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Spiritualità domenicana

Riflessioni sulla passione, morte, discesa agli inferi e risurrezione di Nostro Signore Gesù (dal commento al Credo di San Tommaso d'Aquino)

In questi ultimi giorni della settimana santa e nei primi di Pasqua meditiamo sulla passione, morte, discesa agli inferi di Gesù e sulla sua risurrezione e ascensione al cielo con le riflessioni che San Tommaso ha espresso nel suo commenti al Credo (la traduzione è di Pietro Lippini, o.p.)

Necessità della passione di Cristo

Che necessità c'era perché il Verbo di Dio patisse per noi?
Grande, come si può cogliere da questa doppia motivazione:
la prima, come rimedio contro i nostri peccati
e la seconda come esempio al nostro operare.

A - Come rimedio.

Perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
Orbene, il peccato ci procura cinque mali:

1 - Ci macchia.

L'uomo, infatti, quando pecca deturpa la propria anima, perché, come la virtù per l'anima è la sua bellezza, così il peccato ne è la macchia. Diceva al riguardo il profeta Baruc: "Perché, Israele, perché ti trovi in terra nemica... perché ti contamini con i cadaveri?" (Bar 3,10-11). Ma questa macchia viene tolta dalla passione di Cristo, perché egli con la sua passione preparò un bagno con cui lavare i peccatori nel suo sangue. Dice infatti l'Apocalisse che egli "ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue" (Ap 1,5). L'anima infatti viene lavata dal sangue di Cristo nel Battesimo, perché esso trae la sua virtù rigeneratrice dal sangue di Cristo. Perciò, quando qualcuno si inquina nuovamente col peccato, reca un'offesa a Cristo e il suo peccato è più grande di quello commesso dagli uomini prima della redenzione. Scrive in proposito l'Apostolo: "Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell'alleanza" (Eb 10,28-29).

2 – Ci fa offendere Dio.

Infatti, come l'uomo carnale ama la bellezza carnale, così Dio ama quella spirituale, che è la bellezza dell'anima. Pertanto, quando l'anima si macchia col peccato, offende Dio il quale, di conseguenza, prende in odio il peccatore, come dice il Libro della Sapienza: "Sono in odio a Dio l'empio e la sua empietà" (Sap 14,9).
Orbene, questo viene rimosso dalla passione di Cristo, che ha soddisfatto il Padre - cosa che l'uomo da solo non avrebbe potuto fare – per il suo peccato. La carità e l'obbedienza di Cristo furono infatti più meritevoli di quanto non fossero state grandi la colpa e la disobbedienza dell'uomo. "Quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo" (Rm 5,10).

3 - Ci indebolisce.

Difatti, dopo una prima caduta nel peccato, l'uomo si illude di potersene trattenere in seguito. Avviene invece tutto il contrario, perché dal primo peccato egli viene debilitato e reso maggiormente incline a ripeccare. Il peccato soggiogherà l'uomo più di prima e lo metterà nella condizione, per quanto dipende dalle sole sue forze, di non poter risorgere senza un intervento divino: come uno che si getta in un pozzo e non può esserne estratto che da un altro. Dal peccato del primo uomo la natura umana fu infatti indebolita e corrotta e l'uomo si ritrovò più incline a peccare e maggiormente dominato da esso. Cristo, è vero, curò questa sua infermità e debolezza, ma non totalmente; per cui, dalla passione di Cristo l'uomo è stato rinvigorito e ne è stata indebolita l'inclinazione al peccato, che in tal modo non lo domina più. Anzi, con l'aiuto della grazia di Dio, che gli viene conferita dai Sacramenti che traggono efficacia dalla passione di Cristo, può ora lottare per resistere al peccato, perché "il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui (Cristo), perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato" (Rm 6,6).

4 - Ci rende meritevoli del castigo.

