. Mai più mi allontanerò da te, o Gesù mio, con qual­siasi peccato. E se Tu vedi che io dovrò commetterne alcuno, fammi prima morire, anzi oggi stesso dopo averti ricevuto, affinché non ti perda in eterno. Vieni, o dolce amico dell'anima mia, in questo cuore, ove l'amore insegnerà le più sapienti lezioni per trasformarmi interamente in te. Tu che ubbidisci alle creature, dammi questa virtù dell'ubbidienza, onde io ti divenga accetto. Tu, o Agnello divino, sempre mansueto, umile e ubbidiente, obbedisci allora alla voce del cuore mio, che ardentemente ti desidera, dopo tante amarezze che ti ha fatto gustare. Quando ti furono chieste le mani per caricarle di catene, Tu le desti. Quando ti fu ordinato di prendere e lasciare la tua veste, Tu lo facesti. Quando ti fu presentato il fiele e l'aceto, Tu li gustasti. Quando ti fu comandato di stenderti sulla croce, Tu ubbidisti e adempisti la volontà dei tuoi carnefici, come se l'Eterno tuo Padre ti avesse per bocca loro parlato. Ubbidisci ora alla voce del tuo ministro, che ti offre al Padre quale vero Agnello di espiazione per i peccati del mondo. Ubbidisci infine all'amore tuo infinito, che brama unirsi alla sua creatura con nodi di indissolubile carità. Angeli del paradiso, che regnate in una perfettissima obbedienza, rompete il legame dell'anima mia, ottenetemi con questa Comunione l'avventurosa libertà in cui voi vivete; affinché, distaccato da me medesimo, non abbia altra volontà che quella del vostro e mio Signore che voi vedete e adorate per sempre. Amen.

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei)

Preghiere dopo della comunione

Ti lodino le tue virtù, o Signore del cielo e della terra, ti glorifichino gli angeli e i santi; ti benedicano le potenze dell'anima mia! Ti ho ricevuto finalmente, o Dio del mio cuore: finalmente ho trovato Colui che l'anima mia ama! Oh, come ti desideravo, fonte di eterna vita, sapienza celeste! Come ho languito, lontano da te per tanto tempo! L'anima mia è arida come terreno senz'acqua, perché si è abbeverata nel fonte avvelenato dei piaceri: èc ome fieno secco che ha bisogno dell'acqua salutare per rinverdire. Tu sei la sorgente di eterna vita, o celeste Sapienza. Ora sei tutta in me: io ti abbraccio, ti stringo al mio cuore, e non mi partirò dalle tue ginocchia. Tu darai all'intelletto mio lumi celesti, al mio cuore grazia efficace di non perderti più. Ora io ti amo, o Gesù mio, vita dell'anima mia, ed unisco questa mia contentezza e questo mio amore alla gioia che provarono la tua diletta Madre e il tuo putativo Padre, quando ti ritrovarono nel tempio. O Maria, o Giuseppe, per quei tre giorni di angoscia che passaste senza Gesù, e per quella ineffabile allegrezza che sentiste allorché lo ritrovaste nel tempio, ottenetemi da questo vostro Figlio, che ora tengo stretto al cuore mio, che mai più l'offenda. Voi ottenetemi la grazia di non commettere più peccati sino alla morte, e la grazia della perseveranza finale. E se Egli dispone ch'io non senta la sua presenza sensibile in tutta la vita, mostratemelo Voi nella mia agonia! Gesù, Maria, Giuseppe, assistetemi nell'ora estrema. E Tu, sapienza e amore infinito, ascoltami in questo momento. Quello che tu richiedi da me sopra ogni altra cosa, è che io ti obbedisca; e la prima cosa che mi comandi è che io ti ami. Io, miserabile peccatore, in contraccambio dell'amore col quale ti sei dato interamente a me, facendo qui, in presenza del cielo e della terra, professione pubblica di ubbidienza perpetua all'amor tuo. Ricevi, o divino Amore, queste mani, questi piedi, questa lingua, questi occhi, tutti i miei sentimenti, tutto il mio corpo, la mia volontà, la mia memoria, il mio intelletto, i desideri, i sospiri, le intenzioni e tutti i movimenti dell'anima. Ricevi, o Signore, tutte le ore, tutti i momenti, tutte le circostanze della mia vita, tutto l'uomo interiore ed esteriore. Il tuo amore governi tutto in me, le potenze e le azioni; regoli il mio lavoro, il mio riposo e mi faccia andare e stare dove ti piacerà. Il tuo amore arda nel mio cuore, mi affligga e mi consoli, mi umilii e mi esalti; consumi le mie imperfezioni e tenga tutto il mio interno nella dipendenza e obbedienza perfetta. Rinunzio alla mia volontà; Tu guidami per quella strada che ti piace, e governami per mezzo di chi vuoi, giacché Tu sarai il mio maestro, e riconoscerò sempre in ogni cosa, in ogni superiore, la tua voce, o mia guida, o mio maestro, o mio buon Padre. Amen.

(Segnano le Orazioni per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre invocazioni e preghiere per acquistare le Indulgenze).

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

IN NAPOLI: I Quindici Sabati del 1884

Un altro esempio di costanza nel pregare e di pazienza nell'aspettar le grazie di Maria ci viene porto dal seguente fatto, pubblicato nel Periodico IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI al quaderno di Marzo 1885. Il beneficato dalla Vergine di Pompei è il Signor Ignazio Ioime di Napoli, fratello del Rev. Sacerdote Gennaro Ioime che autentica il fatto, ponendovi la testimonianza ancora di tutta la sua famiglia e del medico curante Dottor Gerardo Molfese. E qui non faremo che riportare letteralmente la relazione scritta dal Signor Ignazio Ioime, e pubblicata con le firme dei testimoni nel predetto Periodico. «Verso la fine del mese di Maggio dell'anno 1883, quando io mi godeva una florida salute, fui colto da un inaspettato malessere generale, che mi produceva disturbi nervosi generali. Questi poi si accrebbero a dismisura e si rapidamente, che io ne andava quasi fuori di me. Ero continuamente travagliato da dolori ai visceri, al petto, e al dorso, e soprattutto alla testa, sentendomela come se fosse stretta da una morsa. Si aggiunse una paralisi viscerale e un torpore intestinale, talché non giungeva a digerire nemmeno un tozzo di pane, o un poco di carne; anzi nauseava qualunque cibo. Per il che, dopo quattordici mesi di cosiffatti travagli, caddi in tale prostrazione di forze, che mi ridussi uno scheletro. Gli amici tutti ritennero prossima la mia morte per consunzione. Il mio medico curante, Dottor Gerardo Molfese, dopo di aver messo in pratica tutti i rimedi della scienza, mi fece consultare valentissimi Professori, come il Cantani, il Cardarelli ed altri. Ma io, sebbene scrupolosamente eseguissi tutte le loro prescrizioni, per niente migliorava; di che la mia famiglia era stata avvisata dagli stessi specialisti, i quali nessuna o poca speranza avevano della mia guarigione. Non rimaneva altro che tentare un cambiamento di aria, e anche ciò eseguii recandomi in S. Giorgio a Cremano, ma senza ottenere alcun vantaggio. Intanto spuntò il Gennaio del 1884. Narrando un giorno all'ottimo Sacerdote Rev. Giuseppe Cigliano i miei gravi malanni: Se vuoi star bene, - mi disse, - devi votarti alla Madonna di Pompei. Non mi feci ripetere ciò la seconda volta: pregai mio fratello Sacerdote, per nome Gennaro bime, di accompagnarmi il domani a Pompei. Infatti, benché con isforzo, il mattino colà mi recai con detto mio fratello, il quale vi celebrò Messa. Ed io genuflesso a piè di quella miracolosissima Immagine della Vergine del Rosario, porgeva umili suppliche, chiedendo la sospirata grazia della guarigione, promettendo di ritornare per ringraziarla e, per segno di gratitudine di presentare un'offerta di lire 200 pel suo Tempio. I miei voti non furono esauditi. Era il giorno di Pasqua di Resurrezione. Ai 13 di Aprile di detto anno 1884, mi recai nuovamente a Pompei con la mia famiglia, e col fratello Sacerdote, sperando potessi in quella festa solenne, del primo mistero di gloria del Rosario, impetrare la grazia. Invano! Pensai allora d'interporre presso la Vergine le preghiere degli altri. E però mi recava spesse volte in casa della Signora Contessa De Fusco e dell'Avvocato Bartolo Longo, per chieder loro il favore che facessero fare a Pompei preghiere per me. Quei signori mi ascoltavano con molta pazienza, dacché debbo riconoscere che io riusciva loro assai importuno, col lamentarmi sempre del mio stato, e col ripetere sempre le stesse domande. Ed alle confortanti loro parole io vieppiù confidava nella potenza della Madonna di Pompei. Si appressava l'8 di Maggio. Io anelava che spuntasse questo dì, in cui la Madonna suol concedere speciali grazie, per recarmi nuovamente al Santuario di Pompei. Difatti vi andai: mi raccomandai forte alla SS. Vergine, recitai con gli altri la divota Supplica nell'ora di mezzogiorno, e uscii dal Tempio più confortato. Nell'uscire vidi il Signor Bartolo Longo. Gli ricordai vivamente di far continuare le preghiere per me. - Volete voi la grazia? - egli mi disse: - fate i Quindici Sabati. Noi incominceremo a praticarli nella chiesa di S. Giovanni a Costantinopoli nell'ultimo sabato del prossimo Giugno. Là ci vedremo. Io esattamente eseguii il consiglio: e incominciai con gli altri la bella devozione dei Quindici Sabati, senza interruzione alcuna. Eravamo già al terzo Sabato, quando vi intervenne anche la signorina Fortunatina Agrelli, la quale, dopo la funzione, entrata in sacrestia, raccontava il miracolo che aveva ricevuto dalla Madonna di Pompei nel giorno 8 Maggio. E tra le altre cose, diceva che la Madonna stessa aveva suggerito il modo che voleva essere pregata da chi avesse maggior bisogno di suo soccorso, cioè facendo tre Novene per impetrar le grazie, e recitando il Rosario intero di quindici poste; ed altre tre Novene con l'aggiunta del Rosario intero per ringraziamento dopo ricevuta la grazia. Rincorato io da queste belle promesse, incominciai subito le tre Novene alla Vergine di Pompei con la recita del Rosario intero. Oh, potenza di Maria! Ecco che al cominciare della terza Novena, invocando la Vergine prodigiosa che ha piantato il suo seggio di Regina e di Madre in Pompei, ottenni intera guarigione; per modo che nel principiare di Agosto, quando celebravamo l'ottavo Sabato, il terzo Mistero Doloroso del Rosario, tutti i miei malanni erano svaniti del tutto, senza rimanerne traccia alcuna. Io ch'ero giudicato dai medici, dagli amici, dai parenti per uno scheletro sull'orlo della tomba, mi rimisi interamente con meraviglia e stupore della mia famiglia, di quanti mi avevano visto infermo, e dello stesso mio medico, che non esitò punto a rilasciarmi il suo attestato. Pieno di giubilo, mi presentai cosi sano alla Signora Contessa ed al Signor Longo, che tante volte aveva io tediati coi miei lamenti; e tutti esultarono, benedicendo la misericordia e la potenza della SS. Vergine di Pompei. In prova della mia totale guarigione, posso assicurare, che durante il colera, seguito da spaventevole strage in quel medesimo mese di Agosto 1884 in Napoli, io tutto ho mangiato, senza astenermi da alcun cibo, che in allora si riteneva nocivo anche ai sani, avendo riacquistato miglior floridezza in salute, che non avevo prima di ammalarmi. Aggiungo in fine, che, memore per tutta la mia vita di sì segnalato prodigio ottenuto dalla Santissima Vergine del Rosario di Pompei, adempii subito alla recita delle tre Novene e del Rosario intero per ringraziamento, conforme mi era stato indicato. Ignazio Nomine.

SESTO SABATO

PRIMO MISTERO DOLOROSO: GESÙ PREGA NELL'ORTO E SUDA SANGUE (Mt, 26; Mc, 14; Lc, 22; Gv, 18)

ORAZIONE PREPARATORIA

Anima mia, prima di entrare nel vasto mare della Passione del tuo Salvatore, domandagli la sua confidenza e la sua grazia, affinché su dite cada il frutto del suo Sangue divino. O Cuore santissimo del mio Salvatore, che l'eccesso di amore ha indotto a tanta desolazione, dammi lo spirito interiore e la tenerezza del cuore per sperimentare e comprendere quello che Tu soffristi, allorché fosti angustiato e privo di ogni conforto, costretto a patire ciò che faceva così grande orrore alla stessa natura! Apri le mie orecchie, affinché io ascolti la tua voce; illumina i miei occhi, affinché io veda i tuoi esempi; intenerisci il mio duro cuore, affinché divenga sensibile ai tuoi dolori e tema tutto ciò che può rinnovarli. E tu, o santissima Madre di Dio, che, chiusa nel tuo ritiro, sentivi nelle ore di quelle crudeli notti tutti i tormenti che si preparavano al tuo diletto Figlio, fammi parte dei sentimenti del tuo cuore, affinché io detesti in me la causa dei suoi dolori. Amen.

Meditazione

I. Considera, anima mia, come il divin Salvatore, dopo aver lavato i piedi ai suoi Discepoli, istituito in loro presenza il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, e dopo aver fatto loro un discorso il più tenero e sublime, entrò con essi nel consueto orto di Getsemani, sul monte Oliveto, affinché ivi dai suoi nemici fosse ritrovato più agevolmente: E disse loro: "Sedetevi qui mentre io vado là a pregare ... Vegliate e pregate per non cadere in tentazione" (Mt 26, 36 e 41). Spontaneamente, perché Egli lo aveva voluto, si era offerto al comando dell'eterno Padre e perciò lo eseguì in modo che la sua Passione soddisfacesse insieme la giustizia di Lui e spingesse noi ad amarlo. Ecco il fine dei suoi patimenti, l'amore. Gesù "cominciò a provare tristezza ed angoscia" (Mt 26, 37). Questo amoroso Figlio volle non solo sacrificare tutto il suo corpo, ma anche tutta l'anima con le sue potenze; anzi da questa parte più nobile della sua Umanità volle cominciare il sacrificio di Redenzione. Perciò prima che i suoi nemici comparissero, privò la santa Umanità del sostegno che riceveva dalla Divinità; e scoprendole al tempo stesso tutto ciò che doveva patire, la ridusse ad una mortale agonia. Si presentarono allora vivamente all'anima sua tutti i patimenti che sarebbe per sostenere nel corpo: i flagelli, le spine, i chiodi, la croce, il fiele e l'aceto; i patimenti nell’anima, il tradimento di Giuda, la fuga vergognosa dei Discepoli, l'apostasia di Pietro, le calunnie dei sacer­doti, le ingiustizie dei giudici, le efferatezze dei soldati, le ignominie della sua persona, il disprezzo della sua dottrina e dei miracoli, il trionfo dei suoi nemici, le bestemmie dei manigoldi, l'abbandono del Padre sulla Croce e la vista angosciosa della sua addolorata Madre! Subito dunque il timore e la noia, il disgusto e l'amarezza, l'abbattimento e la tristezza s'impossessarono dell'anima sua sino a minacciargli la vita. Allora disse loro: "L'anima mia è triste fino alla morte" (Mt 26,38). O Cuore affannato del mio amabile Redentore, come sei tu venuto a tanta desolazione? Chi ti ha sospinto a provare innanzi tempo gli orrori e le paure della morte? Questo tormento, che fu il primo di tua Passione, fu anche senza dubbio il più violento, perché valse a strapparti la preghiera al Padre di allontanare tale calice. "Si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!". Ma soggiungesti subito: "Però non come voglio io, ma come vuoi Tu" (Mt 26,39). Guarda, anima mia: il tuo Gesù si rivolge ai Discepoli per conforto, e li trova abbattuti per la sua ambascia. "Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà" (Mt 26, 4042). E così faceva per la terza volta. E la sua tristezza talmente si accresce, che sembra più l'agonia di un uomo moribondo, che il dolore ordinario di un uomo che soffre. "In preda all'angoscia pregava più intensamente" (Lc 22, 44). Il contrasto che seguì allora tra la parte inferiore dell'anima, piena di ripugnanza, e la superiore piena di sottomissione, gli furono causa di un sudore di sangue cosi abbondante, che, dopo aver bagnato le sue vesti, bagnò anche la terra dove pregava. Così abbandonò se stesso Colui che difende tutti: così rimase desolato Quegli che consola tutti. E così si avverarono le parole del Profeta reale: "Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati" (Sal 68, 21). O afflittissimo mio Salvatore, così vuoi conciliarti il mio amore? con l'assumere la stessa infermità e miseria degli uomini? per renderti vero consolatore e fido compagno degli afflitti? Quanti meravigliosi ammaestramenti Tu mi dai in questo Mistero!

