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Spiritualità domenicana

L'Ordine dei Frati Predicatori del P. M.V. Bernadot o.p.

Crediamo fare cosa graditi agli “amici domenicani” presentare a puntate l’opera di M. V. Bernadot L’Ordine dei Frati Predicatori, pubblicata in italiano dalle edizioni “IL ROSARIO”, Firenze, nel 1958.
La versione che presentiamo non è più quella del P. G. Nivoli o.p., ma è stata ampiamente ritoccata.

Premettiamo uno schizzo biografico del padre Bernadot, curato da p. Giorgio Carbone o.p., pubblicato congiuntamente a una recente traduzione italiana di un’altra opera del p. Bernadot: “Dall’Eucaristia alla Trinità” (ESD, Bologna 2004), che raccomandiamo a tutti coloro che desiderano trarre giovamento dalla Comunione sacramentale.

Presentazione del p. Bernadot

Marie Vincent Bernadot è sicuramente molto noto in Francia, ma è quasi sconosciuto in Italia. Perciò mi sembra utile presentare brevemente prima la sua personalità e poi questo suo piccolo libro che esercitò un influenza decisiva nella vita cristiana di molti francesi.

Chi è Marie Vincent Bernadot

Marie Vincent Bernadot nacque il 14 giugno 1883 nella diocesi di Montauban, una città a 50 Km a nord di Tolosa. Dopo essere diventato sacerdote, nel 1906, e vicario della sua diocesi, nel 1912 a ventinove anni chiese di entrare nell’Ordine dei Frati Predicatori attratto soprattutto dalla vita contemplativa. Entrò nel noviziato di san Domenico di Fiesole e poi proseguì i suoi studi teologici a Roma presso l’”Angelicum”. Ritornato nella sua provincia religiosa, cioè la Provincia Tolosana, fu assegnato al convento di SaintMaximin in Provenza, di cui fu più volte priore. Durante questi suoi primi anni di vita domenicana pubblicò, grazie all’aiuto finanziario di alcuni laici domenicani, due dei suoi più famosi libri: Dall’Eucaristia alla Trinità e L’Ordine dei Frati Predicatori.

La “Vie Spirituelle”

Il successo notevole di questi due libri e la triste constatazione della rapida diffusione delle dottrine materialiste e anticristiane spinsero Bernadot a impegnarsi in un’impresa molto più ampia e durevole, la pubblicazione della rivista La Vie Spirituelle, originariamente mensile. Il suo primo numero comparve il 10 ottobre 1919; nell’editoriale Bernadot delineava con precisione il suo programma: “Nel momento in cui il mondo, sconvolto da spaventose sventure, si impegna a restaurare immani rovine e ognuno proclama la pressante necessità di un’azione vigorosa, è forse arrivata l’ora di volgersi ai misteri più alti e più intimi della fede e predicare la vita interiore? Noi abbiamo pensato di sì. [...] Se la nostra generazione è profondamente attratta dalle dottrine materialiste che la degradano nel disprezzo dei suoi interessi spirituali, è più che necessario ricordare costantemente il nostro fine soprannaturale e i mezzi per raggiungerlo”. Bernadot vuole condurre i suoi lettori ad abbandonare la conoscenza superficiale della fede cristiana per elevarli alla conoscenza, più approfondita possibile, precisa e pratica, di Dio e dei misteri che la sua grazia santificante compie in noi: “Quanti pochi cristiani e anche quante poche persone pie si nutrono di ciò che è la vera vita, del senso profondo dei misteri dell’Incarnazione, della Redenzione, dell’Eucaristia, dell’inabitazione della Santissima Trinità in noi! Una conoscenza seria di Dio è necessaria per il progresso spirituale. Nessuna pietà profonda per chi conosce i misteri divini solo in modo superficiale senza penetrare le formule di fede. Quanto più un’anima si decide a servire Dio, tanto più deve impegnarsi a conoscerlo”.
Con questa sua rivista Bernadot darà vita a una corrente di spiritualità incentrata soprattutto sulla realtà della grazia santificante e ricondotta alle sue più autentiche fonti, cioè la Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa e i testi dei grandi mistici: san Tommaso d’Aquino, Taulero, Susone, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila.
Il nostro frate domenicano riuscì brillantemente in questa grande impresa grazie alla preziosa e costante collaborazione di molti confratelli, tra cui il francese Garrigou Lagrange e lo spagnolo Arintero.

La “Vie Intellectuelle”

Un evento decisivo nella vita di padre Bernadot, quasi una seconda conversione, fu la condanna dell’Action francaise, un movimento positivista fondato da Maurras che aveva largo seguito presso i cattolici francesi. Lo stesso Bernadot non aveva mai nascosto le sue simpatie per l’Action française. Tuttavia, dopo che il Papa Pio XI condannò severamente questo movimento il 29 dicembre 1926, egli apri gli occhi e ne scopri gli aspetti anticristiani. Subito si mise all’opera e insieme a due suoi confratelli, Lajeunie e Doncoeur, a Maritain, Lallement e Macquart, pubblicò Perché Roma ha parlato, un libro in cui veniva documentato perché le idee dell’Action francaise erano inconciliabili con la fede cattolica.
A partire da questo momento Bernadot ideò il progetto di una nuova rivista, La Vie Intellectuelle, che prolungasse nel tempo le idee di quello scritto e che diffondesse in Francia l’insegnamento del sommo Pontefice.
Fin dal 1927 il Maestro dell’Ordine, Garcia de Paredes, incoraggiò Bernadot a inaugurare questa seconda rivista scrivendogli che: “Bisogna esporre i punti della dottrina cattolica che illuminano queste questioni (quelle che la vita moderna pone in modo così aspro) e così risolvere alla luce della Verità sempre viva poiché è il Verbo di Dio i grandi problemi della vita individuale, familiare, sociale, politica, letteraria e artistica, nella soluzione dei quali generalmente si mette più passione che logica”. Jacques Maritain diede un contributo insostituibile alla fondazione di questa rivista: trovò i primi collaboratori, ideò le rubriche, scrisse molti articoli e soprattutto ne guidò la linea editoriale nei primi anni.
I preparativi per il lancio de "La Vie Intellectuelle" si svolsero tra il 1927 e il 10 ottobre 1928, data in cui apparve il primo numero. Furono mesi molto entusiasmanti e ricchi di idee, ma, come in ogni impresa voluta da Dio, non mancarono le croci, le amarezze e i contrasti. Il Papa Pio XI e il nunzio a Parigi, Mons. Maglione, futuro cardinale segretario di Stato, applaudirono il progetto. Il Maestro dell’Ordine, Paredes, in un primo tempo incoraggiò Bernadot, mentre successivamente sembra che non sia riuscito a garantirgli la libertà di inaugurare e dirigere la rivista nel suo Convento di SaintMaximin. Probabilmente in quei mesi nacquero delle profonde divergenze su questa progettata rivista, per cui il Papa in persona trasferì Bernadot dalla Provincia Domenicana di Tolosa, che corrisponde alla Francia meridionale, a quella di Parigi.
Finalmente la rivista vide la luce, iniziò a guadagnare un numero crescente di lettori e soprattutto a realizzare con tenacia i suoi propositi: far conoscere il magistero pontificio, giudicare alla sua luce gli eventi, criticare alla luce del Vangelo sia il capitalismo liberale che il comunismo marxista, reintrodurre la morale nella vita politica, promuovere un’azione dei cattolici che non si lasciasse corrompere da una preferenza politica e educare a una pietà non individualista, ma fortemente ecclesiale.

Le “Edizioni Cerf”

Molte tra le persone che collaborarono strettamente con padre Bernadot ammiravano in lui non solo il profondo spirito di preghiera e lo slancio apostolico, ma anche la sua tenacia, la sua perseveranza, per non parlare della sua natura sognatrice, della sua caparbietà e della sua audacia, che, se anche a uno sguardo puramente umano potevano sembrare manifestazioni di incoscienza un po’ infantile, si rivelano, invece, con il passare del tempo delle straordinarie qualità messe a servizio di Dio e della sua Chiesa.
Infatti, all’inizio del 1927 chi avrebbe mai immaginato che dopo neanche due anni il padre Bernadot avrebbe fondato addirittura una casa editrice destinata a diventare la più grande casa editrice tra quelle cattoliche a livello mondiale?
L’11 ottobre 1929, a Juvisy, nella periferia di Parigi, nacque la casa editrice Cerf che nei suoi primi dodici anni di vita fu diretta e animata da padre Bernadot e che può vantare dei grandi meriti nella promozione della cultura cristiana anche al di fuori dell’area francofona.

Gli ultimi anni della sua vita

“Pio XI è appena deceduto. I ricordi riaffiorano nella mia memoria. Egli ha avuto un’influenza decisiva nella mia vita almeno negli ultimi dieci anni”: ecco quanto padre Bernadot scriveva nel suo diario all’indomani del 10 febbraio 1939. Tutte le grandi imprese editoriali di Bernadot, infatti, furono permeate e orientate dal grande pensiero di questo Papa. Già nel 1930 Pio XI nel corso di un’udienza privata invitò padre Bernadot a fondare un settimanale, raccomandando anche “di fare degli articoli incisivi e corti, che colpiscono per la loro brevità e chiarezza, perché – diceva il Papa – nel nostro secolo l’attenzione si stanca presto”.
Questo settimanale prenderà il nome di Sept e vedrà la luce soltanto nel marzo del 1934. I suoi obiettivi saranno gli stessi de La Vie Intellectuelle ma trattati in modo più giornalistico e rivolti a un pubblico più vasto.
Fin dai suoi inizi, Sept entrò nel vivo delle questioni politiche e sociali più accese suscitando numerosi dibattiti e polemiche, come quando prese posizione sulla guerra d’Etiopia e sulla guerra civile spagnola.
Improvvisamente, ii 27 agosto 1937, Pio XI ordinò di sospendere la pubblicazione di questo settimanale. Ancora oggi gli storici discutono sulle ragioni precise di questa scelta del Papa. Tuttavia, padre Bernadot e 1’“équipe” di Sept obbedirono con fedele umiltà.
Nonostante questa prova e la sua malattia, padre Bernadot continuò a servire appassionatamente la Chiesa e il Papa attraverso il suo apostolato diffondendo ancora una volta le verità più feconde della fede mediante un piccolo libro che ebbe subito un enorme diffusione, La Madonna nella mia vita, e poi con la nuova rivista La Vie Chrétienne avec Notre Dame.
Intanto la sua malattia si aggravava: scoppiata la guerra, Bernadot si ritirò a LabastideLéveque, un piccolo villaggio nella sua regione natale. Consacrò le sue ultime forze all’evangelizzazione di quella zona, deciso a non rifiutare alcuna occasione pur di predicare il Vangelo di Cristo e rendere servizio a tutti con grande generosità, anche nei compiti più semplici, come fare catechismo, sostituire per alcuni giorni un parroco assente, celebrare un battesimo.
La paralisi lo colpì progressivamente, facendogli perdere l’uso della parola e l’espressività del volto. Soltanto la sua intelligenza rimase lucida fino alla fine e con il suo sguardo luminoso poté continuare a manifestare la sua ardente comunione con la Trinità che aveva vissuto e predicato durante tutta la sua vita. Mori il 25 giugno 1941.
“Fu un grande spirituale e un grande uomo di azione, nonostante la malattia che lo consumava rendendolo talvolta febbricitante o suscettibile; aveva gli occhi puntati verso il cielo e, cosa rara nell’Ordine di san Domenico, i piedi per terra, con una specie di buon senso appassionato che lo rendeva invincibile”.

Dall’Eucaristia alla Trinità

Dall’Eucaristia alla Trinità è stato il primo libro scritto da padre Bernadot nel 1917. In esso possiamo ritrovare sintetizzate tutte le idee che saranno successivamente sviluppate dalla rivista La Vie Spirituelle. Con grande realismo e precisione teologica Bernadot propone a tutti i cristiani, anche ai laici che vivono immersi nelle occupazioni più assorbenti del mondo, la contemplazione, che è la più autentica vita della Chiesa.
Allora, come oggi, il materialismo e il paganesimo erano dilaganti sotto varie forme. Perciò Bernadot avverte l’urgenza di predicare attraverso i suoi scritti i misteri più alti della fede cristiana, cioè la grazia santificante, le missioni divine nell’anima umana, la presenza della Trinità in noi, l’unione e la trasformazione che l’Eucaristia produce in noi. Egli mostra come tutte queste verità non sono astratte, ma anzi, quando sono comprese nella loro stupefacente bellezza, sono in grado di orientare e trasformare la nostra vita. Sono, perciò, verità altamente pratiche che ci rendono capaci di “ricapitolare tutte le cose in Cristo” (Ef 1, 10).
Molti, a quel tempo, ritenevano che la contemplazione, l’unione con Dio, e gli altri aspetti della vita mistica fossero riservati esclusivamente ai religiosi e ai sacerdoti. Bernadot, invece, insiste nell’introdurre tutti i cristiani, nessuno escluso, alla contemplazione e alle verità della vita mistica. Anzi insegna che solo la vita mistica costituisce l’essenza della vita cristiana.
Possiamo segnalare anche un altro grande merito di questo piccolo libro: ci fa uscire dal pericolo di vivere l’Eucaristia in modo intimistico o individualistico. Innanzitutto perché insegna che grazie all’Eucaristia entriamo in una comunione sempre più stretta con Cristo stesso, e quindi con il suo Corpo mistico che è la Chiesa. E in secondo luogo, perché l’Eucaristia non è solo un incontro personale con Gesù Cristo, Risorto, Sposo, Salvatore e Signore, ma dev’essere considerata in un contesto molto più vasto, anzi infinito e grandioso, perché è l’incontro con tutta la Santissima Trinità.
Bernadot parla sempre dell’Eucaristia e della comunione eucaristica, e con ciò sembra riferirsi solo al rito della comunione, cioè all’ultimo momento della Liturgia eucaristica. Non c’è alcun riferimento alla Liturgia della Parola, la quale insieme alla Liturgia eucaristica costituisce un solo atto di culto reso a Dio. Come anche manca qualche riferimento agli altri due momenti della Liturgia eucaristica, cioè il rito dell’offertorio in cui vengono preparati il pane e il vino, e la preghiera eucaristica in cui il pane e il vino sono consacrati o santificati.
La riforma liturgica e la Costituzione sulla divina Liturgia del Concilio Vaticano II hanno rivalutato l’importanza della presenza di Dio mediante la Liturgia della Parola e hanno messo in evidenza che tutta la celebrazione è eucaristica, cioè è tutta pervasa dall’atteggiamento del rendere grazie a Dio per i suoi doni innumerevoli, ma soprattutto per il mistero della salvezza in Cristo che si rende presente nella stessa celebrazione. Tutti i momenti della celebrazione sono altrettanto importanti perché in ognuno di essi il fedele è chiamato a vivere la propria partecipazione attiva alla Messa. Infatti, “la Chiesa ha una sollecitudine speciale perché i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente, siano istruiti sulla Parola di Dio, si nutrano alla mensa del Corpo del Signore, rendano grazie a Dio, offrendo l’ostia immacolata, non solo per le mani del sacerdote, ma insieme con lui imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno siano perfezionati, per mezzo di Cristo Mediatore, nell’unità con Dio e tra di loro, cosicché Dio sia finalmente tutto in tutti”.
Tuttavia, nonostante che padre Bernadot abbia concentrato la sua attenzione sull’ultimo momento della Liturgia eucaristica, il suo messaggio non ha perso la sua attualità. Esso può essere facilmente applicato all’Eucaristia, considerata in tutti i suoi momenti, e ci educa a partecipare in modo attivo e pieno alla sua celebrazione per trovare in essa la fonte autentica e inesauribile della nostra vita spirituale e di ogni nostro impegno apostolico.
Inoltre, il pensiero di Bernadot ha il grande merito di sottolineare come il fine ultimo dell’Eucaristia sia quello di introdurre ogni credente in quel grande ed eterno movimento di lode e glorificazione di cui Cristo è Capo e Sommo Sacerdote.
E infine, chi mai in così poche pagine è stato capace di introdurci al mistero di Cristo in noi, del Cristo totale costituito da Gesù e dalla sua Chiesa, con una tale sicurezza dottrinale e con un tale slancio di gioia?

Padre Giorgio Carbone o.p, Bologna, 22 luglio 2004

p. M.V. Bernadot o.p.
L'ORDINE DEI FRATI PREDICATORI

Capitolo preliminare

Le origini domenicane
Prime origini


Le prime origini dell’Ordine dei Predicatori risalgono all’anno 1203.
Durante l’estate di quell’anno, Alfonso IX re di Castiglia mandò Diego d’Azevedo, Vescovo d’Osma, come ambasciatore presso il Signore della Marca (Danimarca) per chiedere la mano di sua figlia per il proprio figlio Ferdinando.
Diego prese per compagno di viaggio il Priore del suo Capitolo riformato, Domenico di Guzman, al quale era stretto da una forte e santa amicizia.
Appena varcati i Pirenei, i due viaggiatori si trovarono in pieno paese d’eresia, poiché l’eresia albigese infestava allora il mezzogiorno della Francia. A Tolosa Domenico s’accorse che l’ospite che li riceveva era un sostenitore della dottrina eretica.
Subito, come racconta il B. Giordano di Sassonia, si destò nella sua anima apostolica il desiderio di ricondurre sul retto sentiero quel povero traviato. E non fu cosa facile, poiché per una notte intera Domenico dovette discutere, confutare, esporre. Ma se l’eretico era profondamente radicato nel suo errore, il Priore d’Osma era un santo, ed è difficile cosa resistere ai santi.
Quando spuntò l’alba, l’eretico aveva ceduto all’incanto irresistibile dell’uomo di Dio e, sconfessando il suo errore, professava la fede cattolica.
Domenico di Guzman aveva allora circa trentatrè anni ed era figlio d’una famiglia spagnola molto illustre. Ma era più nobile ancora per le virtù che praticava fin dalla più tenera infanzia, in particolare per una raggiante purezza e per un vivo amore allo studio. Possedeva una chiara intelligenza e una volontà forte.
Egli era una di quelle anime nelle quali i più ricchi doni di natura, fecondati da un’alta santità, sono eccezionale strumento dei più rari disegni della Provvidenza.
Dio volle ben presto ricompensare lo zelo del suo servitore con una luce che gli fece conoscere il suo futuro, e gli mostrò l’opera per la quale egli l’aveva scelto. Infatti, come assicura Bernardo Guy, “fin da quel momento, il beato Domenico nutrì nel suo cuore il progetto di dedicarsi alla salute degli infedeli e di fondare un Ordine di predicatori per evangelizzare i popoli”.
Da quel momento tutta la vita di S. Domenico fu occupata da questo gran disegno: la fondazione dell’Ordine dei Predicatori.
Quando, nel 1205, al ritorno da un secondo viaggio e dopo un soggiorno nella Città eterna, i due pii viaggiatori ritornarono nel mezzogiorno della Francia, s’incontrarono alle porte di Montpellier coi Legati del Papa, Arnaldo Amalrico, abate di Citeaux, e i monaci Pietro e Raoul. Da parecchi anni i missionari pontifici si sforzavano di ricondurre alla Chiesa queste belle province meridionali divenute, nel centro della Cristianità, un focolare permanente di torbidi e di disordini. Ma senza risultato. I più perseveranti sforzi dei Legati fallirono davanti alla tenacia degli eretici e davanti all’indifferenza e qualche volta alla complicità del clero. L’Abate di Citeaux lo confessava tristemente: “Ogni volta che noi vogliamo esortare gli eretici, questi ci rinfacciano la vita colpevole degli ecclesiastici. Essi ci dicono: Correggeteli! Altrimenti non venite a predicarci».
Il B. Giordano aggiunge che i Legati, per stanchezza e per disgusto, volevano rinunziare alla missione che il Papa aveva loro affidato.
L’arrivo del Vescovo d’Osma e di S. Domenico cambiò faccia alle cose.
I Legati chiesero il loro consiglio sul proseguimento della missione. E il Vescovo rispose esprimendo non solo il proprio pensiero, ma anche il sentimento intimo del suo amico Domenico: “Fratelli miei, non così bisogna procedere, additando l’accompagnamento magnifico dei prelati, il lusso dei loro vestiti e delle loro cavalcature. Voi non ricondurrete alla fede, con discorsi, uomini che s’appoggiano su esempi. Gli eretici, per guadagnare i semplici, si coprono delle apparenze della santità, della povertà e della penitenza evangelica. Lo spettacolo della vostra vita del tutto opposta alle esigenze evangeliche non edificherà per nulla, anzi distruggerà assai. Nessuno si arrenderà. Cavate un chiodo con un altro: mettete in fuga una santità di apparenza con le pratiche d’una sincera religione”.
“Quali consigli dunque ci date voi, ottimo Padre?”, dissero i Legati.
- “Fate come faccio io”, riprende il santo Vescovo. Subito lo Spirito di Dio lo invade, chiama il suo seguito e rimanda in Spagna la sua gente, i suoi equipaggi e i suoi bagagli.
Tiene con sé alcuni chierici, tra i quali Domenico, che egli amava d’una speciale predilezione, e dichiara che intende rimanere nel territorio per predicare la fede.
Diego e Domenico cominciarono subito all’evangelizzazione degli eretici, accompagnandola con la pratica d’una perfetta rinuncia e vita evangelica.
Il grande progetto di S. Domenico cominciava a prender corpo. Ma l’attuazione completa procedeva con estrema lentezza e in mezzo a difficoltà che avrebbero scoraggiato una volontà meno temprata della sua.
Alcuni mesi dopo, il Vescovo rientrò nella Spagna e morì, lasciando al suo amico la direzione della santa Predicazione.
Colui che fu d’allora in poi chiamato Fra Domenico si dedicò per dieci anni, dal 1206 al 1216, alla conversione degli eretici. E non risparmiò alcun sacrificio.
Consacrando il giorno alla predicazione e la notte alla preghiera, ricorrendo alle più aspre penitenze, per fecondare la sua parola di fuoco, egli non cessò di percorrere, umile, povero e a piedi nudi, le regioni del mezzogiorno.
Per meglio illuminare popolazioni ingannate da ministri scaltri e colti, organizzò conferenze coi capi albigesi e disputò vittoriosamente contro di essi a Servian, Béziers, Carcassonne, Pamiers, Verfeil, Montréal, Fanjeaux e in altre città in cui spesso s’univano i miracoli ad appoggiar la forza della sua parola.
Apparentemente i risultati non risposero al suo zelo e alla sua eroica virtù. Dovette sopportare molti oltraggi e minacce, e la sua vita fu molte volte in pericolo. Del resto la Crociata, resa necessaria dagli eccessi eretici e scatenata dal 1208 al 1215, era ben lungi dal favorire il suo ministero dì pace. I cuori, esacerbati dalla dure repressione dei crociati, diventavano ancora più ribelli.
In mezzo a quest’ingrata fatica, S. Domenico non perdeva di vista il grande progetto formato nel 1203. Da quando entrò nella Linguadoca fino alla sua morte (1203-1221), non ebbe che un pensiero: la fondazione d’un Ordine di Predicatori. Tutti i suoi passi, i suoi viaggi, i suoi sforzi sono guidati da questo fine, voluto e ricercato con una chiarezza d’intelligenza e con una perseveranza di volontà, che fecero scrivere a storici del nostro tempo che il Fondatore dei Predicatori fu un gran politico. Egli era soprattutto un Santo appassionato di amor di Dio e delle anime e questo amore, aiutato dalle rare qualità naturali, lo rese capace di concepire e di realizzare un gran disegno.
Fin dai primi giorni il suo scopo fu ben definito: fondare un Ordine di Predicatori, il cui apostolato si esercitasse con l’esempio della vita e della rinunzia evangelica e con la predicazione della dottrina.
Nel corso dei suoi lunghi viaggi e del suo laborioso apostolato in un paese eretico, egli si era reso conto dei gravi pericoli che minacciavano allora la società cristiana e che il clero era incapace di scongiurare. Per venir in soccorso alla fede minacciata, egli volle fondare un Ordine di apostoli.
Era un progetto del tutto nuovo nella Chiesa.
Fino allora i chierici regolari e i monaci si erano raggruppati attorno ad una chiesa particolare, di cui erano i ministri ordinari, e sotto l’autorità immediata del Vescovo o dell’Abate conducevano vita comune nella pratica della rinunzia perfetta.
S. Domenico, per primo, formò il progetto di un Ordine extragerarchico, e cioè di una società di religiosi che, abbracciando pienamente la vita di penitenza e di contemplazione istituita dagli Apostoli, si consacrasse all’apostolato sotto la diretta giurisdizione del Romano Pontefice.
Essi non sarebbero stati né i chierici di un determinato Vescovo né i monaci di un determinato Abate, ma i missionari e i teologi del Papa. Essi avrebbero fatto udire la sua voce dovunque egli avesse giudicato utile affidar loro la difesa della verità.
Avrebbero formato un Ordine essenzialmente apostolico, l’Ordine della predicazione universale, immediatamente soggetto al Sommo Pontefice e da lui inviato in tutto il mondo per istruire i fedeli, convertire gli eretici, difendere la fede nelle nazioni cristiane e portarla ai popoli non ancora evangelizzati.