La giustizia di Dio esige, infatti, che chi pecca venga punito e che la pena sia proporzionata alla colpa. Ora, siccome la colpa del peccato mortale è infinita, in quanto offesa di un bene infinito, ossia Dio, i cui precetti il peccatore disprezza, anche la pena dovuta al peccato mortale è infinita. Ma Cristo con la sua passione ci ha liberati da questa pena, sottoponendovisi al nostro posto. Come dice S. Pietro: "Egli portò i nostri peccati - cioè la pena dovuta ad essi - nel suo corpo sul legno della croce" (1 Pt 2,24). E la passione di lui fu di un valore così grande da bastare ad espiare tutti i peccati del mondo intero, anche se il loro numero fosse stato infinito. È per questo che coloro che ricevono il Battesimo vengono assolti da tutti i loro peccati e che anche il sacerdote può assolverli tutti.
Ne segue anche, che quanto più uno si conforma alla passione di Cristo, tanto maggior perdono egli ottiene e più grazia egli merita.

5 - Ci espelle dal Regno.

Coloro, infatti, che offendono il re, sono costretti ad andare in esilio.
Analogamente, per il suo peccato l'uomo viene cacciato dal paradiso: è quello che successe immediatamente ad Adamo a causa della sua colpa e, dopo, la porta del paradiso venne chiusa.
Ma Cristo con la sua passione la riaprì e richiamò nel regno gli esiliati. La porta del paradiso fu riaperta in seguito all'apertura del costato di Cristo, quando, a causa dello spargimento del suo sangue, la macchia del peccato fu lavata, Dio fu placato, la fragilità umana fu curata, la pena espiata e gli esuli furono richiamati nel regno. È per questo che al ladrone fu subito detto "oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43): parole che non erano mai state dette ad alcuno prima di allora: non ad Adamo, non ad Abramo, non a Davide. Solo oggi, dopo cioè che ne fu riaperta la porta, la domanda di perdono del ladrone venne accolta "avendo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù" (Eb 10,19).

Risulta, dunque, da quanto si è detto, l'utilità della passione di Cristo come rimedio.

B - Come esempio.

Ma non è minore l'utilità che ci viene dal suo esempio. Come dice, infatti, il beato Agostino, la passione di Cristo è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Chiunque voglia, infatti, vivere perfettamente non ha altro da fare che disprezzare ciò che Cristo ha disprezzato e desiderare ciò che Cristo ha desiderato. Nessun esempio di virtù è infatti esente dalla croce.
Infatti:
- Cerchi un esempio di carità? Eccolo. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Così ha fatto Cristo sulla croce. Se perciò egli ha dato la sua vita per noi, non ci dovrebbe essere pesante sopportare qualsiasi male per lui. Infatti: "che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?" (Sal 116,12).

2- Cerchi un esempio di pazienza? Ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza, infatti, si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Orbene, Cristo sulla croce sopportò grandi sofferenze: "Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio" (Lam 1,12). E le sopportò con pazienza, perché "oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta" (1 Pt 2,23); ed "era come agnello condotto ai macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori" (Is 53,7). Inoltre poteva evitare tali sofferenze ma non volle. Nel Getsèmani disse infatti a Pietro: "Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di Angeli?" (Mt 26, 53). La pazienza di Cristo sulla croce fu quindi grande, per cui "corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia"(Eb 12,1-2).

3 - Cerchi un esempio di umiltà? Guarda il crocifisso: è Dio che ha voluto essere giudicato sotto Ponzio Pilato e subire la morte "con giudizi da empio" (Gb 36,17), come fosse veramente un empio, perché dissero di lui: "condanniamolo a una morte infame" (Sap 2,20). Il padrone volle morire per il servo e lui, che è la vita degli Angeli, per l'uomo, "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2, 8).

4 - Cerchi un esempio di obbedienza? Segui colui che si è fatto obbediente al Padre fino alla morte: "Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5,19).