II. Anima mia, quattro furono le cause di questa tristezza mortale del tuo Gesù, come Egli rivelò alla Beata Battista Varani.
1° La dannazione d'innumerevoli anime, malgrado l'acerbissima sua morte. «Considera, figlia mia, - diceva Gesù alla Beata - che martirio e dolore fu il mio, nel vedere che tante membra furono da me separate, quante anime si sarebbero dannate! e ogni membro si separava tante volte, quante un'anima mortalmente pecca». La grandezza e la quasi infinita moltitudine dei peccati del mondo erano dunque tutti distintamente presenti al suo spirito con una chiara visione della Maestà divina offesa da tanti delitti, resi più gravi dal disprezzo del suo amore. Oltre a ciò ben pochi uomini avrebbero profittato di quel rimedio preparato dal suo amore per tutti. Su ciò non trovava altra consolazione, che nella perfetta uniformità agli immutabili decreti di suo Padre, il quale voleva che Egli soffrisse anche per quelli, che per nulla profitterebbero dei suoi patimenti.
2° I peccati e le pene di tutti gli eletti. «Tutte le membra degli eletti che mortalmente avrebbero peccato - diceva il benignissimo Gesù - mi afflissero e cruciarono nella loro separazione da me. Ancora, io sentii e gustai tutte le loro amarezze, i martirii, le penitenze, le tentazioni, le infamie della loro vita ed anche le pene del loro Purgatorio, come altrettante membra del corpo mio».
3° La SS. Vergine sua Madre, che Egli amava d'amore infinito; i suoi cari e amati discepoli ed Apostoli, che Egli amava più che un padre i suoi figliuoli; e la discepola Maddalena, la quale, benché sapesse di Gesù meno di Giovanni, nondimeno più di tutti si addolorò della Passione e Morte di lui.
4° L'ingratitudine sia del popolo Giudaico, tanto da Dio beneficato e prediletto con mille prodigi, come quella del suo amato discepolo, Giuda traditore. Gesù inginocchiato avanti a questo traditore, gli aveva lavato i piedi, li aveva abbracciati e baciati con massima tenerezza, dicendogli col cuore parole di ineffabile amore. Finalmente, l'ingratitudine di tutte le creature, che, peggio di Giuda, l'avrebbero tradito per vili piaceri, per più vili interessi.
Signore, quanta parte ho avuto io alla tua tristezza! Quale impressione dovettero fare sul tuo purissimo e innocente cuore i miei peccati, le mie ricadute, le mie infedeltà, le mie pusillanimità? Sventurato che sono! Non sarò io dunque mai per te un soggetto di gioia e di consolazione? Quanto è diverso l'oggetto delle mie pene nel mondo da quello che causa la tua mortale tristezza! O Cuore amareggiato del mio Dio, Tu volesti con questa tristezza e sudore di sangue espiare la folle sicurezza degli empi, e la insensata tranquillità in cui tanti peccatori dormono sul loro peccato senza temere le sorprese della morte temporale ed eterna. Tu volesti espiare quelle allegrezze, quei gusti, quei piaceri, quei desideri della vita, quelle speranze alle quali io abbandono il mio cuore anche quando sono contrarie alla legge tua. Tu volesti soddisfare per le false contraddizioni del mio cuore e per le mie confessioni senza dolore interno. Tu volesti santificare in me e in tutti queste medesime passioni della tristezza, del timore, della noia, del disgusto e della malinconia che io provo nel cammino della vita spirituale, e consolarmi quando le soffro, e meritarmi la grazia di sopportarle con pazienza, con rassegnazione, con gioia. Tu volesti fortificarmi, come hai fortificato tanti Martiri a sfidare la morte , ed animarmi alla penitenza cosi come hai ispirato tanti altri fedeli a esercitarsi in aspre penitenze. Quanto il tuo amore è soave, buono, pietoso! Cuore dolcissimo di Gesù, quanto ti ringrazio di aver tanto sofferto!...

III. Il Salvatore, anima mia, volle sentire questa estrema pena1 affinché conoscessi il valore della penitenza dei sensi, delle umiliazioni e delle contraddizioni dell' amor proprio. Ancora, per insegnarti che nessuno sarà mai giudicato sull'infermità della sua carne formata dal fango, ma secondo l'obbedienza della volontà, che tanto piace a Dio. Egli patì, per verità, una tristezza mortale, ma fu proporzionata alla sua virtù, per convincerti che Dio, il quale distribuisce come a Lui piace le miserie di questa vita, non permetterà mai che queste siano superiori alle tue forze. Volle farti conoscere in se stesso due opposte volontà: l'una della umana debolezza, che rifugge dal patire e cerca il piacere; l'altra dell'uniformità alla volontà di Dio; affinché il cristiano non si creda nemico di Dio, perché la carne si rivolta contro lo spirito e brama i suoi diletti; ma si studi di sottometterla, e si persuada che la natura non nuoce affatto all'uomo interiore, finché è devoto della legge di Dio con piena volontà. Scese l'Angelo dal cielo per consolare Gesù Cristo, non perché a Lui mancasse la forza necessaria per combattere la debolezza della natura; ma per insegnare a tutti quelli che soffrono, che la loro consolazione e la loro forza deve venire dal cielo, e Dio non dimentica nessuno nei patimenti, anzi, ove sono tribolazioni ivi è Dio. Finalmente il Figlio pregò suo Padre, benché sapesse che non doveva essere dispensato dalle pene, per insegnarci, anima mia, questa verità tanto necessaria: che il divino soccorso non consiste già nel liberarti dalle tribolazioni con le quali ti visita, ma nel fartele soffrire con umile sottomissione e con totale uniformità ai suoi disegni, rimanendo sempre con Lui unita per amore.

ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE AGONIZZANTE DI GESU’

O Cuore straziato e mansueto del mio Signore, accetta, ti prego, in cambio delle tre ore che Tu passasti immerso nella tempesta del mare della desolazione, quest'ora di preghiere, e questa giornata consacrata al tuo Cuore addolorato. Accetta questo santo Sacrificio e questa santa Comunione in riparazione di tutte le amarezze che Tu provasti per me nell'orto prevedendo i miei peccati. Accetta tutti i dolori, le contrarietà e gli atti anche indifferenti di questo giorno, non solo, ma di tutta la mia vita. O Cuore amante del Padre mio, del Fratello mio, dello Sposo mio, Cuore desolato e pur paziente, a quale eccesso ti sospinge l'amore che mi porti? E che devi Tu farne dell'amore mio? Signore, nell'amarezza dell'anima mia anche io ti risponderò: - Ho dolore di averti tanto amareggiato, voglio amarti più che non ho fatto sinora; quando ti conoscerò? Quando ti cercherò senza contraddizione? Quando ti ubbidirò senza incostanza? Quando ti dirò con sincerità in ogni occorrenza: Sia fatta la tua e non la mia volontà? Ponimi ancor più dentro questo cuore divino, affinché meglio ti comprenda e ti ami. Cuore infiammato di altissima carità, accendi il freddo mio cuore dell'amore tuo; affinché degnamente ti riceva e con te dimori oggi e sempre, nel tempo e nella eternità. Amen.

PREGHIERA AL CUORE DI MARIA PER IMPRIMERE LA VIRTÙ DELL'UNIFORMITÀ AL DIVINO VOLERE

O benedetta Madre di Dio e sempre vergine immacolata Maria, quanto acerba fu la croce del tuo cuore in quella tristissima notte, in cui Gesù, abbandonato dai suoi amici e Discepoli, versava m mortale agonia! Tu non potesti chiudere gli occhi al sonno, ma in continue lacrime e sospiri numeravi le lunghe ore degli affanni dell'amatissimo tuo Figlio. O mansuetissima Madre, Tu lo vedesti questo tuo Diletto, prima di dare inizio alla Passione, pallido, ma generoso» so, venire a te e darti l'ultimo addio, e domandarti la benedizione. Tu lo guardasti trafitto nell'anima, e nei suoi sguardi dolenti comprendesti la volontà dell'Eterno Padre, che condannava a morte il tuo Figlio, il suo proprio Figlio, per riscattare quest'anima mia, e condannava te pure ad essere crocifissa col cuore sul Calvario. Il mare delle angoscie si riversò tutto in quel momento nel tuo tenero Cuore già spezzato dalla acutezza della spada di Simeone. O notte aspra e dolorosa al Cuore della Madre mia! Quale animo cristiano potrà pensare quanto tristi furono le mattutine preghiere che Tu levasti a Dio, e quante afflitte parole espresse il tuo ardentissimo cuore? O Gesù Figlio mio, Tu dicevi, Figlio mio, dolcissimo Gesù, chi mi ti ha tolto? Chi ha separato la Madre tua da così caro pegno? Perché non ti vedo, luce degli occhi miei? Chi mi concederà, Gesù Figlio mio, che io patisca per te, e muoia per te? Perché non si strugge l'anima mia a tanto amore, a tanto dolore? O Madre pietosa e addolorata più di tutte le madri, Tu pieghi il capo al volere divino, e con perfetta uniformità prendi questo calice di amarezze; ed io ti voglio seguire, e compatisco al tuo pianto, all'amara separazione dal tuo Figlio. Tu rivedrai, sì, un'altra volta il tuo Diletto, ma sul Golgota, sul monte del dolore, pendente da una croce, moribondo senza conforto. Per queste tue angosce, per la tua perfetta uniformità al volere divino, mutami questo cuore, brucialo del tuo amore e rendilo conforme al tuo, e tutto uniforme ai santi voleri di Dio. Amen.

VirtùUniformità. Fioretto - Dal primo sorgere del mattino apparecchiati ad unir la tua volontà a quella di Dio in tutte le cose, sia favorevoli, sia contrarie. Ripeti spesso nella giornata la giaculatoria dell'Imitazione di Cristo: «Signore, volgimi e rivolgimi come a te piace, che il tuo servo è pronto». La pratica di questa giaculatoria è un mezzo efficacissimo per giungere ai più sublimi gradi di perfezione. Giaculatoria - O Maria, specchio di pazienza, Tu sola sei il conforto nelle mie tentazioni.

Preghiere prima della comunione

Amorosissimo mio Salvatore, Tu non sdegnasti di appressare le tue labbra innocenti e piene di verità e di vita al volto livido e bugiardo del traditore Giuda; Tu lo chiamasti col dolce nome di amico: "Amico, per questo sei qui!" (Mt 26, 50). Tu cercasti anche con un bacio di guadagnarti il cuore di quello sciagurato. Traditrice più di Giuda è questa anima mia! Quante volte, Signore, io ti ho ricevuto in me, e poi ho crudelmente ferito il tuo Cuore umile e mansueto? Ma questa nuova tua pazienza m'invita a confidare in te. Tu aspettavi da Giuda la parola del pentimento, e l'avresti salvato. Questa parola ora io ripeto cento volte, clementissimo mio Gesù. L'anima mia è piena di amarezza per averti offeso: perdonami, mio Dio, perdonami. Sento ora nell'anima quelle parole che rivolgesti a Giuda: "Amico, per questo sei qui!" (Mt 26, 50). Signore, son venuto per rendere al tuo Cuore lacerato quella consolazione che io ti ho tolta finora coi miei peccati. Come non ho vergogna di me stesso? Come non desidero che la terra m'inghiottisca, allorché vedo te piangere a lacrime di sangue i peccati che io ho commessi, ed espiare con si acerbo dolore i piaceri, ai quali mi sono abbandonato? Perché sono venuto al mondo, se dovevo recarti tante pene? Abbi misericordia di me, o Misericordia infinita: io te ne scongiuro per la tristezza che soffri, per il sangue che spargi, per l'amore che mi porti. Fa' che dopo aver peccato contro dite, meriti di patire per te. Angelo consolatore di Gesù, confortami ora ad amare il mio Signore Sacramentato. Voi, Angelo mio Custode e Santi Spiriti eletti che assistete al trono di Dio, Michele, Gabriele, Raffaele, assistetemi in questo atto di sacrificio e di amore. E Tu, Madre addolorata per i miei peccati, fammi parte del tuo amore e del tuo dolore. O cuore straziato di Gesù, ti offro il cuore addolorato e amante della Madre tua per degnamente riceverti quest'oggi, e riparare gli oltraggi di tutti gli uomini ed i miei in particolare. Dammi, o cuore amante di Gesù, una scintilla di questo amore di cui ardi per me, affinché io mi conosca, e mi renda meno indegno di riceverti. Alzatevi, andiamo, Tu dicesti ai tuoi Discepoli nell'orto, e andasti incontro ai tuoi nemici. Sorgi, dunque, va, anima mia; ecco il tuo Gesù viene incontro a te, abbandonati alle sue braccia, e troverai la pace.

Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei).

Quanto è grande il tuo amore, Gesù, fratello mio, amico mio e sposo dell'anima mia! A me, che più di Giuda ti ho tante volte tradito, non solo hai voluto ora dare il bacio di pace e di amore, ma darti in cibo, uniti insieme, anzi trasformare me vilissima e indegna creatura in te, Dio immenso, infinito e mio Creatore. Chi sono io, divino Amore, per meritare tali beni? Tu volesti cominciare la mia redenzione con l'agonia dell'anima tua benedetta: ed io, in riparazione di tanti oltraggi che ti ho fatti e ti fanno gli uomini, incomincerò a consacrarti oggi quest'anima mia. Fai di me, o Signore, quel che Tu vuoi: io mi abbandono in te senza riserva. Io ti consacro la mia volontà: rendila Tu sempre uniforme alla tua. Ti consacro la mia fantasia: proteggila e purificala dalle immonde nebbie in cui l'avvolge Satana. Ti consacro la mia memoria, affinché si ricordi sempre dite, l'intelletto, affinché pensi sempre a te. Ma io sono sempre la debole e meschina creatura che Tu conosci: tocca a te operare un mutamento si grande. Io non posso amarti come devo, o Cuore dolcissimo del mio Gesù, se non per te; né venire a te, se Tu non mi attiri; nè poggiarmi su dite, se Tu stesso non mi sorreggi. E giacché tutto dev'essere tuo, prendimi, o Signore, possiedimi, affinché, essendo tra le tue mani, io non sia più mio. Mi abbandono al tuo amore; guidami, scambiami, legami, purificami, formami come ti piace, e non permettere che io mi separi mai da te. Le perdite, le tentazioni, le avversità che mi accadono, divengano nelle tue mani la sorgente delle grazie che mi hai destinate perché spesso mi conduci alla mia felicità per la via stessa nella quale io mi vedo perduto. Cuore divino e provvido del mio Gesù, vero Padre dell'anima mia, non considerare questa volontà ribelle, debole, incostante e nemica del suo proprio bene. O Madre mia, unisci Tu questo mio cuore a quello del tuo Gesù: cambialo col tuo cuore umile, paziente, mite, puro e uniformato al volere divino. Angeli del paradiso, e voi corte celeste fondata sul Sangue e sui patimenti di questo divin Salvatore, ottenetemi l'amore e le grazie che derivano dal Sangue di questo Agnello di Dio, affinché con voi goda le delizie di questo vero dolcissimo Amante. Amen.

(seguono le Orazioni per domandare la grazia di cui si ha bisogno e le altre Invocazioni e preghiere per acquistare le Indulgenze)

Lettura. Grazie della Vergine del Rosario di Pompei.