Fondazione e approvazione

È cosa notevole che un progetto così nuovo nella Chiesa sia stato concepito subito con una tale limpidezza di vedute che non ci sia stato bisogno di ritocchi in seguito.
Nel medesimo periodo di tempo si formarono nella Chiesa altre società religiose che con l’andar del tempo presero una parentela spiccata con l’Ordine dei Predicatori. Ma nelle loro origini furono tutte fraternite laiche che, per mescolarsi utilmente al movimento ecclesiastico, dovettero evolversi più o meno verso la forma clericale immediatamente adottata dal Padre dei Predicatori.
Degli Ordini religiosi fondati in quella medesima epoca, solo quello di S. Domenico fu sin dal suo nascere costituito con gli elementi necessari all’esercizio dell’apostolato, così come lo esigevano i bisogni della società cristiana.
Ciò dipese senza dubbio dal genio organizzatore di S. Domenico, ma anche, è impossibile dubitarne, dalla stretta unione colla Chiesa romana, con la quale il Fondatore si tenne in stretta relazione fin dai primi anni. Per il periodo di sedici anni, dal 1205 al 1221, durante i quali S. Domenico maturò ed eseguì il suo disegno, egli fece per ben sei volte il viaggio a Roma per tenere informati i due grandi Papi che occupavano allora la Sede di Pietro.
Fino a qual punto Innocenzo III e Onorio III contribuirono a precisare il progetto del Priore d’Osma? Qual è la loro parte personale nell’ispirazione della sua opera?
In assenza di documenti espliciti, è impossibile verificarlo.
Ma noi sappiamo, per esempio, che quando il Concilio del Laterano, vietando di fondare nuove congregazioni religiose, parve condannar a morte la fondazione domenicana, fu il Papa stesso che consigliò S. Domenico di mettere i suoi progetti in armonia coi decreti del Concilio ponendosi al sicuro sotto la Regola di Sant’Agostino.
In ogni caso il Papato approvò gli sforzi di S. Domenico con una decisione e con un calore così poco abituale alle lentezza e al riserbo romano, che è evidente ch’esso conosceva a fondo l’opera nuova e gli dava piena fiducia.
Infatti Innocenzo III, fin dal 17 novembre 1206, con lettere ai suoi Legati in Linguadoca, costituisce Domenico e i suoi compagni Predicatori apostolici. Si trattava di un metodo di vita del tutto nuovo nella Chiesa.
Il gruppo dei missionari era dei più umili; Erano poco numerosi: pauci, scrive il B. Giordano di Sassonia. E ben presto S. Domenico rimase anche pressochè solo.
A forza di perseveranza e solamente dopo nove anni, egli pervenne a raccogliere un piccolo numero di discepoli, una dozzina circa, che egli radunò a Tolosa, fondando così il primo convento, il 25 aprile 1215
Sembra che la Chiesa non attendesse che questa fondazione, per raccomandar pubblicamente la nuova milizia.
Alcune settimane dopo, in luglio, il Vescovo Folco approva canonicamente, per la sua diocesi di Tolosa, l’Ordine appena nato con lettere che ci fanno vedere come il carattere dell’Ordine fosse già formato: “Noi istituiamo Fra Domenico e i suoi compagni come Predicatori, per estirpare l’eresia, lottare contro il vizio, insegnare la regola della Fede, diffondere i buoni costumi. Essi hanno deciso di vivere nella povertà evangelica e di andare a piedi ad annunziare la parola di Dio”.
Nell’agosto 1216, al ritorno da Roma, e per consiglio d’Innocenzo III, Domenico riunisce a Prouille i suoi frati (erano allora sedici), e d’accordo con loro adotta la Regola di Sant’Agostino, cui aggiunge delle “Costituzioni più strette riguardo al cibo, ai digiuni, ai letti e ai vestiti”, il cui fondo era improntato ai costumi dei Canonici Premostratensi, che erano allora il ramo più diffuso dell’Ordine canonicale.
“Le nostre Costituzioni scrive il B. Umberto furono estratte dalle Costituzioni Premostratensi. E questa scelta è giusta, perchè i Premostratensi riformarono e perfezionarono la Regola di Sant’Agostino, come i Cistercensi quella di S. Benedetto. In questa religione essi tengono il primo posto per l’austerità della loro vita, per la bellezza delle osservanze, per il prudente governo d’una moltitudine di religiosi mediante capitoli generali e visite canoniche.
Da ciò viene che il beato Domenico e i primi Frati, non avendo potuto ottenere dal Papa la regola nuova e austera che il loro fervore desiderava, scelsero la Regola di Sant’Agostino e molto giustamente presero dalle Costituzioni di quelli ch’erano i primi nell’Ordine canonicale ciò che essi vi trovarono di austero, di bello e di prudente, che poteva convenire al loro scopo: quod arduum, quod decorum, quod discretum.
Non contenti di questo, i Predicatori aggiunsero altre osservanze e nei loro capitoli annuali non cessano d’aggiungerne, perchè essi desiderano tenere il primo posto tra coloro che seguono la regola di Sant’Agostino tanto per l’insegnamento e per la predicazione quanto per la santità di vita”.
Dopo il convegno, il Fondatore riprese la via di Roma, per ricevere, questa volta, il 22 dicembre 1216, la bolla pontificia che approvava solennemente l’Ordine dei Predicatori: “Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai suoi cari figli Domenico, priore di S. Romano di Tolosa e suoi frati presenti e futuri che fanno professione di vita regolare... Noi acconsentiamo con gioia alle vostre giuste domande, e col presente privilegio Noi riceviamo sotto la protezione del beato apostolo Pietro e sotto la nostra, la Chiesa di S. Romano di Tolosa, nella quale vi siete consacrati al servizio divino. Noi stabiliamo che l’Ordine canonicale fondato in codesta chiesa secondo Dio e la Regola di Sant’Agostino vi sia perpetuamente e inviolabilmente mantenuto...”.
Un mese dopo, il 21 gennaio 1217, una bolla molto entusiastica venne a recare a S. Domenico e ai suoi Frati un nuovo incoraggiamento e a dar loro il titolo che li distinguerà nella Chiesa: “Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai suoi cari figli, Predicatori nel paese di Tolosa”.
S. Domenico rientra in Francia e il 15 agosto 1217 riunisce una seconda volta i Frati a Prouille. L’adunanza si apre nella gioia: “il dolcissimo Padre, come i suoi amavano chiamarlo, era ritornato recando le benedizioni del Padre comune dei fedeli, l’Ordine era fondato, approvato, caldamente raccomandato a tutti i Vescovi in comunione colla Chiesa romana.

La dispersione

Ma l’adunanza terminò come nessuno aveva previsto.
Dopo aver di nuovo ricevuta la professione dei Frati, il beato Domenico si mise ad espor loro i grandi progetti che aveva concepiti per l’estensione dell’Ordine. Poi facendo sue le parole del Salvatore: “Andate disse loro nel mondo intero a predicare il Vangelo ad ogni creatura! Voi ancora non siete che un piccolo gregge, ma ecco ch’io ho già formato nel mio cuore il disegno di disperdervi. Voi non abiterete più a lungo insieme in questa casa”.
E annunzia che sta per disperderli nel mondo.
Erano sedici!
Attorno al Fondatore, tutti furono concordi ad accusarlo d’imprudenza. Nessuno comprese l’arditezza del suo disegno. I suoi migliori amici, il vescovo Folco, Simone di Monfort, gli mettevano sott’occhio il pericolo che si correva a disperdere un’opera che cominciava appena: dividerla era un rovinarla.
Ma “il beato Domenico racconta Giordano di Sassonia era fermo nei suoi disegni, e raramente gli accadeva di ritornar sopra una parola che aveva detto dopo averci maturamente riflettuto dinanzi a Dio». In quel momento agiva sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio, che gli faceva gettare sopra l’avvenire uno sguardo profetico:
“Miei Signori e Fratelli, rispose egli a Folco e a Simone non vi mettete in opposizione con me. Io so quello che faccio. Quando si conserva il grano ammucchiato, si corrompe; ma fruttifica quando si semina”.
E tranquillo, in nome di Dio, egli divide l’Europa tra i suoi sedici compagni: Natale e Guglielmo Claret conserveranno la direzione di Prouille. Pietro e Tommaso Cellani rimarranno a S. Romano di Tolosa. Quattro altri, suoi connazionali, Pietro di Madrid, Michele di Uzero, Domenico di Segovia, Suero Gomez ritorneranno nella Spagna. Matteo di Francia, Mannes, Michele de Fabra, Bertrando di Garriga, Lorenzo d’Inghilterra, Giovanni di Navarra, Oderico di Normandia andranno a Parigi.
E benedicendoli, dice loro: “Andate a piedi, senza danaro. Non vi curate mai del domani. Mendicate il vostro cibo. Io vi prometto che mai non vi mancherà il necessario, ed ogni giorno vi sosterrò colle mie preghiere».
Ed egli stesso, conducendo con sé come compagno Stefano di Metz, riprende ancora la via di Roma, questa volta al fine di fissarvi la sua residenza e “scegliere per capitale dell’Ordine il centro stesso dell’unità cattolica”.
L’Ordine dei Frati Predicatori era definitivamente fondato.

M. V. BERNADOT, O.P.
L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI
Continua la pubblicazione dell’opera del p. Bernadot.
Abbiamo pensato di pubblicarne ogni settimana un punto breve ma incisivo, come voleva Pio XI, per non stancare i lettori e nello stesso tempo per fornire loro un nutrimento costante.
La periodicità mensile è troppo distanziata e fa dimenticare il filo del discorso.
Osiamo proporre un consiglio: sarebbe cosa bella determinare giorno e ora della settimana per leggere e per meditare il testo del p. Bernadot. Diversamente c’è il rischio che si legga in fretta e lo si accantoni.
Oppure: tira giù il testo, e poi leggilo con comodo, quando ritieni più opportuno. Al termine ti troverai un mano un bel libro.


Parte prima
LA PREPARAZIONE ALL’APOSTOLATO
Introduzione

1. Il carattere apostolico dell’Ordine
Il Frate Predicatore, per volontà di S. Domenico e per l’approvazione della Chiesa, è votato al ministero apostolico. Per amor di Dio egli impiega la sua vita nel salvare le anime.
Ma dovendo scegliere tra innumerevoli opere di carità spirituale, egli ne adotta una come scopo speciale della sua vocazione: la salvezza delle anime (la salus animarum) mediante la predicazione della dottrina evangelica.

Il suo primo desiderio è quello di dare la verità alle anime, a tutte le anime: ai vicini, esponendo le ricchezze della fede; ai lontani, cercando di illuminarli e di ricondurli sulla via della salvezza; e anche a coloro che non hanno ancora ricevuto l’annunzio del vangelo e vivono nell’errore. Il Frate Predicatore è essenzialmente un apostolo.
Al dire di S. Tommaso d’Aquino, fra tutte le opere di carità, la più perfetta è quella che si occupa della salute spirituale del prossimo. Essa è ben più utile che il soccorso ai bisogni corporali. È un’opera che eccelle su tutte le altre, come l’anima eccelle sul corpo. Più di tutte essa mostra la gloria di Dio, il quale nulla tanto gradisce quanto la salvezza delle anime1.
L’Ordine è apostolico.

2. In quale senso l’ordine domenicano è apostolico
Ma bisogna intendere bene questo termine apostolico, e conservargli il senso che gli è sempre stato dato. Solo a questa condizione si può comprendere il carattere specifico dell’Ordine domenicano.
Da tempo è invalso l’uso di classificare le varie società religiose in istituti di vita attiva, dedicati, per esempio, alla cura dei malati, all’insegnamento, alla predicazione; istituti di vita contemplativa, totalmente dati alle cose divine; finalmente istituti di vita mista, il cui scopo è la contemplazione che fruttifica per mezzo dell’apostolato. E a questi ultimi i teologi riservano il nome di apostolici.
Secondo la dottrina comune che S. Tommaso ha precisato con la sua consueta chiarezza e profondità, gli istituti dati alla contemplazione vanno collocati sopra le congregazioni di vita attiva, perché la contemplazione è superiore alle opere esterne. E al di sopra di essi, vanno posti gli istituti di vita mista o apostolici. Infatti, dice l’angelico Dottore, è “come è più perfetto illuminare che splendere soltanto”2. La vita mista o apostolica è più completa di quella del puro contemplativo. Essa ha insieme la perfezione della vita attiva e la perfezione della vita contemplativa.
Come già abbiamo detto, S. Domenico fondò un Ordine di vita mista o apostolica. Da ciò derivano importanti conclusioni:
Anzitutto la predicazione e l’insegnamento non sono direttamente lo scopo dell’Ordine, perchè se l’insegnamento e la predicazione non derivano dalla pienezza della contemplazione, al dire di San Tommaso, sono opere di vita attiva e non di vita apostolica.
I teologi della scuola di Salamanca dicono che “la predicazione e l’insegnamento dottrinale che non provengono dalla sovrabbondanza della contemplazione sono opere di vita attiva...
La religione mista, più perfetta delle altre, simile alla vita di Gesù Cristo, degli Apostoli e dei Vescovi, non mette al primo posto l’atto della predicazione o dell’insegnamento, ma anzitutto e principalmente s’applica alla contemplazione, e poi per riflesso di questa contemplazione si dedica ad opere riguardanti il prossimo. Senza la contemplazione verrebbe a mancare molta perfezione alla predicazione e all’insegnamento dottrinale”3.
Ne segue che nel nostro Ordine la contemplazione non può essere considerata come un mezzo, fosse pure il primo di tutti, per compiere perfettamente il santo ministero. Infatti è proprio della vita attiva il subordinare la contemplazione all’azione. Quale è la congregazione di vita attiva che non ordina esercizi pii, orazioni, letture, a volte prolungate, per preparare il religioso a un serio ministero verso il prossimo? “Se il religioso si applica alla preghiera e allo studio, non principalmente per la contemplazione stessa, ma in vista di un’opera di vita attiva, per essere capace di predicare e d’insegnare, la sua applicazione alla contemplazione si riduce allora alla vita attiva, perchè essa si propone principalmente un’azione esteriore. E un simile impegno è molto imperfetto, perché non avrebbe una carità perfettamente ordinata, dal momento che ciò che deve essere amato come fine e prima di tutto viene solo in vista di un’attività esterna”4.

3. Qual è dunque il fine dell’Ordine?
Il fine dell’Ordine è la contemplazione: non però una pura contemplazione, ma la contemplazione fruttificante nell’apostolato.
“Nell’opera di S. Domenico la vita contemplativa non è ordinata all’azione apostolica, come un mezzo subordinato a un fine, ma essa la produce, come una causa eminente e sovrabbondante5.
Tale è propriamente il carattere degli ordini misti o apostolici, presso i quali l’apostolato non è il fine, ma l’effetto della contemplazione.
“La religione mista - dice ancora il Passerini - è caratterizzata dal fatto che si propone principalmente e direttamente la contemplazione, non perché questa contemplazione finisca in se stessa, ma perchè, per la sua forza interiore, essa risplenda e s’impegni nelle opere che sono più gradite a Dio, quali sono quelle che si occupano della salvezza delle anime.
In una parola, lo scopo d’un Ordine misto è la contemplazione che si espande e fruttifica nelle anime”6.

4. L’ordine domenicano si distingue dagli altri ordini
Si veda il posto che l’Ordine domenicano tiene nel gruppo degl’istituti regolari. Dal secolo XVI, secondo una nuova concezione della vita religiosa, i fondatori delle congregazioni religiose ordinariamente le sciolsero dalle antiche osservanze. I loro discepoli non si preparano più all’apostolato, come i chierici degli antichi tempi, con la preghiera liturgica e con quell’insieme di osservanze, che fino allora aveva universalmente accompagnato la pratica dei consigli evangelici.
Essi abbandonarono l’ascesi tradizionale e rinunziarono alla maggior parte delle sue pratiche essenziali, per esempio alla Liturgia delle Ore del giorno e della notte, ai digiuni prolungati, per attenersi su questo punto agli obblighi dei chierici secolari e dei semplici fedeli. Essi si sforzano di sostituire il soccorso, che veniva dalla salmodia corale e dal corroborante esercizio dei lunghi digiuni, con la pratica assidua della meditazione e dell’esame di coscienza. Il loro scopo, nel liberarsi delle antiche osservanze, fu quello di dar maggior libertà al loro ministero.
Il Frate Predicatore rimase fedele al metodo primitivo di formazione apostolica. Egli si prepara al ministero colla penitenza e colla contemplazione. Lungi dal vedere una opposizione tra l’apostolato e le osservanze claustrali, egli le unisce strettamente nella sua vita e, con numerose generazioni di santi, trova nell’ascesi tradizionale un soccorso per l’azione.
S. Domenico, prefiggendosi d’impiegare i suoi figli in tutte le fatiche del ministero, avrebbe potuto domandarsi, come più tardi altri fondatori, se fosse prudente sottometterli nel medesimo tempo al rigore delle osservanze regolari. Pare che la questione non si sia affacciata alla sua mente. Non era lui stesso la soluzione vivente dell’antinomia dell’azione e della contemplazione? Da lunghi anni, egli univa intimamente nella sua vita l’austerità, l’azione e la preghiera. Pregare incessantemente, passar le notti nella contemplazione, studiare, digiunare, flagellarsi e nel medesimo tempo predicare a tutti, sostenere i fedeli, combattere l’eresia, era la sua vita d’ogni giorno. Anziché trovare un ostacolo nelle osservanze, egli attingeva da esse la sua gran forza.
Ciò ch’egli fece, lo richiese dai suoi figli. E decise che essi si sarebbero preparati all’apostolato mediante le antiche osservanze, cui aggiunse lo studio.
Prima d’essere apostolo, il Frate Predicatore è dunque asceta e contemplativo.

Come asceta, egli domanda alla penitenza di purificarlo, di prepararlo alla carità, di proteggere e di far crescere in lui l’uomo interiore.

Come contemplativo, nel silenzio egli domanda allo studio delle scienze divine, alla lettura assidua dei libri santi, alla preghiera privata e liturgica di riempire l’anima sua di vita soprannaturale.

Solo allora egli diventa apostolo.
Quando l’anima sua è piena di vita interiore, riboccante di carità, si rivolge verso i suoi fratelli, per far loro parte delle sue ricchezze intime. E il suo apostolato protetto dalle pratiche claustrali contro i pericoli inerenti ad ogni azione esterna, attinge dalla contemplazione un’efficacia somma.
Le ore più importanti del Predicatore, le più cariche di frutti futuri, in cui egli raggiunge il punto culminante della sua vocazione, sono quelle che egli impiega nell’assimilarsi a Gesù Cristo nella contemplazione.
Ecco l’eccellenza e il punto più alto della sua vita.

Con tre parole S. Tommaso riassume la spiritualità domenicana e ne esprime l’originalità: contemplata aliis tradere (rendere partecipi e comunicare agli altri la propria contemplazione).
Anche altri Ordini antichi o più antichi di quello dei Predicatori sono votati alla contemplazione. Essi portano i loro religiosi all’unione con Dio attraverso l’ufficio divino della liturgia delle ore e le osservanze della regola. Essi si interessano della salvezza del prossimo soccorrendolo ordinariamente con la preghiera e con la penitenza. Ma non si dedicano, se non in modo secondario, alla opere esterne di carità fraterna.
All’opposto, la maggior parte degli istituti moderni che sono direttamente consacrati all’azione hanno abbandonato le antiche pratiche nelle quali i nostri padri trovavano inesauribili risorse.
L’Ordine di S. Domenico unisce in una sintesi superiore queste due concezioni della vita religiosa. Non é né unicamente attivo, né unicamente contemplativo. Esso combina questi vari elementi e li fonde in una sintesi del tutto nuova.
Nella spiritualità domenicana la contemplazione e l’azione, anziché opporsi, si uniscono e si fortificano reciprocamente.
La contemplazione prepara e produce l’azione, l’alimenta, la feconda.
L’azione, secondo il pensiero di Santa Caterina da Siena, non è altro che una pienezza interiore che trabocca e si espande.
Verrebbe meno alla sua spiritualità il Frate Predicatore che, confondendo la sua vocazione con quella dei figli di S. Bruno o di S. Bernardo, si rinchiudesse nella sola contemplazione e cercasse esclusivamente un’unione più intima con Dio dimenticando di essere destinato alla salvezza dei suoi fratelli.
Ma peggio ancora s’ingannerebbe il Predicatore che si lasciasse trascinare da un’azione febbrile verso il prossimo e lo portasse a trascurare quelle pratiche di vita conventuale che sono ordinate a dare alla sua azione una forza calma e continua, una sicurezza, un’ampiezza e un irradiamento soprannaturale, che sono condizioni indispensabili per un apostolato fruttuoso.
In una parola, il Frate Predicatore si prepara all’esercizio dell’apostolato abbracciando le esigenze più radicali del Vangelo (i consigli evangelici) e mediante la pratica della perfetta rinunzia evangelica e mediante la vita contemplativa.

Capo I
La radicalità evangelica

1. L’essenza della vita religiosa
La Chiesa ha sempre pensato che la pratica dei consigli evangelici costituisca lo stato normale di chiunque desidera esercitare il ministero sacro.
I Dottori e i Santi furono sempre d’accordo nell’insegnare che questo tipo di vita praticato da Gesù e continuato dagli Apostoli sia il più conforme alla vocazione dei ministri di Dio e quello che li mette in grado di compiere più efficacemente la loro missione soprannaturale.
Secondo S. Tommaso, mediante questo stile di vita apostolica il battezzato si consacra totalmente al servizio di Dio e si offre a Lui in olocausto”7.
Gli Apostoli e i primi sette diaconi vissero in questo modo e “dal loro esempio sono derivate tutte le forme di vita consacrata”8.
Questa vita viene detta perfetta perchè conduce alla perfezione della carità.
Non si deve dimenticare che molti sono gli ostacoli che ci impediscono di raggiungere la completa unione con Dio, in cui consiste la perfezione dell’uomo.
Dagli autori spirituali vengono ricondotti ordinariamente a tre categorie: i beni esterni, i beni del corpo e i beni dello spirito. Essi distraggono lo spirito e dividono il cuore.
Ebbene, la vita religiosa li allontana. Essa ha il compito di separare l’uomo da tutto ciò che non è Dio o di Dio.
Col voto di povertà, il religioso rinunzia ai beni esterni. Abbandona non solo ogni proprietà personale, ma anche il libero uso d’ogni bene materiale.
Col voto di castità, sacrifica i beni del corpo, rinunzia ad avere una famiglia terrena e si astiene da qualunque piacere carnale, legittimo in altri stati.
Col voto di obbedienza va ancora più in fondo: raggiunge l’ultima radice del peccato sacrificando la sua libertà e sottomette la sua volontà, e per ciò stesso tutti gli atti della sua vita, ad un superiore rappresentante di Dio.
Egli fa questa triplice rinunzia, mediante un atto magnifico che lo innalza al punto culminante della grandezza morale, non per un giorno o per un tempo della sua vita, ma per sempre. Si obbliga alla perfezione usque ad mortem, come dice la formula della professione domenicana.
Così sfugge alle intemperie legate alla fragilità e ai ritorni della stanchezza umana.
Fissandosi nella carità perfetta, si lega indissolubilmente a Dio e, per quanto è possibile quaggiù, partecipa alla stessa immutabilità dei beati.
I tre voti di povertà, di castità e di obbedienza portano dunque il religioso alla santità, alla pienezza dell’amore. Essi gli permettono di rendere a Dio tutto quello che egli ha da lui ricevuto: i suoi averi, i suoi piaceri, il suo cuore, il suo intelletto, la sua volontà, insomma tutto se stesso.
Essi fanno del religioso “un’ostia vivente, santa e gradita a Dio” (Rom 12,1).
Per questo S. Tommaso dice che la professione religiosa è un olocausto.
I Padri della Chiesa la paragonano al martirio.
I martiri e i religiosi avranno la medesima ricompensa, assicura S. Bernardo: come il martirio, così la professione religiosa dà tutto per sempre.
Quando il religioso ha pronunziato queste due parole, così brevi e così grandi: promitto obedientiam, egli non appartiene più a se stesso, nulla più è suo, ma tutto è di Dio.
S. Tommaso insegna formalmente che la professione solenne è una consacrazione, così reale e così profonda che tutti gli atti del professo appartengono alla virtù della religione e “appartengono al culto divino come una specie di sacrificio”.
Ciascuno dei suoi atti, per umile che sia, è un atto sacro e talmente sopraelevato che, come dice il nostro Venerabile Taulero, “la minima opera che egli fa per ubbidienza è molto più gradita a Dio e vale incomparabilmente di più dell’azione più grande che possa compiere, in cui l’ubbidienza non ha parte”.
Tale è l’essenza della vita religiosa e tale è lo stato in cui la Chiesa vorrebbe impegnare tutti i suoi ministri, i quali, secondo quanto dice S. Pietro, devono essere “il modello del gregge”.
S. Domenico, fondando l’Ordine dei Predicatori, non poteva far altrimenti che basarlo su questa triplice rinunzia, poiché senza di essa non potrebbe esserci vita religiosa.
Ma dando ai suoi figli una missione speciale, indicò anche uno speciale modo di metterli in pratica.
Del resto è superfluo osservare che, pur restando essenzialmente la stessa, la pratica dei consigli evangelici riveste diverse sfumature secondo lo scopo che ci si prefigge. Ad esempio, chi si dedica all’insegnamento, non praticherà la povertà come il Trappista che coltiva la terra.
Essenzialmente apostolo, il Frate Predicatore pratica i tre voti secondo le necessità dell’apostolato. Egli è povero, casto e ubbidiente come tutti i religiosi ma lo è così come deve esserlo un apostolo consacrato alla salute delle anime attraverso la predicazione della dottrina.
Perciò, benché comune a tutti gli Ordini, la pratica dei voti nella vita domenicana ha una sua fisionomia particolare.