5 - Cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene? Segui colui che è il Re dei re e il Signore dei signori, nel quale si trovano "tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3), che tuttavia sulla croce compare nudo, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, e in fine abbeverato con fiele ed aceto. Non legare dunque il tuo cuore alle vesti e alle ricchezze, perché i soldati "si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte" (Sal 22,19); non agli onori, perché io, "sono stato oggetto di insulti e di flagelli"; non alle dignità, perché "sul mio capo, intrecciandola, posero una corona di spine"; non ai piaceri, perché "quando avevo sete mi hanno dato aceto" (Sal 69,2).
In un suo commento al passo della Lettera agli Ebrei: "Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia" (Eb 12,2), S. Agostino dice che "l'uomo Cristo Gesù disprezzò tutti i beni terreni per dimostrare che si devono disprezzare".
Preghiamo il Signore.

Discese agli inferi

Come abbiamo detto, la morte di Cristo avvenne per la separazione della sua anima dal corpo, come avviene per tutti gli altri uomini. Ma la divinità era così inscindibilmente unita all'uomo Cristo, che, nonostante la avvenuta separazione dell'anima dal corpo, essa rimase sempre presente sia all'anima che al corpo, sicché il Figlio di Dio, mentre col suo corpo era nel sepolcro, con la sua anima discese all'inferno. Ecco perché i santi Apostoli dissero: "Discese agli inferi".

Per quali motivi discese agli inferi

Vi sono quattro ragioni per spiegare perché Cristo scese con la sua anima agli inferi.

1- Per sottomettersi interamente alla pena del peccato e così espiarne tutta la colpa

Infatti, la pena dovuta al peccato non consisteva solamente nel dover subire la morte del corpo, ma anche una sofferenza dell'anima perché anch'essa aveva concorso al peccato. Perciò dopo la morte, prima della venuta di Cristo, discendeva all'inferno. Anche Cristo, per sottomettersi totalmente alla pena dovuta ai peccatori, volle così non soltanto morire ma anche discendere con la sua anima all'inferno. Il salmo può perciò dire di lui: "Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai privo di forza" (Sal 88,5). Cristo però discese agli inferi in maniera diversa da come vi erano discesi gli antichi padri. Essi vi erano discesi per necessità e vi erano stati condotti e trattenuti contro la loro volontà. Cristo invece con autorità e liberamente. Perciò si dice di lui: "Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai privo di forza" (Sal 88,8). Gli altri, quindi, vi erano come schiavi, mentre Cristo come uomo libero.

2 - Per aiutare in modo perfetto tutti i buoni, suoi amici

Cristo aveva infatti amici non solo nel mondo, ma anche agli inferi. Si è infatti suoi amici in proporzione alla carità. Ma negli inferi c'erano molti che erano morti nella carità e con la fede nel futuro Messia, come Abramo, Isacco, Giacobbe e Davide e molti altri uomini giusti e perfetti. E poiché Cristo aveva visitato i suoi che erano nel mondo e aveva loro portato aiuto con la sua morte, volle far visita anche ai suoi che si trovavano agli inferi e aiutarli con la sua visita: "Penetrerò in tutte le profondità della terra, visiterò tutti coloro che dormono e illuminerò tutti coloro che sperano nel Signore" (Sir 24,45, Volgata).

3 - Per trionfare totalmente sul diavolo

Uno infatti trionfa totalmente su un altro, quando non solo lo vince sul campo, ma gli occupa anche la sede del regno e la casa. Orbene, Cristo aveva trionfato del diavolo e lo aveva vinto sulla croce, come affermò lo stesso Gesù quando disse: "Ora è il giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo - cioè il diavolo - sarà gettato fuori" (Gv 12,31), cioè dal mondo. Perciò, per trionfare di lui in maniera totale, Gesù volle togliergli la sede del suo trono e legarlo nella sua casa che è l'inferno. Scendendovi distrusse tutti suoi beni, lo legò e gli strappò la sua preda, come dice l'Apostolo: "Avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo" (Col 2,15). Inoltre, avendo in precedenza già ricevuto il potere sul cielo e sulla terra, Cristo volle in tal modo prendere possesso anche dell'inferno, affinché - come afferma l'Apostolo - "nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2,10) e i suoi discepoli nel suo nome scacciassero i demoni (cf. Mc 16,17).