IN CAPRI: Grazia ottenuta per la devozione dei Quindici Sabati

La seguente relazione di grazia, convalidata all'attestato del medico, venne pubblicata ne IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, nel Quaderno di Settembre 1887, a pag. 556. La Signora Cherubina Licorio da Capri nel Luglio del 1886, dopo varie sofferenze, si accorse di avere un tumore nel ventre. I medici, signori Masotina, Rispoli e Fischetti, dichiararono necessaria un'ardimentosa e terribile operazione chirurgica per scongiurare una inevitabile morte. La poverina a tale sentenza cadde nel più miserando stato dell'animo; e insieme con la sorella che teneramente amava non faceva che piangere e pregare dal mattino alla sera. Frattanto la signora Annunziata Fischetti, saputo il caso miserevole della sua amica Licorio, si affrettò di portare il libro dei Quindici Sabati del Rosario, stampato in Valle di Pompei e spedito dal Santuario medesimo. La signora Licorio rianimata e confortata nella fede alla lettura del libro, subito diede inizio al pio esercizio, che sarebbe terminato nel mese di Novembre. Pregava con fede, e aspettava. Ma stimandosi indegna di avere un miracolo, non volle lasciar tutti i mezzi umani e l'efficada che Dio, autore della scienza, ha dato alla scienza umana. E però, udito che ebbe come in Firenze viveva un medico specialista per tali malattie, parti a quella volta per farsi operare da quello specialista. Ma non volle ciò fare se non in giorno di sabato, acciocché la Vergine di Pompei la sorreggesse nella dura operazione, e le impetrasse felice riuscita. Ma la clemente Regina di Pompei, che non si lascia mai vincere in generosità dai suoi figli, e rimunera assai largamente chi la onora col santo esercizio dei Quindici Sabati del suo Rosario, volle segnalare quella giornata con uno stupendo prodigio. Era il mattino del 22 Novembre 1886, e la signora Cherubina Licorio compiva l'ultimo dei Quindici Sabati là in Firenze; ed in quel mattino medesimo si presentò al dottore per essere operata. Oh grazia portentosa! Il tumore era interamente scomparso!. La signora Licorio volle fosse pubblicata questa grazia per maggior gloria ed onore della SS. Vergine di Pompei. Il dottor Fischetti si mostrò compiacente di scrivere un attestato, che dichiarava la natura del male e la guarigione avvenuta senza la divisata operazione.

IN PERUGIA: La signora Ester Boccioli

La signora Ester Boccioli da Perugia, per una caduta sofferta, trovavasi con un braccio slogato che dai medici non le fu messo subito a posto, e l'osso rimase fuori dalla sua capsula articolare, ed il malanno della signora fu giudicato inguaribile. Dopo sei mesi di dolore e d'impedimento a qualsiasi lavoro, le venne in mente di rivolgersi alla Vergine di Pompei mercè la devozione dei Quindici Sabati. Cominciò questa pia pratica il giorno 24 Agosto del 1889, e quattro giorni dopo, senza sapere come, si trovò rimesso il braccio a posto, e del tutto libero nei suoi movimenti! Sono testimoni di cotal prodigio le signore Aldina Brugnali, Teresa Boccioli, Anna Bagnolini, Luigia Bagnolini. (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Anno V, 1889).

SETTIMO SABATO

SECONDO MISTERO DOLOROSO: LA FLAGELLAZIONE DI GESU’ (Mt 22; Mc 15; Lc 22)

Meditazione

I. Gesù dinanzi ai tribunali. Percorri, anima mia, le vie dolorose che tenne il Padre tuo, l'amoroso tuo Gesù in queste ore di atroci suoi patimenti. Schiaffeggiato nella casa di Anna, passò in quella di Cailas, dove fu vituperato, dichiarato bestemmiatore, reo di morte. E chiuso in una prigione, qui, sino all'alba venne lasciato in balia ai disprezzi, agli sputi e alle percosse della soldatesca insolente. Fatto giorno, trascinato per le vie, passa da due tribunali giudei nelle mani di Pilato e di Erode. Da quest'ultimo vien reputato pazzo; e, come tale, coperto di bianca veste, è posto alla berlina e agli scherni di un popolo sedotto. Mira, anima mia, il tuo Gesù sempre umile, sempre paziente; si fa condurre come agnello mansueto dove la perfidia degli uomini e il furore di Satana lo tormentano. Considera come di fronte alle grida, alle calunnie, ai disprezzi, Egli sta in silenzio. E Gesù taceva, per insegnarti che quando sei accusata o calunniata, devi abbandonarti a Dio, e per amor suo, non cercare altra giustificazione che il silenzio. "Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fron te ai suoi tosatori" (Is 53,7). Così conseguirai la pace del cuore. Quanti Santi, quanti solitari, quanti pacifici ha generato questo silenzio di Gesù! Misericordia, Signore, misericordia! Io son carico di peccati, e Tu sei la stessa innocenza: ciò nonostante, Tu ami quelli che ti trattano così indegnamente, sino a morire per essi, ed io conservo i sentimenti di asprezza e di animosità per le più piccole ingiurie? Tu permetti che tutti ti giudichino, ed io non voglio essere giudicato da nessuno? Quando vedrò io cambiato il mio cuore, o infinita bontà? Confesso innanzi a te, mio Dio, mio Salvatore, mio Maestro, la mia ingratitudine, il mio orgoglio e la mia presunzione: desidero, con la grazia tua imitarti e soffrire in silenzio ogni sorta di pene e di ingiurie che mi verranno fatte. Perdono di tutto cuore a quelli che mi hanno offeso, e che mi offenderanno: li dispenso per amor tuo dal restituirmi l'onore che mi avranno tolto, e non voglio averne altro, che quello di servire te e amare te. Distruggi in me ogni sentimento di asprezza e di vendetta, dilata il cuore mio con la tua carità, affinché io ami te senza riserva, ed ami in te tutti quelli che mi perseguitano, "lieto di essere stato oltraggiato per amore del nome di Gesù" (At 5, 41).

II. Tratto Gesù di prigione, trascinato con ignominia per le strade di Gerusalemme, allo scopo di renderlo odioso e spregevole al popolo, che suole dalle apparenze giudicare le cose, trattato da maledetto, da seduttore, da pazzo, fu dato in mano ai carnefici, e, insultato e schernito, fu condotto, attraverso Gerusalemme, alla casa di Pilato. Per la strada gli si fanno mille oltraggi e mille violenze. Non udiva che bestemmie; tirato con funi, sospinto da lance, senza riposo, forzato a camminare, sfinito dalla stanchezza e dalle sofferenze di una intera notte, se cadeva, veniva caricato di colpi e di ingiurie come il più spregevole di tutti gli uomini. Così lo vide il Profeta reale: "Io sono un verme, non un uomo, inffimia degli uomini e rifiuto del mio popolo" (Sal 22, 7) Ed a questo modo dall'orto al Calvario, in men di dodici ore, gli fecero compiere sei viaggi, e in tutti il dolce Maestro lasciò le tracce della sua inalterabile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità infinita, della sua incredibile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità infinita, della sua incre­dibile penitenza. Dèstati, anima mia, esci dalla languidezza e idal letargo in cui giaci. Mira quelle donne che con Maria percorrono le vie di Gerusalemme, bagnandole delle loro lacrime e riempiendo l'aria dei loro sospiri. Riconosci la più bella tra le creature, la più santa tra le donne, la più afflitta tra le madri, riconosci Maria, la madre di Gesù, la tua cara madre, che va in cerca del diletto dell'anima sua, e va per le piazze domandando se qualcuno l'abbia visto. O mansuetissima Maria, tutta la notte perseverasti in dolorosa orazione, finché non sapesti che il tuo Figlio era nelle mani dei peccatori. Ma quando fu preso e chiuso in una prigione, fatto segno alle ingiurie e alle onte dei soldati, e Tu udisti da Giovanni la notizia dei suoi tormenti e la sua condanna a morte proferita dal Sinedrio, chi può esprimere le trafitture del tuo cuore? Ma Tu, sempre uniformata a Dio, non ti lasciasti trasportare a nessuno di quei modi sregolati tanto ordinari alle donne afflitte; e, benché dentro ti crucciasse un dolore ineffabile, non facesti apparire di fuori che perfetta sottomissione. Ecco l'ancella del Signore, ripetevi, si faccia di me secondo La tua volontà. Non si è ancora levato il sole, e Tu lasci la tua silenziosa dimora per trovare Gesù e seguirlo sino alla croce. Ed ecco, alla svolta della via che mena al palazzo di Pilato, appare come un'onda di popolo agitato. È una calca immensa che trascina tra grida di scherni e urli di bestemmie un uc» mo carico di catene, le mani avvinte dietro le spalle, il viso pesto, i capelli strappati, la faccia deforme per sputi e per sangue, tanto che non lo si può riconoscere. Ma il palpito veemente del tuo cuore, o Maria, ti addita in mezzo a quei feroci il tuo innocente Figlio. Tra le maledizioni della plebaglia e il trionfo dei suoi nemici, sotto quell'abito di ignominia, il Figlio di Dio, mansueto negli oltraggi, tranquillo negli urti, non mormora, né si lamenta di nulla. Questo divino Agnello, trovandosi in mezzo ai lupi, desiderava vedere la sua santa madre; poiché quelli che amano, quando si trovano nella afflizione, sogliono sentire più al vivo l'assenza dei loro amici, e ardentemente ne bramano la presenza, sebbene debba essere per loro un accrescimento di dolore. Ma tu, Vergine benedetta, non potesti vedere il tuo Figlio, nè Egli ebbe questo conforto. Lascia che io ti accompagni finché di nuovo potrai vederlo e consolarti con Lui.

III. La flagellazione. Considera, anima mia, come Pilato, avendo dichiarato l'innocenza di Gesù e pur volendo dar soddisfazione al popolo, condanna l'innocente ad essere flagellato in pubblico, per sottrarlo alla morte. Quale giustizia! condannare un innocente solo per accontentare l'odio dei suoi accusatori! Fatto entrare Gesù Cristo nel Pretorio, lo spogliarono di tutti i suoi abiti, senza che Egli dicesse una parola, o mostrasse resistenza. Allora Egli offre all'Eterno Padre con cuore pieno di amore quella Carne innocente che doveva essere lacerata, e quel Sangue prezioso che da si lungo tempo desiderava di spargere per noi. Quindi lo legano ad una colonna e, senza avere riguardo alla legge dei Giudei che proibiva di dare più di quaranta colpi, seguendo la legge dei romani per cui il numero non era limitato, ad altro non badavano che a soddisfare il loro furore. Un intera corte di soldati circondano quel luogo, formando un cerchio di ferro: due nerbo­ruti carnefici che vengono seguiti da altri più robusti e più fieri, dan di piglio a un fascio di verghe e a flagelli di cuoio e di corde fornite di nodi. Guarda, anima mia, il tuo Gesù mansueto, come fosse stato convinto di tutti i delitti imputatigli, in piedi, legato a una colonna. Chi potrebbe dire quanto Egli soffriva allora di confusione e dolore? Fin dai primi colpi quella carne verginale resta pesta, rotta, solcata; e da ogni parte zampilla il suo sangue. I flagelli traggono con loro brani di carne; e cadendo i colpi sulle vive piaghe, ne fanno continuamente delle nuove su quelle che già avevano fatte. Che atroce, che sanguinoso spettacolo! Lo battono senza misura, ed Egli non si lagna: lo lacerano così crudelmente, che tutto il suo corpo non è che una piaga. È questo, o divino Gesù, il tormento così crudele e così vergognoso che Tu hai voluto soffrire per noi, e a cui ti sei sottomesso per espiare i nostri rei piaceri? E come posso io ancora offenderti? O mio Dio, con qual titolo ho potuto meritare che tanto soffrissi per me? Tutto avevi predetto per bocca dei Profeti. "Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno fatto lunghi solchi ... (Sal 129, 3)... Dio mi consegna come preda all'empio, ... mi apre ferita su ferita (Gb 16,11.14)... Dalla pianta dei piedi alla testa non c e in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate, né curate con olio (Is 1,6). Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53, 5). O mio Dio, e tutto questo per i nostri peccati! Come? per scellerati come me, Tu subisci un tale supplizio? Per me, reo di tanti peccati, Tu soffri dolori cosi eccessivi? Che cosa farò io, dunque, o mio Salvatore, per te, e per espiare i miei delitti? Ecco, anima mia, il modello della penitenza, da cui hanno appreso tutti i Santi a trattare il loro corpo e assoggettarlo allo spirito. Poiché mentre siamo in questa vita, l'anima nostra non ha nemico più grande della nostra carne. Questa, sempre ribelle, non vuol soffrire né freno, né giogo; segue senza ritegno le sue terrene inclinazioni che i sensi favoriscono; tende verso gli oggetti che desidera, con tanta violenza, che lo spirito ne è sovente oppresso, e gli dà essa sola più pena che tutti gli altri suoi nemici uniti insieme. Ecco, invece, ciò che hanno prodotto le grandi austerità praticate dai Cristiani dopo la venuta di Gesù Cristo, e sconosciute nei secoli anteriori: i cilizi, le catene di ferro, le discipline, l'applicazione continua a mortificare i sensi: e tutto ciò per timore di vedere, di ascoltare, di dire e di gustare qualche cosa che potesse contaminare la purità del loro cuore. Bisogna prevenire con la mortificazione del corpo la tentazione e la caduta. Lo stesso Apostolo Paolo diceva: "Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù" (I Cor 9, 27). Che se tutta la santità di Davide e tutta la sapienza di Salomone non hanno potuto impedire la loro caduta, poiché si lasciarono lusingare dai piaceri dei sensi, quale sarà la sorte di quelli, la cui vita si occupa tutta nel cercare ciò che può accontentare il proprio corpo? Appunto per espiare e porre argine a questo disordine così comune tra gli uomini, ha voluto il Salvatore che la sua carne innocente fosse sì crudelmente lacerata.

Orazione a Gesù flagellato

O Dio mio, Amor mio, Vita dell'anima mia, io sono qui colpito e penetrato dal dolore e dalla meraviglia, sì che non posso proferire parola, ma mi prostro ai tuoi sacri piedi, bacio questa terra bagnata dal tuo Sangue, piango qui i miei peccati, causa di sì aspri tormenti; qui confesso la mia miseria, qui aspetto la tua misericordia. Non uscirò da questo luogo, voglio rimanere qui immobile a mirare questo spettacolo. O Sangue preziosissimo e santissimo del mio Signore flagellato, io ti adoro. Non mi allontanerò mai da te, Signore, e rimarrò strettamente abbracciato ai tuoi piedi, finché non mi abbia lavato e purificato con questo prezioso balsamo, da cui solo aspetto la guarigione delle mie piaghe. Amen.

VirtùPenitenza. Fioretto - Mortifica i sensi del tuo corpo, strumento di peccato e causa dei dolori di Gesù, privando-ti di qualche cibo che più ti piace, o levandoti dal letto più presto del solito, o facendo un'ora di silenzio. Privati di qualche divertimento lecito. Pratica sopratutto la modestia, massime degli occhi. Non soddisfare quella curiosità che hai dei fatti altrui. Recita oggi il Rosario in ginocchio. Giaculatoria - O Maria, rifugio dei peccatori, in te ho fondato ogni mia speranza.

Preghiere prima della comunione

Ecco l'ora, o mio Gesù, nella quale la tua carne così pura e così innocente fu lacerata per me; aperte e squarciate le tue vene, e il tuo Sangue sparso per la mia salvezza. Questa è l'ora che il Corpo tuo santissimo venne solcato dai colpi crudeli, e più di tutto dai rei piaceri presi con questo corpo. Come senza fremito posso io mirarti così lacerato e pesto? Tu, Gesù mio, nella tua flagellazione hai voluto che il tuo Corpo fosse tutto pieno di piaghe e di aperture, affinché i tuoi figli vi potessero entrare, vi stabilissero la loro dimora, e vi trovassero un soavissimo nutrimento. Sii per sempre lodato, o mio Salvatore; gli Angeli, il cielo, la terra e le creature tutte ti benedicano in eterno. O mio Gesù, io non ho il coraggio d'imitare le penitenze dei tuoi servi; ma tu mi additi un espediente più dolce da quest'altare: il Sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue sarà per me la forza per vincere le tentazioni, per riparare i peccati della carne, e preservarmi dalle cadute. Con la Comunione e con la meditazione dei tuoi misteri Tu mi spingi all'aborrimento del peccato e alla confidenza in te, che hai voluto essere percosso così crudelmente, per amor mio: m'ispiri la viva idea della santità di Dio e della severità dei suoi giudizi, che su di te innocente rovescia il rigore della sua giustizia, solo perché hai la figura di peccatore; mi ravvivi la speranza, ricevendo in te il prezzo esuberante per pagare tutte le colpe e non cadere in disperazione. O Maria, o Madre afflittissima, Tu udisti i colpi della crudele flagellazione: Tu eri nel Pretorio quando la tempesta dei peccati degli uomini si scaricava sulle spalle innocenti di Gesù. Tu vedesti sparso quel Sangue che gli avevi donato: abbi pietà di me, che con i rei piaceri di questo corpo sono stato la causa dei flagelli di Gesù. Ottienimi la grazia di sentire vivamente i dolori di tuo Figlio, di odiare i miei peccati, e, in questo momento, di essere lavato col Sangue purissimo dell’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo (Gv 1, 29). Io ho lacerato il tuo cuore, e io voglio sanano con l'unirmi al tuo Figlio in unione inseparabile d'amore. O Gerusalemme celeste, che continuamente sei bagnata dalle fonti del Salvatore, e che trai dalle sue Piaghe tutta la tua bellezza, fa cadere su questa sterile terra alcune gocce di queste acque deliziose, delle quali possiedi la sorgente. Ama, benedici, glorifica per me questo Dio di misericordia. Intervenite, o Anime beate, col vostro amore e con la luce di cui siete ripiene; rischiarate le tenebre di cui è ingombro il mio intelletto; investite con una scintilla delle vostre sacre fiamme l'agghiacciato mio cuore, affinché io arda un giorno con voi del fuoco stesso che vi consuma. Amen.