     2. La povertà

       1. La povertà religiosa prima di S. Domenico


Nei primi secoli della Chiesa il clero viveva nella povertà evangelica. I chierici si sentivano obbligati a rinunciare ai beni della terra e ad astenersi dal matrimonio.
Infatti non è possibile la perfetta vita comune senza mettere in comune tutti i beni e senza vivere quella stretta dipendenza dall’obbedienza nel loro uso che è in fin dei conti la nota caratteristica della vita perfetta, il tratto più rilevante che manifesta con sicurezza l’appartenenza a Cristo.
Gesù, nato e morto povero, vuole discepoli poveri e mette la povertà come prima condizione della vita perfetta: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21).
Per molto tempo i chierici hanno praticato alla lettera questa perfetta rinuncia e tenevano tutto in comune. Era la comunità che possedeva e che distribuiva ai chierici le povere risorse necessarie al loro mantenimento, come si faceva ai primi poveri di Cristo.
Stando a quanto dice il teologo Tommasino le prime deroghe a questa disciplina primitiva sono del secolo VI. Fu il tempo in cui si cominciò a tagliare una parte dall’insieme dei beni della Chiesa, che fino ad allora erano indivisi, per meglio servire un’opera speciale o un chierico.
L’abuso inizialmente non era grave. Ma nei secoli IX e X esso si sviluppò e finì con invadere tutta la gerarchia. Ad imitazione dei possedimenti feudali, si vide allora apparire e poi moltiplicarsi quello che si chiamò “il beneficio”. Come i capi militari si dividevano i frutti delle loro conquiste, così i ministri dell’altare si dividevano i beni della Chiesa considerati fino allora come il patrimonio dei poveri. I chierici si fecero proprietari.
Quando S. Domenico fondò il suo Ordine l’abuso si era generalizzato e radicato già da un pezzo. La maggior parte dei Vescovi erano alti signori feudatari, spesso più occupati dei loro ricchi domini che degli interessi spirituali del loro gregge. Il gran numero dei beneficiari si addormentava nel godimento delle proprie rendite.
Divenne fatale che la sacra gerarchia cadesse nell’ignoranza e nel rilassamento dei costumi e che gli eretici, specialmente gli Albigesi, si ingegnassero a trarre profitto dalla sua decadenza e suscitassero l’ira delle moltitudini e la cupidigia dei principi contro i beni degli ecclesiastici.
Papa Innocenzo III, in una lettera ai suoi Legati in Linguadoca (31 maggio 1204), scrisse: “I Pastori sono divenuti dei mercenari. Pascono se stessi invece dei loro greggi. Cercano solo la lana e il latte delle pecore e poi lasciano fare al lupo”.
È vero che nella medesima epoca la povertà primitiva era ancor praticata negli Ordini monastici e in quella porzione del clero che aveva conservato le tradizioni apostoliche. E proprio per questo fu chiamato clero regolare, a differenza dell’altro, ormai secolarizzato. Questo clero fedele alla vita perfetta si espandeva in ferventi Congregazioni di canonici, di cui la più diffusa era quella dei Premostratensi.
Ma se canonici e monaci erano personalmente poveri, le loro Abbazie e priorati invece non lo erano. Le Comunità di Cluny, di Citeaux, di Prémontré e degli altri Ordini possedevano sovente vasti domini, secondo le costituzioni più o meno strette che le reggevano.

2. Il concetto domenicano della povertà

Ci voleva altro per rimediare efficacemente alla secolarizzazione del clero a motivo della ricchezza.
Dio ispirò il rimedio ai due grandi Patriarchi, che ben sovente la Chiesa si compiace di associare nei suoi elogi: S. Domenico e S. Francesco d’ Assisi.
Più o meno nel medesimo tempo e indipendentemente l’uno dall’altro, ebbero l’ispirazione di applicare più alla lettera la regola fondamentale della vita religiosa: vendi quello che possiedi (Mt 19,21). E vollero mettere in pratica in maniera più stretta la povertà evangelica rinunciando ad ogni proprietà non solo per i singoli, ma anche per gli Ordini che fondavano.
Fu un’ispirazione generosa, che l’esperienza rivelò magnificamente feconda. Nata nel medesimo tempo nel cuore dei due Santi, essi la misero in atto ciascuno per conto proprio, senza essersi concertati, mossi unicamente dal triste spettacolo dei medesimi abusi e dal medesimo sentimento circa i bisogni della Chiesa.
San Domenico allargò pertanto il concetto tradizionale della povertà: non contento di spogliare ciascun religioso, impose alla comunità la rinunzia ad ogni ricchezza. Il convento stesso divenne povero e incapace di possedere proprietà o rendite. Individui e comunità dovevano vivere di elemosine.
Per questo l’Ordine dei Predicatori fu chiamato Ordine mendicante.
Il santo Patriarca per primo fu un raro modello di perfetta rinuncia.
Sebbene non l’abbia espresso con parole, come fece il suo grande amico di Assisi, di fatto però anche lui, al dire di Santa Caterina, “elesse per sposa la Regina povertà”.
Era impossibile condurre una vita più povera e più distaccata. Aveva solo una tonaca, la più grossolana del convento. Quando bisognava lavarla, doveva prenderne in prestito un’altra. La sua cella era la più angusta e la più scomoda. Mangiava solo una portata, volendo anche nel cibo regolarsi come i più diseredati. In viaggio non usava mai cavallo o vettura, ma andava sempre a piedi, senza denaro, senza provviste, vivendo di elemosine, coricandosi sulla paglia o su una tavola, felice se era accolto male. Era, come dice il B. Giordano di Sassonia, “un vero amante della povertà”.

3. La povertà mezzo d’apostolato

Ora sappiamo perchè San Domenico amasse tanto la povertà.
Certamente trovava in questo spogliamento assoluto il mezzo di soddisfare il suo incomparabile amore per Gesù povero.
E sapeva pure che la stretta povertà sarebbe stata per i suoi figli un efficace mezzo di santificazione personale.
Ma la storia ci dice anche che nella pratica della rinuncia perfetta egli aveva delle preoccupazioni apostoliche.
Va detto che San Domenico considerò la povertà assoluta innanzitutto come un potente mezzo di apostolato.
All’inizio della sua predicazione in Linguadoca, nel 1206, si era rattristato nel vedere la grande influenza presso il popolo causata dalle apparenze di povertà dei predicatori eretici. E, d’accordo col Vescovo d’Osma, persuase i Legati pontifici ad abbandonare il loro apparato di opulenza. Spogliatosi egli stesso di ogni lusso, iniziò la predicazione con la santa povertà.
Appena ebbe riuniti alcuni compagni nell’apostolato, fece loro condividere il suo genere di vita e li votò alla mendicità.
E fece questo per dare alla parola santa una maggior efficacia.
Lo spogliamento assoluto del Frate Predicatore e la pratica integrale della dottrina avrebbero toccato i cuori e avrebbero compiuto quello che la parola aveva cominciato.
Gli uomini sono sempre scossi dal disinteresse. Essi sono così attaccati ai beni materiali che, quando vendono un uomo che rinuncia a ciò che essi cercano con un ardore mai soddisfatto, ne sono stupiti e ne rimangono convinti.
Giovanni Joergensen racconta che, dopo la sua conversione, quando andava a trovare un Benedettino dell’Abbazia di S. Bonifacio, “gli bastava entrare nella povera cella, di cui tutta la mobilia si componeva di un tavolo, di un letto, di due sedie e di un inginocchiatoio, perché questo gli facesse più effetto che interi volumi apologetici” (Vita vera).
La stretta povertà, modellando il Frate Predicatore su Gesù, sarà la sicura garanzia della sua sincerità e farà di lui un apostolo. “Infatti l’apostolo non è solo un uomo che sa e insegna per mezzo della parola. Ma la sua sola presenza è già un’apparizione di Gesù Cristo9.
Il B. Umberto de Romans espone con belle espressioni queste medesime idee e mostra in modo particolare come i beni temporali siano l’occasione di un’infinità di distrazioni e di sollecitudini. L’anima ne diventa schiava e non ha più quella libertà di procedere che le permette di consacrare all’opera di Dio tutte le sue energie vitali.
Dice: “Ne è testimonio quel santo predicatore che, spogliatosi di tutto, si era però riservato un asinello per il suo servizio. Egli s’accorse che quell’asinello richiedeva da lui molte cure: bisognava provvedere al suo nutrimento, non smarrirlo, assicurarsi che fosse in buone condizioni. In breve, l’asinello era per lui una continua preoccupazione, anche quando egli predicava.
Aver abbandonato ogni cosa per esser libero e trovarsi perpetuamente in pena per un asino parve a questo sant’uomo un’ironia intollerabile. Donò il suo asino e fece i suoi viaggi a piedi””10.

4. La povertà rimane pur sempre un mezzo

In ultima analisi, anche in questo distacco dai beni terreni, il Frate Predicatore vede “la santa predicazione universale”, a cui è votato per volontà della Chiesa.
Collocato di fronte ai beni materiali, egli si domanda in che cosa possano aiutarlo nella salvezza delle anime. Prende quelli che possono esser per lui un aiuto, non già per se stessi e per goderne, ma per servirsene come mezzi per compiere la sua missione.
Egli li usa secondo l’ordine eterno che destina le creature inferiori a condurre l’uomo a Dio.
Gli altri beni, quelli che sono un ostacolo al suo apostolato, li respinge.
Talvolta rifiuta perfino di far uso di quelli che sono indifferenti, affinché la sua azione, più sciolta, sia più forte. Il lottatore si libera da tutto ciò che può legare le sue energie.
Questo concetto di povertà fa comprendere perchè verso la metà del sec. XV la Chiesa volle che l’Ordine potesse possedere collettivamente le rendite necessarie alla sua sussistenza.
Diminuita la fede nella gente, la loro generosità era venuta meno. E la mendicità, invece di aiutare l’apostolato, ne era divenuta un ostacolo.
Si pensò che si rimanesse ancora fedeli al pensiero del santo Fondatore permettendo al convento la proprietà collettiva. Essa dava ai religiosi, meno numerosi in una società meno credente, la libertà di attendere allo studio e alla predicazione,
Del resto San Domenico stesso aveva per qualche tempo accettato alcune modeste rendite per il convento di Tolosa, dal momento che le elemosine in un paese eretico non erano sufficienti per mantenere i frati.
In ogni caso, secondo l’insegnamento preciso di S. Tommaso, per noi domenicani la povertà non è che un mezzo.
Ma se il Frate Predicatore non mendica più, nondimeno deve ricordarsi che egli è personalmente tenuto alla stretta povertà per il voto che ha fatto e per la fedeltà al pensiero di S. Domenico.
La comunità oggi può accettare rendite, che le assicurano una sussistenza conveniente. Ma queste non possono essere accresciute indefinitamente senza andar contro il pensiero del Fondatore. Per decreto di Sisto IV il convento domenicano non è divenuto un’abbazia, ma resta convento di un Ordine mendicante.
I Predicatori non possono dimenticare che quando la necessità obbligò San Domenico ad accettare alcune rendite nella regione di Tolosa, devastata dalla guerra albigese, fu stipulato che i Frati ne usassero solo secondo la stretta necessità e distribuissero il resto ai poveri.
Non vi è forse un punto delle Costituzioni sul quale il nostro santo Fondatore abbia insistito maggiormente quanto questo. In molte circostanze egli ha energicamente manifestato l’orrore che provava quando vedeva un religioso attaccato alle ricchezze.
Il suo ultimo pensiero fu per questa santa povertà, che egli tanto aveva amato, e che voleva lasciare all’Ordine, come il suo onore e il pegno della sua fecondità. Disse ai suoi figli in pianto attorno al suo letto di morte: “Miei amati fratelli, ecco l’eredità che vi lascio come a miei figli: abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà volontaria”.

3. La castità

1. La purezza esemplare di San Domenico


Il Beato Angelico, pittore di Fiesole, non mancò mai di proiettare sulla fronte del suo padre S. Domenico una stella raggiante. Essa sta a significare la radiosa purezza del Patriarca dei Predicatori, di cui tutti i contemporanei subirono la straordinaria attrattiva.
La Beata Cecilia, sua figlia spirituale, racconta che “gli usciva dalla fronte e tra le sopracciglia una certa luce radiosa che attirava il rispetto e l’amore”.
Sulla cenere in cui spirò, una delle sue ultime parole fu in favore della castità: “Figli miei, la misericordia di Dio mi conservò fino ad oggi una carne pura e una verginità senza macchia. È la custodia di questa virtù che rende il servo di Dio gradito a Cristo e che gli dà gloria e credito davanti agli uomini”.
Perciò egli organizzò la vita religiosa dei suoi figli in modo da mantenerli in una perfetta purezza e renderli capaci di mescolarsi al mondo senza contrarne le lordure.
La vita domenicana assale direttamente tutti i nemici della purità. Quelli che vengono dal corpo, mediante la mortificazione dei sensi, l’astinenza, il digiuno, le discipline, le veglie, la durezza del letto.
Quelli che vengono dallo spirito, mediante la disciplina dell’immaginazione, mediante lo studio, la preghiera e la contemplazione, che occupano tutte le ore del religioso e lo strappano alla disoccupazione.
Finalmente i nemici esterni, mediante la solitudine del chiostro e il silenzio.
Se lo stesso scopo dell’Ordine esclude un isolamento totale, la Regola si guarda dall’abbandonare il religioso nell’esercizio del ministero: essa lo segue da per tutto, regolando le sue relazioni necessarie e, con la sua larga e ferma sorveglianza, cerca di avvolgere il Predicatore con i principali benefici della clausura.

2. La protezione della Madonna

S. Domenico, per la purezza dei suoi figli, fece assegnamento al di sopra di tutto sullo speciale patrocinio della Santa Vergine, Madre d’ogni purezza. L’ Ordine considerò sempre questo patrocinio come il suo più potente appoggio soprannaturale.
L’antichità domenicana è ricca di fatti meravigliosi che dimostrano l’amabile vigilanza della Madre di Dio su coloro che Ella chiama: “Mio Ordine”, Ordo meus11.
“Vi era in Lombardia una pia donna devotissima della Vergine, che conduceva una vita solitaria. Avendo saputo che era stato fondato un nuovo Ordine di predicatori, concepì un vivo desiderio di veder qualcuno di quei frati. Ora accadde che fra Paolo, predicando in quelle contrade, venisse a passare in quel luogo insieme al suo compagno. Secondo il costume si fermarono presso la religiosa e le rivolsero qualche pia esortazione. Questa donna si informò a qual Ordine appartenessero, ed essi le riposero che erano dell’Ordine dei Predicatori. E considerando che essi erano giovani, belli e convenientemente vestiti, prese a disprezzarli, pensando che uomini di tal sorta, percorrendo il mondo, non potevano conservar a lungo la loro virtù. Ma, la notte seguente, la Vergine le apparve con volto corrucciato e le disse: ‘Ieri mi offendesti gravemente: credi tu che io non possa custodire i miei servitori, che corrono attraverso il mondo per salvare le anime, anche se siano giovani? Sappi che io li presi sotto la mia speciale protezione, e ti mostrerò quelli che ieri disprezzasti’. E, alzando il suo manto, Ella fece vedere alla pia solitaria una moltitudine di frati, e fra quelli i medesimi di cui aveva ella sospettato il giorno innanzi”12.

3. La castità è una grazia particolare dei domenicani

Alcuni pii autori scrissero che S. Domenico, nella cui bolla di canonizzazione si afferma che morì conservando l’innocenza battesimale, ottenne dalla Madonna per il suo Ordine la grazia di manifestare specialmente la virtù angelica, come altri Ordini hanno la grazia di manifestare particolarmente la povertà e l’ubbidienza.
Le Vitae Fratrum riferiscono che “un religioso, avendo udito in poco tempo la confessione generale di cento Frati, ne trovò più di sessanta che avevano conservata la perfetta purezza del corpo e dell’anima”13.
Il nostro più gran teologo è S. Tommaso d’Aquino, che per la sua ammirabile purezza fu soprannominato il Dottor angelico.
Il nostro primo martire canonizzato è S. Pietro da Verona, la cui innocenza di vita attirava nella sua cella la visita dei Santi del Cielo.
Uno dei nostri più potenti missionari, S. Giacinto, per la raggiante santità fu il favorito della Vergine.
Uno dei nostri più illustri predicatori, S. Vincenzo Ferreri fu chiamato “l’Angelo del Giudizio” tanto per lo splendore della sua purezza quanto per la sua formidabile eloquenza14.
Il primo dei nostri artisti fu chiamato Fra’ Angelico a causa del suo candore verginale.
Infine va ricordata la serafica Vergine di Siena, il fiore della nostra numerosa scuola mistica.
Tutti portano sulla fronte il segno della verginità.

4. “Castitas transfusiva”

Certamente tutti i veri cristiani onorano e riproducono questa virtù, della quale il Padre Lacordaire diceva che è caratteristica della Chiesa.
Tuttavia il Frate Predicatore deve aver per lei un culto speciale: così volle S. Domenico, così esige la sua vocazione apostolica.
Il Frate Predicatore, fu scritto, dev’essere «l’Angelo della verità». Bella parola che esprime bene la sua sublime vocazione e nel medesimo tempo il motivo per cui S. Domenico raccomandò tanto ai suoi figli questa ammirabile virtù.
L’Ordine della verità dev’essere l’Ordine della castità.
Nessuna cosa dispone meglio alla verità che la castità. “L’anima che non ha mai ubbidito alle voluttà carnali, assicura S. Alberto Magno, possiede per ciò stesso un’intelligenza più pura e meglio disposta alle cose celesti”.
Inoltre va sottolineato che la castità esercita sui popoli un prestigio unico; irradia e conquista. Essa è una delle più grandi forze al servizio di una causa.
È per questo certamente che lo stemma dell’Ordine simboleggia l’ideale domenicano nell’irradiamento d’una stella: esso dice al Predicatore che per distribuire i puri splendori della verità, deve allontanarsi dalla carne e dal mondo.
Quindi il figlio di S. Domenico si sforza di praticare il suo voto di castità nella sua maggior perfezione, prima di tutto per i motivi che obbligano ogni cristiano, e di più perchè la castità guadagna i cuori a Gesù Cristo. Per essere meglio apostolo, egli segue lietamente le tracce del suo beato Padre, del quale Giacomo da Varazze scriveva che “la sua castità era comunicativa”: castitas transfusiva.

4. L'obbedienza
     
      1. Fondamento della vita religiosa
     
      La prima parola che disse Gesù entrando in questo mondo fu una parola di piena obbedienza alla volontà di Dio, suo padre: “Ecco, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà” (Ebr 10,7).
      Simile è la prima parola di chiunque entra nell’Ordine di S. Domenico, la parola che fa il Predicatore: “Prometto obbedienza fino alla morte”.
      È il voto più essenziale alla sua vita, il solo che sia enunziato nella formula della professione. Egli promette “obbedienza a Dio, alla B. Vergine Maria, al B. Padre Domenico e al Maestro dell’Ordine”.
      Son presto dette queste due parole: “Prometto obbedienza”; ma quale pienezza di senso! Esse inquadrano tutta quanta la vita del Predicatore, s’impadroniscono di tutte le sue potenze, determinano la natura e la misura del ministero da esercitare, i mezzi da usare; regolano il minimo dei suoi atti fino alla morte.
     
      2. I grandi servizi resi a motivo dell’obbedienza
     
      Indispensabile condizione e fondamento d’ogni vita religiosa, l’obbedienza lo è particolarmente della vita domenicana. Grazie a Dio, i Predicatori se ne ricordarono durante tutta la loro lunga storia.
      L’obbedienza è stata una delle grandi forze dell’Ordine.
      Un rapido sguardo alla storia della Chiesa dal secolo XIII in poi è sufficiente per mostrare gli immensi servizi che essi hanno reso alla causa di Dio per essersi stretti unanimemente attorno al loro Maestro generale, che li faceva stare uniti al Papa.
      La forza dell’obbedienza salvò l’unità del loro Ordine. Gli storici fanno notare che l’Ordine di S. Domenico è il solo che abbia conservato l’unità del governo, mentre tutti gli ordini antichi, a motivo delle varie riforme, si sono divisi in parecchi rami. Esso si sparse per tutta la terra, senza che un solo ramo si staccasse dal tronco.
      La forza dell’obbedienza salvò ugualmente l’unità nello spirito religioso, nella dottrina, nell’azione.
      In grazia dell’obbedienza, i frati predicatori effettuarono per più secoli “la santa predicazione universale” così ardentemente desiderata da S. Domenico; svilupparono nel mondo intero le Missioni intraprese fin dall’inizio del secolo XIII, e ancor oggi fiorenti; fecero conoscere e praticare la preghiera del Rosario da parte di tutta la Chiesa. Dal punto di vista dottrinale, basta nominare la dottrina di San Tommaso, per dire i servizi resi alla teologia cattolica.
      Per l’obbedienza il nostro Ordine si potrebbe definire: un carisma organizzato e servito fino alla morte da migliaia di uomini coraggiosi.
     
      3. Caratteri dell’obbedienza domenicana
     
      Come avviene per ogni elemento della vita religiosa, anche l’obbedienza del Frate Predicatore ha il suo carattere speciale, facile a determinarsi, secondo la dottrina delle Costituzioni e i commenti o la pratica dei nostri Santi.
      Per il voto d’obbedienza, il Frate Predicatore si dà al suo superiore o meglio a Dio stesso, per un’opera precisa: la salvezza dei suoi fratelli.
      Per meglio assicurare quest’opera egli offre la sua libertà, interamente. Promette il suo tempo e le sue forze, la sottomissione sempre pronta e fiduciosa del suo corpo a tutte le pene e fatiche, della sua volontà a tutti i comandi, finalmente di tutto se stesso a ciò che il superiore giudicherà bene di ordinare per la gloria di Dio.
      Il sacrificio domandato può anche giungere fino alla morte, se la carità o la salute delle anime lo esige.
      Non vi è obbedienza più estesa. Nulla sfugge al suo ambito. Per caratterizzarla, il B. Umberto de Romanis scrisse che deve essere “universale senza alcuna eccezione” (universalis sine exceptione).
      Egli aggiunge: “semplice senza discussione” (simplex sine discussione). Il Frate Predicatore si proibisce anticipatamente ogni discussione, perchè discutere il comando è un diminuirlo e togliergli la sua energia, perchè l’opera divina richiede operai risoluti, ardenti, e il cercar dei limiti all’obbedienza è un allentarne e spezzarne lo slancio. L’autorità e l’obbedienza confidano l’una nell’altra, senza timore di eccedere la misura e s’accordano reciprocamente, proprio come nella famiglia s’accordano l’autorità del padre e l’obbedienza dei figli.
      Difatti l’obbedienza domenicana ha un carattere familiare.
      Il Superiore è il padre di tutti i suoi religiosi. Egli tiene il posto di Dio nel convento, compie la funzione di Cristo. Ha piena autorità, ma un’autorità che cerca di «farsi amare più che farsi temere».
      Come il padre nella famiglia, egli deve governare mediante l’armonico accordo del timore e dell’amore, della forza e della dolcezza, e meritare, come S. Domenico, il doppio titolo di «Consolatore dei Frati» e di «Zelatore della regolarità». Il nostro B. Padre «puniva le colpe con energia e nondimeno imponeva le penitenze con tanta dolcezza e benignità che i frati le accettavano volentieri»15.
      Il B. Umberto de Romans non vuole Prelati indolenti che lascino addormentare l’autorità: come quei Vescovi, dice, che i pittori rappresentano seduti sulla loro cattedra, nell’atto di dormire pacificamente e di lasciarsi cadere dalle mani il bastone pastorale. L’autorità sia forte.
      Ma aggiunge: «sia nel medesimo tempo amante e paterna. Perchè, se si correggono i cattivi col timore, si correggono i buoni con l’amore». L’obbedienza diventa perciò più facile, e, come vuole la Regola, lieta, libera, filiale, escludendo ogni sentimento di servitù.
      Il Frate Predicatore obbedisce, non come il servo che teme la minaccia, né come il cadavere che si lascia muovere meccanicamente, ma come il figlio amante che adatta la sua volontà alla volontà del padre suo.
      Obbedienza che non si rassegna, ma che fa amare lo stato di dipendenza, perché esso garantisce contro le deviazioni della volontà propria.
      Obbedienza che va incontro al Superiore nel quale il religioso vede un protettore contro le cadute sempre possibili, un sostegno alla sua debolezza.
      Obbedienza che sacrifica di buon animo le idee e le convenienze personali e si rimette, lietamente, filialmente, a colui che Dio ha deputato per dirigerlo.
      Tale è il carattere tradizionale dell’obbedienza domenicana: essa è familiare. Stretta e senza riserva, ma anche senza durezza. Essa armonizza il rispetto dell’autorità e una lieta libertà, la libertà dei figli di Dio. Nel nostro Ordine, dice graziosamente Santa Caterina da Siena, “la disciplina è tutta regale; perciò la nostra religione è tutta larga, tutta gioconda, tutta odorifera”16.
     