4 - Per liberare i santi che si trovavano agli inferi

Cristo, infatti, come volle sottostare alla morte per liberare da essa i viventi, così volle discendere agli inferi per liberare coloro che vi si trovavano. Scriveva in proposito il profeta Zaccaria: "Quanto a te, per il sangue dell'alleanza con te, io estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz'acqua" (Zac 9,11) e Osea profetizzò: "O morte, sarò la tua morte; o inferno, sarò il tuo morso" (Os 13,14). Infatti, sebbene Cristo abbia sconfitto totalmente la morte, non distrusse completamente l'inferno ma soltanto lo corrose, perché non liberò tutti dall'inferno ma solo quelli che erano senza peccato mortale: cioè quelli che erano personalmente senza peccato originale, in quanto ne erano stati mondati dalla circoncisione, ed erano senza peccato attuale, e che vi erano trattenuti in forza del peccato di Adamo dal quale, quanto alla natura, non potevano venire liberati che da Cristo. Vi lasciò invece coloro che erano in peccato mortale. Per questo è detto: "O inferno, sarò il tuo morso".
Ora è perciò chiaro che Cristo discese agli inferi e perché.

Insegnamenti che ne derivano

Da quanto si è detto si possono ricavare per la nostra istruzione quattro insegnamenti.

1- Ricavarne una ferma speranza.

Per quanto grande sia l'afflizione in cui si trova l'uomo, egli non deve disperare né diffidare dell'aiuto di Dio. Non c'è infatti uno stato più penoso di quello di trovarsi all'inferno. Se dunque Cristo liberò quelli che vi si trovavano, chiunque altro che sia amico di Dio deve avere grande fiducia di essere da lui liberato qualunque sia la tribolazione che lo affligge, perché (la Sapienza) "non abbandonò il giusto venduto ... scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene" (Sap 10,13-14). E poiché Dio aiuta in modo speciale i suoi servi, colui che serve Dio deve sentirsi molto sicuro. Dice infatti il Siracide: "Lo spirito di coloro che temono il Signore vivrà, perché la loro speranza è posta in colui che li salva" (Sir 34,14).

2 - Concepire il timore di Dio e bandire la presunzione.

Sebbene abbia patito per i peccatori e sia sceso agli inferi, Cristo non ha però liberati tutti, ma - come si è detto - solamente quelli che erano senza peccato. Vi lasciò invece quelli che erano morti in peccato mortale. Perciò, nessuno che muoia in peccato mortale può sperare nel perdono, ma rimarrà all'inferno per tutto il tempo che i santi rimarranno in paradiso, cioè in eterno, come si legge in Matteo: "Se ne andranno questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,46).

3 - Essere vigilanti.

Cristo infatti, scese agli inferi per la nostra salvezza. Analogamente, anche noi dobbiamo essere solleciti a scendervi frequentemente per meditare sulle pene che vi si soffrono, come faceva il santo Ezechia che scrisse: "io dicevo: a metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi" (Is 38,10). Infatti, chi mentre vive scende frequentemente col pensiero all'inferno, facilmente non vi scenderà dopo la morte, perché tale meditazione lo ritrarrà dal peccato. È infatti una constatazione, che gli uomini di questo mondo si guardano dal commettere cattive azioni per timore della pena temporale. E ancora di più staranno attenti a non peccare per non incorrere nella pena dell'inferno, che è ben maggiore sia per la durata che per l'intensità: "in tutte le tue opere - diceva il Siracide - ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato" (Sir 7,40).

4 - Crescere nella carità.

Cristo scese infatti agli inferi per liberarvi i suoi. Analogamente, anche noi dobbiamo scendervi per portare aiuto ai nostri cari che per sé non possono fare nulla. Dobbiamo perciò aiutare le anime che sono in purgatorio. Si mostrerebbe infatti estremamente crudele chi non aiutasse un suo amico rinchiuso in un carcere; ma sarebbe ancor più crudele chi non aiutasse un suo amico che si trova in purgatorio, poiché non c'è alcun paragone tra le pene del purgatorio e quelle di questo mondo. "Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici - diceva Giobbe - perché la mano di Dio mi ha percosso!" (Gb 19,21) e il Libro dei Maccabei diceva al riguardo: "è santo e salutare il pensiero di pregare per i defunti affinché siano liberati dai loro peccati" (2 Mac 12,46). Le anime dei defunti possiamo poi aiutarle - come dice Agostino - principalmente in tre modi: con le Messe, con le elemosine e la preghiera. E Gregorio ne aggiunge un quarto, cioè il digiuno. Né ci si deve poi meravigliare se per provare la possibilità di aiutare le anime del purgatorio abbiamo fatto ricorso al paragone che anche in questo modo l'amico può soddisfare per l'amico.
Preghiamo.