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei).

Preghiere dopo la comunione

Davide dice: "Il passero trova la casa, e la rondine il nido dove porre i Suoi piccoli" (Sal 84, 4). E Tu stesso hai detto, o Signore, che "le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi" (Lc 9, 58). Ecco la casa che Tu hai preparato a st'anima mia, o dolcissimo Salvator mio: le tue Piaghe. In esse trova l'anima mia il cibo per ristorarsi, il rifugio al furore della giustizia divina, il ricovero dalla tempesta delle tentazioni, dalle tristezze della vita. O Cuore del mio cuore, o vita dell'anima mia! Pilato ti trova innocente; ma perché egli era crudele ed ingiusto, ti fa flagellare per contentare i tuoi nemici! Ancora con questo ha contentato te, che in tutta la tua vita hai desiderato vederti coperto di sangue e saziato di obbrobri. Questo sacro fuoco che arde nel tuo Cuore è insaziabile: vuol consumare tutto, e tutto te stesso ha immolato all'amor mio. Il sacrificio oggi è completo. Trentatré anni Tu hai consumato in stenti, in preghiere per me, in digiuni e fino in tentazioni; ora hai sacrificato la tua riputazione, il tuo onore, la tua dottrina, la tua santità, il tuo pudore, i tuoi amici: e non contento di darmi tutto il tuo Sangue, hai voluto finanche spogliarti della tua carne, che a brandelli vedo sparsa per terra nel Pretorio! Che farò io? È giusto che compia il sacrificio per te, o mio tesoro, o amor mio, o vita dell'anima mia. Ecco io mi offro tutto a te, o mio Gesù; permetti che io al posto tuo sia attaccato a questa colonna o che divida almeno con te le percosse che ricevi. Insieme con questo Sacrificio dell'Altare, con questa Comunione, ti offro l'anima mia e le sue potenze, il corpo mio e i suoi sensi. Non mi lamenterò più dei mali che mi accadono, ma li riceverò dalla tua mano. Fa' in me ciò che ti piacerà; castiga, correggi, purifica questa misera peccatrice anima mia: ma tienimi sempre stretto al tuo Cuore paterno, alle tue piaghe amorose. Fa' che io non ami e non gusti che la croce. E se la mia carne si ribella, raddoppia i tuoi colpi, finché non sarà interamente soggetta al tuo spirito. Nella lettera agli Ebrei mi hai detto, che il tuo sangue ha la forza di "purificare la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente" (Eb 9, 14). O Agnello divino, che cancelli i peccati del mondo, rivolgi gli occhi su questo lebbroso coperto tutto di ulceri, piagato da capo a piedi e pieno tutto di peccati e d'imperfezioni. Lavami in questo Sangue che scorre da tutto il tuo corpo. Tu dicesti a San Pietro: "Se non ti laverò, non avrai parte con me" (Gv 13, 8). Signore, ecco la mia testa, le mie mani, i miei desideri, la mia volontà, il mio intelletto, le mie opere, i miei pensieri, i miei affetti, i miei sensi interni ed esterni: lava tutto, poiché tutto è contaminato; purifica tutto, poiché tutto è corrotto; guarisci tutto, poiché tutto è infermo. Cambiami con la virtù del tuo Sangue prezioso, affinché possa unirmi a te, o purità infinita, e da per tutto possa servirti, o Agnello innocentissimo! poiché Tu sei al tempo stesso mio pastore, mia guida, mio nutrimento. Infiamma il mio cuore dell'amore divino, che è il fine ultimo della tua flagellazione, il compendio e la perfezione della Legge, il centro di tutto il paradiso, e l'ultimo termine dei miei sospiri, dei miei pianti, dei miei travagli in vita e in morte. Amen.

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

IN LECCE: Una strepitosa conversione

Il primo giorno dell'anno 1890, in cui la Vergine di Pompei doveva avere la massima esaltazione dal Pontefice del Rosario, Leone XIII, perché ne rendeva il culto universale nel mondo, nella gentile e pia città di Lecce avveniva un fatto di misericordia, il cui simigliante si legge nelle prime pagine della storia del Cristianesimo. Esso fu pubblicato ne IL RosARIO E LA NUOVA POMPEI nel quaderno VI, 1890. Nella vasta chiesa del Rosario di Lecce, essendo spettatrice una folla di signore, di avvocati, di studenti e di artisti, ond'è composto il popolo di quella colta cittadinanza, si presentava all'Altare pel Sacrificio divino un sacerdote il quale, dopo trent'anni di ignobile divorzio con la sua illibata Sposa, la Chiesa di Gesù Cristo, tra le lagrime di pentimento e una confessione pubblica delle sue colpe, offriva a Dio la prima volta, dopo sì lungo intervallo, la Vittima dell'espiazione e del perdono. Quel popolo colà gremito confuse le lagrime sue con le lagrime di quel pentito, il quale, novello Saulo, da persecutore di Cristo, era divenuto, per un insigne miracolo della pietosa Regina di Pompei, un vaso di elezione. Il nome di quel sacerdote, che rendeva al mondo novella testimonianza della potenza della Madre di Dio invocata sotto il titolo del Rosario di Pompei, era noto per la sua pubblica ritrattazione e per la pubblica sua confessione. Era il Rev. Pasquale Bortone. Il fatto straordinario è scritto dal venerando pastore di quella Diocesi, dall'Eccellentissimo Monsignor Salvatore Luigi Zola, Vescovo di Lecce: il quale, per sentimento di tenero affetto che portava alla nostra Regina della Valle del Vesuvio, si riputava avventurato di poter testimoniare al mondo un insigne prodigio da cotanta Vergine largito nella sua diletta città di Lecce, onde ritornava all'ovile una sua pecorella smarrita. Era l'anno 1860 e D. Pasquale Bortone, sacerdote della città di Lecce, preso dalla novità dei tempi, e allettato da giovanili passioni, volle scuotere il giogo soave del Signore. Dimentico della eccelsa dignità a cui Iddio lo aveva sublimato, nulla curando i vincoli indissolubili che lo legavano a Cristo e alla Chiesa, volle miseramente apostatare. Ed eccolo, novello figliuol prodigio, andar ramingo di qua e di là lungi dalla casa paterna, e portando sempre seco nell'animo il crudele rimorso che dì e notte lo straziava al ricordo del tradimento fatto al suo Dio. - Invano (egli diceva nella pubblica confessione) cercavo di distrarmi in passatempi e divertimenti: invano io cercavo la pace in quanto di lusinghiero e dilettevole potesse offrirmi il nuovo mio stato: i rimorsi erano sempre lì a straziarmi l'animo, e a cacciarmi il sonno dagli occhi. È superfluo dire come, dato il primo passo, egli precipitò poi di abisso in abisso; e però il Bortone, rotta la fede a Dio giurata nella Ordinazione, aggiunse traviamenti a traviamenti. Passò trent' anni in questa vita di peccato. Una sola cosa ritenne della sua vita giovanile: in tale stato miserabilissimo non si dimenticò di Maria. Notino bene quanti leggeranno questa relazione, la misericordia della eccelsa Signora! - Io pregavo sempre la Madonna, quantunque senza fiducia: - così scrive egli stesso. Nel 1888 il Bortone si ridusse in sua patria, Lecce, ma così male andato in salute, che faceva pietà. Dal certificato medico, che venne pubblicato nel detto Periodico, si rileva che l'infelice, per errori dietetici, soffriva disturbi gravi del sistema nervoso, paralisi incompleta di senso e di moto in quasi tutta la persona, per cui aveva un tremore continuo agli arti inferiori e superiori con indebolimento considerevole di forze. Aveva altresì disturbi intellettivi, poiché credeva che tutti gli volessero del male, diffidava quasi sempre di ogni persona e di ogni cosa. Senza salute, senza la grazia di Dio che infonde la pazienza e la rassegnazione nella infermità, Pasquale Bortone si dié in braccio alla disperazione, e per ben due volte tentò perfino di suicidarsi!... In tale stato venne trovato dal medico dottor Luigi Sellitto di Lecce, il quale, chiamato per curarlo, visto lo stato dell'infelice tanto grave, francamente dichiarò che disperava la guarigione di lui. - Lo curai per circa quattro mesi con nessun buon risultato - scriveva il medico nel suo attestato. Anzi la paralisi invadendo le braccia e le mani, lo ridusse a tale, da non poter apporre la propria firma al certificato della pensione che doveva riscuotere ogni mese. Lo sciagurato per sua buona ventura era stato accolto nella famiglia di un suo nipote, avvocato del Foro leccese, Sig. Nicola Bortone. Questi, che ad una soda pietà congiunge lo zelo apostolico pei Santuario di Pompei e una tenera devozione alla SS. Vergine invocata sotto tale portentoso titolo, da più tempo si era rivolto a questo Santuario per raccomandazioni di preghiere a tutta la Confraternita, e massime alle Orfanelle della Madonna di Pompei. Giunse la solennità del Rosario del 1889, ed egli vi si apparecchiò con la Novena alla Vergine del Rosario di Pompei per ottenere la grazia nei casi più disperati. E per fare maggior violenza al Cuore della clemente nostra Regina, univa le preghiere che si facevano in sua casa con le preghiere che si facevano dalle Orfanelle in questo Santuario. L'effetto di tanta fede e di tante preghiere fu che la Beata Vergine non abbandonò mai quell'anima, tuttoché traviata. Pasquale Bortone, lacerato dai rimorsi, provò pure qualche volta di rinconduarsi con Dio con la sacramentale confessione; ma quando gli si ingiungeva di fare pubblica ritrattazione in riparazione dei pubblici scandali, rifuggiva tenacemente restio, e dava anche in escandescenze ed in furie. Egli era iscritto alla Massoneria. Così durarono le cose sino alla scorcio di Novembre 1889. Era il 29 di quel mese, in cui tutti i fedeli rivolgono il loro animo affettuoso alla Vergine Immacolata, intraprendendo la Novena di apparecchio alla sua festa degli 8 Dicembre. La famiglia dell'Avv. Bortone si fa coraggio di proporre all'infermo di incominciare tutti insieme una Novena alla prodigiosa Vergine di Pompei, perché potesse ottenere almeno un lenimento a tante corporali sofferenze, e conseguire almeno il beneficio del sonno. L'infermo acconsente; e incomincia anche egli insieme coi suoi nipoti, la Novena alla Vergine di Pompei secondo il metodo del libretto in uso in questo Santuario. Il primo triduo è compiuto. Era la notte sopra la Domenica, primo giorno di Dicembre, quando il Bortone vede in sogno, ma distinta­mente, la Beatissima Vergine tal quale si venera in Pompei, che gli dice: - Confessati e riconciliati con Dio, che sei ancora in tempo di farlo. Si desta egli con una certa impressione che sul principio gli dà a pensare; ma poi finisce col non dare altra importanza alla visione, che quella che merita un sogno, e quindi non ne parla, e non ne fa conto alcuno. La notte seguente ecco di nuova la stessa Beata Vergine che con più pressanti parole lo anima alla totale riconciliazione con Dio, e lo assicura che trionferà. - Fa' presto, - ripiglia la Madonna, - chiama il Confessore, confessati, ed avrai il trionfo. Nel giorno della mia festa ti dovrai comunicare. Si desta il Bortone tutto mutato in altro. E la benedetta Regina che suole largheggiare non solo in grazie spirituali, ma anche largisce benefizi temporali pei fine di richiamare le anime perdute al Cuore di suo Figlio, con la salute dell'anima gli ha ridonata anche quella del corpo. La paralisi è sparita di repente da quella persona estenuata e stanca. Quell'infermo, divenuto insopportabile a se stesso, tanto che era condotto sino al suicidio, si leva diletto sano!... Gli tardava di vedere la luce. Fatto appena giorno, manda per il Parroco di Santa Maria della Porta, Rev. D. Giuseppe Caprioli, con lagrime narra quanto ha fatto la Vergine per lui, chiede un foglio di carta; e quello stesso Bortone che, come consta da atto notarile, non poteva segnare né anco la propria firma, scrive con pugno fermo la sua ritrattazione e la rimette al suo Vescovo. Ecco la sua testuale dichiarazione: «Io qui sottoscritto Sacerdote Pasquale Bortone, preso dalla grazia di Dio, e per il patrocinio di Maria SS. di Pompei, mi ritratto di tutto ciò che ho potuto dire, o fare contro di Dio, della Chiesa e degli obblighi del mio stato. Prego Iddio e Maria Santissima aiutarmi sempre, onde con una buona vita possa riparare lo scandalo dato, e morire in seno della Chiesa Cattolica». «Lecce, il 3 Dicembre 1889». BORTONE PASQUALE, Sacerdote La notte dormi placidamente. Era la prima volta, dopo trent'anni di rimorsi che gustava la dolcezza del riposo di una coscienza riabilitata dalla grazia divina. Pochi giorni dopo scrisse anche di proprio pugno una relazione della grazia miracolosa avuta dalla Vergine. La conversione fu completa; e quegli che prima per rispetto umano non solo non voleva far pubblica ritrattazione, ma raccomandava al Parroco Caprioli, che quando lo visitava, non si lasciasse vedere da altri nello entrare in casa sua, pubblicata appena la ritrattazione, comprò varie copie del Periodico leccese il VESSILLO DELLA VERITÀ che la pubblicava, per mandarle in quei luoghi, dov'egli aveva dato scandalo vivendo da secolare, laddove era Sacerdote. Adempito finalmente a quanto in simili occorrenze prescrive la Chiesa, l'Ecc.mo Vescovo di Lecce, Mons. Zola, poté riabilitarlo al ministero sacerdotale. Innanzi altro lo fece ritirare per alquanti giorni per un corso di spirituali esercizi. Quindi lo ammise alla celebrazione del divino Sacrificio. Venne ordinata a ciò una giornata solenne, il Capodanno del 1890. La chiesa scelta alla tenera funzione fu quella vasta del SS. Rosario di Lecce. La novella del fatto e dell'avvenimento al tutto nuovo che andrebbe a compiersi, trasse a quel tempio innumerevole popolo non solo di artisti e di operai che formano la cittadinanza di Lecce, ma ancora l'aristocrazia e la gioventu studiosa e le più nobili celebrità del foro. Ed in quel giorno solennissimo il Sacerdote D. Pasquale Bortone, riconciliato con Dio e con la Chiesa, celebrò, dopo quasi trent'anni d'interruzione, il Santo Sacrificio. Egli nel mattino di Martedi, tre di Dicembre, nell'impeto del fervore della sua recente conversione aveva significato essere sua determinazione, a riparare il pubblico scandalo, di volersi confessare in pubblica piazza. Il prudente Vescovo approvò la disposizione di quella volontà mutata da mano onnipotente, ma invece della piazza assegnò la Chiesa. Ed il Rev. Bortone, compiuto il Sacro Mistero, volle egli stesso di propria bocca narrare al numerosissimo uditorio i prodigi di Maria del Rosario di Pompei, che lo aveva convertito e guarito, chiedendo a tutti perdono degli scandali dati. Quanti erano in chiesa non seppero trattenere le lacrime per la commozione; riconoscevano tutti in quell'uomo un portento della Misericordia di Maria. E così ne uscivano da quel tempio lodando e benedicendo la potenza di quella Signora, che oggi a pro dei peccatori ha aperto una novella fonte di grazie dal suo Trono di Pompei. Lì convertito si ritirò dal mondo, si rinchiuse nel Santuario di Lecce, ed attese a riparare con una vita veramente penitente gli scandali dati. Oggi con questo fatto meraviglioso e straordinario si apre alla mente degli uomini un lembo dell'arcana cortina che copre il mistero divino involgente il Santuario di Pompei. Oggi i disegni di Dio su questa novella Arca di Salute incominciano a manifestarsi agli uomini di buona volontà con un chiarore luminoso, che quasi non è più fede. Perché dunque di così singolare amore ha pri­vilegiato Dio i secolari e i peccatori in Pompei? Oggi, o fratelli, poi che avete letto il novissimo trionfo della Regina delle vittorie, voi stessi risponderete: - Che Iddio sceglieva nel suo tempio di Pompei secolari e peccatori per convertirli e salvarli per mezzo della Madre sua, e dopo di essi, una lunga schiera di altri peccatori sarebbe convertita in novelli schiavi fedeli alla Regina del Cielo, ed in novelli banditori delle sue inaudite misericordie. Ecco dunque rimosso un lembo del mistero: il tempio di Pompei, fatto da peccatori, è destinato da Dio alla confessione dei peccatori.