      4. L’obbedienza nelle attuali costituzioni
     
      (Riteniamo utile proporre il testo delle attuali costituzioni dell’Ordine domenicano sull’obbedienza. Ci si accorge subito che, al di là dello stile, il contenuto è lo stesso, segno questo della fedeltà dell’Ordine alla propria storia e al proprio carisma).
     
      n. 17 § 1. Agli inizi dell’Ordine, san Domenico chiedeva ai suoi frati che gli promettessero vita comune e obbedienza. E lui stesso, con molta umiltà, si sottoponeva alle disposizioni e specialmente alle leggi che il capitolo generale dei frati aveva stabilito dopo matura riflessione. Invece, fuori dell'ambito del capitolo generale, sia pure con modi affabili ma fermamente, esigeva da tutti una obbedienza volontaria in tutto quello che lui, come superiore dell'Ordine, ordinava dopo aver riflettuto a lungo. Difatti la vita comune, per mantenersi fedele al suo spirito e alla sua missione, deve fondarsi sul principio dell'unità che è costituito appunto dall'obbedienza.
      § II. Ed è proprio per questo motivo che nella nostra formula di professione pronunciamo una sola promessa: quella di obbedire al maestro dell'Ordine e ai suoi successori secondo la legislazione dei frati predicatori; così si salva l'unità dell'Ordine e della professione, unità che dipende dall'unità del capo a cui tutti devono obbedire.
     
      n. 18 § I. Con questa professione imitiamo in modo tutto particolare Cristo che fu sempre soggetto alla volontà del Padre per la salvezza del mondo, e così ci uniamo più intimamente alla Chiesa, alla cui edificazione ci siamo consacrati insieme con i confratelli, per il bene comune della Chiesa e dell'Ordine, sotto la conduzione dei superiori che in umano servizio rappresentano l'operare di Dio.
      § II. Questo bene comune ci si manifesta anche nelle aspirazioni religiose e apostoliche della comunità e nella illuminazione interiore dello Spirito Santo che aiuta ad assolvere la missione dell'Ordine.
      § III. I nostri frati sono tenuti ad obbedire ai loro superiori in tutto quello che riguarda la Regola e le nostre leggi. Al contrario, non siamo tenuti, anzi non possiamo obbedire in ciò che è contro i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa e le leggi dell'Ordine, o in quelle cose nelle quali il superiore non è autorizzato a concedere dispense. Nel dubbio tutti dobbiamo obbedire.
     
      n. 19 § I. Tra i consigli evangelici, il voto più importante è quello di obbedienza con cui la persona si consacra completamente a Dio e le sue azioni si avvicinano di più al fine della professione che consiste nella perfezione della carità, senza dimenticare che nell'obbedienza è incluso anche tutto ciò che riguarda la vita apostolica.
      § II. Dal momento che con l'obbedienza ci uniamo a Cristo e alla Chiesa, ogni sforzo e ogni mortificazione che facciamo per metterla in pratica è come un prolungamento dell'oblazione di Cristo e acquista valore di sacrificio sia per noi personalmente che per la Chiesa: nella consumazione di questo sacrificio si compie tutta l’opera della creazione.
      § III. L’obbedienza con cui ci innalziamo interiormente al di sopra di noi stessi, è utilissima per acquistare la libertà interiore propria dei figli di Dio e ci dispone a donarci con la carità.
     
      n. 20 § I. Il bene comune in forza del quale i frati sono vincolati all'obbedienza, esige anche che i superiori si mostrino ben disposti ad ascoltare le loro opinioni e che anzi, quando si tratta di questioni di maggior rilievo, ne discutano con loro, ferma restando la loro autorità di stabilire quello che si deve fare. In tal modo tutta la comunità, come un corpo solo, può orientarsi verso il fine comune della carità.
      § II. Siccome lo Spirito Santo dirige la sua Chiesa anche con speciali talenti e carismi, i superiori, nell'esercizio della loro autorità, sappiano riconoscere molto attentamente i doni particolari dei frati, giudichino e indirizzino quelli che, secondo le circostanze e le necessità, lo Spirito Santo elargisce nell'Ordine per il bene della Chiesa. Perciò sia nell'intraprendere nuove opere sia nel proseguire quelle già iniziate, entro i limiti del bene comune e secondo l'indole di ognuno, si riconosca ai frati la congrua responsabilità e si conceda loro la conveniente libertà.
      § III. Il superiore, nella ricerca della volontà di Dio e del bene comune, "non si ritenga felice per la potestà di comandare; ma per la sua carità messa a servizio degli altri e cerchi di ottenere non una sottomissione servile, ma un libero impegno.
      § IV. A loro volta i frati collaborino fraternamente coi loro superiori con spirito di fede e di amore per la volontà di Dio; con lealtà si sforzino di entrare nel loro ordine di idee e con fattiva ponderazione facciano quello che viene loro ordinato. Nel compimento del loro dovere facciano sì che la loro obbedienza sia pronta e precisa senza dilazioni, e semplice senza discussioni inutili.
      Tutto il nostro Ordine e i singoli religiosi sono soggetti al Romano Pontefice come a loro supremo superiore, e sono tenuti ad obbedirgli anche in forza del voto di obbedienza (Can. 499 § 1).
     
      n. 23 Se per il bene dell’Ordine o della Chiesa è necessario affidare un incarico ad un frate anche con grave pericolo della sua vita, questo non lo si faccia mai senza prima aver sentito l’interessato. Dopo di che il superiore deve agire con molta prudenza non senza aver prima assunto informazioni e sentito il parere di religiosi prudenti.
     
      5. La penitenza
     
      1. Senza penitenza, non c’è azione soprannaturale sulle anime

     
      Il Frate Predicatore si dedica a praticare la penitenza per due motivi principali:
      Come religioso, egli cerca di riprodurre il mistero della croce, perchè nello stato presente la perfezione è in questo mistero: “Se qualcuno vuol venire dietro a me - dice il Salvatore porti ogni giorno la sua croce”.
      Come sacerdote e pastore d’anime, egli s’immola con Gesù per salvare il mondo e per espiare i peccati del popolo.
      Strana illusione è l’aspirare ad essere degno ministro del Redentore e prestargli un’efficace collaborazione senza voler associarsi alla sua Passione mediante la mortificazione universale! «Io devo compiere nella mia carne - diceva l’Apostolo - quello che manca alla passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa». È una legge che non ammette eccezione: senza penitenza, non c’è azione soprannaturale sulle anime.
      Nella vita del Frate Predicatore, S. Domenico diede un largo posto alla penitenza. Se ne possono distinguere le diverse pratiche in osservanze di regola e in osservanze di consiglio.
     
      2. Le osservanze di regola
     
      Vi sono osservanze di regola che riguardano direttamente il corpo: il digiuno da sette ad otto mesi dell’anno, l’astinenza perpetua, l’uso esclusivo della lana alle carni, l’alzata di notte per l’ufficio canonico.
      E vi sono osservanze di regola che sono piuttosto mortificazioni spirituali, come il Capitolo delle colpe, il silenzio e molti altri obblighi della vita regolare. Abbiamo già riferito il testo del B. Umberto che spiega come i Predicatori presero dalla Costituzione dei Canonici Premostratensi quello che essi vi trovarono di austero (quod arduum) e come aggiunsero molte altre osservanze.
      Ma le forze umane hanno un limite. Come un uomo votato alle fatiche talvolta opprimenti del ministero apostolico potrà abitualmente abbandonarsi a tanto dure penitenze? Come impedire che le osservanze, almeno in certi casi particolari, nuocciano all’apostolato, fine essenziale dell’Ordine?
      S. Domenico previde la difficoltà. Per conciliar tutto, austerità, studio, apostolato, pose in capo alle Costituzioni la legge della dispensa: «Il Superiore avrà il potere di dispensare i Frati secondo che giudicherà conveniente, specialmente nelle cose che potrebbero impedire lo studio, la predicazione e il bene delle anime».
      La vita ascetica domenicana è in vista dell’apostolato, e quindi è da esso regolata.
      Spiega il B. Umberto: «Gli statuti dell’Ordine non devono essere osservati con una rigidezza tale da impedire all’Ordine di raggiungere il suo scopo principale». Ogni volta che gli esercizi penitenziali contrarieranno l’apostolato, e solo nella misura in cui saranno un ostacolo, essi cederanno il passo a un bene superiore.
      Questa legge della dispensa è un elemento essenziale, il cui funzionamento assicura la normale attività dell’Ordine.
      Nella vita quotidiana essa rischiara agli occhi del Predicatore l’importanza pratica di ciascuno dei suoi doveri e subordina gerarchicamente i diversi capitoli delle Costituzioni. Egli organizza i diversi elementi, salda l’elemento contemplativo con l’elemento apostolico e adatta le osservanze alla vita attiva.
      Questa legge permise a S. Domenico di innalzare l’opera sua come un edificio. Egli non aveva avuto modelli precedenti da imitare e non ebbe che poche imitazioni. Tale edificio è tanto ardito quanto armonico. Questo Ordine è ad un tempo ascetico, contemplativo e apostolico, in cui l’austerità prepara la contemplazione che si espande nell’azione.
      Da questo si vede come la discrezione sia uno dei tratti distintivi dello spirito domenicano. Al quale nulla vi è di più avverso che quello spirito di sciocca uguaglianza, che reclama per ciascuno i medesimi diritti e richiede i medesimi doveri.
      Dio non ha ripartito in misura diversa i doni di natura e di grazia?
      La Regola vuole che il Priore si sforzi d’imitare l’arte divina nel governo delle anime e gli mette in mano lo strumento delicato della dispensa, per il quale tutti gli elementi sono coordinati per concorrere alla pienezza dell’apostolato. Il Superiore è un Padre che deve reggere i suoi figli con larghezza di pensiero e di affetto e con pari fermezza, e trattar ciascuno secondo i suoi bisogni e i mezzi che ricevette da Dio.
      Scrive Sant’Agostino nella sua Regola: “Venga distribuito a ciascuno di voi dal vostro superiore non in maniera uguale per tutti, perché non avete tutti la medesima salute, ma piuttosto a ciascuno secondo le sue necessità”.
      È certo che il Superiore deve far in modo che ciascuno dei suoi religiosi segua la via regia dell’austerità, poiché essa è la via normale dei Predicatori.
      Ma, nell’infervorare la buona volontà di tutti, egli terrà conto delle differenze fisiche e morali, delle forze e dei bisogni, per misurare il lavoro e il riposo.
      Si guarderà dal distribuire uniformemente l’austerità e la dispensa. Piuttosto distinguerà la vocazione particolare dei suoi figli, la loro forza e la loro debolezza, ciò che hanno ricevuto e ciò che danno. In una parola, egli applicherà i mezzi per ricavare da ciascuno il bene particolare, che Dio da lui aspetta per la salute del mondo.
     
      3. Pratiche penitenziali di consiglio
     
      Sono quelle che le Costituzioni non impongono strettamente ma che si contentano di consigliare con calore.
      Il loro uso è talmente entrato nella vita domenicana che è necessario parlarne per tracciar la fisionomia completa del Predicatore.
      Le Costituzioni raccomandano con forza al Maestro dei novizi di comunicare ai suoi discepoli lo spirito di austerità o di insegnarne loro la pratica:
      “Il Maestro abbia diligente cura nell’insegnare a tutti i novizi di esercitarsi con zelo nella disciplina regolare, affinché imparino il modo di vincere le passioni illecite e i vizi attraverso la custodia dei sensi e la mortificazione. Inoltre che sappiano che cosa siano l’austerità, i digiuni, i cilizi e le discipline”.
      In ogni tempo queste pratiche penitenziali furono in onore nell’Ordine.
      S. Domenico aveva dato l’esempio. Camminava a piedi nudi per tutte le vie, salvo nell’attraversare le città, e mendicava il suo pane di porta in porta, beveva l’acqua delle fonti, era paziente in ogni avversità, e spesso sorrideva alle ingiurie. A Segovia si venera la grotta, ove i ritirava la notte per pregare e per flagellarsi. Quando dimorava a Santa Sabina o a S. Nicolò di Bologna, passava la notte in chiesa. Prostrato sui gradini dell’altare, si flagellava tre volte per notte fino a sangue e prolungava la sua veglia e la sua preghiera finché le forze glielo permettevano. Se la fatica era troppo grande e il sonno reclamava i suoi diritti, si appoggiava al muro o si coricava per un istante su una pietra sepolcrale che copriva la salma del papa Alessandro.
      I figli seguirono coraggiosamente l’esempio del loro Padre. Quando noi celebriamo la festa di un santo dell’Ordine e succede più volte alla settimana alla lettura delle lezioni dell’uffizio siamo sicuri di udire ciò che fu chiamato “il ritornello del secondo notturno”, il racconto del medesimo martirio volontario: “domava la sua carne con vigilie, digiuni, flagellazioni e altri esercizi”17.
      Questa nota d’austerità è una di quelle che stabiliscono l’unità nell’estrema varietà dei Santi domenicani.
      Per la grazia di Dio, la storia contemporanea su questo punto richiama al pensiero quella dei tempi primitivi. Lo storico del P. Lacordaire non ebbe l’ardire di raccontare le segrete penitenze che s’imponeva l’illustre Predicatore. Tuttavia il poco che ne disse colmò di stupore quelli che avevano ammirato solo l’incomparabile eloquenza dell’oratore di Notre Dame, senza sospettare l’austerità del religioso. È possibile qualcosa di più commovente, nella sua semplicità, di quella croce di legno rizzata contro un pilastro della cripta dei Carmelitani, a cui il Restauratore in Francia dell’Ordine domenicano si faceva appendere per ore intere, a fine di rassomigliare più da vicino al divin Crocifisso?
      Uno degli uditori del P. Besson, colpito dall’irradiamento della sua austerità, esclamava: “E’ un crocifisso che parla!”. Quest’uomo così dolce e dalla conversazione così soave era in realtà un gran penitente: “La mobilia della sua cella consisteva in una tavola di abete, su cui erano aperti alcuni libri di teologia; due rozze sedie e, in un angolo, una cassa in forma di bara che gli serviva da letto; il fondo era guarnito di pietre e di pezzi di legno; un volume in foglio di Sant’Agostino teneva le veci di guanciale, e una coperta di lana, distesa sul letto, celava i suoi strumenti di penitenza e lo avvolgeva durante la notte: lì prendeva il suo riposo da sano e da malato”18.
      Sicuramente non ogni Predicatore è tenuto a ripetere sopra se stesso ciascuno di questi esperimenti durissimi alla natura ma soavi all’anima generosa. Però dall’esempio unanime dei suoi Padri, egli deve ritenere che la via normale della sua formazione interiore è la via dell’austerità.
     
      4. La penitenza non è il fine dell’Ordine. Resta pur sempre un mezzo.
     
      La misura di tale austerità risponderà alle speciali attrattive della grazia, specialmente alle indicazioni dell’obbedienza. Perché queste penitenze, che il libero amore aggiunge ad osservanze già austere, devono essere, come tutta la vita domenicana, moderate dalle necessità dell’apostolato. L’obbedienza le regola e loro impone quella giusta misura, quella saggia ponderazione, che tiene i religiosi lontani tanto da un ascetismo esagerato quanto dalla mollezza. Essa li mantiene nei limiti di quell’ammirabile discrezione, nemica del troppo come del troppo poco, tanto raccomandata dai nostri Santi. Dice S. Tommaso: “La macerazione del corpo non è gradita a Dio se non in quanto viene praticata con la discrezione necessaria: essa deve padroneggiare la concupiscenza senza opprimere la natura”19.
      Parimenti l’austero S. Vincenzo Ferreri ricorda ai suoi fratelli che “è difficilissimo serbare la misura nella penitenza” e che una delle più temibili astuzie del demonio è quella che “ad un religioso fervente suggerisce delle astinenze e delle veglie esagerate, atte a indebolirlo e a renderlo inetto al ministero”20.
      Il ministero apostolico è in realtà la ragione d’essere del Predicatore, il supremo fine ch’egli non deve mai perdere di vista. La penitenza, dopo averlo liberato dai suoi legami naturali e alleggerito del suo peso umano, diventa per lui un mezzo per raggiungere questo fine.
      Ma se per l’esagerazione o per la singolarità essa lo distogliesse, lo collocherebbe fuori della sua vocazione.
      Il Frate Predicatore, dopo aver espiato per se stesso, dirige appunto verso la salute delle anime l’efficacia della sua penitenza, ad esempio del suo Padre S. Domenico, che faceva tre parti del suo sangue, che versava nelle sue cruente discipline: “la prima per i suoi peccati, la seconda per i peccati dei vivi, la terza per i peccati dei defunti”. Così S. Pietro da Verona si flagellava per convertire più sicuramente gli eretici. Così il P. Lacordaire s’infliggeva o si faceva infliggere nel Capitolo di Flavigny incredibili umiliazioni o sanguinose flagellazioni, a fine di «soffrire per giustizia per espiare, soffrire per amore per dar prova».
      Quando si tratta di salvare il mondo con Gesù, il religioso potrebbe esitare di fronte alla penitenza redentrice? Le anime salvate, Dio glorificato! Ecco la ricompensa al centuplo. Allora le più dure penitenze, per il fortunato giustiziato, sono la fonte d’incomparabili gioie intime. Perchè il Predicatore si getti con trasporto nella via delle sante austerità, gli basta solo vedere che lo spettacolo della sua vita ridesta il sentimento del pentimento e del sacrificio, e sforza gli uomini a ricordarsi che Dio è morto sulla Croce.

Capitolo II
LA VITA CONTEMPLATIVA

1. Perché il Predicatore è un contemplativo
     
      Perché egli è consacrato al ministero apostolico. Se vi è una certezza saldamente stabilita dall’insegnamento della Chiesa e dall’esperienza dei Santi, è questa: che la vita attiva è una manifestazione esterna della vita contemplativa; per esser feconda, l’azione non può far senza la contemplazione.
      Gli Apostoli, modelli a cui un religioso deve sempre ritornare se vuole raggiungere l’ideale della sua vocazione, quando vollero definire le loro funzioni, parlarono della contemplazione e del ministero delle anime, ma collocando la contemplazione al primo posto: “Noi invece ci dedicheremo all’orazione e al ministero della parola” (At 6,4).
      Tutta l’antichità ecclesiastica visse secondo queste parole: i chierici facevano la vita contemplativa. Quando Eusebio volle spiegare ai pagani chi sono i chierici della nuova religione, li definì come “coloro che vivono nella rinunzia a tutte le cose della terra e, sciolti dalle cure temporali, s’applicano alla contemplazione delle cose eterne”.
      Alla fine del secolo V, Giuliano Pomerio scrivendo un trattato della vita dei chierici lo intitola: De vita contemplativa. Vita clericale e vita contemplativa erano sinonimi. E chi ignora che per lunghi secoli la preghiera liturgica tenne il primo e più largo posto nella vita di tutti i ministri di Dio, anche di quelli che si occupavano più attivamente delle opere di carità? Ancora nel secolo XIV, tutte le ore canoniche erano dovunque solennemente celebrate e difficilmente si sarebbe trovato un curato di campagna che, circondato dai suoi chierici, non cantasse ogni giorno nella sua chiesa almeno la Messa e i Vespri, e non si levasse la notte per il canto del Mattutino.
      Il ministero straordinariamente fecondo del clero primitivo si nutriva dunque di un’abbondante contemplazione. S. Tommaso non fa altro che riassumere questa lunga esperienza dei Santi, quando con la sua ordinaria precisione scrive: “La vita attiva, nella quale vengono comunicate le realtà contemplate attraverso la predicazione e l’insegnamento, presuppone un’abbondanza di contemplazione”.
      Si può dire che questa verità è la nota fondamentale delle Costituzioni domenicane. S. Domenico volle che la vita quotidiana dei suoi figli fosse una vita contemplativa, cioè una vita di raccoglimento, di studio, e di preghiera: il silenzio facilita lo studio, lo studio nutre la preghiera, la preghiera attira la carità, anima d’ogni apostolato; perché “lo zelo - dice ancora S. Tommaso - è un amore intenso” (Somma teologica, I-II, 28, 4).
      La contemplazione è l’anima dell’apostolato domenicano. L’Ordine non potrebbe rinunciarvi senza diminuire di altrettanto l’efficacia delle sue opere. Senza vita contemplativa tutto è colpito di sterilità: lo studio perde il suo senso profondo, le opere si vuotano dello spirito di carità, perchè la contemplazione è la grande sorgente non solo dell’amore, ma anche dell’intelligenza.
      Privato di questa sorgente vivificante, l’Ordine intristisce, si dissecca come un albero piantato in una terra arida, troppo povera per nutrirlo. Forse formerebbe ancora professori sapienti, capaci di dotte lezioni e di libri eruditi, ma lezioni e libri impotenti a produrre la pietà. I suoi Predicatori non distribuirebbero alle anime se non eloquenza umana, sterile.
      Per evitare questa sventura d’avere un Ordine di religiosi, la cui scienza non fosse rivolta alla pietà e le cui opere non fossero penetrate di soprannaturale, S. Domenico diede alla preghiera un così largo posto, e le Costituzioni raccomandano in maniera pressante ai Priori di mantenere nei Conventi “le solennità dell’ufficio divino, il canto, le processioni ed altre cerimonie prescritte, persuasi che Dio onnipotente spanderà ben più larghe benedizioni sulla predicazione e sul ministero dei Frati cui una più lieta devozione renderà più assidui al lavoro”. “I predicatori - aggiunge il B. Umberto - attingono dalla contemplazione quello che versano poi nella predicazione”.
      Il figlio autentico di S. Domenico è un contemplativo. Non è la scienza o l’eloquenza che lo caratterizzano anzitutto, ma l’amore della preghiera. Prima di tutto egli cerca di “fortificare in se stesso l’uomo interiore, al fine di essere radicato e fondato nella carità e riempito di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14). Egli è penetrato di questa convinzione che l’apostolato, anziché agitazione, è l’espansione della vita interiore, l’irradiamento di un’anima tutta piena di Dio, la cui vita trabocca e si comunica ad altre anime. Egli serba come regola di condotta quotidiana le brevi parole del sublime testamento di S. Domenico: In fervore spiritus consiste: “rimani nel fervore dell’amore”.

2. La casa della contemplazione
     
      È il nome che un antico cronista dava al convento dei Predicatori: Domus contemplationis.
      Poiché il Frate Predicatore è prima un contemplativo, S. Domenico volle creare per la sua formazione dei luoghi adatti alla vita contemplativa, avvolti di silenzio e di preghiera.
      Il convento domenicano, come lo organizzano le Costituzioni dell’Ordine, potrebbe definirsi: una casa religiosa fatta per la contemplazione.
      Anche nella sua disposizione materiale, il convento deve favorire la vita interiore21. D’ordinario accanto alla chiesa, centro della vita conventuale, si sviluppa il chiostro. Il chiostro circonda un cortile silenzioso e ricopre le tombe dei Frati defunti. Luogo sacro che solo si attraversa pregando. Intorno vi sono i luoghi regolari: la sacrestia, il refettorio, il capitolo, la biblioteca. Sopra, il Dormitorio, largo corridoio sul quale si aprono tutte le celle dei religiosi.
      Le Costituzioni vogliono che quest’insieme sia costruito senza lusso, senza decorazioni inutili. Ma non escludono una certa eleganza di forma, perché il bello facilita lo slancio dell’anima. Le Vitae Fratrum raccontano che Fra Guy, dopo la sua morte, fu ricompensato del bel chiostro che aveva innalzato. E non mancarono Frati artisti per arricchire l’interno del convento, il chiostro soprattutto, di belle opere d’arte, che dovevano aiutare i religiosi a sollevarsi a Dio.
      Su tutti questi luoghi, il raccoglimento, la pace.
      Difatti si tratta di allontanare ciò che S. Tommaso segnala fra i principali ostacoli della contemplazione: tumultus exteriores. Appena entrato il novizio è impressionato dal silenzio, uno dei primi obblighi della vita domenicana. Con quale stringente gravità raccomandano le Costituzioni “la santissima legge del silenzio!”. “I frati tacciano” ordinano esse, enumerando i luoghi regolari, dove mai una parola dev’essere pronunziata: la chiesa, il chiostro, il refettorio, la cella. Se a volte bisogna assolutamente parlare, si farà con rapide parole e come silenziosamente. In refettorio il silenzio è perpetuo; solo il Maestro Generale e i vescovi possono permettere che vi si parli. La cella è un santuario; nessuno vi entra, nessuno vi parla mai, il religioso in essa vi deve solo “leggere, scrivere o pregare”.
      Nel convento non si deve udire alcun rumore, alcuna parola. Tutto tace nel luogo della pace. Quanto sarebbero qui fuori di posto le futili conversazioni del mondo! Anche quando vi si parla, non vi si deve udir altro che parole tutte interiori, parole piene che rivelano gli ordinari pensieri di quelli che sono abituati alle cose divine e il culto ch’essi celebrano nel santuario intimo dell’anima.
      Infatti la Regola impone il silenzio materiale come un mezzo per raggiungere uno scopo più elevato, il raccoglimento interiore. A che serve il tacere cogli uomini, essere sobrii di conversazioni se, dietro il mutismo delle labbra, le voci interne fanno strepito? Più ancora che alle labbra, è ai sensi che la Regola vuole imporre silenzio, all’immaginazione, alla sensibilità! L’ideale ch’essa ci propone, è quello di S. Domenico, di cui gli antichi cronisti ci riferiscono questo magnifico elogio: Linguae observantissimus custos non nisi cum Deo aut de Deo loquebatur (osservantissimo custode della lingua, non parlava se con Dio o di Dio); quello di Santa Caterina da Siena, che conversa senza posa con Gesù nella sua «cella interiore», pur attendendo alle opere più svariate; quello di S. Tommaso d’Aquino, che riferisce tutti i suoi studi e ciascuno dei suoi pensieri a Dio: quello di S. Alberto Magno, che scrive ai suoi fratelli: «Il religioso che penetra in se stesso oltrepassa se stesso e sale veramente verso Dio.
      Raccogliamoci dunque lungi dai divertimenti mondani per fissarci nella luce della contemplazione».
      In verità, il Frate Predicatore, nel suo convento, è consacrato al silenzio.