Il terzo giorno risuscitò da morte

È necessario che gli uomini conoscano due cose: la gloria di Dio e la pena dell'inferno, perché essi, allettati dalla gloria e spaventati dalla pena, possano star lontani dal peccato ed evitarlo. Ma sono cose queste molto difficili da conoscere. Per cui, della gloria si dice: "A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo?” (Sap 9,16). Ed è questa un'impresa difficile per chi è terreno, perché, come dice Giovanni (Gv 3,31): "Chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra"; non è cosa invece difficile per chi è spirituale, perché "chi viene dal cielo è al di sopra di tutti". Per questo il Signore è disceso dal cielo e si è incarnato: per insegnarci le cose celesti.
Era anche difficile venire a conoscere le pene dell'inferno. Il Libro della Sapienza pone sulla bocca degli stolti queste parole: “Non si è trovato alcuno che sia tornato dagli inferi" (Sap 2,1). Ma ora non si può più dire così, perché Cristo, com'è disceso dal cielo per insegnarci le cose celesti, così è risorto dai morti per insegnarci le cose degli inferi. È perciò necessario che noi crediamo non solo che egli si è fatto uomo ed è morto, ma anche che risuscitò dal morti. Perciò nel Simbolo viene detto: "il terzo giorno risuscitò dai morti".

Caratteristiche della sua risurrezione

Sappiamo che molti sono risuscitati dai morti, come Lazzaro, il figlio della vedova e la figlia dell'archisinagogo. Ma la risurrezione di Cristo differisce da quella di costoro e degli altri per quattro motivi.

1 - Quanto alla causa.

Gli altri risuscitati non risorsero per virtù propria ma, o per quella di Cristo o per le preghiere di qualche santo. Cristo, invece, risuscitò per virtù propria, perché egli non era soltanto uomo ma anche Dio, e la divinità non fu mai separata né dalla sua anima né dal suo corpo. Perciò, quando egli volle, il suo corpo riassunse l'anima e l'anima il corpo. Lo affermò lui stesso: "Io ho il potere di offrirla (la mia vita) e il potere di riprenderla di nuovo" (Gv 10,18). E, pur avendo subita la morte, questa non avvenne per infermità o per necessità, ma per propria volontà, spontaneamente: il che risulta anche dal fatto che egli, nel momento di emettere lo spirito gridò ad alta voce: cosa che non possono fare gli altri che muoiono a causa della loro infermità. Fu questo il motivo che fece dire al centurione: "Davvero costui era Figlio di Dio" (Mt 27,54). Pertanto, come per virtù propria depose l'anima, così per virtù propria la riprese, per cui giustamente si dice che egli "risuscitò" e non che "è stato risuscitato", come se ciò fosse avvenuto per intervento altrui. Egli può dire di sé quanto dice il salmista: "Io mi corico e mi addormento, mi sveglio (perché il Signore mi sostiene)" (Sal 3,6). Né questo è in contraddizione con quanto si legge negli Atti: "Questo Gesù Dio l'ha risuscitato" (At 2,32), perché il Padre lo risuscitò e il Figlio risuscitò se stesso, essendo unica la potenza del Padre e del Figlio.

2 - Quanto alla nuova vita del risorto.

Cristo risuscitò a una vita gloriosa e incorruttibile. Lo afferma l'Apostolo quando dice: "Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre" (Rm 6,4), mentre gli altri tornano alla medesima vita di prima, come sappiamo di Lazzaro e degli altri risorti.

3 - Quanto ai frutti che ne derivarono.