IN PALERMO: Suor Silvia Manzella è prodigiosamente liberata dalla tisi per la devozione dei Quindici Sabati

Il 3 Gennaio del 1906 fui colta da febbre accompagnata da sudori, tosse, dolori alle spalle e al petto, e che dava a presagire qualcosa di grave, specie per una costituzione così gracile, come la mia. Si volle fare analizzare lo sputo, e dall'analisi risultò che vi erano molti bacilli di Koch. Intanto la malattia faceva il suo corso, le consorelle mi esortavano a pregare la Vergine di Pompei per ottenere la guarigione. Incominciai allora i Quindici Sabati: le mie allieve pregavano anch'esse con fede vivissima e grande fervore. Si domandava una grazia straordinaria, un vero prodigio; ma ha forse limiti la misericordiosa potenza di Maria? In questo tempo la febbre andava cessando, la tosse diminuiva a poco a poco, l'espettorazione spariva del tutto. Al termine dei Quindici Sabati si mandò nuovamente l'espettorato al gabinetto chimico, e il risultato fu migliore perché vi si trovarono rarissimi bacilli. Si ricominciarono i Quindici Sabati, compiti i quali, la mia buona Superiora volle che fosse ancora per una terza volta analizzato lo sputo. Ed oh, consolante stupore! il certificato questa volta fu completamente negativo. Per maggior sicurezza si richiese anche l'esame al gabinetto dell'Ospedale; si ebbe lo stesso responso del tutto negativo. La prima Domenica di Ottobre, festa del Santissimo Rosario, completamente risanata, potei riunirmi alle consorelle e alle alunne per ringraziare, nella cappella, la benedetta Vergine del Rosario di Pompei. Ed ora non soffro più nulla; ho superato un inverno rigidissimo in perfetta salute e così rifatta da recare stupore a chi mi vede. Ne siano rese fervide, infinite grazie alla gloriosa Madre delle Misericordie e Regina delle Vittorie! Palermo, 23 Gennaio 1909. SUOR SILVIA MANZELLA Serva dei poveri (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Anno XX VII).

IN SIENA: Suor Maria Caterina Prunetti, benedettina, ottiene la guarigione per la devozione dei Quindici Sabati e la recita del S. Rosario

A maggior gloria di Dio e della celeste Regina Le invio la narrazione della portentosa guarigione ottenuta, accludendo l'attestato medico dal quale rileverà la grave malattia di cui ero affetta. Perduta ogni speranza di guarigione, abbandonata dai medici e rassegnata alla divina volontà, nella giovane età di ventotto anni, avevo fatto già il sacrificio della vita. Nondimeno incominciai i Quindici Sabati alla SS. Vergine del Rosario di Pompei. Il sei Agosto mi sentii spinta con maggiore fede a rivolgermi alla potente Regina: - Cara mamma, le dissi, S. Stanislao in occasione della gloriosa vostra Assunzione vi supplicò di venire in Paradiso a celebrare questa solennità, e fu da Voi esaudito; io non ardisco per la mia indegnità chiedervi tanto, ma, se è conforme alla vostra santa volontà e a quella di Gesù, vi chiedo la grazia della salute per poter servire alla Comunità Religiosa della quale fo parte. In quello stesso momento, io non so esprimere ciò che passò in me. Una voce celeste parlò al mio povero cuore e sentii dirmi: - Ti voglio guarire! Tu poi corrispondi alla grazia! Il miracolo era già avvenuto! I miei occhi versavano lagrime di gioia... In quello stesso giorno, potei assistere alle Ore Canoniche e prender parte alla mensa comune; dopo pochi giorni ripresi gli esercizi comuni, lasciati da ben cinque anni. In una parola, grazie alla celeste Benefattrice, sono completamente guarita. Tutte le mie consorelle non cessano di applaudire al miracolo. A me altro non resta se non di corrispondere alla grazia ricevuta. Siena - Monastero della Madonna presso il Regio N. 2, 4 Dicembre 1904. SUOR MARIA CATERINA PRUNETTI Benedettina

IN LAUREANA: Grazia all 'Avv. Francesco Carlizzi nell'ultimo dei Quindici Sabati precedenti la festa degli 8 Maggio

«Con l'animo pieno di gioia e di profonda commozione partecipo una grazia grande che la SS. Vergine di Pompei concesse alla mia figliuola Maria nel Maggio dello scorso anno 1903. La mia bambina Maria, di anni sei, da parecchio tempo era pallida, e dimagriva di giorno in giorno. Noi di famiglia, come anche il medico, non sapevamo spiegarci il suo deperimento. Un male latente vi doveva essere, ma quale?... Non riuscivamo a comprenderlo. Senonché un giorno la ragazza accusò un dolore al ginocchio sinistro, che non le permetteva di camminare. Subito la facemmo visitare dal medico, ma questi ci dette la dolorosissima, anzi straziante sorpresa: trattasi cioè di un tumore freddo d'indole maligna!... Incominciammo a prestare alla fanciulla tutte le cure possibili, ma invano!... Il gonfiore con nostro spavento andava aumentando, e la bambina nel letto non poteva più muoversi!... Allora ricorremmo alla nostra Madre SS. di Pompei!... Era la sera del Venerdì che precedeva l'ultimo dei Quindici Sabati in preparazione alla festa della Vergine di Pompei degli 8 Maggio. Perduta ogni speranza nella scienza, non vedevo brillare nell'animo mio se non il nome santissimo della Vergine di Pompei, e in uno slancio di fede, facendo l'ultima medicatura della giornata alla bambina, misi sul ginocchio ammalato un bigliettino, ove è stampata la scritta - V. R. Pompei o. p. n. - Poi rifasciai il ginocchio, e, raccomandandomi alla potente Regina per ottenere la sospirata grazia nel giorno seguente, ultimo dei suoi Sabati, esclamai con viva fede: - Voi sola, Madre mia, potete guarire la mia creatura, la mia piccola, ma infelice creatura! Esaltato dalla mia fede e da un interno presentimento di grazia, la mattina del Sabato non vedevo il momento di fare alla fanciulla la medicatura. Oh prodigio! Nello sfasciarla mi accorgo subito che il gonfiore non esisteva più. Comincio a gridare: - Miracolo! Miracolo! Accorrono tutti di famiglia, e poco dopo giunge il medico curante, il quale non trova più gonfiore, né indurimento, né alcuna traccia del male sofferto. Di fallo la bambina, che da circa due mesi giaceva in letto e non poteva poggiare il piedino per terra, si alzò e poté camminare, correre e saltare con le sorelline sue, senza accusare più alcuna sofferenza:... Laureana, 14 Agosto 1904. Avv. FRANCESCO CARLIZZI» (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Anno XXIII).

OTTAVO SABATO

TERZO MISTERO DOLOROSO: GESÙ CORONATO DI SPINE (Mt 27; Mc 15; Gv 19)

Meditazione

I. Considera, anima mia, come i carnefici, stanchi di battere il Salvatore, lo staccano dalla colonna tutto bagnato di sangue. Mira il tuo Gesù ferocemente lacerato, fatto di tutto il corpo una piaga, andare attorno a cercare le sue vesti, che i soldati per rabbia e per malizia avevano nello spogliarlo gettate qua e là. È costretto ad attraversare tutto il Pretorio e soffrire, passando, le beffe e le insolenze di quegl'indegni che aggiungevano l'insulto alla crudeltà. Egli sopporta i loro oltraggi, come aveva sopportato i loro colpi, con una dolcezza, modestia e pazienza invincibile; e, avendo infine trovato i suoi abiti, se ne rivestì. Benché fosse in uno stato da muovere a compassione i cuori più duri, non furono però inteneriti quei lupi spietati: anzi per tormentarlo di nuovo, inventarono un genere di supplizio, che era fin allora sconosciuto, e che mai più si è riprodotto anche nei martirii più barbari. Ecco l'effetto che produce il peccato nell'anima, la quale lo commette con sfrontatezza e con piacere. Un peccato commesso lascia dopo di sé il desiderio di commetterne altri. Anche quando uno è stanco nel peccato, non però ne resta sazio; e benché ne sia perduto il potere, si conserva la volontà di peccare. Una delle più grandi illusioni dei peccatori è di credere che si libereranno dalla tentazione col soddisfarla. Il commettere il peccato non fa che aumentare in noi l'inclinazione che ci porta ad esso, perché, secondo l'osservazione di San Gregorio (XXV Morai. 12), il peccato, che non è distrutto dalla penitenza, ci trascina col suo peso a un altro peccato. L'anima, che, peccando perde la grazia di Dio, perde anche la forza di resistere alle occasioni del peccato; ed il corpo è meno capace di essere frenato nelle sue passioni, da che ha gustato il piacere di seguirle. Quindi quei manigoldi giungono a perdere ogni sentimento di umanità. I Giudei avevano accusato Gesù Cristo di aver voluto farsi e dirsi re dei Giudei. Ora, battutolo e resolo infame, lo espongono, come re da burla, ai fischi del popolo. Entra tu pure, anima mia, in questo cortile del Pretorio: unisciti a Maria, che, fedele compagna dei dolori e delle ignominie di Gesù, si trova anch'ella qui in mezzo a questa plebe furibonda, e ne ode le grida e le bestemmie. Domandale la grazia di comprendere questo profondo mistero e di profittarne, e addolcisci in parte il suo dolore. Tolgono dunque a Gesù nuovamente i suoi abiti già attaccati alle piaghe recenti avute dalla flagellazione; il suo sangue comincia di nuovo a scorrere da tutte le parti. Le coprono di un lacero manto color di porpora, formano una corona tessuta di lunghe spine armate di punte dure e acutissime, e gliela pongono sul capo: e, affinché non gli cada, gliela conficcano a furia di colpi di bastone. Le spine penetrano da ogni parte, per la fronte e per le tempia, e il sangue si spande per la faccia, per il collo, per la persona; quelle spine gli cagionano dolori sì acuti, che gli avrebbero dato la morte, se la virtù divina non lo avesse sostenuto sino alla croce. Ora questi dolori durarono fin quando Egli non mori. Oh che pena! Se una spina sola si ficcasse a qualcuno nel capo, di che animo sarebbe egli mai? E certamente, come afferma Sant'Anselmo, il venerabile capo di Cristo, il più bello e il più delicato tra gli uomini, fu trafitto da mille punture. Egli veramente ci ha amato e "si e caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori" (Is 53,4).

II. Se mai hai sofferto mali violenti di capo, fermati per un momento a considerare quanto sensibile fu questa pena al tuo Salvatore tra le altre che tollerava. Il solo pensiero fa inorridire! E, ciò che avrebbe fatto compassione, ciò che non si sarebbe mai potuto vedere senza orrore nei più vili animali, non servi ad altro, che ad eccitare le risa insolenti e gl'insulti crudeli di quei barbari cuori. Gesù si lascia condurre, spogliare, coronare, come volevano, senza dire una parola, senza fare la minima resistenza, con una pazienza sovrumana; chiudendo gli occhi per l'estremo dolore, tutto offre all' Eterno Padre. Anche qui si adempie la parola del Profeta Isaia: "Ho presentato la guancia a coloro che mi strappavano la barba; e non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi" (Is 50, 6). Gesù qui non aveva gli occhi bendati come in casa di Caifa: qui vedeva gli ossequi insultanti che gli si rendevano, vedeva i colpi che gli si preparavano. Tutto soffriva in profondo silenzio, con inalterabile pazienza. "Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: «Salve, re dei Giudei!» E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo" (Mt 27, 28-30). E perché Cristo sopportava con grandissima pazienza tutte queste cose, si lasciavano trasportare a tanto furore. Oh, me superba e vile anima peccatrice, considera quanto siano enormi i tuoi peccati, espiati con tanta severa correzione e con tale castigo dell'Eterno Padre! Gesù univa le sue lacrime col suo sangue, che spargeva per te. Così espiava le delicatezze del tuo corpo, i piaceri della rea carne, il lusso dei tuoi abiti, la vanità che ne ricavi, e l'orgoglio che essi ti ispirano. Così espiava quel desiderio di dominare che si trova in tutti i cuori. Così espiava tutti i peccati che si concepiscono e si mantengono nelle nostre teste prevaricatrici, nella memoria, nella immaginazione, nello spirito. Così il tuo Salvatore amoroso espiava le cure idolatre che si prendono tante persone mondane per ornare la loro testa orgogliosa e peccatrice, vaghe di esporla al pubblico sguardo, e con esse trarsi dietro adoratori, quando non è che polvere. Ci meritava la grazia della pazienza e della mortificazione, la grazia del disprezzo del mondo, delle sue vanità e di tutta la sua gloria. Ci meritava la grazia dell'umiltà, della dolcezza e della pazienza. Anima mia, nelle tentazioni, nei progetti di fortuna, di ambizione, di vendetta, nei pensieri o nelle immaginazioni impure, pensa a Gesù coronato di spine. E quando soffri tu nel capo, pensa ai peccati che hai commesso; e, per espiarli, unisci il poco che soffri, al molto che Gesù Cristo medesimo ha sofferto per te. Oh, mio Salvatore, quanta parte ho io mai avuto a queste pene che hai sostenute nel Pretorio! Son io che ti ho messo cotesta corona di spine, che ti ho salutato per derisione, che ti ho sputato in volto, che ti ho percosso il capo, che ne ho fatto scorrere il sangue, e che ti ho cagionato sì crudeli dolori. E con quale gratitudine ti rispondo io mai?

III. “Allora Gesù uscì portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!» Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo» (Gv 19, 5-6). O mio divin Gesù, io non ti voglio più crocifiggere. Io ti adoro come mio vero Re, ti riconosco mio sovrano Signore in mezzo a tutte queste piaghe, in mezzo a questi obbrobri dei quali hai voluto essere coperto per rivestire me di gloria. Il sangue che scorre da tutto il tuo corpo, non bastava, o Salvatore mio, senza spargere ancora quello del tuo capo? La testa è la parte dove si distinguono gli uomini, dove si trovano i lineamenti della persona, dove si riuniscono tutti i sensi e gli organi della vita, dove si palesa la bellezza, dove appaiono la gioia e la malinconia, la sanità e la malattia, e tutti insieme i sentimenti dell'anima. Questa parte appunto, o Signore, è quella che hai lasciato ferire dalle spine e bagnare dal sangue. E con tali contrassegni riconoscerò te, o amabile Sposo dell'anima mia, "il più bello tra i figli dell' uomo" (Sal 44, 3). E questo è il volto per cui sospirano gli Angeli e che formava la delizia di Giuseppe e di Maria tua Madre, divenuta ora l'afflittissima tra le donne? Adoro, o Dio del mio cuore, adoro l'amore ineffabile che ti ha ridotto in questo stato, e grazie infinite ti rendo di tante misericordie. Miserabile che sono! Questo ancora non basta per farmi amare la croce, le ingiurie, gli obbrobri e tutto ciò che mi rende simile a te, o Dio dell'anima mia? Quando sopravvengono patimenti, io ne sono atterrito; quando durano, ne resto abbattuto; quando me ne vedo libero, ne godo. Quando distruggerai Tu, o mio Dio, la debolezza della mia carne con la forza del tuo amore? Tutti i miei pensieri vanno a terminare alla comodità del mio corpo, alle dolcezze di questa vita, alla vana stima che ho di me stesso, al piacere che prendo dalle lodi degli uomini. Dimentico allora quanto sono miserabile e spregevole agli occhi tuoi. Quando odierò me stesso sino a quel segno che merito? Tu sei coronato di spine, ed io fuggo tutto ciò che mi dà la minima pena! O Madre SS. di Dio, imitatrice perfetta del Salvatore, come sei oppressa dal cordoglio! Se Tuo Figlio innocente è coronato di spine, che diverrò io che sono tutto orgoglio e delicatezza? Assistimi, o Rifugio dei peccatori, a imitare i suoi esempi; ottienimi la volontà e la forza di sopportare tutte le pene con le quali piacerà a Lui di affliggermi, poiché so che io non posso essere tuo senza croce e senza spine. Angelo mio custode, e voi Angeli della pace, che vedeste il mio Salvatore così sfigurato e sanguinante, e che chiaramente vedete il prezzo delle spine del mio Signore, abbiate pietà di un'anima peccatrice e miserabile, che cerca nel luogo di esilio ciò che si trova solo nella patria, mentre, per essere coronata con voi di gloria in Cielo, è necessario che sia coronata di spine in terra! Amen.