2. La casa della contemplazione (segue)
     
      D’ordinario il novizio arriva agitato, con l’anima in preda all’inquietudine. Il primo beneficio del convento è dargli la radiosa calma del silenzio. Tutto cospira a fargli dimenticare i vani tumulti del di fuori e lo spinge a cercare il trionfo nel regno interno. Se egli non è un’anima mediocre, una di quelle anime tiepide, che mancano di profondità e di mistero, ben presto ama questo silenzio che comincia col mettere ordine in lui stesso e a poco a poco l’introduce nella pace.
      Nel medesimo tempo ch’egli è protetto contro le forze malefiche, che assediavano l’anima sua, una misteriosa potenza viene a commuoverlo. Tutto lo allontana dal mondo, tutto lo solleva a Dio. Egli si sente circondato dal soprannaturale. La preghiera si eleva da per tutto, ad ogni ora. Sovente nel giorno ed anche in piena notte, la campana lo chiama al gran dovere della lode divina. Da tutti i luoghi di questa casa abitata dallo Spirito sale verso di Lui un canto ch’egli non si stanca di ascoltare, che lo trascina, il canto delle anime in cerca di Dio, eterno motivo dell’amore.
      Fin dal primo giorno egli si trova in presenza di esempi viventi. I suoi nuovi fratelli gli mostrano ad ogni istante quale è quella via ch’egli deve percorrere. Li vede ad ogni ora tendere verso quell’ideale comune. Tutti i loro pensieri, tutti i loro atti ad esso convergono. E da questo sforzo collettivo, da quest’ardore comunicativo irradia una forza piena di speranza. Irresistibilmente il novizio obbedisce a questa chiamata che sale da tutte le cose e da tutti i cuori, a quest’ordine di divenire perfetto. Si sente trascinato in un vasto movimento, il cui termine è Dio. Vede ch’egli continua una lunga tradizione. Quando attraversa i chiostri, cammina sulle tombe. Un gran soffio di storia passa e l’avvolge. I minimi gesti dei novizi, che armonizzano un medesimo pensiero e una pari generosità, svelano la bellezza della tradizione; essi riallacciano i figli ai loro padri. Così pregava S. Domenico, così gl’innumerevoli figli che Dio gli suscitò nel corso dei secoli. Tutti diedero alla loro fede un’espressione identica. Tutti formano una cosa sola, confusi nella generosità del medesimo sacrificio, nella formula d’una preghiera simile.
      La Regola viene e s’impadronisce della sua vita, nella quale essa ispira i minimi particolari, organizzandoli tutti in ordine a Dio, dando a tutti, anche ai più infimi, qualcosa di santo.
      Imponendogli la povertà, la castità, le rinunce dell’obbedienza e le austerità della penitenza, essa rimuove l’altro ostacolo alla contemplazione, segnalato ancora da S. Tommaso: la veemenza delle passioni (vehementia passionum). La pratica della Regola purifica nel medesimo tempo e il corpo e il cuore e lo spirito.
      Al Predicatore basta osservarne tutti i punti per essere elevato ad un grado eminente di vita interiore, per la virtù degli sforzi, che questa fedeltà suppone e per la fecondità della grazia, di cui la Regola è come il canale. “Datemi un Frate Predicatore che osservi la sua Regola fino all’ultimo jota - diceva il papa Giovanni XXII ed io lo canonizzo senza bisogno d’altro miracolo”.
      Per il figlio di S. Domenico è una forza immensa il sottomettersi ad una tale disciplina. Essa lo libera, lo trascina, lo solleva. E’ per questa Regola, scritta e sperimentata da innumerevoli Santi e così prodigiosamente feconda, che la vita domenicana, per usare una parola delle Costituzioni, apparisce come una bella cerimonia: pulchra cerimonia: vita larga, piena, gioconda, armonicamente bella, fonte inesauribile della gioia intellettuale ed affettiva.
      I giorni del Predicatore si svolgono nella pace della regolarità, nella gioia delle rinunce e della carità fraterna. Estraneo alle cure e ai piaceri del mondo, sciolto dalle sollecitudini della vita esteriore, schivo da ogni volgare distrazione, nel corso delle sue ore di volontaria solitudine, egli non vede e non sente se non quello che vi è di divino nel mondo. Raccoglie tutto ciò che gli parla di Dio. Effettua l’unità di vita: compenetra tutto di divino. In questa pace del chiostro dove l’austerità e la castità preparano l’anima sua alla verità, egli veglia, sta in ascolto: quando viene Dio, egli ode meglio la sua voce.
      Ora Dio viene spesso. Dovunque e in ogni istante Egli si dà all’anima che lo desidera: durante lo studio che la carità vivifica, nel chiostro, nel coro, nella cella. La cella è il rifugio tutto pieno di Dio, il luogo abituale della contemplazione del religioso e delle sue più abbondanti conversazioni intime. Al Predicatore fervente essa parla sempre, e dà lezioni che solo essa conosce. Il P. Lacordaire assicurava d’aver scoperto nella sua angusta cella “un orizzonte più vasto che il mondo”.
      Veramente la vita domenicana tal quale la costituì S. Domenico, luminosa, larga e disciplinata, austera e gioconda, rivela e dona Iddio. Il convento domenicano è il luogo favorevole al riposo e all’espansione dell’anima. La preghiera si svolge liberamente. Lo studio, calmo e sereno, è ivi profondo e fruttuoso. È davvero la pax operosa richiesta da Sant’Agostino. Se un’anima generosa vien a rifugiarvisi, la sua influenza, sufficientemente sostenuta, produrrà una vita forte e piena, una vita armonica e feconda.
      Dopo aver preparato il Predicatore all’esercizio dell’apostolato, questa stessa vita conventuale lo proteggerà contro l’esaurimento del ministero. Al ritorno dai suoi viaggi apostolici, egli verrà nel raccoglimento e nella pace della sua cella a ritemprarsi per nuove fatiche.
      Il convento gli offrirà il necessario riposo; il raccoglimento lo arricchirà di nuove provvigioni di vita; l’anima sua si farà nuova. Rifatto e di nuovo provvisto, egli potrà ripartire senza pericolo per la conquista delle anime22.
      Sant’Antonino aveva fatto scrivere sulla porta d’una cella: Silentium est pater Praedicatorum. Infatti nel silenzio del suo convento il Frate Predicatore riempie l’anima sua della vita soprannaturale, che deve distribuire agli uomini. E fu davvero un pensiero geniale quello che guidò il Patriarca d’Osma allorché, con l’intento di formare degli apostoli, cominciò ad immergere i suoi figli nella vita contemplativa23.


§ 3. Lo studio
1. Lo studio nella vita domenicana

     
      I Frati devono avere la massima applicazione allo studio: “leggere e meditare di giorno, di notte, in convento e in viaggio, e sforzarsi di tenere a memoria tutto quello che potranno”24.
      Difatti lo studio è uno dei primi mezzi che permettono all’Ordine di conseguire il suo scopo. “Certamente - dice il B. Umberto - lo studio non è il fine dell’Ordine, ma è eminentemente necessario per predicare e per operare la salute delle anime; senza lo studio non possiamo né l’uno né l’altro”». Infatti come è possibile predicare la dottrina, insegnare, discutere, confutare, senza una preparazione seria e metodica?
      Per questo S. Domenico costituì la vita dei suoi figli in modo tale da favorire lo studio imposto come un obbligo di regola, un’occupazione necessaria e permanente.
      Al suo ritorno da Roma, dove aveva ottenuto l’approvazione di papa Onorio - è Teodorico d’Apolda che lo racconta - egli riunì i suoi compagni ed espose loro lo scopo dell’Ordine nuovo: che studiassero e predicassero (ut studerent et praedicarent).
      Perciò uno dei primi obblighi del Priore è di vigilare affinché “gli studi siano sempre in pieno vigore e gli studenti applicatissimi”. Egli concederà le dispense utili affinché la fatica proveniente dalle osservanze non rallenti lo zelo dei Lettori o l’applicazione degli studenti. L’Ufficio stesso dev’essere cantato “brevemente e senza strascichi, per non impedire lo studio”25.
      Secondo le necessità momentanee del ministero, il Frate Predicatore vedrà rallentarsi l’obbligo delle diverse osservanze regolari; ma non sarà mai dispensato dall’obbligo dello studio, tanto esso è fondamentale nella vita domenicana. Il Gaetano esagerava senza dubbio, quando affermava che ogni domenicano, il quale non consacri quattro ore ogni giorno allo studio, è in stato di peccato mortale. È vero nondimeno che sarebbe totalmente fuori di strada e in grave colpa contro la sua Regola quel Frate Predicatore che non amasse il lavoro intellettuale.
      Una delle maggiori cure dell’Ordine, nei suoi inizi, fu quella di organizzare studi completi quant’era possibile e di stimolare i Frati al lavoro intellettuale. Nessun’altra società religiosa aveva ancora fatto questo fino a tal punto. Non appena San Domenico ebbe stabilito i suoi primi figli a Tolosa, fece loro frequentare la scuola episcopale di teologia. Dopo di lui, i Maestri Generali gareggiarono di zelo coi Capitoli per metter l’Ordine alla testa del movimento intellettuale del Medio Evo.
      Ai giorni nostri, l’Ordine ha serbato fede alla sua vocazione scientifica e, come per il passato, domanda ai suoi figli di darsi con ardore allo studio; e lumeggia il suo blasone con la parola così feconda: Veritas.
      Per il Frate Predicatore il dogma è la terra solida, incrollabile, su cui egli appoggia tutte le sue opere, tutta la sua azione. Terra di una inesauribile fecondità: scavata da teologi quali un Alberto Magno, un Tommaso d’Aquino, essa rivela tesori immensi; coltivata dai predicatori e dai mistici, essa s’adorna d’una splendida fioritura, fa germogliare il frumento, che dà il pane alle anime e fa sbocciare i fiori d’amore, gli slanci d’un Enrico Susone, d’una Caterina da Siena.
      Per lunghi anni prima d’essere impiegato nel ministero, il Frate Predicatore deve subire una preparazione grave e metodica. Non si procede alla maniera moderna per la sua iniziazione scientifica. La sua educazione si fa lentamente, tradizionalmente, secondo l’antico metodo scolastico che formò le più grandi menti della Chiesa.
      Giunto verso i vent’anni al noviziato, non è dedicato al ministero se non verso i trenta. Durante questi anni, lontano da tutto ciò che potrebbe dividere il suo sforzo o rallentare la sua attenzione, egli raccoglierà con una docilità intelligente e attiva gl’insegnamenti del passato, imparerà a conoscere ed amare il lavoro dei padri suoi, ciò ch’essi fecero e che non è più da fare; crescerà secondo il loro spirito, nel rispetto dell’opera loro. Allorché verrà il momento di produrre il suo sforzo, invece di distruggere, egli penserà ad aumentare la ricchezza tradizionale e a fornire il suo contributo personale al tesoro accumulato dai suoi padri.
      In ogni tempo, nell’Ordine, il religioso ebbe l’agio di dedicarsi allo studio: “Il tempo non fece loro difetto - scrive Mons. Douais degli studenti domenicani dei secoli XIII e XIV. – Tre anni passati nello Studium artium, tre anni nello Studium naturalium, tre anni con ogni rigore nello Studium theologiae, cioè, nove anni consecutivi consacrati a studi, che cominciavano verso il ventesimo anno. Di più, per i Frati meglio dotati e giudicati atti a divenir maestri a loro volta, tre anni passati nello Studium solemne, oppure anche tre anni passati nello Studium generale, cioè in tutto quindici anni durante i quali lo studio era, dopo la preghiera, l’occupazione principale, unica, necessaria...
      Bisogna ancora aggiungere che il Frate Predicatore, per quanto avesse varcato la soglia delle scuole, non cessava d’essere studente; egli era tale per professione, se così posso dire, poiché presente in convento, era tenuto ad assistere a tutte le lezioni. Così la sua intelligenza era continuamente coltivata, tenuta desta al contatto d’un maestro abile e sperimentato”26.
      Oggi, se l’organizzazione scolastica è stata modificata, per piegarsi alle necessità moderne, essa consacra sempre molti anni allo studio delle scienze sacre e resta vero il detto che il Frate Predicatore è “studente per professione”.


§ 3. Lo studio
2. L’oggetto principale dello studio

     
      Tuttavia, per importante che sia, lo studio non è lo scopo della vita domenicana. Se le Costituzioni non risparmiano alcun incoraggiamento per spingere i Frati al più intenso lavoro intellettuale, esse non insistono meno nel serbare allo studio il suo posto e il suo carattere: “Il nostro studio deve tendere principalmente e ardentemente ad aiutare l’anima del nostro prossimo”.
      Il Frate Predicatore non lavora come il dilettante che si compiace nel suo sapere e lo serba per sé, neppure solamente come il monaco, che cerca nei libri nuovi motivi per amar Dio. Egli ha di mira una scopo preciso: la salvezza delle anime. Utilia potius quam curiosa, diceva il Beato Umberto. E poiché la teologia, prima d’ogni scienza, è ordinata alla salute delle anime, il grande sforzo del Frate Predicatore sarà diretto allo studio dei libri teologici. Le Costituzioni, con quest’espressione, intendono anzitutto la Sacra Scrittura, il cui studio fu tanto raccomandato da S. Domenico27, la teologia propriamente detta e la storia sacra.
      Non è detto che il Frate Predicatore non possa aprir altri libri che questi. S. Tommaso d’Aquino non sdegnava di cercar prove della fede perfino negli eretici e nei pagani. La scienza del suo maestro, S. Alberto Magno, si estendeva a tutti i soggetti profani e gli permise di comporre una vera enciclopedia del sapere umano dei suoi tempi.
      Il Frate Predicatore potrà darsi alle scienze ausiliarie della teologia ed anche ad altre che hanno con essa solo relazioni più remote. Per meglio difendere la Chiesa, l’Ordine non temerà di assicurare ad alcuni dei suoi figli una larga e completa formazione scientifica. Ma lo studio della teologia rimarrà sempre lo studio fondamentale, e le altre scienze non saranno coltivate se non nella misura richiesta dalle necessità apostoliche. Con tanta maggior cura saranno richiamate allo scopo dell’Ordine, che è la salute delle anime, quanto più esse potrebbero allontanarlo28.


§ 3. Lo studio
3. Caratteri dello studio

     
      Le Costituzioni, del resto, vegliano, affinché lo studio non possa mai diventare un ostacolo col diventare un oggetto di curiosità o vana compiacenza. Esse vogliono che il suo primo carattere sia quello d’esser pio. Tale è la condizione della sua utilità.
      Dio non voglia ch’esso sia un ostacolo alla contemplazione! Ogni libro deve parlarci di Dio. È Dio che dobbiamo cercare da per tutto, essendo il nostro primo ufficio quello di scoprire in ogni creatura l’immagine o le tracce del Creatore.
      Lo studio del Frate Predicatore non dev’essere un semplice lavoro intellettuale, una speculazione astratta e fredda. Sarebbe un intendere assai male lo scopo delle Costituzioni. La verità studiata deve discendere nel cuore, prender possesso dell’anima fino nel suo ultimo fondo e divenirvi un principio d’azione sovrana ed universale.
      I nostri primi Padri chiamavano lo studio lectio, ed era per loro il primo gradino della scala che fa salire a Dio: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. Essi la cominciavano nell’intelletto e la proseguivano nel cuore. Così studiava S. Domenico: “Dopo la refezione - racconta il Padre Lacordaire riassumendo gli atti della canonizzazione - egli si ritirava in una camera per leggere il vangelo di San Matteo o le epistole di S. Paolo che sempre portava con sé. Si sedeva, apriva il libro, faceva il segno della Croce e leggeva attentamente. Ma ben presto la parola divina lo rapiva fuori di sé. Faceva gesti come se parlasse con qualcuno. Pareva ascoltare, disputare, lottare; sorrideva e piangeva alternativamente; guardava fisso, poi abbassava lo sguardo, poi parlava sommessamente, poi si percoteva il petto. Passava incessantemente dalla lettura alla preghiera, dalla meditazione alla contemplazione. Ogni tanto baciava il libro con amore, come per ringraziarlo della felicità che gli procurava, poi immergendosi sempre più in quelle sacre delizie, si copriva il viso colle mani e col cappuccio”.
      Così ancora studiava S. Tommaso, che ai suoi allievi poteva fare questa candida confidenza: “Io non ho mai letto un libro che lo Spirito Santo non m’abbia aiutato a capirlo e a raggiungervi la profondità d’un mistero”. Il suo segretario e testimone di tutta la sua vita, Fra Reginaldo, rivelava agli studenti di Napoli il segreto del suo immenso sapere: “Miei fratelli, quando il mio Maestro viveva, mi proibì di rivelare le meraviglie di cui ero testimone: non è solo dal suo genio naturale che gli derivava la sua meravigliosa scienza, ma anche dalla sua orazione. Ogni volta che voleva studiare, argomentare, insegnare, scrivere o dettare, egli pregava con un profluvio di lacrime, segretamente, la Verità divina che abita nell’intimo, ed è per il merito della sua preghiera che i suoi dubbi si risolvevano. Se gli si affacciava un dubbio si dileguava mirabilmente. Si vedeva nell’anima sua l’intelligenza e il cuore armonizzare le loro libertà, comandarsi e servirsi alternativamente. Il cuore, mediante la preghiera, meritava il contatto di Dio; l’intelligenza, che fruiva di questo contatto, godeva di un’alta intuizione, tanto più luminosa quanto con maggior ardore il cuore amava”.
      Beato quel Frate Predicatore che sa comprendere che lo studio così praticato è la sorgente a cui s’alimenta inesauribilmente lo zelo apostolico e che, fedele alla grazia della sua vocazione e associandosi alle lunghe generazioni domenicane, si mette alla sequela dei suoi Padri, ripetendo con essi le parole del Salmista: Ingrediar in veritate. Come loro, egli gusterà quella gioia profonda, piena d’amore e d’ammirazione, che Sant’Agostino chiamava: Gaudium de veritate, suprema felicità dell’anima umana. Dante l’esprimeva in tre mirabili versi: Luce intellettual piena d’amore - Amor di vero ben pien di letizia - Letizia che trascende ogni dolore.


§ 4. La preghiera liturgica

     
      Un frate domandava al B. Giordano di Sassonia: “È meglio attendere alla preghiera o applicarsi allo studio?”. E il Maestro gli rispondeva: “Che cosa è meglio, mangiar sempre o bere sempre? Evidentemente è preferibile far l’uno e l’altro successivamente. Ugualmente anche per quanto mi chiedi”.
      Il Frate Predicatore infatti non si determinerebbe mai all’apostolato senza la preghiera.
      A che gli servirebbe la scienza, se non fosse vivificata e fecondata dalla carità? I dotti sono numerosi e i santi sono scarsi, perché molti dotti imprigionano la verità nella loro mente senza permetterle di penetrare il cuore. Per sé, la scienza non determina all’azione, e meno ancora al dono di sé. Senza la carità, essa non farà mai un apostolo.
      E non basta neppure a fare un contemplativo. La contemplazione religiosa, benché risieda essenzialmente nell’intelletto, comincia e finisce nella volontà. Perché si ama Dio, si vuol conoscerlo: perché si conosce, si ama di più. L’amore è il principio e il fine, ed è l’amore, quaggiù almeno, che forma la perfezione ultima della vita.
      Il Frate Predicatore non entrerà dunque pienamente nella sua vocazione a meno che la conoscenza ch’egli ha di Dio per mezzo dello studio cessi d’esser astratta, per divenire una scienza viva e attiva, una scienza che ama e per conseguenza si dedica e si dona.
      Ma la carità è un dono di Dio, per la sua stessa natura, fuori della nostra portata; e si ottiene con la preghiera. Ecco perché la preghiera, nella vita religiosa, e nella vita domenicana in particolare, tiene un così largo posto. Essa ha per scopo di attirare la carità che vivificherà e feconderà la scienza.
      Ora le Costituzioni c’impongono la preghiera sotto una doppia forma: ufficiale e privata. La prima, determinata dalla Chiesa, è la preghiera liturgica; la seconda era designata dai nostri Padri col nome di orationes secretae.


§ 4. La preghiera liturgica
1. La liturgia e la vita quotidiana

     
      S. Domenico, benché destinasse i suoi figli a tutte le opere dell’apostolato, non pensò mai a scioglierli da quello che S. Benedetto chiama l’opus Dei. Egli considerava la preghiera liturgica come la preghiera propria del religioso. Avrebbe temuto di diminuire il suo Ordine, se non avesse scritto in capo alle Costituzioni il testo: De Officio Ecclesiae. Pare a lui che un chierico regolare, che non faccia della preghiera liturgica il suo primo dovere, non meriti affatto il suo nome. E tutto quanto il popolo cristiano allora pensava come lui. La pietà conservava ancora le sue forme tradizionali.
      Le Declarationes che spiegano le Costituzioni primitive parlano della Solemnis divini officii recitatio; e ciò indica che S. Domenico voleva il culto esterno circondato di bellezza. Egli adottò l’Ufficio canonicale con tutti i suoi riti e col suo cerimoniale tradizionale, col canto, manifestazione necessaria dell’amore: cantare amantis est29. Volle che dai conventi del suo Ordine salisse perpetuamente una vera lode di gloria. Perché prima di tutto, l’uffizio corale, preparazione o complemento del sacrificio eucaristico, da cui non dev’essere separato, è la solenne espressione del culto divino, la voce del popolo cristiano interpretata dalla Chiesa, voce d’adorazione, di lode, di preghiera e di perdono.
      Infatti è la Liturgia che regola la vita quotidiana del Frate Predicatore. Studi, ricreazioni, perfino il riposo si svolgono nei limiti determinati dall’economia dei divini uffici.
      Nel cuore della notte la campana chiama i Frati all’ufficio di Mattutino: mentre le tenebre coprono il mondo, essi vegliano e pregano per far salire la lode a Dio, riparare i delitti e i disordini notturni: ufficio commovente che scuote l’anima nelle sue profondità. All’alba essi ritornano ad offrire le primizie del giorno nuovo cantando Prima. Sette volte al giorno, il ritorno regolare delle Ore li fa inginocchiare periodicamente a piedi dell’altare: Terza, Sesta, Nona, Vespri alternativamente li ritemprano nel fervore ed impediscono loro di scordarsi di Dio. Finalmente, ritornato il momento del riposo, è ancora la preghiera liturgica che chiude, con la Compieta, sempre solennemente cantata, la giornata ch’essa aprì col Mattutino.
      Come si vede, la preghiera liturgica forma la trama della vita domenicana. I nostri Padri la regolarono in modo ch’essa avvolgesse i lavori del religioso. Ciò essi fecero con un disegno ben definito.
      Oggi, in certi conventi, dove si è smussato il senso liturgico, s’inclina a raggruppare la recita di parecchie parti dell’ufficio a fine di avere poi lunghe ore di studio non interrotto e quindi, si crede, più utile. Ma ciò è un deviare dallo spirito primitivo e un cambiare gli antichi costumi.
      I nostri Padri seguivano le tradizioni apostoliche e recitavano ciascuna Ora nei diversi momenti del giorno e della notte. Vedevano essi meglio di noi la stretta relazione della preghiera e dello studio. Se frapponevano regolarmente lo studio con la preghiera liturgica, non intendevano sacrificarlo: sapevano che per questo sarebbe stato più fruttuoso.
      Il ritorno frequente al Coro impedisce allo studio di essere un semplice lavoro intellettuale, una speculazione astratta e fredda; e mantiene il contatto intimo con Dio e trattiene i Frati nella contemplazione. Se il religioso si dedica allo studio raccomandato dalla sua Regola, quello delle scienze sacre, l’Ufficio, lungi dall’interrompere il suo lavoro, ne è il complemento; esso lo compie fecondandolo; perché la verità che il Predicatore cerca nei libri, la trova in Coro, nelle formule liturgiche, non più astratta, ma viva, avvolta d’amore, più suggestiva, più penetrante.
      In realtà, è con una psicologia finissima che i nostri Padri procuravano queste frequenti interruzioni dello studio propriamente detto. Certo essi avevano per il lavoro intellettuale un gusto tanto vivo, quanto si può avere oggi, e nello studio delle scienze sacre ottenevano dei successi che noi difficilmente riusciamo ad uguagliare. Essi non disprezzavano dunque lo studio; ma l’esperienza aveva loro insegnato che appunto durante quelle stazioni liturgiche l’anima assimila il frutto del lavoro, e la verità dalla testa scende al cuore, dov’essa si riscalda e suscita le risoluzioni che governano la vita.
      “Quando studi, - diceva S. Vincenzo Ferreri - ogni tanto mettiti in ginocchio e fa salire a Dio una breve e ardente preghiera, oppure esci dalla cella, va in chiesa, nel chiostro, là dove lo Spirito Santo ti guiderà: con una preghiera vocale o semplicemente coi tuoi gemiti e cogli ardenti sospiri del tuo cuore, implora il soccorso divino, presenta all’Altissimo i tuoi voti e i tuoi desideri, chiama i Santi in tuo aiuto... Poi richiama alla memoria quello che stavi studiando, e allora ne avrai un’intelligenza più chiara. Ritorna allo studio e di nuovo alla preghiera, combinando i due servizi. Con quest’alternativa, tu avrai il cuore più fervente nella preghiera e la mente più illuminata nello studio”.
      Così studiava S. Tommaso. Il grande dottore faceva il minor uso possibile delle dispense, a cui gli davano diritto le sue lezioni e la composizione delle numerose opere. E non contento d’essere assiduo al Coro, vi giungeva prima degli altri e vi faceva delle lunghe dimore. Quando gli si domandava perchè interrompesse il suo lavoro, rispondeva: “Rinnovo la mia devozione per elevarmi poi più facilmente alla speculazione”.