Tutti gli altri risorgono in virtù della risurrezione di Cristo. Infatti, dice il Vangelo che, alla risurrezione di lui, "molti corpi di santi morti risuscitarono" (Mt 27,52) e S. Paolo afferma che "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti" (1 Cor 15,20). Non sfugga, però, che Cristo giunse alla gloria attraverso la passione, come egli stesso dichiarò ai suoi discepoli: "Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,26).
Così ci insegnò come anche noi potessimo giungere alla gloria, perché - come afferma S. Paolo - "è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio" (At 14,22).

4 - Quanto al tempo.

La risurrezione degli altri viene, infatti, differita alla fine del mondo, a meno ché ad alcuni non sia stata anticipata per privilegio, come alla Beata Vergine e, come piamente si crede, al beato Giovanni Evangelista. Cristo, invece, risuscitò al terzo giorno. La ragione è che la nascita, la morte e la risurrezione di lui erano ordinate alla nostra salvezza, e pertanto egli volle risorgere appena la nostra salvezza fu compiuta. Ma se fosse risorto subito dopo la morte, non si sarebbe creduto che egli fosse veramente morto; e se l'avesse differita di molto tempo, i suoi discepoli non avrebbero perseverato nella fede e di conseguenza la sua passione non sarebbe stata di alcuna utilità, come dice il salmo: "Quale vantaggio dalla mia morte, dalla mia discesa nella tomba?" (Sal 30,10). Risuscitò perciò il terzo giorno affinché fosse creduto morto e i suoi discepoli non perdessero la fede.

Quattro insegnamenti da ricavarne

Da quanto si è detto della risurrezione di Cristo possiamo ricavare a nostra erudizione quattro insegnamenti.

1 - Dobbiamo impegnarci per risorgere spiritualmente dalla morte dell'anima, in cui incorre l'uomo col peccato, alla vita di grazia che si riacquista mediante la penitenza. Dice infatti l'Apostolo: "Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef 5,14). È questa quella prima risurrezione cui allude l'Apocalisse quando dice: "Beati e santi coloro che prendono parte alla prima risurrezione" (Ap 20,6).

2 - Non dobbiamo differire questa nostra risurrezione al momento della morte, ma dobbiamo attuarla subito, perché Cristo è risorto al terzo giorno. A tanto ci invita anche il Siracide: "Non aspettare a convertirti al Signore, e non rimandare di giorno in giorno" (Sir 5,8). Come potresti, infatti, pensare alla salvezza dell'anima quando sarai oppresso dalla malattia? Inoltre, perché perseverando nel peccato, vorresti privarti della partecipazione di tanti beni che si fanno nella Chiesa e incorrere in tanti mali? Il diavolo, inoltre, - come dice Beda quanto più a lungo possiede un'anima, tanto più difficilmente la lascia.

3 - Dobbiamo risorgere a una vita incorruttibile, per non morire di nuovo, cioè col proposito di non peccare più, come Cristo che "risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,9). Perciò, "Anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti" (Rm 6,11-13).

4 - Sforziamoci di risorgere a una vita nuova e gloriosa, tale cioè da evitare tutte quelle cose che prima ci erano state occasione e causa di morte e di peccato. "Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,4), e questa vita nuova è una vita di grazia che rinnova l'anima e porta alla vita di gloria.
Alla quale dobbiamo tutti aspirare.

È salito al cielo, siede alla destra del Padre

Dopo che alla risurrezione di Cristo, dobbiamo credere anche alla sua ascensione al cielo, perché Cristo vi salì quaranta giorni dopo. Perciò si dice nel Simbolo "Salì al cielo". Ma sulla sua ascensione vogliamo fare tre considerazioni: che fu un fatto eccezionale, ragionevole e utile.

1 - Fu un fatto eccezionale.