Virtù - Pazienza. Fioretto - Sopporta, senza contraddire, i temperamenti difficili delle persone di tua famiglia, che non mancano mai, essendo questi temperamenti necessari per l'esercizio della virtù. Soffri le aridità e le noie dello spirito, le malinconie e le tentazioni e anche le infermità, senza lamentarti, e senza andare da questo o da quello per narrarle o riscuotere compassione. Sostieni anche le calunnie e gli altrui disprezzi senza adirarti, e così avrai trovato la tua pace. Giaculatoria - O Maria, vita e speranza mia, che sarebbe di me se Tu mi abbandonassi?

Preghiere prima della comunione

Anima mia, ora che stai per vedere il Sacerdote con la sacra Ostia in mano, che ti dirà: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo", ravviva la fede e pensa che vedi sotto le specie sacramentali il tuo Gesù coperto da piaghe, coronato di spine, con la veste di porpora, mostrato al popolo da Pilato, che dice: Ecce Homo: Ecco l'Uomo. Senti queste stesse parole, che a te ripete in questo momento l'Etemo Padre: Figlia, ecco l'Uomo che è il Figlio mio, a me uguale, ed ora fatto fratello tuo e simile a te, e ti ama di amore infinito. Egli è il mio Figlio prediletto; io te lo dono nello stato in cui lo miri. Che posso fare di più per te? Ricevilo, ascoltalo, amalo, e procura d'imitarlo. Io ti do in Lui i beni che posseggo, un rimedio a tutti i tuoi mali, un sollievo in tutte le tue pene, una consolazione in tutte le tue tristezze, il mediatore per tutte le domande. Che cosa ti renderò, Eterno Padre, per questa infinita carità? So che per tutti questi beni Tu non domandi che me. Chi dunque sono io, Signore, per meritare i tuoi sguardi e le tue grazie dopo tante ingratitudini? Io ti offro il tuo medesimo Figlio, questo Uomo di dolori: Ecco l'Uomo. Te l'offro con tutto il Sangue, con tutti i suoi tormenti, con tutti i suoi meriti, e mi consacro per sempre a te con Lui e in Lui. Tu, o Gesù mio, così ridotto, che dici a quest'anima miserabile, che ora è afflitta di averti oltraggiato? Io sento che mi rispondi da quest'Ostia: anima peccatrice, ecco l'Uomo. Ecco, io sono quest'Uomo che tu cerchi, mediatore tra Dio e te, Salvatore tuo, amante infinito della anima tua: dove vai tu quando mi fuggi? che cerchi quando non cerchi me? che ami quando non ami me? qual padre, qual fratello troverai come me? Ecco l'Uomo: mirami, e chiedimi ciò che brami. Dà pure alle tue brame tutta la estensione che vorrai, perché io per te son coperto di piaghe e bagnato di lacrime. Tutti questi tormenti sono per te: il mio Sangue, la mia persona, la mia vita, i miei meriti, sono tuoi. "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28). Entrate nel mio Cuore per queste piaghe, traetene i beni che vi troverete; venite a me, e io vi conforterò, vi amerò, vi colmerò di tutte le delizie dell'amor mio. Ed io, Signore, che posso risponderti? Mi prostro ai tuoi piedi, ti adoro, ti ringrazio, ti lodo, ti confesso tutte le mie miserie, e ti ripeterò cento volte: Ecco l'Uomo. Ecco quest'anima disgraziata che ti sta dinanzi, che tante volte ti ha percosso e sputato in viso. Le mie mani, o Signore, con l'operar l'iniquità ti hanno conficcato queste spine. Ma tutte le miserie non possono togliere la fiducia che ho nelle tue misericordie. Come potrò diffidar di coteste viscere di carità? Posso io mancare di speranza in te, o mio Dio, vedendo quello che soffri per me? Ecco l'Uomo, per il quale Tu ti sei fatto Uomo. Ti scongiuro per questo amore, o Dio del cuor mio, di perdonarmi le colpe passate, di cambiarmi, di trasformarmi tutto in te. Se cerchi l'umiliazione in me, ne troverai in abbondanza; se vuoi salvare i peccatori, vieni dunque in quest'anima, e salvala. Io vengo a te, Madre di misericordia, e Tu presentami al tuo Figlio, che dalle tue mani voglio ricevere, quest'oggi, affinché, il suo Cuore amareggiato abbia un conforto nel tuo amore e nel mio dolore. San Giuseppe, Padre mio, assistimi. Angeli del Signore, pregate per me.

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei).

Preghiere dopo la comunione

Ti adoro nel mio cuore, o bellezza celeste, o vero Re del cielo e della terra. Io ti amo e ti abbraccio. Non dirò con Giacobbe: Io non ti lascerò, finché non mi abbia benedetto; ma ripeterò: Io stringo il mio Sposo, e non lo lascerò mai più. Quando vedrò il tuo bel volto, o luce degli occhi miei, o mio amore, o mia gioia? Quante miserie trovi in me da distruggere, o misericordia infinita! O mio Dio e mio Re, Tu ti sei esposto così alla vista dei tuoi amici e dei tuoi nemici con le mani legate, coperto di ignominie e di piaghe e coronato di spine, solo per accendere le anime dell'amor tuo. Esegui dunque su di me i tuoi disegni, o mia Speranza e mia Vita, rapisci l'anima mia. Quanto più ella è misera e attaccata alla terra, tanto più farai risaltare in essa la forza dell'amor tuo. O Signore, questa tua corona sarà cambiata in una corona di maestà e di gloria quando verrai a giudicare il mondo. Come tremeranno allora i tuoi nemici! Che diranno allora essi? Che diranno allora quelli che ti oltraggiano tutti i giorni? Come resteranno esterrefatti! Sarebbe ancora possibile che io sia nel numero dei riprovati?... Avrò io a temere della tua presenza, e poi bestemmiarti in eterno?... Oh, no, no, mio Salvatore, mio Dio: oggi è tempo che Tu mi giudichi, non allora; in questo momento, che io ti tengo stretto nel mio cuore, unico bene, mio amore, mia vita. Ora giudicami, che ti vedo coronato di spine. Qui bruciami, dirò con Agostino; qui fammi soffrire qui non perdonarmi, affinché mi perdoni in eterno. O Gesù afflitto, disprezzato, straziato, io mi getto ai tuoi piedi, e voglio essere tutto tuo. Apri su di me gli occhi della tua misericordia. Compi ora l'opera tua, o Cuore di Gesù coronato di spine; trapassa da parte a parte questo mio cuore con le tue spine sanguinanti e ardenti di amore, trafiggilo con queste punte per accenderlo del loro fuoco; pungi il suo intimo orgoglio e respingi da esso ogni sensualità. Io ti offro l'anima mia, il mio corpo, le mie forze, il mio onore, la mia vita e tutto ciò che ho da te ricevuto! Ti offro ancora i miei peccati, le mie miserie e le mie necessità. Fa' sopra di me quello che ti domandano le piaghe onde sei coperto, poiché io sono così miserabile e così cieco, che non conosco neppure ciò che mi conviene, né ciò che debbo chiederti. Dl dunque Tu stesso, Gesù dolce, all'anima mia quanto mi ami, quel che hai fatto, e ciò che hai meritato per me. La sola cosa che io posso fare è di offrirmi a te, d'abbandonarmi in te, o mio Dio, o mio Salvatore, o mia vita! O Maria, un dì benedetta fra le dorme, ed ora la più desolata tra le madri, Tu con gli occhi tuoi mirasti il tuo Unigenito lacerato da piaghe, coronato di spine, col viso sfigurato per il sangue! Chi può misurare l'acerbità di un tale dolore? Dove ravvisi più la bellezza di quel volto, che rinfrancava l'animo tuo nei travagli della vita? Questo è quel Gesù, frutto del tuo castissimo seno, che bambino nutristi; dalle cui labbra traesti con teneri baci le dolcezze del paradiso; che palpitante sottraesti alle insidie del crudele Erode; che adulto con te divise le fatiche e i travagli dell'anima; e che ora non ha più l'aspetto d'uomo, ma dal capo ai piedi è come una piaga, come un lebbroso, ed è fatto l'abiezione della plebe. O Madre mia amareggiata per i miei peccati, io voglio aver parte al tuo gran dolore oggi facendomi compagno della tua pena, pregandoti di scolpirla nel mio cuore, unendomi con più forte amore al tuo prediletto Figlio, che ho ricevuto in questa Comunione. Offrigli insieme col tuo Cuore il mio cuore addolorato, e digli quelle parole ineffabili di amore che io non so dire. Fa' che io diventi un uomo nuovo, e sia nel numero dei tuoi veri figli e devoti. Angelo mio custode, glorioso S. Giuseppe, santo del mio nome, eccelso principe del paradiso S. Michele, santi eletti Spiriti del cielo, che adorate perpetuamente in questo altare Gesù in Sacramento, e voi tutte, anime beate del cielo, debitrici al Sangue e alle spine di Gesù della gloria che lassù godete, pietà di me. Pregate per questa miserabile anima mia, che esule dalla patria, è sprovvista di ogni bene: ottenetele il vero amor di Dio, la pazienza in tutte le pene, la perseveranza finale. Amen

(Seguono le Orazioni per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistar le Indulgenze).

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

IN NAPOLI: Nella casa delle Suore del Buon Pastore a Posillipo

È il giorno 10 Aprile del 1890, e un crudele morbo mi piglia alle gambe, sì che dopo due giorni perdei l'uso delle gambe, per modo da non potere più camminare. Quando mi sollevavano a braccia, io rimaneva tutta curva, e non sentivo più il tatto del piede. Non potevo stare nè in piedi, nè a letto. Due persone mi pigliavano sotto le braccia, ed io mi abbandonavo senza forza al loro sostegno. I medici sospettano di paralisi, e dopo molte cure esterne ed interne non riescono a capo di nulla. Il male aumenta assai, ed io mi sento morire. Non c'è più rimedio! Una sclerosi del midollo spinale mi porta inevitabilmente alla tomba. Furono fatte molte preghiere, e a vari Santi. Ci rivolgemmo a S. Giuseppe, alla nostra Madre Generale, fondatrice delle Suore del Buon Pastore, la Venerabile Pellettier, a Maria Rosa Carafa, e finalmente al Cuore Santissimo di Gesù; e nulla si ottenne. Quando la Madre Vicaria, Suor Maria di Santa Germana, mi suggerisce il pensiero di ricorrere alla Vergine del Rosario di Pompei. Con una dolce speranza mi raccomando alla Madonna, e incomincio la devozione dei Quindici Sabati del S. Rosario. E rinnovo le tre Novene alla Vergine di Pompei. Giunsi all'ottavo sabato, in cui si commemorava l'ottavo Mistero ch'è il terzo doloroso; ed era il 24 Luglio. Io ero assai più sofferente degli altri giorni. Quella sera per farmi respirare un po' di aria, mi trascinarono sulla terrazzza, e facevo pena a chi mi guardava. La buona Madre Vicaria, mossa dalla compassione, mi dice: - Io ho fiducia nella Madonna di Pompei: la Madonna di Pompei ci farà di certo la grazia, e facciamo la promessa di scrivere e pubblicare la grazia. Quella notte dormii, e nell'interruzione del sonno altri non invocavo che la Madonna di Pompei. Potenza di Maria! Svegliata appena, sento una forza nuova in me, per cui voglio gittarmi dal letto. È l'ora della preghiera: le monache vanno al coro. Sento fortemente sospingermi. Scendo da me sola diletto, comincio a vestirmi. Io era istantaneamente e miracolosamente risanata!... Compresa da una forza soprannaturale, che mi muove, mi sospinge, mi agita, esco di cella, e come fuori di me per l'allegrezza di vedermi improvvisamente e al tutto sana, mi metto a correre pel corridoio, e in pari tempo mi pongo a gridare: - La Madonna di Pompei mi ha fatto la grazia!... Io sono sana per miracolo, posso camminare e correre!... Usciva in quel momento una mia consorella, Suor Geltrude, e nel vedermi, spaventata, gittò un grido. A quel grido accorsero dal coro la Superiora e tutte le monache, circa ventitre persone, poi le sessanta ragazze che erano nell'altro coro. Tra il pianto e la contentezza io saltavo, battevo i piedi a terra, e per mostrare ch'ero veramente sana, feci subito due tratti di scala. E quindi ritornando in chiesa, tutta la comunità intonò il Te Deum tra molte lacrime e generale commozione. Dopo il Te Deum si emise a coro un grido: - Viva Maria! Viva Maria. La Superiora fece prendere un quadro della Vergine di Pompei, e lo fece esporre sull'altare in chiesa; e tutta quella giornata fu un andare e venire a visitare quell'immagine, di cui Iddio si era servito per visitare e rallegrare con la sua grazia l'umile casa delle Suore del Buon Pastore a Villanova di Posillipo. Il mio cuore a te ho consacrato, o Madonna di Pompei; Tu mi soccorri in questa vita, abbi misericordia di me. Napoli Istituto del Buon Pastore di Villanova di Posillipo, 16 Agosto 1890.
La graziata: - SUOR MADDALENA di S. Giovanni della Croce Grossi Visto per la verità del fatto SUOR MARIA DI S. GERMANA Vicaria dell'istituto del Buon Pastore Sono testimoni del fatto ottantatré persone.
Attestato del Medico. Certifico io qui sottoscritto Dottore in Medicina che Maddalena di San Giovanni Grossi, affetta da sclerosi del midollo spinale, ribelle alle cure farmaceutiche, è guarita miracolosamente, dopo cinque mesi di malattia, istantaneamente, mercè la SS. Vergine del Rosario di Pompei. Napoli, 17 Agosto 1890.
Dottor GUGLIELMO ROMANELLI
Questa grazia venne pubblicata nel periodico IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI nell'Agosto del 1891.