§ 4. La preghiera liturgica
2. Liturgia, apostolato, vita interiore

     
      Parimenti essi non videro mai nella preghiera liturgica un ostacolo all’apostolato. Anzi, ad esempio di S. Domenico, giudicarono che la vita attiva trovasse nell’incessante preghiera liturgica la sua più solida base. E chi meglio di questi infaticabili apostoli poteva conoscere le affinità della preghiera e dell’azione?
      I figli di S. Domenico ricevettero la solenne recita dell’Ufficio come un mezzo d’Apostolato. La liturgia è per loro una potenza d’intercessione e il metodo autentico di santificazione che li prepara all’esercizio del ministero.
      Il Frate Predicatore, chierico regolare e apostolo, è costituito mediatore tra Dio e l’uomo. Ebbene è anzitutto in Coro ch’egli compie questa gran funzione. Ivi egli rappresenta l’umanità ed è dalla Chiesa deputato per offrire in nome di tutti il tributo necessario di lode.
      “Magistrato della preghiera”, egli adora, prega, domanda perdono. E perché, in quel momento, egli è la voce della Chiesa, la sua supplica acquista un’efficacia sovrana. Nuovo Mosè, disarma la collera di Dio. Quando in seno alla notte il figlio di S. Domenico lascia il suo duro letto e attraverso i chiostri oscuri si reca in Coro per recitare Mattutino, egli ha coscienza di meritare il suo titolo di Predicatore. Capisce che anche in quell’ora distribuisce la verità alle anime e che le sue preghiere, simili alle onde misteriose della telegrafia senza fili, se ne vanno attraverso il mondo, effluvi viventi e guaritori, a seminar la vita e a risuscitar i morti.
      Per un ammirabile contraccambio, nel medesimo tempo ch’egli santifica è santificato. Quando si compenetra dei riti, delle cerimonie, delle parole sacre, sente subito la vita divina crescere nell’anima sua e il suo essere soprannaturale svolgersi secondo i disegni di Dio. Alla sua intelligenza la preghiera liturgica fornisce un alimento abbondante e scelto. Continuamente il suo cuore è stimolato dalle formule sante, tutte ardenti di fervore, la sua volontà spronata dagli esempi di Gesù e dei Santi ogni giorno ricordati. Giorno e notte, la preghiera liturgica lo mette in contatto con l’Autore e col Modello d’ogni santità. Infatti la missione della Liturgia è di continuare e di dare Gesù, tal quale ce lo fa conoscere l’Apostolo: Christus heri et hodie et ipse in saecula.
      Questa triplice esistenza di Cristo nel seno del Padre, nella sua vita mortale in mezzo agli uomini e nella Chiesa attraverso i secoli, la Liturgia la manifesta e la comunica. Durante tutto il ciclo liturgico, al Frate Predicatore che segue con intelligenza e con fede le cerimonie sante, Gesù apparse sull’altare come è in realtà, vivente, e nell’atto di rinnovare i misteri della sua immolazione sotto il velo dei riti sacri: a grado a grado si svolgono i misteri della sua nascita e della sua infanzia, della sua vita privata e della sua vita pubblica, della sua Passione e della sua morte, della sua gloria e della sua vita mistica nella Chiesa e nei Santi. E per celebrar questi misteri, si presentano le più belle formule, le più ardenti d’amore, le più suggestive, le più commoventi, e il più delle volte anche formule divine, poiché sono tolte dalla Scrittura.
      Senza sforzo, l’anima fa suoi questi pensieri e questi sentimenti; s’appropria le ammirabili preghiere delle più nobili, delle più sante anime, riunite dalla Chiesa nel Breviario e nel Messale. Segue Gesù, l’ammira, l’ama, partecipa al suo sacrificio, s’unisce a lui; e a forza di rinnovare notte e giorno questo commercio coi misteri divini, finisce col non più vivere se non con Gesù e per mezzo di Gesù. Nutrita ad ogni ora di alimenti divini dalla Liturgia, i suoi sentimenti, i suoi pensieri e la sua vita son diventati divini30.
      Così per lunghi secoli si formarono tutti i Santi: essi seguirono le vie liturgiche.
      In queste anime, qual potenza d’intercessione e d’espansione! Esse operano in tutto ciò che le circonda, focolari che riscaldano e illuminano. Basta un’anima contemplativa per convertire ambienti ribelli alla pietà, come a volte bastò un convento, dove fioriva la preghiera liturgica fervente, per trasformare intere regioni. Si moltiplichino questi luoghi della preghiera liturgica, in cui si è rifugiato l’antico spirito della Chiesa, sorgenti abbondanti da cui la vita soprannaturale a fitte ondate si espanderà sul mondo!31.


§ 5. Le orazioni segrete

     
      Questo è il nome che il B. Umberto, nel Commento alla Regola, dà ad un altro genere di preghiera: le orazioni in cui ciascuno, prostrato davanti a Dio, può versare in una completa libertà la sovrabbondanza dell’anima sua.
      La storia ci dice quanto nei primi tempi dell’Ordine queste preghiere fossero in onore.
      “Il nostro Beato Padre era solito rimanere in chiesa dopo la Compieta. Fatti rientrare i Frati nel dormitorio, egli trascorreva la notte in preghiera piangendo e gemendo. A volte i suoi singhiozzi e i suoi gridi destavano i Frati che riposavano in vicinanza e li commovevano fino alle lacrime”.
      “Il B. Giordano di Sassonia aveva dal Signore ricevuto una grazia speciale d’orazione che nulla poteva fargli trascurare, né le cure della sua funzione di Maestro dell’Ordine, né le fatiche dei viaggi; né alcuna sollecitudine. In convento egli aveva l’abitudine di pregare a lungo, in piedi, colle mani giunte, cogli occhi alzati al cielo. Restava così, senza sedersi né muoversi affatto, per lunghe ore, specialmente dopo il canto della Compieta e del Mattutino. In viaggio come in convento, era tutto immerso in una contemplazione che l’inondava di delizie. Tutto il tempo che non impiegava nel recitare l’ufficio o nel trattare affari seri coi Frati, lo consacrava alla contemplazione.
      Tale era il fervore dei primi Frati che nulla può darne un’idea. Essi prolungavano la loro preghiera dalla notte all’aurora. Di rado, anzi mai la chiesa era senza qualche Frate in orazione, a tal punto che, per essere sicuri di trovarli subito, i portinai andavano a cercarli in chiesa. Attendevano l’ora della Compieta come una festa. Finito l’ufficio, dopo aver salutata la Regina ed Avvocata del nostro Ordine, essi prendevano dure discipline, poi ciascuno faceva come dei pellegrinaggi di altare in altare, prostrandosi con umiltà e piangendo con tanta compunzione che le loro grida d’amore s’udivano di fuori. Dopo il Mattutino pochi ritornavano ai loro libri, meno ancora a letto; essi preferivano correre all’altare della beata Vergine, attorno al quale si vedeva talvolta una triplice fila di Frati, che con slanci di fervore ammirabile raccomandavano e l’Ordine e se stessi. Nessuno potrebbe dire la loro devozione alla Madonna. In cella si tenevano dinanzi la sua immagine e quella di Gesù Crocifisso, affinché sia leggendo, sia pregando, sia addormentandosi, fosse loro facile rimirarle e ottenere uno sguardo di misericordia” (Vitae Fratrum).
      Si metteva in pratica il consiglio del B. Umberto: “I Frati s’applichino alle orazioni segrete con fervore, perchè esse sono un segno manifesto di santità”.


§ 5. Le orazioni segrete (segue)

     
      Ma, si dirà, che metodo usa il Frate Predicatore per far orazione? Nessuno, risponderemo noi. E per buona fortuna. Noi pensiamo come il santo Abate di Solesmes, Don Guéranger: “Dio ci liberi dagli uomini di sistemi e d’idee convenzionali!”. E come Santa Giovanna di Chantal che scriveva: “Il gran metodo d’orazione è non averne nessuno... Se andando all’orazione fosse possibile rendersi una pura capacità per ricevere lo spirito di Dio, questo basterebbe per ogni metodo, l’orazione si deve fare per grazia e non per artifizio”32.
      Che certi metodi recenti, che hanno dei santi per autori e che del resto la Chiesa ha lodati, meritino rispetto e rendano servizio a tante anime, nulla di più certo; ma essi sono fatti per anime che vivono in condizioni che non sono le nostre e rispondono a tutt’altri bisogni. Lo svolgimento normale della nostra spiritualità segue una diversa tendenza.
      Abbiamo veduto come S. Domenico organizzò la vita quotidiana di suoi figli: tutto in essa converge verso la contemplazione. Non avrebbe certo avuta l’idea di ridurre l’orazione ad alcuni istanti determinati. Trattenersi con Dio, contemplare, doveva essere il fondo stesso dell’esistenza. È tutta quanta la giornata che le Costituzioni consacrano a Dio.
      Quando il Frate Predicatore è obbligato al silenzio, è perchè egli dimentichi il mondo e se stesso, e perchè nel raccoglimento ascolti Iddio; quando per ubbidienza deve studiare a lungo la “Sacra Scrittura e i libri teologici”, non si tratta certo d’uno studio arido e astratto, ma d’un lavoro in cui il cuore avrà il suo posto come l’intelletto, in cui l’anima si nutrirà, si immergerà nella bellezza dei divini misteri; lavoro che dev’essere una preghiera esso stesso. La preghiera deve sostenere e tutto penetrare. Preghiera liturgica, orazioni segrete, lectio divina si suppongono a vicenda, si chiamano, si compenetrano e quasi si confondono. Isolarle, metterle in un geloso parallelo sarebbe un falsare l’economia domenicana. Lo studio sia pio, la preghiera sia nutrita di verità, e l’amore verrà, l’amore che conduce all’unione, scopo supremo della vita soprannaturale.
      Così per la preghiera e per lo studio che si sostengono reciprocamente, studiando per meglio amare, pregando per meglio studiare, l’anima domenicana si solleva a Dio, senza scosse e senza rumore, giunge alla vera contemplazione.


§ 5. Le orazioni segrete (segue)

     
      Si noti bene che, se la spiritualità domenicana non usa metodo sistematico, non si deve dire che essa non si conformi ad un ordine e che non osservi una disciplina. I nostri Santi ci lasciarono delle raccolte di meditazioni fatte per intero. Eppure quale unità nelle loro vedute! Qual sicurezza nella loro ubbidienza alla grande tradizione mistica che già Dionigi il Mistico chiamava “la tradizione sacerdotale”!
      Se si vuole, essi hanno un metodo, ma largo, libero, giocondo: quello della Chiesa, che sempre santificò le anime con la liturgia, quello che si poté definire con pari giustezza e forza: “il metodo autenticamente istituito dalla Chiesa per assimilare le anime a Gesù”33. Essi pensarono che le verità, approfondite nello studio, assimilate nell’orazione, cantate senza fine nella preghiera liturgica avevano una grazia somma per sollevare a Dio un’anima già purificata dal silenzio e dalle austerità del chiostro e per farla entrar nel mistero di Cristo e dell’adorabile Trinità.
      Come si vede, l’ascetica domenicana non cerca di formare dei santi secondo una formula unica imposta a tutte le anime. Essa non vuole dar una piega, né imporre una data formazione.
      Un giorno Nostro Signore disse a Santa Caterina da Siena: “Sai che cosa sei tu e che cosa sono io? Se impari queste due cose, sarai felice: tu sei quella che non sei, e io sono Colui che sono!”.
      La spiritualità domenicana è in germe in queste parole, che indicano la sua pratica fondamentale: stabilire l’anima di fronte a Gesù, modello d’ogni santità, affinché lo conosca e si trasformi mediante la vista di lui; applicarla alle grandi e profonde verità, sorgenti dell’azione; riempirla di luce per infiammarla d’amore.
      Qui ancora l’Ordine applica il suo motto: Veritas. Anzitutto ci vogliono idee, idee forti, idee piene, perchè dalle idee nascono gli atti e perché una verità, quand’è veramente padrona dell’intelligenza, finisce col governare la vita.
      Di qui i caratteri della pietà domenicana:
      Eminentemente disciplinata e forte, perché essa è satura di dogma e sempre appoggiata sulla verità che la preserva dagli errori; umile, di un’umiltà tanto più sicura in quanto che nasce, non dai ritorni incessanti su se stesso, ma dalla considerazione della divina maestà: “Io sono Colui che sono, tu sei quella che non sei”.
      Nondimeno, eminentemente libera. Perchè il conoscimento fa nascere l’amore. E che cosa c’è di più libero che l’amore? Giacché la sensibilità è domata e sottomessa all’amore divino, perché non lasciarle i suoi slanci, non permettere di dare ali all’amore? Di qui una mirabile varietà nei Santi domenicani. Ciascuno conserva la sua fisionomia distinta, le sue tendenze personali, le sue virtù preferite, e, sotto le medesime fattezze di famiglia, tradisce le differenze della schiatta, dell’ambiente, dell’educazione. Sono tutti segnati della grande nota domenicana: lo zelo delle anime mediante l’apostolato dottrinale; ma ciascuno aggiunge la sua nota personale: un Vincenzo Ferreri, la foga e l’intransigenza spagnola; un Enrico Susone, la dolcezza e la malinconia renana; una Caterina da Siena, l’armonia e gli ardori della terra italiana.
      Finalmente, pietà eminentemente confidente e gioconda.
      Dalla grande idea tomista: Dio anzitutto! nasce una mistica confidente, che dilata le facoltà umane e le dispone mirabilmente all’apostolato. La formazione teologica del Frate Predicatore lo abitua a considerare la perfezione soprannaturale da un alto punto di vista, a “vivere soprattutto mediante le sommità dell’anima”. Dio ci ama, ci ama infinitamente e in tutti i modi ci attrae a sé. Un solo mezzo efficace di rispondere a quest’amore: la confidenza, l’abbandono. Bando pertanto a quei mezzucci che mantengono l’anima fissa sopra se stessa! Bando a quei ritorni incessanti sopra se stesso, il cui più chiaro risultato è il mantenere l'egoismo. Sursum! In alto! l'anima domenicana si slanci, quale allodola che spicca il suo volo, che sale con celere sbattere d’ali nella luce, più in alto, sempre più in alto! “Mio Dio, dilatate l'anima mia!” supplicava Santa Caterina da Siena.
      Questa è la preghiera del Frate Predicatore egli desidera la dilatazione della vita. Nell’intelletto, una dottrina forte e piena; nel cuore, un amore ardente, profondo; fuori, opere vigorose, leali, ardite.

CAPITOLO III   LE MISSIONI

“Quando avremo costituito l’Ordine ‑ diceva S. Domenico a uno dei suoi primi compagni ‑ noi andremo a portare la fede presso i Cumani” (popolazione pagana delle regioni balcaniche allora giusta­mente rinomata per la sua crudeltà).
Per tutta la sua vita, il santo Patriarca fu tormentato dal desiderio di andarsene lontano ad evangelizzare i popoli pagani e a versare il suo sangue per Gesù Cristo. La Provvidenza gli rifiutò questa gioia.
Ma il suo spirito apostolico passò nell’anima dei suoi discepoli, e ciò che il Padre non aveva potuto compiere, lo eseguirono i figli con un ardore e con un successo fino allora inaudito nella Chiesa. Si può dire senza esagerazione, che il mondo intero udì la parola dei missionari domenicani. E qual è quell’angolo della terra che non sia stato irrigato da loro sangue?

Secolo XIII e XIV

L’evangelizzazione degli infedeli è talmente nello spirito domenicano che essa cominciò fin dai primordi dell’Ordine, e subito dopo si sviluppò in proporzioni prodigiose.
Fin dal 1220, S. Domenico invia verso la Polonia e la Slesia quattro giovani religiosi, di cui uno, S. Giacinto, da Dio predestinato per portare il nome di Cristo fino nelle più remote contrade, ha la gloria d’aver dato lo slancio apostolico verso l’Oriente e il Settentrione e di essersi, per il primo, gettato in piena barbarie.
Alla testa di alcuni Frati che lo seguono e di altri che egli ben presto arruola in gran numero percorre prima la Prussia, la Pomerania, le coste del Baltico, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, regioni ancora barbare.
Da per tutto, infaticabilmente, egli predica, battezza, fonda chiese, fabbrica case religiose. Quando i Frati che egli ha dovunque suscitati e stabiliti in numerosi conventi si trovano sufficienti per compiere la conversione di quei paesi già immensi, l’infaticabile apostolo discende verso il mezzogiorno: evangelizza la Russia bianca, l’Ucraina, i popoli rivieraschi del Mar Nero e quindi, sempre instancabile, annunzia il Vangelo ai popoli della Poldavia, della Volinia, della Lituania, e di nuovo porta l’ardore della sua parola su tutte le rive del Baltico.
Non è possibile narrare tutte le fatiche di quest’uomo e dei suoi compagni, né la somma incalcolabile di patimenti che dovettero soffrire, né i loro successi.
Durante questo tempo, nel 1221, il B. Paolo fonda la Provincia d’Ungheria, i cui Frati s’applicano subito ad evangelizzare i popoli balcanici, reputati feroci per i loro istinti.
Il B. Ceslao porta la fede nella Boemia, nella Bosnia e nella Slesia, e ottiene un successo così rapido che, fin dal 1227, il Convento che egli fondò a Praga conta ben 126 religiosi.
I Frati della Provincia di Spagna passano nel Marocco e ben presto predicano su tutta la costa barbarica fino all’Egitto.
Le stesse contrade più settentrionali, la Groenlandia, l’Islanda, vedono il bianco abito dei Predicatori, e in alcuni anni 27 conventi domenicani s’innalzano in quelle contrade ove, poco prima, il nome di Gesù noti era mai stato pronunziato.
Un immenso slancio trascinava la turba dei Predicatori all’apostolato e al martirio. Veramente lo spirito apostolico di S. Domenico riviveva nei suoi figli.
Chi non conosce la sublime scena che vide il Capitolo generale di Parigi nel 1228?
Il Maestro Generale, Beato Giordano, avendo bisogno di missionari, ne domandò ai membri del Capitolo. Egli non aveva ancora finito di parlare che tutti i Frati erano prostrati ai suoi piedi, in venia, supplicandolo con le lacrime ad inviarli.
E Fra Pietro di Reims, allora Provinciale di Francia, si prostrò con i suoi religiosi e disse al Maestro: “O lasciatemi questi Frati, o permettetemi di seguirli nel martirio”.
Alcuni anni più tardi, il B. Umberto de Romans fu testimone di un simile spettacolo.
Poiché Innocenzo IV aveva chiesto dei Frati per mandarli presso i Tartari, il Maestro fece conoscere i desideri del Pontefice al Capitolo della Provincia di Francia: “Allora ‑ racconta Gerardo di Frachet - si presentarono Frati così ragguardevoli e in così gran numero che tutti si misero a piangere. Fletus mirabilis Capitulum illud occupavit. Gli uni pian­gevano di gioia, perché, avevano ottenuto il permesso di partire; gli altri piangevano di dolore, perché loro era stato rifiutato il permesso”.
Iniziato l’apostolato missionario nel vicino e medio Oriente fin quasi dall’inizio dell’Ordine, ben presto i Domenicani ebbero numerose case in Grecia, Cipro, Terra Santa, a Tiflis e altrove. Questi missionari erano detti “Fratres peregrinantes”, e nella seconda decade del secolo XIV, essendo straordinariamente aumentati, venne istituita per essi la “Congregazione dei Frati Pellegrinanti per Cristo presso gli infedeli”.
La sete del martirio diventava anche troppo comunicativa presso i figli di S. Domenico e spopolava i conventi d’Europa, sicché i Papi dovettero adoperarsi per regolare questo mirabile ardore.
Nulla spaventava quegli intrepidi “Pellegrinanti”. Essi partivano sempre a gruppi e a piedi, col bastone in mano, valorosi “fanti della povertà volontaria”, come si esprimono i testi primitivi: pedites in voluntaria paupertate; senza denaro, mendicando il pane di giorno in giorno, non portando nella loro bisaccia che alcuni libri santi, praticando sempre con rigore le più austere osservanze dell’Ordine, il silenzio, l’astinenza e il digiuno.
Che cosa avrebbero potuto temere? Essi non av vano che un’ambizione; versare il loro sangue per Gesù Cristo.
In pochi anni, avendo già occupate le contrade dell’Europa ancor barbare e una gran parte dell’Africa e l’Asia, essi avevano raggiunto i limiti del mondo e, il 23 luglio 1253, il papa Inno­cenzo IV poteva indirizzare una Bolla “ai Frati Predicatori missionari nei paesi dei Saraceni, dei Greci, dei Bulgari, dei Cumani, degli Etiopi, dei Siri, dei Gazareni (abitanti del Chersoneso Taurico), dei Goti, dei Licociensi (rivieraschi del Ponto Eusino), dei Ruteni, dei Giacobiti, dei Mossulioti, dei Tartari, de Nubii, dei Georgiani, degli Armeni, degli Indiani, degli Ungheresi della grande Ungheria e degli altri popoli infedeli dell’Oriente”.
Un secolo dopo la fondazione dell’Ordine, l’entusiasmo domenicano per correre alle missioni lontane era ancora tale che il papa Giovanni XXII esclamava: “Veramente questi Frati furono creati per brillare e illuminare nella Chiesa di Dio!”.
E così fu per lungo tempo.
Disgraziatamente, nella seconda metà del seco lo XIV le stragi della Peste nera, aggravate dai lunghi turbamenti del Grande Scisma d’Occidente. paralizzarono questa magnifica espansione. Quasi tutti i missionari perirono sotto gli attacchi del terribile flagello. Nei suoi quindici conventi del­la Persia, per esempio, la Congregazione dei Pellegrinanti non conservò in tutto se non tre religiosi, che i conventi d’Europa, rovinati anch’essi, erano incapaci di soccorrere.
La peste nera cagionò nell’Ordine, come in ogni altro luogo, stragi spaventose e lo ridusse ad uno stato di desolazione. Per citar solo alcuni esempi, nella Provincia di Provenza la peste portò via 370 Frati durante la quaresima del 1348. A Marsiglia, perirono tutti. A Firenze 80. A Pisa, 40. A Lucca, 30. Tuttavia il flagello non poté spegnere totalmente lo spirito apostolico. Vi furono ancora dei missionari domenicani. Nel 1371, Gregorio XI ne manda un gruppo importante in Asia. Nel 1405, il Vescovo di Pechino era un domenicano: parimenti nel 1433, il Vescovo della Groenlandia. A due missionari domenicani Tamerlano affidò la sua famosa lettera al re di Francia Carlo VI conservata negli archivi nazionali.


(CAPITOLO III   LE MISSIONI – continua)

Le Missioni dal principio del secolo XVI

Ma, durante il secolo XV, l’Ordine, sotto l’impulso d’un gran numero di santi che Dio gli con­cesse, si riprese e fiorendo di nuovo l’osservanza dei primi tempi, anche lo slancio apostolico verso le missioni risorse bello, forse più bello ancora che alle origini.
I primi anni del secolo XVI aprirono l’era novella dell’Apostolato. Era l’epoca ardente in cui Cristoforo Colombo scopriva l’America, in cui Vasco De Gama passava il Capo delle Tempeste, in cui Albuquerque offriva al suo re l’immenso impero delle Indie.
Dovunque penetrarono gli arditi esploratori, i Domenicani li seguirono e molte volte anche li oltrepassarono.
Durante questo periodo moderno, si distinguono come tre grandi correnti d’apostolato domenicano: la corrente spagnola verso le Americhe, la corrente portoghese verso le Indie, e, un secolo più tardi, la corrente diretta soprattutto dalla nuova Provincia delle Filippine verso l’Estremo Oriente.

