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Spiritualità domenicana

Dagli atti del processo di canonizzazione
(Breve ristretto della vita... cavato da' processi... dal P.G.D. Lioni, Roma 1665, pp. 63-65, 123-125, 174, 179-182)
Santa Rosa, vera discepola del Santo Padre Domenico

Rosa di S. Maria da ogni cosa prendeva occasione di lodare il Creatore. Ogni suo pensiero era vivificato dalla preghiera e in questo santo esercizio desiderava di essere imitata da molti: non tralasciava quindi nessun mezzo per attirarvi gli altri. Si era dunque procurata abbondanza di libri spirituali che trattano della preghiera, e sopra tutti stimava quelli del Padre Granata, che non solo leggeva ma che voleva fossero letti dagli altri. Suggeriva ai confessori e ai predicatori di fare ogni sforzo per attrarre ad amare l'orazione i loro penitenti e uditori. Non si può esprimere a parole l'affetto che nutriva per la devozione del Rosario. Le pareva che, come in essa si associano l'orazione mentale e vocale, così ogni cristiano dovesse impegnarsi a predicarlo sempre con la voce e mantenerla scolpita nel cuore.
A queste dolcezze che le faceva gustare l'amore divino, causavano un contrapposto odioso le amarezze che sentiva nel vedere il suo Dio così spesso e così gravemente offeso dalla perversità degli uomini. Ogni volta che, con inutili ragionamenti e con vani racconti, si profanava la santità della Chiesa, si sentiva tanto infiammare dallo zelo dell'onore divino, che non poteva trattenere la sua lingua dalle correzioni. E sebbene la dolcezza del suo temperamento le mitigasse in modo da farle sembrare suppliche più che riprensioni, tuttavia non perdevano nulla della loro efficacia. Tutti si stupivano nel vederla tanto ardente nell'opporsi alle offese, anche leggere, di Dio; mentre si mostrava mite nel sopportare pazientemente le proprie, benché gravissime.
L'amore a Gesù nel sacramento dell'eucaristia assorbiva la massima parte della sua vita. Nei giorni in cui il Sacramento veniva esposto all'adorazione solenne, se ne stava immobile pregando per molte ore.
Riflettendo spesso sulla miserabile rovina di molte anime, che nelle regioni vastissime del Nuovo Mondo rimanevano ancora soggette all'idolatria, si sentiva consumare di zelo e di compassione. E come se avesse creduto di poter atterrare le barriere di quelle altissime montagne oppure volare a distruggere l'idolatria, non sapeva allontanare il pensiero dalle miserie di quegli infelici. Avrebbe voluto trasformare se stessa in pietre e calce per murare la porta aperta dell'inferno.
In ogni occasione di parlare ai religiosi, particolarmente ai Frati Predicatori, li esortava con le espressioni più vive del cuore a consacrare il loro studio alla conversione delle anime. Le dispiaceva assai vederli troppo occupati negli studi puramente speculativi della teologia scolastica; ed avrebbe voluto che tanti sudori, tante veglie, tante fatiche, che si sopportano per istruire l'intelletto nella conoscenza di cose, talora poco giovevoli alla salute dell'anima, si impiegassero nella cura tanto necessaria di accendere la volontà nell'amor di Dio.
Si doleva che la condizione del suo sesso non le permettesse di applicarsi, come avrebbe desiderato più di ogni altra cosa, nel ministero apostolico di predicare il Vangelo agli infedeli.
E non solo, per animare a questa gloriosa impresa un suo confessore, si offri di cedergli la metà del frutto che sperava dalle sue opere sante, per essere anche lei messa a parte del grande guadagno che egli avrebbe fatto nella conquista delle anime; ma aveva pensato con progetto più nobile, se la morte non glielo impediva, di adottare qualche orfanello abbandonato e, in parte con i guadagni delle sue fatiche, in parte con le elemosine di persone devote, allevarlo e nutrirlo, finché istruito nella pietà e nelle lettere, potesse ricevere gli Ordini sacri e impegnarsi totalmente nella conversione degli infedeli.


Pubblicato 22.08.2007

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