NONO SABATO

QUARTO MISTERO DOLOROSO: GESÙ, CONDANNATO A MORTE, PORTA SULLE SPALLE LA SUA CROCE (Mt 27; Mc 15; Lc 23; Gv 19)

Meditazione

I. Gesù condannato a morte. Considera, anima mia, come tre volte Pilato, intimidito, si studiò di liberare Gesù; e tre volte il popolo ne richiese ad alte grida la morte. "Via, Via, crocifiggilo!" (Gv 19,15). Pilato poteva far giustizia; invece, mentre dichiara Gesù innocente, libera Barabba, e, per vile rispetto umano, abbandona Gesù in balia dei suoi nemici per farlo crocifiggere. Un banditore pubblica che, per ordine dell'Imperatore, e conforme alle leggi romane, Gesù di Nazaret, per aver voluto farsi re dei Giudei, è condannato a morire in croce tra due ladri, destinati per i loro latrocini allo stesso supplizio. Anima mia, ecco il momento in cui il tuo Gesù, il tuo Dio, il tuo Creatore, il Salvatore degli uomini, venne dagli uomini condannato ad essere ucciso per le loro stesse mani su di un patibolo infame. E chi potrà ascoltare senza orrore questa crudele sentenza di morte? E tu che fai? Fin dal principio prega Maria che si degni riceverti in sua compagnia nel doloroso viaggio ch'Ella compie oggi col suo Figlio fino al Calvario. O Maria, Madre dei dolori, non ascolti Tu le grida furibonde di morte contro il tuo Figlio? Chi ti trattiene in mezzo a questa turba inumana? Come puoi resistere a tanta ferocia? Il tuo Gesù dunque, la vita della tua vita, il Re del cielo e della terra, il Creatore degli uomini, l'unica speranza dei peccatori, è condannato a morte! I nemici di lui ricevono questa sentenza con gioia, i suoi amici e discepoli ne sono costernati; ma questo Agnello innocente, malgrado la ripugnanza della natura e il dolore per si grande ingiustizia, accetta anche la morte con affettuosa. ubbidienza! Oh, le pene strazianti del tuo Cuore, o Gesù mio! Tu senti l'estrema ingratitudine di questo popolo che grida: “Non abbiamo altro Re che Cesare” (Gv 19, 15). "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli " (Mt 27,25). Popolo ingrato! Qual terribile ammaestramento è questo per te, anima mia! Quante volte tu hai rigettato sul demonio e sulla fragilità della carne il peccato che commettevi per tua libera volontà! Così i Giudei, accecati dal loro odio, riputarono poca cosa il ricaricare sé e i loro figli del Sangue del Figlio di Dio. Le grida confuse di quel popolo si univano alla voce dei tuoi peccati, che erano presenti sin d'allora all'Eterno Padre, per domandargli la morte del Salvatore, carico dei peccati del mondo. Ciò fece dire a S. Paolo, che quelli che peccano, di nuovo lo crocifiggono, perché rinnovano la causa della sua morte. Perdonami, mio Dio, perché io sono più malvagio di questo popolo. Esso non vuole vederti, perché non ti conosce: ed io, che ti credo, che ti adoro, che ti confesso per quel che sei, quante volte ho distolto gli occhi, quando a me ti sei presentato per trarmi a te? Rimedia a questo disordine, Signore, fa' che io non ti perda giammai di vista, e che Tu sia sempre l'oggetto dei miei sguardi, delle mie brame, del mio amore. Ascolta, anima peccatrice, la voce del banditore: mira l'affaccendarsi dei soldati per eseguire la ferale sentenza. In mezzo a questo tumulto osserva il silenzio, la pace, la mansuetudine e la carità di Gesù, che ode tutto, vede tutto, soffre tutto, senza lagnarsi e senza dare alcun segno d'impazienza. O Dio dell'anima mia, come posso vedere ciò che vedo, e udire ciò che odo? Tu, falso Re? Tu, amico fedele delle anime nostre, un perfido? Degno di morte Tu, autore della vita? Io sono reo di tali colpe: ed il reo vive, mentre l'innocente muore? lì Padrone perde la vita per conservarla al suo schiavo? O divino amore, o amore puro, come non mi consumi con le tue fiamme? perché non mi assoggetti interamente a te, o Cuore onnipotente che ti sacrifichi per me?

II. Gesù è caricato della Croce. Affinché Gesù Cristo fosse riconosciuto da tutti, gli strappano quel vecchio manto con violenza, rinnovando così le piaghe, e gli rimettono la sua tunica. Essendo essa senza cucitura, e non aperta davanti, bisognò toglierla dalla testa; ma non poté passare senza gran pena, perché s'intrigò con le spine; onde la corona ne fu aspramente scossa, si rinnovò il dolore delle punture, e il sangue cominciò a scorrere nuovamente. Quando fu tutto preparato, il Salvatore uscì dalla casa di Pilato in mezzo ad una doppia fila di soldati, che tenevano indietro la folla, e, nell'uscire, trovò la croce che gli era preparata. Questo era il più infame di tutti i supplizi, destinato agli schiavi, o ai colpevoli soggetti alla pubblica maledizione, sicché nessuno gli si appressava per il timore dell'infamia. Questa lunga e pesante croce dunque imporranno sulle spalle peste e lacere di Gesù! E Gesù non restò affatto sgomentato! Egli considerò sempre la croce come una sposa a sé cara, come il rifugio dei suoi amici, come la stella che doveva essere la guida dei suoi eletti tra gli scogli di questo mondo, come il trofeo della sua gloria e l'eterno monumento dell'amor suo infinito. Appena condotto il Salvatore avanti alla croce, vi fissò i suoi occhi e il suo cuore, e le disse non con le parole, ma con la sua anima: - O cara amabile croce, che io ho sospirata in tutta la mia vita! Tu sì, sei la sposa promessami, e per ottenerti ho servito trentatré anni. Tu sei la dispensatrice dei miei beni, il trofeo delle mie vittorie, la gloria e la corona dell'amor mio. Ecco il giorno in cui saremo strettamente uniti. Tu sarai lo stendardo dei miei eletti, i quali non dovranno giungere alla gloria se non per la croce. Tu la gloria dei miei servi: chi si glorierà in te, sarà onorato; chi avrà di te vergogna, cadrà nell'infamia. Oggi tu mi accoglierai tra le tue braccia, e io ti bagnerò del mio Sangue, e diverrai la Madre di tutte le nazioni. Vieni dunque, o mia fedele compagna, andiamo insieme al Calvario, dove io debbo soffrire la morte che strapperà il mio corpo dalle tue braccia, ma non ti toglierà il mio cuore. Tu sarai il terrore dell'inferno e la gioia del paradiso. Quelli che cercheranno me e vorranno seguirmi, prenderanno per guida te, e otterranno per tuo mezzo tutto ciò che da me desidereranno. Con questi sentimenti di stima e di affetto per la croce, Egli se ne lasciò caricare; l'abbracciò con tenerezza, e in tal guisa precedé noi come capo e modello dei predestinati. E poiché non v'era alcuno superiore alla sua Vergine Madre, diede a Lei il primo posto sotto questo stendardo. Ella lo seguì per le strade di Gerusalemme, secondo le vestigia del sangue che trovava per terra, com'Ella stessa rivelò a S. Brigida. E mentre Gesù portava sulle spalle questa pesante croce, Lei ne portava una nel suo cuore non meno dolorosa. Così volle insegnare a noi queste tre verità: prima, che è un favore segnalato portare la croce dietro a Gesù Cristo; seconda, quanto debba riputarsi lontano da questi due modelli di perfezione, che sono Gesù e Maria, colui che è senza croce; terza, quanto è grande l'accecamento di chi non desidera e non comprende questa fortuna. Gesù volle anch'Egli essere veduto carico della sua croce in pieno mezzogiorno, coi propri abiti in presenza di tutto un popolo, per le strade più frequentate di Gerusalemme, dalla casa di Pilato fino al Calvario, per affermare col suo esempio ciò che aveva insegnato con la dottrina, che chi non porta dopo Lui la sua croce, non è degno di essere suo discepolo.

III. Gesù porta la Croce. Considera, anima mia, il tuo Salvatore che esce dal Pretorio curvo sotto si grave peso, sfinito per il sangue sparso, sicché appena può reggersi in piedi. In tale stato cammina verso il Calvario preceduto da un araldo e da due ladri, che devono essere crocifissi con lui, attorniato dai soldati che continuamente lo maltrattano, e seguito dai Sacerdoti, dai Dottori della Legge, dai Farisei e dai principali Giudei, che lo conducono essi stessi, né lo lasciano, se non dopo averlo veduto spirare. Intanto il mansuetissimo Redentore ansante suda, perde il respiro; e tutte le sue piaghe si riaprono per gli sforzi che fa. Infine, uscito dalla città, non potendone più, soccombe sotto la croce, e cade bocconi per terra. I soldati lo caricano di percosse e gli dicono mille ingiurie per farlo rialzare; ma i Giudei, temendo che morisse prima di aver avuto il barbaro piacere di crocifiggerlo, incontrato Simone da Cirene, che veniva dalla campagna, lo costrinsero a prendere la croce di Lui, e portarla sino al Calvario. "lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, più occupato dei nostri mali che dei suoi dolori, voltandosi verso le donne disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli... Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?»" (Lc 23, 27-28 e 31). Ora Maria, attraversando una strada più breve, come medita S. Bonaventura, va cercando dove incontrarsi col Figlio che di là deve passare. Egli giunge, ma ohimé! le ferite, le lividure, il sangue annerito lo fanno apparire come un lebbroso. Tra l'amore e il timore Maria lo guarda, e, Gesù, togliendosi un grumo di sangue dagli occhi (come rivelò a S. Brigida), guardò la Madre. Sguardi di dolore che squarciarono i due Cuori più nobili, più amorosi, più santi. Figlio mio! ... disse l'amareggiata Madre, e più non disse, ché la piena del dolore era sì veemente, che, divisa a tutte le creature, asserisce S. Bernardino, le avrebbe fatte morire tutte di amarezza. E il Profeta aveva detto: "Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore" (Lam 1,12). Vorrebbe la Madre abbracciarlo; ma l'allontanano con ingiurie, e spingono innanzi l'addolorato Signore. Maria lo segue. Una delle più acerbe ferite, onde fu gravemente addolorato in questo viaggio il divin Redentore, fu, come meditano il Venerabile Taulero e San Bernardo, una piaga che ebbe alla sua spalla: perché essendovi legata la pesante trave della Croce, gli fu causa d'una grande piaga, facendone una sola di molte che ne aveva. Il dolore gli penetrava nel pietosissimo Cuore. O croce santa, consacrata dai sudori e dal sangue del mio Salvatore, anch'io ti abbraccio. Tu sarai il mio rifugio, la mia luce, la mia scienza e tutta la mia sapienza. Non mi abbandonare, non ti allontanare mai da me, benché la mia carne ti tema e ti fugga. In te si trova la salute, la vita, la vittoria sui maligni Spiriti, l'allegrezza del cuore, la perfezione delle virtù. Tu hai confermato gli Apostoli, fortificato i Martiri, sostenuto le Vergini, santificato tutti i Giusti. Tu rallegri gli Angeli, difendi la Chiesa, riempi il Cielo, e, nel tremendo giorno dell'ultimo Giudizio, tu comparirai con Gesù per la gloria dei suoi eletti e per confusione eterna dei suoi nemici. Anima mia miserabile e peccatrice, che cosa hai trovato quando hai sfuggito la croce? Qualunque sforzo tu fai per schivarla, tuo malgrado sempre l'incontri, perché vivi in luogo di esilio e in una valle di lacrime. Scansandola da una parte, cadi dall'altra in una infinità di altre pene che ti rattristano, t'inquietano, ti turbano, ti abbattono e non ti lasciano alcuna speranza. Se ti abbandoni per cercare le dolcezze del mondo, perdi la pace del cuore, la consolazione interna, la sapienza celeste: il mondo ti divide, ti angustia, ti trascina dietro a sé. Se la fuggi per seguire le inclinazioni della carne, ti trovi in una continua incostanza e in una continua agitazione. se l'abbandoni per correre dietro alle vanità, rimani vuota, affamata, sempre bramosa, nè mai contenta. Intanto i beni dei quali tu facevi gran conto, si dileguano ad ogni istante: ora perdi la sanità, ora l'onore, indi le ricchezze, infine gli amici. Ciò che desideri, mai non giunge; e, se talvolta giunge, non dura. Tu non puoi fare nessun assegnamento sulla vita: la morte è accompagnata da spaventi e da tormenti, giacché quanto ti sta dintorno ti contamina la coscienza. Ad ogni passo trovi mille disgusti; e di tante inutili cure non ti rimangono spesso che lacrime amare, un dolore senza conforto, una perdita senza risorsa. Ecco, o croce santa, il pericolo in cui mi son trovato per averti fuggita quando a me ti sei presentata, per non averti abbracciata con tutto il mio cuore. O croce santa, luce del paradiso, sicuro asilo degli afflitti, accoglimi tra le tue braccia, e fa' che per mezzo tuo io sia unito con Colui che sopra dite mi ha salvato. Amen.

Orazione a Gesù che porta la Croce

O Gesù Signore, o Salvatore mio, su questa croce Tu porti tutti i peccati del mondo; ed ecco ciò che rende il tuo carico così pesante. Mentre Tu ascendi al Calvario, i tuoi sospiri penetrano il cielo. Coi movimenti del tuo Cuore Santissimo intenerisci quello dell'Eterno Padre per i poveri peccatori e apri loro la strada alla gloria. Tu serbi un profondo silenzio; ma questo silenzio si fa sentire fin da lontano, e invita tutti gli uomini a seguirti. O mia guida, mia speranza, mia vera vita, mio Sommo Bene, dammi di stare dove sei tu con la Santa tua Madre, e dove sono tutti i fedeli tuoi amici. Conducimi con te, Signore, o trascinami dietro di te, affinché non perda mai di vista nè te, nè la tua croce. Io voglio seguirti e imitarti; e voglio piuttosto essere con te crocifisso, che gustare tutte le delizie della vita. Ma io sono fiacco e vile, o mio Dio; confesso la mia miseria. Tu sei la mia fortezza. Dove vai solo, o vita dell'anima mia? Non odi la voce di chi ti grida dietro, e non può seguirti se non da lontano? Salirai Tu al Calvario senza di me! Dammi questa croce. Ma giacché vuoi essere considerato capo dei malfattori, eccone uno del tuo seguito. Invece d'un ladro, ne salverai due con me, o mio Redentore, o mio Dio. Amen.

Virtù - Amore alla propria croce. Fioretto - Abbraccia di gran cuore la tua croce che consiste nel complesso di tutte le piccole croci inerenti al tuo stato. E se soffri qualche infermità cronica, tienila nascosta agli occhi altrui come un vero tesoro che giornalmente ti arricchisce per l'éternità. Ripeti spesso oggi la parola di Gesù Cristo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce, e mi segua» (Mt 26, 24). Giaculatoria - O Maria, per quanto peccatore io sia, sei sempre la Madre mia.

Preghiere prima della comunione

I Giudei, o mio Gesù, ti gridano morte a una voce: "Via, via, crocifiggilo!" Ma io, Signore, voglio vederti sempre e abbracciarti sempre con questa Croce, che è il letto nuziale delle tue anime privilegiate. Levalo, dunque, o Maria, da questi uomini inferociti, che non possono sopportare la sua presenza, e dallo a me: io l'accoglierò tra le mie braccia, fascerò le sue Piaghe, l’adorerò, lo servirò. Vieni a me, o mio Salvatore, amor mio: vieni a me, che ti desidero, ti cerco, e ti amo sfigurato come sei. Entra nell'anima mia, vivi in essa e fa che io muoia per te. Ma perdonami, mio Dio, perché io sono più malvagio di questo popolo. O tesoro dei beni eterni, che ti dai si liberamente a me, e desideri con tanto ardore che io ti possegga come mio bene, vieni a me: oggi, ricevendoti, ti abbraccio con la croce, voglio anche io col Cireneo sollevarti un poco, portando la tua con la mia croce. Io voglio abbandonarmi in te mettendo nelle tue mani tutto ciò che è mio. Io sono già tuo per giustizia, mi hai comprato col sangue e con la morte infame di croce; ritienimi tuo schiavo e fammi tutto tuo. Possedendo te solo, io sono ricco assai. Guai a me, se mi allontano un solo momento dalla tua croce e dall'ubbidienza che ti debbo. La mia povertà è sì grande, che non posso darti altro che me stesso, le mie miserie, le mie infedeltà, i miei peccati. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, lavami col tuo Sangue, prima di unirti a me: purificami con le tue carni immacolate, e fortificami con la tua croce. Vieni, o Signore, affinché io sia tuo per sempre. O Maria, da te voglio ricevere il tuo Figlio così piagato per i miei peccati. Tu lo incontrasti per le aspre vie del Calvario cadente sotto il peso della croce. Tu vedesti quell'apparato di dolore, i chiodi, i martelli, le funi e gli strumenti funesti della morte del Figlio; Tu devi condurmi incontro a Gesù con questa mia croce, sotto la quale son caduto più volte. Quelle ingiurie che Tu soffristi dai soldati, raffiguravano i miei peccati: impetrami da Lui che mai più vi ricada, mentre io, imitando la santa Veronica, asciugherò il suo Sangue nel mio cuore. Imprimi su questo cuore ingrato il volto del mio Dio così sfigurato per me, affinché, abbracciato alla sua croce, con la sua immagine nel mio cuore, mai più io ti abbandonerò.­. O Santa Veronica, fortunato Cireneo, e voi fedele Maddalena e pie donne, che compatiste Gesù caduto sotto la croce, e sorreggeste Maria in sì fiero cordoglio, pregate per me, prestatemi i vostri affetti, sorreggete la mia fede, confortate la mia speranza, accrescete la mia carità in Gesù Crocifisso, che si è fatto mio compagno, mio prezzo, mio cibo. Amen.