NEL NUOVO MONDO.
Appena i conquistatori spagnoli erano sbarcati in America, i Frati Predicatori di Salamanca arrivavano per l’evangelizzazione degli indigeni.
Il primo gruppo discese a San Domingo nel 1510 e fondò il famoso convento di Santa Croce, donde dovevano uscire tanti apostoli e martiri.
A capo di qualche mese, convertiti gl’Indiani di San Domingo e arrivati nuovi missionari, gli arditi Predicatori partirono per la conquista spirituale dell’America.
Nel 1512, essi sono a Portorico; nel 1513, nel Venezuela, ove cadde il primo martire del Nuovo Mondo, il B. Francesco di Cordova; nel 1520, nel Panama; nel 1526, nel Messico dove vent’anni dopo l’Ordine contava 43 centri di missioni; nel 1529, nel Perù; nel 1530, nel Guatemala, dove fabbricarono la prima chiesa e il primo convento; nel 1529, nella Nuova Granata; nel 1534, nell’Equador; nel 1541, a Vera Paz; nel 1542, nella Florida; nel 1552, nel Cile.
In tutti questi paesi, le loro fatiche furono immense e ammirabili i loro successi. Interi popoli furono condotti alla fede mediante le loro predicazioni. La storia racconta, per esempio, che in tre mesi S. Lodovico Bertrando battezzò diecimila Indiani della Nuova Granata.
Quando gli avventurieri, che avevano invaso il Nuovo Mondo, si misero a commettere gli abominevoli eccessi che la storia ha bollato, fu gloria dei Predicatori il levarsi in massa contro di essi, per proteggere gli indigeni.
Per primi essi fabbricarono per gli indigeni degli ospedali e delle scuole; fondarono le università di Messico, Lima, Quito, Santiago. “Nulla di grande si fece nel Nuovo Mondo ‑ scrive lo storico Melendez ‑ senza l’intervento dei figli di S. Domenico”. È la medesima testimonianza che rendeva loro più tardi papa Clemente X: “L’Ordine di S. Domenico sembra aver ricevuto dal Cielo in eredità la gloriosa missione di condurre alla cognizione del vero Dio e di assoggettare alla Chiesa romana l’immenso popolo d’America” (Bolla del 16 aprile 1671).
L’Ordine diede alla Chiesa il primo martire del Nuovo Mondo: il B. Francesco da Cordova; la sua prima santa: Santa Rosa da Lima; i primi evangelizzatori del Perù, di Portorico, del Venezuela, del Guatemala, di Vera Paz, della Nuova Granata, dell’Equatore e del Cile.


(CAPITOLO III   LE MISSIONI – continua)

IN ASIA. Durante questi medesimi anni, altri Frati Predicatori si espandevano, dietro ai conquistatori portoghesi, nelle regioni nuovamente scoperte dell’Asia. Quando, nel 1503, Alfonso Albuquerque partiva da Lisbona per l’Estremo Oriente, conduceva con sé cinque Domenicani, il cui zelo ottenne magnifici risultati: sulle coste di Malabar, a Cochin, essi innalzarono il primo convento, centro di evangelizzazione delle regioni di Coulam con un tal successo che il Papa stabilì presto un Vescovo per dirigere quella novella chiesa.
Due anni dopo, nel 1505, altri missionari vennero in soccorso dei loro Fratelli ed estesero rapidamente le prime conquiste. Due nuovi centri di evangelizzazione furono stabiliti a Ormuz e a Goa.
Di là i Predicatori irradiarono in tutti i sensi. A Ormuz, all’entrata del golfo Persico, Fra Giovanni del Santo Rosario fondò un gran convento destinato ad essere il punto di partenza dei missionari di Persia e di Arabia.
A Goa, Fra Domenico di Souza stabilì il convento di Santa Caterina, il cui irradiamento fu immenso: i suoi missionari portarono la fede nel Coromandel, a Ceylon, alle isole della Sonda, a Malacca. In quest’ultimo paese il successo fu così rapido che, nel 1549, l’Ordine contava 18 conventi che evangelizzavano sessantamila cristiani. Questi conventi alla loro volta diventarono delle riserve d’apostoli per le più remote regioni dell’Indocina, della Cambogia, del Siam, dell’Annam, del Tonchino e della Cina.
II primo martire della Chiesa nel Siam è un Predicatore, il ven. Girolamo della Croce, martirizzato nel 1556.
L’Ordine diede alla Cina il suo primo martire, San Francesco de Capillas, martirizzato nel 1648, e il suo primo apostolo nei tempi moderni, il Ven. Gaspare della Croce, il quale più felice di S. Francesco Saverio, riuscì a varcare le frontiere allora formidabili del Celeste Impero, nel 1555.
Il primo Cinese che sia pervenuto al sacerdozio e all’episcopato è anche un Predicatore, il P. Gregorio Lopez.
Altri Predicatori si espandevano in Africa, evangelizzando le coste mediterranee, il Congo, la Guinea e la Costa d’Oro, le regioni sulle rive dello Zambese, il Madagascar, i Cafri del Mozambico ecc.
Era un’opera immensa. Tutto il mondo infedele era affrontato nel medesimo tempo. “L’Ordine di S. Domenico ‑ dice il P. Lacordaire – non aveva mai presentato un così grande spettacolo. Chi l’avesse visto dall’alto e con un solo sguardo, come Dio, non avrebbe creduto possibile che un così piccolo numero di uomini potesse parlar tante lingue, occupar tanti luoghi, dirigere tanti affari e dar tanto sangue”.
E nondimeno il campo dell’Apostolato domenicano si estese ancora per la fondazione di una nuova Provincia, di cui la storia è giustamente gloriosa nella Chiesa, la Provincia del Santo Rosario delle Filippine.
Nel 1564, Michele Lopez de Lagaspe s’impadronì dell’isola di Luzon e fondò a Manila una colonia spagnola. Era una posizione mirabile per la diffusione del Vangelo nell’Estremo Oriente: a breve distanza, a settentrione, le isole del Giappone e Formosa; ad occidente l’immensa Asia, il Tonchino, il Siam, la Cambogia, a mezzogiorno le innumerevoli isole dell’Oceania.
Subito i Predicatori, sempre attenti a coglier occasioni di nuove missioni, accorsero e fondarono a Manila il convento che doveva estendere così lontano il regno di Gesù Cristo e versar tanto sangue per la fede.
Di là essi irradiarono in tutti i sensi: verso il 1570, discesero nella Cambogia, nel Siam e salirono in Corea. Nel 1590 riuscirono a penetrare in Cina, dove presto parecchi fra loro ebbero la felice sorte di dare il loro sangue per Gesù Cristo.
Nel 1596 intrapresero l’evangelizzazione della Cocincina, del Tonchino e dell’Annam, ove per parecchi secoli, non dovevano cessare di dar dei martiri alla Chiesa.
Nel 1601, penetrarono nel Giappone. È là che la Provvidenza riserbava loro i più gloriosi e i più sanguinosi trionfi.
Nulla di più grande negli annali della Chiesa che la storia di questi martiri del Giappone messi a morte al principio del secolo XVII: Alfonso Navarrete, Lodovico Flores, Angelo Orsucci, Francesco Morales, Giacinto Orphanel e i loro numerosi compagni; e quegli altri quattro, martirizzati nel 1637, che si mostrarono così magnifici nelle loro torture che Alessandro di Rhodes li nominò “i più grandi martiri del Giappone”: Guglielmo Courtes, Michele di Ozarata, Antonio Gonzales, Vincenzo della Croce. L’Ordine ebbe allora la gioia di dare alla Chiesa dei martiri a centinaia.


CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

L’organizzazione dell’insegnamento

Per quanto già largo fosse l’apostolato per la predicazione universale e le missioni in paesi barbari, S. Domenico aprì ai suoi figli un nuovo e quasi altrettanto vasto campo d’azione: l’insegnamento.
Poiché dava loro per vocazione di “predicar la dottrina”, egli doveva obbligarli a studi profondi, che li rendessero capaci di esporre la verità davanti ai più dotti uditori così come davanti ai più semplici; di difendere la religione scientificamente, se era necessario, confutando i sofismi dell’errore e più ancora rivelando le misteriose e abbondanti ricchezze del dogma cristiano.
Perciò, fin dai primordi, lanciò i suoi figli in pieno movimento universitario. Nel 1215, appena giunti a Tolosa, egli li manda a frequentare la scuola vescovile di teologia. Due anni dopo, quando li disperde per il mondo, dirige i due principali gruppi alla volta delle due grandi città universitarie di quel tempo, Parigi e Bologna, per predicare senza dubbio, ma anche, dicono i cronisti, “per studiare”.
E per meglio conseguire lo scopo che egli prefiggeva al suo Ordine, si applica lui stesso ad arruolare i suoi discepoli specialmente negli ambienti intellettuali delle grandi università.
Il Beato Reginaldo e il B. Giordano lo imitano con un tal successo che in breve, in grazia degli innumerevoli professori e studenti guadagnati alla vita religiosa, i Predicatori da discepoli passano a maestri e aprono delle scuole su tutti i punti d’Europa.
Era un rendere un immenso servizio alla Chiesa.
In quel tempo, agl’inizi del secolo XIII, la so­cietà cristiana attraversava una crisi dottrinale spaventosa. Le scuole monastiche ed episcopali, che fino allora avevano provvisto all’educazione intellettuale del clero, erano in piena decadenza o estinte.
Solo alcuni grandi centri, Parigi specialmente, facevano monopolio della vita intellettuale d’Europa.
Ne risultava nel clero un’ignoranza a volte estrema e negli ambienti universitari un pericolo inquietante per l’ortodossia, perchè la recente entrata delle opere di Aristotele commentate da Avicenna e da Averroé turbavano gli spiriti gettati in piena effervescenza e tentati di costituire con esse una filosofia fondamentalmente opposta al pensiero cristiano. Senza tener conto che numerose sette, Catari, Albigesi, Poveri di Lione, attive e amanti delle dispute, si valevano delle circostanze per sedurre popolazioni, che il clero ignorante non sapeva istruire.
Alla società cristiana mancavano scuole e un insegnamento solido e ordinato.
È vero che il Papato, già da un certo tempo, si sforzava di porre rimedio ad uno stato di cose inquietante. Ma senza buon successo.
Il terzo Concilio ecumenico del Laterano (1179) aveva promulgato decreti organizzanti l’insegnamento, ma erano rimasti lettera morta.
Il quarto Concilio del Laterano (1215) tentando di riprendere l’opera, aveva severamente ricordato all’episcopato il sacro dovere che gli incombeva di assicurare l’insegnamento, e perfino aveva ordinato l’apertura di una scuola, almeno, di grammatica, per diocesi e di una scuola di teologia per archidiocesi. I Papi si erano impegnati di persona o per mezzo dei loro Legati per l’esecuzione di questi decreti essenziali; ma avevano ottenuto ben poco. L’episcopato si mostrava sempre più incapace di risolvere il grave problema ad un tempo scolastico e dottrinale.
S. Domenico venne a dar la soluzione.
Disperdendo i suoi sedici compagni, aveva loro promesso di sostenerli colla sua preghiera. Difatti, dice il B. Giordano, “la virtù di Dio li accompagnò per moltiplicarli”.
È  un fatto assai straordinario la rapida diffusione di quest’Ordine apostolico e dotto. In alcuni anni, questo grande Ordine sciamò su tutti i punti d’Europa e segnatamente in Francia, perchè fu esso senza pari per la stima che godeva nel mondo colto.
Quattro anni dopo la dispersione (1221), il Fondatore, convocando a Bologna il primo Capitolo Generale, vedeva attorno a sé i rappresentanti di otto province che contavano già parecchie migliaia di religiosi. Ancora alcuni anni e il Maestro Generale governerà circa seicento conventi e quindicimila religiosi.
Orbene ciascun convento domenicano era una scuola di teologia. Anzitutto, casa di studio intensivo: Fratres ‑ dicono le Costituzioni primitive ‑ in studiis taliter sint intenti ut de die, de nocte, in domo, in itinere, legant aliquid, vel meditentur (I Frati siano talmente intenti negli studi che di giorno, di notte, in casa, in viaggio sempre leggano o meditino).
Più ancora, vera casa d’insegnamento: le medesime Costituzioni proibiscono esplicitamente di stabilire un convento senza avere un dottore che insegni ai Frati e ai chierici secolari che vorranno istruirsi: Conventus sine Priore et Doctore non mittatur.
Si vede subito la conseguenza: l’Europa, coprendosi di conventi domenicani, si copriva di grandi scuole teologiche. Per citare solo un esempio. net mezzogiorno della Fran­cia, nel territorio attuale della Provincia di Tolosa, l’Ordine aveva aperto, al principio del secolo XIV, cinquantadue scuole teologiche e tre Università o studia generalia. Siamo oggi best distanti dall’avere l’insegnamento sacro distribuito con tanta profusione.
Quindi i Vescovi fecero subito e dovunque un’accoglienza calorosa ai Predicatori e li attirarono nelle loro città episcopali “per predicare e per insegnare”. Il 22 aprile 1221, il Vescovo di Metz scrisse al suo popolo per annunziargli l’erezione di un convento di Predicatori: “Questo convento sarà di aiuto non solo ai laici, ma soprattutto ai chierici nella conoscenza della scara dottrina. Ed esso è ad emulazione di quanto il Papa ha dato a Roma e a molte sedi arcivescovili e vescovili”.
Infatti i Papi si presero a fianco un maestro domenicano per insegnare la teologia. Egli fu più tardi chiamato Magister Sacri Palatii e le sue attribuzioni si accrebbero. Il Maestro del Sacro Palazzo fu sempre un domenicano, come sono domenicani nella Suprema Congregazione del S. Uffizio il Commissario e due suoi Soci.
Facendo allusione a questi impieghi riservati ai Predicatori, Benedetto XV scriveva il 29 ottobre 1916: “... i Pontefici romani attribuirono sempre all’Ordine dei Predicatori certi uffici determinati, creati per la tutela della Fede, e per Tendere una testimonianza pubblica all’integrità della loro dottrina”.


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

L’organizzazione dell’insegnamento  - continua)

Era il mezzo provvidenziale per eseguire i decreti dei Concili.
Cinquant’anni dopo la fondazione, l’Ordine, divenuta la prima potenza intellettuale d’Europa, e contando più di cinquecento professori, assicurava l’insegnamento in tutte le nazioni cristiane. Il gran dizionario “Larousse” sottolinea con una parola originale questa grande opera domenicana: “S. Domenico fu in Europa il primo ministro della Pubblica Istruzione”.
 In grazia di esso, il formidabile problema scolastico era risolto: S. Tommaso poteva congratularsene contro coloro che trovavano troppo grande il posto dato ai nuovi venuti: “Anche oggi ‑ rispondeva a Guglielmo di sant’Amore ‑ voi, secolari, siete rimasti incapaci di eseguire i decreti del Concilio del Laterano insegnando la teologia in ciascuna chiesa metropolitana, laddove, grazie a Dio, i religiosi hanno aperto scuole molto più numerose di quel che si esigeva”  (Contra impugnantes Dei cult., XXI).
Alcuni maestri di questa prima generazione sono fra i più grandi della loro età: il B. Rolando di Cremona, il B. Ugo di San Caro, primo cardinale dell’Ordine, il B. Ambrogio da Siena, Pietro di Tarantasia, futuro B. Innocenzo V, il B. Moneta da Cremona, S. Raimondo di Peñafort, ecc.
Dopo il problema scolastico, l’Ordine stava per risolvere il problema dottrinale.
Alla Chiesa, come abbiam detto, mancava un insegnamento teologico ordinato. In filosofia e in teologia la confusione era quasi tanto completa quanto in politica: come innumerevoli baroni e grandi signori riducevano l’Europa in un mosaico di principati indipendenti e spesso nemici, così, press’a poco, una moltitudine crescente d’opinioni divideva il campo del pensiero filosofico. Era lo sbocconcellamento e per conseguenza la debolezza. “Nessuno fra i Padri della Chiesa era giunto ad innalzare un edificio totale della teologia. Dopo mille e duecento anni di lavori, i loro scritti sparsi nel passato rassomigliavano alle rovine d’un tempio che non in fabbricato, ma a rovine sublimi, che attendevano con la pazienza dell’immortalità la mano dell’architetto. L’architetto doveva uscire dalle ceneri di S. Domenico” (Lacordaire, Memorie per il ristabilimento dell’Ordine, Cap. IV).
L’Ordine dei Predicatori fece alla Chiesa l’in­comparabile dono di una filosofia solidamente stabilita e di una teologia organizzata nell’unità di un punto di vista universale.
L’Ordine stesso lo ricevette da due dei suoi più illustri figli, Alberto Magno e soprattutto Tommaso d’Aquino.
Questi, comprendendo che la metafisica è la scienza delle scienze e il principio unificatore dell’ordine intellettuale come dell’ordine materiale, si accinse a costruire una metafisica cristiana. Aiutandosi con i sistemi anteriori, specialmente dell’aristotelismo, che egli purificò dei suoi gravi errori, costituì una filosofia, il primo e il solo sistema scientifico che si sia mai integralmente adattato al pensiero cristiano. Su questa filosofia, egli coordinò il pensiero teologico, fino allora disperso. Innalzò un edificio che si può dire eterno, perché le sue basi sono gli eterni dati che nulla può scuotere, i dati empirici o razionali di prima evidenza.
Quand’egli si spense, nel 1274, la teologia era ordinata ed una; il pensiero cristiano, strappato alle fluttuazioni di inconsistenti sistemi e protetto contro le avventure, aveva ricevuto una sublime forza.
Sino dalla fine del secolo XIII, la luminosa dottrina tomista aveva invaso il mondo delle scuole e posto il suo dominio sulla massa degli spiriti. L’esercito dei professori domenicani del resto lavorava a divulgarla e vi riuscì così bene che, al principio del secolo XIV, la scuola domenicana occupava incontestabilmente la preminenza intellettuale in Europa. Frater Jacobe, ‑ diceva al suo confratello Giacomo di Viterbo, più tardi arcivescovo di Napoli († 1308), il celebre Generale degli Eremitani di Sant’Agostino, Egidio di Roma, morto arcivescovo di Bourges ‑ Frater Jacobe, si Fratres Praedicatotes voluissent, ipsi fuissent scientes et intelligentes, et nos idiotae, et non comniunicassent nobis scripta Fratris Thomae (Fratello Giacomo, se i frati Predicatori avessero voluto e non ci avessero comunicato gli scritti di fra Tommaso, solo loro sarebbero intelligenti e sapienti, mentre noi saremmo ignoranti).


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO - continua)

Alcuni Maestri della Scuola Tomista

È impossibile seguire lo svolgimento progressivo dell’insegnamento domenicano fino ai giorni nostri: sarebbe un far la storia di sette secoli di insegnamento filosofico e teologico. Si può riassumerla dicendo che l’Ordine di S. Domenico si propose sempre per scopo principale di conservare e di svolgere la dottrina tomista.
Esso, riconoscente del tesoro che la Provvidenza gli affidò, si accinse a difenderla con tenacia, a propagarla con uno zelo indefesso, e a svolgerla negli scritti dei figli spirituali del Dottor Angelico, esercito innumerevole e potente, che si convenne di chiamare Scuola Tomista.
Ecco la grande scuola teologica.
“L’Ordine dei Predicatori ‑ dice Suarez S. J. - fornì tanti valorosi difensori della fede che vi furono pochissimi scrittori di qualche rinomanza, notevoli per la loro dottrina, che non appartengano alla famiglia domenicana”.
Non si possono citare che alcuni nomi dopo quello d’Alberto Magno, il quale si fece all’Università di Parigi il primo difensore della dottrina tomista.
Nel XIV e XV secolo: Hervé il Bretone, Duran­do d’Aurillac, Giovanni Capreolo († 1444), prin­ceps thomistarurn, il B. Giovanni Dominici, Sant’Antonino († 1459), Pietro Niger († 1481), Giovanni di Torquemada.
Alla fine del secolo XV, l’attività intellettuale dell’Ordine si svolge ancora, per proiettare durante i due secoli seguenti un magnifico splendore. I Predicatori fanno parte di tutte le università d’Europa ed essi medesimi aprono ventisette università propriamente domenicane (Capitolo generale del 1551) dove insegnano professori di gran rinomanza.
Quelle di Spagna si distinguono fra tutte per maestri incomparabili: Francesco di Vittoria († 1546), Domenico Soto († 1560), Melchior Cano († 1560), Pietro de Soto († 1563). Bartolomeo di Medina († 1581), Luigi di Granata († 1588), Domenico Bagnez († 1604), Tommaso di Lemos († 1629). Giovanni di S. Tommaso († 1644).
Le Province francesi oppongono al Protestantesimo, al Giansenismo e all’incredulità crescente, dei teologi di cartello: Giovanni Nicolai († 1663), Vincenzo Gontenson († 1674), Vincenzo Baron († 1674), Antonio Goudin († 1695), Giacomo Guèrinois († 1681), Antonino Reginald († 1676), Giovanni Battista Gonet († 1681), Antonino Massoulié († 1706), Renato Billuar t (†1751, belga).
In Italia brillano fra molti altri: Serafino Capponi († 1514), Silvestro da Ferrara († 1526), il Gaetano († 1534), Sante Pagnini († 1546), Bartolomeo Spina († 1546), Tommaso Badia († 1553), Ambrogio Caterino († 1553), Paolino Bernardini († 1585), Domenico Gravina († 1643), Vincenzo Gotti († 1740), e nel corso dello stesso secolo XVIII: Tommaso M. Ferrari, Giuseppe Orsi, Antonino Valsecchi, Tommaso Mamachi, Tommaso Cerboni, Daniele Concina ecc.
Lo stesso vecchio mondo non bastando più all’attività intellettuale dei Predicatori a misura che essi facevano penetrare la fede cristiana nelle due Americhe recentemente scoperte vi fondavano le prime grandi Università che il Nuovo Mondo abbia vedute, simili a quelle che essi dirigevano in Europa, tanto è alla loro vocazione essenziale il “predicare la dottrina”: nel 1538 a San Domingo; nel 1612 a Santa Fè di Bogota; nel 1645 a Manila; nel 1681 a Quito; nel 1721 all’Avana.
Se le devastazioni della Rivoluzione del 1789, in Francia prima, poi successivamente in tutte le nazioni europee, portarono una notevole diminuzione dell’attività domenicana, la Restaurazione intrapresa in Francia dal P. Lacordaire ed estesa ad altre Province dal P. Jandel, richiamò con la primitiva osservanza le antiche tradizioni intellettuali. Oggi l’Ordine ha ristabilito la sua organizzazione scolastica e la maggior parte delle Province posseggono degli Studia, alcuni dei quali non hanno nulla da invidiare alle Università. Esso ha creato parecchie Scuole Superiori di scienze sacre dovunque rinomate: a Roma la Pontificia università “Angelicum”, a Friburgo la Facoltà di teologia, a Gerusa­lemme la Scuola biblica nel medesimo tempo che numerosi periodici destinati alla diffusione della sua dottrina teologica.
Con i suoi professori e scrittori, l’Ordine ha contribuito in larga misura al rinnovamento degli studi sacri nell’insegnamento ecclesiastico. I nomi di parecchi suoi figli degli ultimi tempi possono essere collocati con onore accanto a quelli dei loro padri: Zigliara, Gonzales, Guillermin, Schwalm, Denifde, Lepidi, Buonpensiere, Lagrange, Gardeil, Arintero, Marin Sola, Sales, Pègues, Sertillanges, McNab, Cordovani, Zacchi, Fanfani, Daffara ecc...
Non citiamo che gli scomparsi, perché, per una preziosa grazia di Dio, la generazione presente prosegue con un successo ogni giorno più notevole quel gran movimento della restaurazione tomista sotto l’alta direzione del Papato, che si compiace di render omaggio all’attività dei Predicatori: “0ggi ancora ‑ scriveva nel 1913 il gran Pio X ‑­ noi vediamo in quest’Ordine illustre molti uomini celebri, sempre fedeli al gran Dottore che non invecchia mai, mettere in una magnifica luce e difendere con forza i dogmi e le istituzioni cristiane” (Lettera del 6 luglio 1913).