Fu veramente un fatto eccezionale questo suo salire nei cieli. E ciò per tre motivi. Innanzitutto perché egli salì al di sopra dei cieli materiali, essendo salito - come afferma l'Apostolo - "al di sopra di tutti i cieli" (Ef 4,10) e fu il primo a compiere una tale ascensione, perché prima di lui un corpo terrestre era rimasto sempre sulla terra, tanto è vero che lo stesso Adamo era vissuto in un paradiso terrestre.
Ma egli salì anche al di sopra dei cieli di natura spirituale, perché come scrive S. Paolo agli Efesini - il Padre "lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi" (Ef 1,20-22). Egli inoltre salì fino al trono di Dio Padre, come profetizzò Daniele: "Ecco apparire, sulle nubi dei cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al Vegliardo e fu presentato a lui" (Dan 7,13); e Marco conferma, che: "Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio" (Mc 16,19). Quando però si dice che egli sedette alla destra del Padre, non dobbiamo intenderlo in senso materiale ma soltanto metaforico, perché questo è un modo umano di esprimersi. Egli come Dio siede alla destra del Padre nel senso che è partecipe dei beni più eccellenti di lui. Questo lo aveva preteso il diavolo, quando, ai dire di Isaia, aveva pensato: "Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all'Altissimo" (Is 14,13-14). Ma a tali altezze non pervenne che il Cristo, del quale il Simbolo dice appunto, che "salì al cielo, siede alla destra del Padre" e il salmo dice: "Oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra" (Sal 110,1).

2 - Fu un fatto ragionevole.

Lo dimostriamo con tre motivi, il primo dei quali è che il cielo era dovuto a Cristo in forza della sua natura. È infatti conforme a natura che ogni cosa ritorni là da dove ha tratto origine. Orbene, l'origine di Cristo è da Dio, il quale è sopra ogni cosa, ed era perciò giusto che egli salisse sopra tutte le cose. Lo dice Gesù stesso: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre" (Gv 16,28) e "nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo" (Gv 3,13). È vero che anche i santi salirono e salgono al cielo, ma in maniera diversa da quella di Cristo; perché, mentre egli vi salì per virtù propria, i santi vi salgono perché attratti da lui: "Attirami dietro a te" (Ct 1,4). E si può anche dire che nessuno è salito al cielo tranne Cristo, perché i santi non vi salgono se non in quanto sono membra di lui, che è il capo della Chiesa (cf. Mt 24,28).
Ma il cielo era dovuto a Cristo anche per la sua vittoria. Egli era infatti stato mandato nel mondo per combattere contro il diavolo, e lo aveva sconfitto. Perciò si meritò di venire esaltato sopra tutte le cose. Ne dà conferma l'Apocalisse: "Io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono" (Ap 3,21).
Infine, il cielo gli era dovuto per la sua umiltà. Non c'è infatti umiltà più grande di quella di Cristo, il quale, essendo Dio, volle diventare uomo, ed essendo il Signore, volle - come dice S. Paolo - assumere la condizione di servo... "facendosi obbediente fino alla morte" (Fil 2,8) e discese fino agli inferi. Meritò perciò, di venire esaltato fino al trono di Dio, dato che "chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11). E giustamente, quindi, l'Apostolo dice di lui: "Colui che discese è lo stesso che anche ascese ai di sopra di tutti i cieli" (Ef 4,10).

3 - Fu un avvenimento utile.

Lo fu per tre motivi, il primo dei quali è quello di essere guida per noi. Salì infatti al cielo, per guidarvici noi, alla stessa maniera che risorse per far risorgere noi. Non ne conoscevamo infatti la strada e Cristo ce la mostrò accessibile: "Chi ha aperto la breccia li precederà... e marcerà il loro re innanzi a loro" (Mi 2,13), assicurandoci in pari tempo della possibilità di possedere il regno celeste, perché egli disse: "Vado a prepararvi un posto" (Gv 14,2).
Rafforzò poi, questa nostra speranza il fatto che egli vi salì per esservi nostro intercessore, perché così, come dice l'Apostolo, egli “può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore" (Eb 7,25). E Giovanni aggiunge: "Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo" (1 Gv 2,1).
Fu utile infine, per attrarre a sé i nostri cuori, dato che "dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,21) e indurci a disprezzare le cose temporali: "Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra" (Col 3,1-2).


Pubblicato 18.03.2008

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