(Si dica l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei).

Preghiere dopo la comunione

Io ti adoro, o Amore infinito; ti adoro, o Cuore del mio Gesù, principio della mia vita, luce dell'anima, sorgente della mia salvezza, tesoro di tutti i beni che posseggo e che aspetto. Ora che il tuo Cuore è mio, noi siamo una cosa sola; ora posso dire col tuo Apostolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2.20). Ed ora ti dirò con S. Caterina da Siena: Signore, ti raccomando non il mio, ma il tuo Cuore. Giacché intendo che questo mio cuore sia tutto tuo, fa' in me quello scambio che operasti in questa tua serva; cambiami il cuore, e ponimi il tuo. Ma se questo è molto, rifammi almeno il cuore che ho, affinché non viva, non senta, non palpiti che per te. O Cuore infiammato di Gesù, stampa nel mio cuore la tua croce per sostegno nelle tentazioni; circondandolo delle tue spine per umiliarlo: brucialo delle tue fiamme per amarti. O fuoco che sempre ardi nel Cuore di Gesù, né mai ti consumi, quanto ammirabili sono le invenzioni della tua carità! Tu, Carità divina, hai sofferto la morte in croce, perché noi l'abbiamo chiesta, e ti saresti sottomessa ad altra sorta di supplizi, se l'avessimo desiderato. Se hai contentato sì barbari desideri, come non esaudirai me, quando ti domanderò la grazia di amarti, la grazia di servirti? Ma quale dev'essere qui la mia confusione, innanzi a te, o Signore, vedendo che ti sei abbandonato per me alla volontà ingiusta e crudele dei tuoi nemici, ed io ricuso di abbandonarmi alla tua? La tua volontà è la regola di ogni rettitudine, ed io non mi sottometto, quando mi accade qualche molestia! Che cosa puoi Tu ordinare per me, che non sia per la tua gloria e per il mio bene? I miei mali si cambiano in bene, le tentazioni e le desolazioni mi uniscono con te, la morte stessa è per me un passaggio alla vita beata; e nondimeno io mi lamento, ti fuggo, e non sono contento di questo ammirabile ordine che hai stabilito con tanta sapienza e bontà! Oh, accecamento di spirito, oh, durezza di cuore! Cambia, o mio Dio, sin da oggi queste disposizioni del mio cuore: io mi abbandono senza riserva alla tua volontà. Parla, o Signore, che il tuo servo ti ascolta. Qui abbraccio con te la mia croce; qui crocifiggimi il corpo e l’anima, il cuore e lo spirito, affinché si faccia la tua volontà e non la mia, ora e sempre, in vita e in morte, nel tempo e nella eternità. A te mi rivolgo quest’oggi o Cuore addolorato di Maria, Cuore affranto dalle angosce, straziato dalla croce di Gesù, e trafitto dalle mie iniquità. Io mi prostro ai tuoi piedi, o Madre afflittissima, e ti domando perdono se con le mie innumerevoli ricadute nei peccati sono stato causa del tuo Gesù sotto la croce e dell’aumento delle tue amarezze. Come è possibile, o Madre mia, che io viva in pace col peccato, quando questo toglie la viat a te e al tuo Figlio? Dalle tue mani ho ricevuto ora il tuo Gesù e dalle tue mani intendo ricevere tutte le croci e le amarezze della vita. E se io debbo essere crocifisso al mondo e divenire l’abiezione e l’obbrobrio del popolo, Tu, o Maria, allora sarai veramente la mia buona Madre, l’unica mia consolazione. O SS. Trinità, ti ringrazio di avermi dato Gesù Cristo con la sua croce, e ti ringrazio con questo santo Sacrificio, che ti offro insieme a tutte le Messe che si celebrano oggi nel mondo e con tutte quelle che si celebreranno sino alla fine. Angeli di Dio, santi Spiriti che circondate il trono dell’Agnello, adorate voi per me Gesù nel mio cuore. O celeste Gerusalemme, canta per me inni di lode e ringraziamento per tanti benefici a me recati dalla croce di Gesù. Anime beate, che foste in terra tribolate, abbattute sotto la croce; e voi, anime peccatrici, che ora godete in cielo la gloria della Misericordia divina, fatta a voi copiosa per virtù della croce del Salvatore, voi pregate Gesù, pregate Maria, che si degnino farmi un giorno occupare un posto tra voi in cielo. Amen

(Seguono le Orazioni per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistare le Indulgenze).

Lettura. Grazia della Vergine del Rosario di Pompei.

IN S. BENEDETTO DEL TRONTO: La guarigione di Virgilio Ascolani.

La salutare pratica dei Quindici Sabati prese radice e vigore nella città di S. Benedetto del Tronto dopo la prodigiosa guarigione del fanciullo Virgilio Ascolani, avvenuta nel giorno memorabile in cui in Valle di Pompei si faceva dal Cardinal Monaco La Valletta la solenne dedicazione di questo mondiale Santuario, cioè agli 8 di Maggio dell'anno 1891. L'attestato del fatto straordinario fu scritto e a noi mandato dall'Ill.mo e Rev.mo Parroco di San Benedetto del Tronto, D. Francesco Sciocchetti. Ill.mo Sig. Avv. Bartolo Longo, «Le Vergine del SS. Rosario, sotto il titolo di Madonna di Pompei, venerata ed amata in queste rive del ridente Adriatico, come in ogni altra parte d'Italia, sparge anche qui le sue grazie. Nei primi del Maggio del 1891 i coniugi Alessandro Notar Ascolani e Costanza Marinelli piangevano la vicina perdita del loro vispo e grazioso bambino a nome Virgilio. Colpito il fanciullo da una fiera polmonite, abbandonato pure dai medici, i quali avevano sperimentato l'assoluta impotenza ed inefficacia dei rimedi dell'arte salutare, era prossimo alla sua fine. Il padre, non reggendo alla vista degli ultimi patimenti del suo angioletto, aspettava il triste annuncio in attigua camera. La desolata madre poi, raccogliendo tutte le sue forze per vincere il più spietato dei dolori, aveva fatto preparare la bianca veste, che doveva ricoprire le innocenti spoglie nella tomba. In mezzo a tanta desolazione rimaneva una sola speranza: la potenza della Madonna di Pompei. Gli addolorati genitori, fiduciosi nell'intercessione di sì prodigiosa Madre, avevano fatto ricorso alle pubbliche e alle private preghiere, ed avevano ripetutamente telegrafato a Lei, Sig. Avvocato, perché il bambino fosse caldamente raccomandato dalle povere Orfanelle alla Regina del Rosario. L'8 Maggio 1891, giorno solenne e memorando nella Nuova Pompei, mentre in cotesto monumentale Santuario si procedeva alla solenne Consacrazione del Tempio, dedicandolo alla Regina del SS. Rosario, qui in S. Benedetto del Tronto i devoti della Vergine di Pompei erano adunati in questa chiesa di S. Giuseppe, dinanzi l'Immagine prodigiosa di cotesta Valle. Anche i parenti del piccolo infermo si univano con essi, e con le lagrime imploravano la tanto sospirata grazia. Sia mille volte benedetto il Signore! In quel momento il fanciullo incomincia a riaversi; nasce più viva la speranza, si accresce la fiducia nella potente mediazione di Maria, ed un indicibile senso di gioia inonda l'animo di tutti. Il medico appositamente richiamato, visto l'inaspettato miglioramento, non poté contenersi dall'esclamare: - Qui trattasi di un miracolo!... Difatti in pochi giorni il caro bambino, perfettamente risanato, tornò ad essere la gioia e la consolazione dei suoi genitori. S. Benedetto del Tronto, Ottobre 1891. Devotissimo Servitore Francesco parroco Sciocchetti. (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Quad. di Novembre - Dicembre 1891, pag 547 e seg.)

NELL'AMERICA DEL SUD IN RAFAELA (REP. ARGENTINA): Grazia istantanea ottenuta per la devozione dei Quindici Sabati nella festa del Rosario.

Dalla Colonia Rafaela (Repubblica Argentina), riceviamo dalla Signora Pasqualina Alfredo, in data 20 Febbraio 1899, il seguente attestato di grazia ottenuta mercè la efficacissima pratica dei Quindici Sabati del SS. Rosario. Questa grazia è meravigliosa per l'istantaneità con cui si conseguì, ed è mirabile per la semplicità con cui è stata scritta da una madre avventurata. Preg. Sig. Avv. Comm. Bartolo Longo, «Questa mia è per narrarle una singolare grazia ottenuta il giorno 2 di Ottobre 1898, prima Domenica di Ottobre, festa della grande solennità della Vergine di Pompei. Il mio bambino nato l'8 di Aprile 1897 e fatto cristiano il 22 dello stesso mese, era storpio di tutti e due i piedi. Fu chiamato un medico che lo operò, ma senza risultato. Mandai per il Dottor Gentile della Colonia Sunchales. Questi dichiarandosi impotente a curare il bambino, mi consigliò di portarlo a Buenos-Ayres, dove giunsi dopo ventiquattro ore di vapore. Andai in cerca del celebre Dottor Francesco Garcia. Costui visitò il povero figlio mio; ma anch'egli disse di non poterlo guarire, e mi mandò al grande Ospedale dei bambini. Dopo ventidue giorni di inutili prove e di cure fatte dai sei medici dell'Ospedale, dovetti ritornarmene scorata a Rafaela, col bambino sempre storpio. Il giorno 18 di Luglio 1898 vado a trovare mio fratello Clemente Marchisio, il quale aveva un libro dei Quindici Sabati. Egli mi dice: - Abbi fiducia nella Beata Vergine del Rosario di Pompei, pratica fervorosamente i Quindici Sabati col suo Santissimo Rosario, e, implorando il suo divino aiuto, vedrai che tuo figlio sanerà. Subito, avuto il libro, principiai la pia pratica dei Quindici Sabati. Giunse la prima Domenica di Ottobre, giorno della festa della Beata Vergine del Rosario. Io commemoravo il decimo Sabato, quando ecco che improvvisamente il bambino, storpio da tanto tempo, si mette a camminare. Che consolazione non fu quella per me che sono madre di otto bambini! Ma fu una grande meraviglia ancora per la gente che conosceva il mio bambino storpio. Termino il fatto nel ringraziare la Taumaturga Vergine del Rosario di Pompei per la guarigione di mio figlio. Testimoni sono il Dott. Gentile della Colonia Sunchales, Giuseppe Marchisio e Antonio Marchisio».

DECIMO SABATO

QUINTO MISTERO DOLOROSO: CROCIFISSIONE E MORTE DI GESU’ (Mt 27; Mc 15; Lc 23; Gv 19)

Meditazione

I. Gesù, amareggiato di fiele, è spogliato delle sue vesti. Gesù giunge al Calvario, detto Golgota, che vuoi dire luogo del cranio, e non gli si lascia il tempo di respirare! Con precipitazione si apparecchia tutto ciò che è necessario per crocifiggerlo, poiché si vuoi togliere quanto prima dal mondo questa vita, odiata dai suoi nemici. Anima mia, ascolta le grida, osserva con quale rabbia lo sciolgono e gli strappano di dosso la veste che era attaccata alle piaghe, e come un'altra volta gli si rinnovano tutti i dolori. Mira quel corpo tutto insanguinato, tutto squarciato. Penetra fin dentro il suo Cuore; tu lo troverai applicato alle tue miserie, o fisso in cielo per la tua riconciliazione. Per la gran fatica e per il grave peso della croce, Gesù è sfinito, e gli danno vino mescolato con la mirra e col fiele. Il Profeta aveva già annunziato questo fiele. Gesù dunque, appena giunto, comincia dall'espiare il peccato dei nostri primi Padri, che fu la disubbidienza del frutto proibito. Questa sola parte del corpo, la gola, gli era rimasta intatta, e anche in questo volle soffrire per noi. Quanto è grande oggi il numero di quelli il cui Dio è il ventre, e fanno del tempio dello Spirito Santo l'albergo del diavolo, perdendo l'anima e il corpo per soddisfare ai diletti della loro carne! Noi dobbiamo mostrare obbedienza anche con la nostra gola, principalmente quando il precetto della Chiesa unisce la nostra penitenza con quella di tutti i fedeli, con lo schivare la sensualità, e col soffrire senza lamenti i cattivi gusti delle vivande che ci si preparano. Anima mia, mettiti innanzi agli occhi il tuo Salvatore, coperto di sangue, sfigurato tanto miseramente, tutto piaghe. Col cuore affannoso, solleva gli occhi al cielo, spargendo lacrime ardenti, e si offre nuovamente vittima per noi all'Eterno Padre. “E fu esaudito per la sua pietà" (Ebr 5, 7). Di nuovo con incredibile tormento, gl'impongono sul capo la corona di spine, che gli avevano tolto. Il benedetto capo è così nuovamente afflitto, e nuovo sangue bagna la terra. Perché, anima mia, dura più che sasso, non ti prostri ai suoi piedi per bagnarli di lacrime e per ricevere la preziosa rugiada del sangue che scorre da tutte le parti? Quante grazie vi troverai! Quanti lumi, quante consolazioni! Gesù mio, Salvatore mio, Amore mio, lascia che io abbracci questi tuoi sacrosanti piedi. Voglio baciarli prima che vengano inchiodati alla croce; e voglio essere consumato del tuo amore prima che la morte ti rapisca ai miei occhi. Con queste divine tue mani, prima che siano trapassate dai chiodi, abbraccia quest'anima peccatrice, per la quale Tu soffri orribili tormenti; distruggi ogni sua malizia, stringila, povera com'è, al Cuore tuo, sicché mai più si separi da te. Io ti vedo, o Signore, spogliato di tutto, delle vesti, della compagnia dei familiari e degli amici, delle dolcezze della Madre tua, della tua reputazione, del tuo onore. Quando, Agnello di Dio, mi farai la grazia, che io mi distacchi da tutto quel che mi separa da te? Il tuo Apostolo Bartolomeo ti imitò sino a disfarsi della propria pelle; e Pietro non solo volle essere crocifisso, ma capovolto. Agostino per esercitare il perfetto distacco da ciò che era stato per lui occasione di offenderti, non ammise più alcuna donna nella sua casa, né più toccò danari per timore d'invischiarsi l'anima. Altri si sono ritirati nei deserti e nei chiostri; altri hanno dato i loro corpi ai tormenti; e chi era obbligato a vivere nel mondo, ne usava come se non ne usasse. O Amore che ti spogli di tutto, o Amore che trasformi tutto, muta questo mio cuore, fallo simile al tuo, povero e nudo di tutto, distaccato dalle creature ed unito intimamente a te. Crocifiggi con te il cuor mio, e consumami del tuo amore, o mia speranza, o mio riposo, o mia gloria. Gesù obbedisce sempre con mansuetudine e con prontezza, perché considera i suoi carnefici esecutori degli ordini dell'Eterno suo Padre, per insegnarci a conservare la sottomissione e la pace interna negli avvenimenti più spiacevoli e più penosi della vita. Quando riceviamo le violenze, le ingiustizie, i tradimenti e le altre pene, e le riteniamo come ordinate da Dio, il quale a noi le invia per dei ministri degli adorabili suoi voleri, mezzo noi ci assoggettiamo sinceramente. Ma perché la natura riguarda sempre con avversione colui che la tormenta, l'uomo crocifisso con Gesù è chiamato continuamente a sostenere una lotta dentro di sé, per impedire che il suo cuore non guardi con avversione chi l'offende e lo tormenta, e non si abbatta per tristezza. Deve allora tenersi vicino a Dio, ricevere in spirito di sottomissione e di abbandono ciò che gli accade, dilatare il suo cuore con la fede e con una fiducia certa, che è Gesù che gli manda quella pena, che egli non sarà tentato sopra le sue forze, e che quella tribolazione, u


Pubblicato 01.05.2008

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