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO - continua)

Caratteri dell’insegnamento domenicano

Se si vogliono distinguere le note caratteristiche dell’insegnamento domenicano, quelle che l’hanno contraddistinto in tutti i tempi, bisogna dire che è un insegnamento ad un tempo ardito e tradizionale: di un’arditezza umile, appoggiata sulla ragione e sempre docile alla fede.
È alla ragione umana illuminata dalla rivelazione e guidata dalla Chiesa che S. Tommaso affidò l’incarico di organizzare la scienza teologica.
Quindi il primo carattere della dottrina tomista è quello d’essere eminentemente razionale: è in questo senso anzitutto che essa usa il metodo di ragionamento speculativo, l’antico metodo scolastico, il cui abbandono ha sempre cagionato la confusione del pensiero filosofico e la decadenza teologica; soprattutto perchè essa è fondata sulle verità prime, su dati eterni, si può dire, basi necessarie della ragione così come del dogma.
Dottrina così razionale che sembra non essere se non il buon senso illuminato dalla fede. E per questo motivo, essa è ponderata, schivando l’esclusivismo dei sistemi, attribuendo la sua giusta parte alla materia e allo spirito, pieghevole, comprensiva, aperta in tutti i sensi, ospitale ad ogni idea giusta, desiderosa di non esprimere se non la verità integrale, la verità comune, universale. Il più bel titolo del suo fondatore non è quello di Doctor communis, dottore universale?
E perché si sente posta sopra una base incrollabile, essa è una dottrina ardita. Ogni dottrina vivente è assimilatrice, sempre in cammino. Perciò la formazione tomista ha dato ai Predicatori di tutti i tempi il gusto del progresso e dell’iniziativa.
Essi si sforzarono di vivificare il detto di S. Tommaso sul progresso delle scienze: Ad quemlibet pertinet superaddere id quod deficit in consideratione antecessorum (Ognuno ha il compito di aggiungere quello che manca alla riflessione di coloro che lo hanno preceduto).
Poiché essi cercano la scienza non per la scienza, ma per le anime che vogliono illuminare, una delle loro cure costanti fu di cercare, una delle loro grazie fu di discernere, per ogni epoca, nella verità immutabile, l’aspetto che poteva illuminare i bisogni nuovi. La stessa esistenza dell’Ordine era il frutto di un’iniziativa di S. Domenico così straordinaria che fece esitare i Romani Pontefici: da queste origini, i Predicatori serbano il gusto delle iniziative ardite.
Dal punto di vista intellettuale, la prima di queste iniziative fu di associare lo studio alla vita religiosa. Novità così feconda di conseguenze, che la fondazione domenicana divenne una delle grandi date della storia intellettuale d’Europa.
Fino al secolo XIII la vita monastica ed anche canonicale non era necessariamente legata allo studio. “Il vero monaco ‑ dice S. Benedetto ‑ vive del lavoro delle sue mani”.
S. Francesco d’Assisi diffidava dello studio, come di un pericolo, e pose nella sua regola che quelli che non avevano studiato prima d’entrar in religione, non dovevano cercar di farlo poi.
Invece S. Domenico sopprime per i suoi figli ogni lavoro manuale e li scioglie da ogni cura materiale, affinché siano esclusivamente applicati allo studio, ormai obbligo fondamentale del religioso, sua occupazione universale e permanente. Il convento diveniva una casa di studio. Iniziativa capitale che, presto seguita dalla maggior parte dei grandi Ordini religiosi, stava per trasformare lo stato intellettuale dell’Europa.


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

Caratteri dell’insegnamento domenicano- continua)

Iniziativa negli studi biblici. “All’Ordine domenicano ‑ scrive Vercellone - è dovuta la gloria d’avere, per il primo, rinnovato nella Chiesa gli esempi illustri di Origene, di S. Girolamo, mediante il culto ardente della critica sacra”. Infatti fin dal 1230, i Predicatori s’applicarono alla correzione del testo biblico corrotto dai copisti, e crearono le Concordanze: lavori immensi intrapresi dal B. Ugo di San Caro colla collaborazione, si dice, di cinquecento religiosi di San Giacomo di Parigi, più tardi ripresi dal Convento d’Oxford, e parecchie volte riveduti da illustri esegeti.
Il primo commento totale della Bibbia fu pubblicato dal medesimo Ugo di San Caro, e S. Tommaso rinnovò la critica biblica applicandole un metodo nuovo, più largo e più razionale, cosi che i suoi contemporanei lo soprannominarono Expositor. È un Predicatore, fra Pietro Schwarz che nel 1490, pubblica la prima grammatica ebraica; è ancora un predicatore, Agostino Giustiniani, che “prima di tutti, con un colpo d’immensa audacia, riunisce in un solo tutto, che chiamò Octaple, i due Testamenti scritti nelle cinque lingue principali: ebraico, caldaico, greco, latino e arabo” (Sisto da Siena, Bib. sanct.).
Ai nostri tempi non è forse ancora l’Ordine di San Domenico che ha creato a Gerusalemme la prima Scuola Biblica e la prima Revue Biblique?
Iniziativa nello studio del diritto canonico. È S. Raimondo di Peñafort, terzo Maestro Generale dell’Ordine, che per primo raccolse tutte le Decretali dei Papi per formarne il Corpus juris, e colla sua Somma dei casi di coscienza fondò la casistica, che Sant’Antonino, altro Predicatore, doveva condurre alla perfezione.
Iniziativa nello studio delle lingue orientali. Fin dai primordi, i Predicatori intuiscono la necessità della cognizione delle lingue per l’apostolato e per l’esegesi. I primi, e per molto tempo i soli, fondano scuole d’orientalismo. Nel 1236, la Provincia di Terra Santa conta parecchi di questi Studia linguarum, le prime Scuole bibliche, in cui si insegna il greco, il caldaico, l’ebraico, l’arabo e le lingue asiatiche. Pochi anni dopo, altre se ne aprono a Tunisi, a Murcia, a Barcellona, a Tiflis, a Bagdad. Da queste scuole uscì Fra Raimondo Martin il cui Pugio fidei, capolavoro d’apologetica, fondò l’orientalismo biblico.
Iniziativa nello studio della storia. I Predicatori diedero lo slancio e fornirono i primi modelli delle grandi collezioni di vite di santi: fin dal 1240, Bartolomeo di Trento pubblica il suo Liber epilogorum in gesta sanctorum; nel 1243, Giovanni Mailly l’Abbreviato in gestis et miraculis sanctorum; un pò più tardi, Bernardo Guy. “lo storico più considerevole del suo tempo” lo Speculum Sanctorale. E chi non conosce l’incantevole Leggenda Aurea del B. Giacomo da Varazze?
Iniziativa anche nello studio delle scienze profane. Nel corso del secolo XIII, tre domenicani: Alberto Magno, Vincenzo di Beauvais, Tommaso di Cantimpré s’accinsero a raggruppare in una vasta sintesi tutte le cognizioni del loro tempo e crearono vaste enciclopedie; opere ammirabili, non solo per il lavoro prodigioso che suppongono, in un tempo in cui bisognava percorrere l’Europa a piedi in cerca di rari manoscritti, ma anche per l’immenso sapere di cui danno prova.
Iniziativa nella diffusione e nella volgarizzazione della scienza sacra. In pieno secolo XIII, Fra Lorenzo d’Orleans compone il primo trattato di filosofia che sia comparso in francese. Nel 1274, il B. Umberto redige ad uso dei Padri del Concilio Generale di Lione una memoria in cui, fra altre cose, domanda un compendio della dottrina cristiana per i fedeli.  È la prima menzione del ca­techismo della Chiesa. I suoi fratelli compirono questo voto, e diedero alla luce parecchi catechismi; poi, ed è un fatto da notarsi per la sua grande importanza sociale, pubblicarono, nonostante tenaci opposizioni, le prime versioni della Bibbia in lingua volgare: in francese, in catalano, in italiano, in tedesco, in armeno.
Furono ancora i Predicatori che cominciarono a divulgare con squisiti capolavori di linguaggio popolare le sublimi lezioni della teologia ascetica e mistica, come il B. Giordano da Pisa, il Cavalca, il Passavanti, S. Caterina da Siena, il B. Dominici, Sant’Antonino, il Taulero e il B. Susone.
Iniziativa nello studio della filosofia e della teologia. Quando apparvero i Predicatori, per quanto strano ci paia oggi il fatto, né i preti, né i religiosi erano ammessi agli studi filosofici, riservati ai semplici chierici e ai laici. I Predicatori rifiutarono di ammettere questo ostracismo, che li poneva in stato d’inferiorità intellettuale e organizzarono in casa loro gli studi filosofici.


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

Caratteri dell’insegnamento domenicano- continua)

Vi furono delle resistenze, delle opposizioni, delle denigrazioni, ma essi non se ne curarono. “A quelli che possono riuscirvi e trarne profitto per la scienza sacra ‑ diceva il B. Umberto ‑ bisogna rallentare le briglie e lasciar libero il campo”. Laxandae sunt habenae circa studium huiusmodi. I Predicatori si vendicarono del cattivo umore dei loro avversari, come già dicemmo, rinnovando il mondo filosofico, dotando la Chiesa di un sistema ordinato, pieghevole e potente sul quale venne ad appoggiarsi la teologia.
Qui ancora, qui soprattutto, bisogna dirlo, nel vasto campo del pensiero teologico, si esercitò la feconda iniziativa dei Predicatori.
L’opera dottrinale di S. Tommaso fu una rivoluzione in teologia, e urtava talmente di fronte i sistemi fino allora adottati che sollevò opposizioni tanto rumorose quanto tenaci. Nel 1277, il Vescovo di Parigi, Stefano Tempier e l’Arcivescovo di Cantorbery, Roberto di Kilwarby, non arrivarono forse fino a condannare certe proposizioni tomiste? Più tardi, quando fu necessario difendere, oltre la teologia, anche le stesse fonti della teologia, un Frate Predicatore, Melchior Cano, creò la scienza dei Luoghi teologici, di cui restò il principe incontestato.
I Predicatori dunque, durante i sette secoli del loro insegnamento, compirono bene il dovere definito da S. Tommaso: ad quemlibet pertinet superaddere id quod deficit in consideratione antecessorum. Essi precettero, ma camminarono sempre nella via tradizionale, secondo il senso cattolico: secundum doctrinam Ecclesiae intelligentis sane, così come diceva il loro maestro così saggio nella sua arditezza che i suoi contemporanei lo chiamavano Prudentissimus frater Thomas.
La loro dottrina è tradizionale: è il suo secondo carattere fondamentale. Tale è in certo modo per necessità, poiché le è vietalo di scostarsi dalla linea tracciata dal Dottor Angelico, i cui principi, nelle scuole domenicane, sono chiamati a formare tutte le menti e lumeggiare tutte le scienze. San Tommaso resta il punto di partenza e d’arrivo, di quest’ardito naviglio amante dell’alto mare.
“La dottrina di S. Tommaso ‑ dice il P. Lacordaire ‑ è il succo che scorrendo nelle vene dell’Ordine gli conserva la sua potente originalità. Chi non l’ha studiato può esser domenicano per il cuore, ma non per l’intelligenza”.


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

Caratteri dell’insegnamento domenicano- continua)

Nessuno, nell’Ordine, è chiamato a formare dei discepoli, se non ha fatto giuramento di dare un insegnamento conforme ai principi tornisti. Da parecchi secoli, il libro di testo scolastico degli studenti domenicani non è altro che la Somma Teologica spiegata pagina per pagina: metodo così efficace per la sicurezza e per la continuità della dottrina che la Chiesa la fece sua e la impose alle Università cattoliche e ai Seminari.
Fin dal 1313, un Capitolo Generale ordina che si legga S. Tommaso nel medesimo tempo che Pietro Lombardo, allora imposto ad ogni professore.
Ma, per ragioni di necessità scolastiche, solo nella seconda metà del secolo XV l’Ordine poté stabilire l’insegnamento diretto ed esclusivo della Somma Teologica.
Ora di questa dottrina tomista, dottrina ufficiale dell’Ordine, la Chiesa romana attesta che essa non è se non la coordinazione e come l’espansione, della più pura tradizione cristiana. “Dall’avere profondamente venerato i santi dottori, ‑ scrive magnificamente Leone XIII ‑ S. Tommaso pare aver ereditato l’intelligenza di tutti. Gli insegnamenti dei Padri, come le membra di un gran corpo, erano tutti dispersi. Egli li riunì, li fortificò l’uno con l’altro, li classificò in un ordine ammirabile, e finalmente diede loro un così magnifico sviluppo che l’opera sua resta la forza e l’ornamento della Chiesa”.
“Questa dottrina ‑ afferma Innocenzo IV ‑ ha sopra tutte le altre, eccettuata quella dei Concili, la precisione dei pensieri e la giustezza dell’esposizione a tal segno che chiunque l’abbraccia è sicuro di non traviare e chiunque se ne allontana è già sospetto d’errore”.
Tal è la dottrina eminentemente cattolica che fu in ogni tempo quella dei Predicatori. Il Papato attesta ancora la fedeltà domenicana all’insegnamento del più gran teologo della Chiesa, e questa affermazione dei Romani Pontefici è per l’Ordine il più prezioso degli elogi.


(CAPITOLO IV   L’INSEGNAMENTO

Caratteri dell’insegnamento domenicano- continua)

“Quello che in quest’Ordine è degno di lode scrive Benedetto XV ‑ è meno ancora l’aver nutrito nel suo seno il Dottor Angelico che il non aver mai deviato in seguito, neppure di un’idea, dal suo insegnamento” (Lettera del 29 ottobre 1916).
Finalmente, se si vuol finire di qualificare la dottrina tomista, bisogna aggiungere che essa è vivificata da ciò che S. Paolo chiama “il senso di Dio”. Quelli che l’organizzarono si giovarono nel loro lavoro degli intimi suggerimenti della loro pietà e “scrutarono le profondità di Dio” tanto col cuore quanto con l’intelletto.
Tutti gli illustri Dot­tori domenicani, che abbiamo nominato, erano grandi religiosi, nei quali le grazie ufficiali del Dottorato erano fecondate dalle ispirazioni dell’intimità divina.
Molti furono collocati sopra gli altari: il B. Pietro di Tarantasia (Innocenzo V), il B. Ambrogio da Siena, il S. Alberto Magno, S. Tommaso d’Aquino, S. Raimondo di Peñafort, Sant’Antonino, il B. Enrico Susone, il B. Dominici.
Gli altri, senz’aver ricevuto gli onori ufficiali della canonizzazione, gettarono vivi splendori di santità; alcuni sono anche onorati di un culto popolare: il B. Rolando di Cremona, il B. Ugo di San Caro, il B. Moneta, il Ven. Taulero, il Ven. Luigi di Granata.
Chi non comprende che una tale schiatta di Dottori, che unì intimamente la santità con la scienza, dovette lasciare una tradizione di insegnamenlo? Essi fecero intendere ai loro fratelli, e con gli esempi e con la parola, che la teologia è una scienza vivente, che per possederla non basta piegarsi sopra manoscritti con occhi di sapiente, ma che bisogna amare con tutto il cuore la Verità e in ogni studio, come diceva S. Tommaso, cercare ut semper plus et plus cognoscatur Deus. Le questioni oziose siano rimosse: “Bisogna fischiare, diceva il grande iniziatore del secolo XVI, lo spagnolo Fra Bartolomeo di Medina, bisogna fischiare il Maestro in teologia che, agitando questioni complicate per sfoggiare la sua abilità letteraria, trascura ciò che fa fiorire la pietà e la carità”.
Il vero tomista riconduce tutto a Dio e pervade di soprannaturale la sua scienza. Tutto ciò che egli tocca, le minime particelle di verità che considera, le anima con un vasto movimento di pensiero e di cuore che fa capo a Dio. Se è fedele al metodo del Maestro, egli non studia nulla se non sotto la luce di Dio, in Deo, in summo rerum vertice.
Dio prima di tutto: tale è il principio unificatore della teologia tomista. Anche quando fa le sue indagini più speciali e fruga i misteri dell’azione umana, essa lo fa sempre sub ratione Dei. Altre scuole di teologia preferiscono dare soluzioni partendo dalla libertà umana. Il tomista parte sempre da Dio e lumeggia tutti i problemi con la luce di quella grande idea direttrice che, dopo aver dato un orientamento speculativo, fa del sistema un insegnamento vivente, generatore di pietà attiva, che scaturisce come da sé dalle sorgenti profonde del dogma. La teologia tomista è una scienza pervasa di alta contemplazione.
È una grazia straordinaria, la più segnalata forse dei benefizi che la Provvidenza prodigò all’Ordine dei Predicatori, che le migliaia dei suoi teologi, da Alberto Magno fino a quelli encomiati dagli ultimi Papi, così diversi di schiatta, di tempo e di genio, si siano incontrati nell’unita di un punto di vista universale, per innalzare insieme quel grandioso edificio intellettuale, in cui i Papi invitano la cristianità a venire ad imparare la dottrina autentica: cattedrale vasta, potente ed elegante, dalle vetrate accese dai raggi che ven­gono da ogni parte, dall’alto per la contemplazione, dal basso per lo studio, da ogni lato per la tradizione, ospitale e ampiamente aperta a tutti, alla moltitudine e agli eletti, che vi trovano una profusione stupenda di ricchezze intellettuali e soprattutto vi trovano Iddio nascosto, che presiede e distribuisce la Vita. Una casa di luce. Per le intelligenze, la più bella delle case di famiglia della Chiesa.


Parte terza   I nostri modelli

I nostri modelli

Perché un Ordine sia perfettamente costituito, gli occorre una teoria, una disciplina, e dei modelli; in altri termini, un’idea da attuare, dei maestri che ne insegnino l’applicazione, e dei modelli che, mostrandola già applicata, alimentino il coraggio.
L’Ordine di S. Domenico possiede questi tre elementi fondamentali.
L’idea che egli deve attuare nel mondo, l’abbiamo esposta nelle pagine precedenti: l’apostolato dottrinale che ha la sua sorgente nella contemplazione.
La disciplina che lo guida e lo sostiene è fissata nelle sue Costituzioni elaborate nel corso dei secoli dai Capitoli Generali e approvate dalla Chiesa.
I modelli sono i santi che, avendo adottato il suo ideale, riuscirono a tradurlo a perfezione e la cui vita e influenza salutare sul popolo cristiano provarono non solo che è possibile vivere interamente secondo l’ideale domenicano, ma ancora che è utile alla Chiesa che nel suo seno vivano degli uomini secondo quest’ideale.
I santi domenicani sono legione: “Io credo veramente ‑ scrive il Segneri ‑ che l’Ordine di S. Domenico diede più santi al cielo che libri alle biblioteche”.
Il loro primo beneficio è di mostrarci la via: essi sono guide. A quelli che ser­bano l’anima attenta, essi parlano. Ci insegnano a vivere. Voci innumerevoli, irresistibile appello del passato che prevarrà sempre contro una deviazione particolare. Che cosa domandano essi? Di proseguire, sotto i loro consigli e con la loro assistenza, il compito per cui essi vissero e soffrirono; di mantenere la tradizione domestica e di trasmetterla ai posteri, pura com’essi ce la lasciarono, ma arricchita del nostro contributo, vestita della medesima nobiltà, diretta nel medesimo senso di perfezione.
La nostra forza è di essere loro solidali. Non abbiamo che a seguirli, per esser certi di compiere l’opera che Dio da noi attende.


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CAPITOLO I   S. DOMENICO

Tutte le pagine di questo libro, intese a tracciare la fisionomia del Frate Predicatore, asceta, contemplativo, apostolo, non parlano insomma che di S. Domenico. Esse rivelano un poco l’anima sua. Ciascuna risente della sua influenza, ed egli ne è presso a poco l’unico soggetto.
La Provvidenza volle infatti che questo ideale del Predicatore, nello stesso momento in cui era concepito, fosse pienamente effettuato da colui che Essa aveva predestinato per manifestarlo al mondo. Fondatore dell’Ordine, S. Domenico restò di esso il più perfetto modello, sicché a ciascuno dei suoi figli, che vuole pienamente entrare nello spirito della sua vocazione, basta contemplarlo, per avere i lineamenti essenziali della fisionomia morale da acquistare.
Numerosi sono i santi che, all’ombra del chiostro, si dedicarono alla penitenza e alla contemplazione. Più numerosi forse quelli che si consacrarono alla vita attiva nell’esercizio delle opere di carità spirituali. Ma rari assai quelli che condussero ad un tempo la vita attiva e quella contemplativa.
S. Domenico fu di questi ultimi: riprendendo l’ideale completo lasciato dagli Apostoli, spinse fino all’ultima perfezione la contemplazione e l’azione armonicamente fuse nella sua vita.
Fu contemplativo al pari dei più profondi mistici, e visse a lungo nel silenzio. Studiando nell’Università di Palencia, canonico nel capitolo di Osma, egli tacque per trentacinque anni. Il rigore delle sue austerità non fu superato. “Io non ho mai veduto un uomo in cui la preghiera fosse più abituale, attestava l’Abate di S. Paolo di Narbona. Passava le notti insonni, piangendo e gemendo sopra i peccati altrui”.
Fu un uomo tutto di Dio, tutto in Dio, che s’immerse più che di solito non si sappia fare in quelle chiarezze soprannaturali, che la Scrittura chiama “inaccessibili”.
Per conoscerlo, bisogna frequentarlo con assiduità e nella pace, perché, nella moltitudine dei santi, non vi è chi sia ad un tempo più tranquillo e più profondo, più forte e più mansueto. Era chiamato “il dolcissimo Padre”.


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CAPITOLO I   S. DOMENICO-  continua)

Il primo aspetto sotto cui egli appare, è la profondità. Quando lo contempli, silenzioso nei chiostri di Osma o prostrato ai piedi degli altari di Santa Sabina, o quando cammina per le strade dietro al gruppo dei suoi figli, ti senti il cuore internamente attratto e come forzato a tacere davanti a tanta semplicità e profondità.
Ma ecco che questo silenzioso, questo penitente così immerso nella contemplazione fu anche un uomo d’azione, che diede al suo secolo un impulso decisivo. La contemplazione aveva acceso nel suo cuo­re un fuoco divorante: lo zelo delle anime.
“Il beato Domenico aveva una sete ardente della salute delle anime ed uno zelo senza limiti a loro riguardo”.
Dio gli fece comprendere che bisognava lasciar esplodere questo zelo.
Una notte che pregava nella basilica di S. Pietro, ebbe una visione. Gli Apostoli Pietro e Paolo, principi dell’apostolato, gli apparvero. Pietro gli consegna un bastone, Paolo un libro, e tutti e due gli dicono: “Va e predica, Dio ti ha eletto per questo ministero”.
Senza interrompere la sua contemplazione, egli dunque uscì dai suo silenzio e partì a piedi nudi, senza danaro, senza risorse, alla mercè degli uomini e della Provvidenza. Parecchie volte percorse a piedi l’Europa occidentale, predicando a chiunque gli si presentava, nelle borgate, nelle città, nelle Università.
“Era così fervente predicatore che di giorno e di notte, nelle chiese, nelle case, nei campi, per le vie, egli non cessava di annunziare la parola di Dio, raccomandando ai suoi fratelli di fare altrettanto e di non mai parlare se non di Dio”.
Fu come un’esplosione di vita divina. Il fuoco che ardeva nel suo petto traboccò. Le verità che aveva tesoreggiate nei suoi anni di raccoglimento uscirono allora dal suo cuore insieme con rampe d’amore, che commossero i cuori più induriti.
Bastò quest’uomo solo per metter sottosopra le nazioni cristiane. I cronisti del tempo ci raccontano che il secolo ne fu capovolto. In alcuni mesi, nell’Italia settentrionale, egli convertì più di centomila eretici. Tanto la potenza di Dio irradiava da quest’uomo!
“II suo ufficio fu quello del Verbo, mio unigenito Figliolo ‑ rivelò Dio Padre a Santa Caterina da Siena. ‑ Egli apparve al mondo soprattutto come un apostolo, tanto erano potenti la verità e lo splendore con cui egli seminava la mia parola, dissipava le tenebre e spandeva la luce”.


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CAPITOLO I   S. DOMENICO-  continua)

Figura completa.
Se si considera la sua vita interiore, egli è pari ai più grandi mistici; se si pone mente alle sue opere, è l’emulo dei più grandi nomini d’azione.
Egli consacrò le notti alla più fervente contemplazione e i giorni all’apostolato più attivo.
Fondò un Ordine di religiose claustrali, consacrate alla preghiera perpetua, e un Ordine di Predicatori, in cui tutto converge verso l’azione.
Dottore, egli espose la teologia nel palazzo dei Papi.
Uomo intraprendente, organizzò egli stesso il suo Ordine e ciascuno dei suoi conventi.
Missionario, non cessò di percorrere la Spagna, la Francia e l’Italia. Predicatore, conquistò le turbe come i maestri delle Università. Fu il consigliere dei Papi come degli uomini di guerra.
Questo contemplativo seppe unire al più profondo sentimento delle cose divine il senso più giusto e più pratico delle cose umane.
La medesima luce illuminava ai suoi occhi l’ideale e la realtà, sempre coerente nei suoi atti. Luce soprannaturale da cui era inondato ogni aspetto delle cose. Egli viveva e si muoveva in questa luce che unificò la sua vita.
Fu della razza di quei grandi intellettuali, anzitutto appassionati di riflessione, ma che passano poi all’azione per lo stesso amore del loro pensiero, per attuare le loro chiare idee in opere forti che essi dirigono con risoluzione.
Alla sua dolce e forte figura non manca alcuna bellezza: purezza d’anima, lucidità di mente, potenza di volontà, tenerezza e soavità di cuore, profondità nella contemplazione, energia e pieghevolezza nell’azione, nulla esaurisce la grande immagine di questo Capo, che fu altresì Padre e Dottore.
Gregorio IX nella bolla di canonizzazione dice di lui: Pastor et Dux in populo Dei factus.
La liturgia canta di lui: “Tu fosti la fiaccola della Chiesa, Dottore di verità, Predicatore della grazia”.
In ogni circostanza apparve grandissimo.
Dopo sette secoli il suo pensiero continua a guidarci, la sua opera a sostenerci.
Dio stesso volle fare il suo elogio nella famosa visione di cui favorì Santa Caterina da Siena.
Caterina vide l’Eterno Padre. Dalla sua bocca uscì il Verbo, suo Figliolo diletto, e mentre ella lo contemplava, S. Domenico uscì dal petto del Signore mentre si faceva udire una voce:
“Ecco, figlia mia, che io generai due figliuoli: l’uno per natura, l’altro per adozione. In quel modo stesso che il mio Figliolo per natura fin nella sua condizione umana ubbidiente fino alla morte, così il mio figliolo per adozione, Domenico, mi ubbidì in tutto dalla sua nascita fino alla sua morte. Tutte le opere sue furono conformi ai miei comandamenti e, sino alla fine della sua vita, conservò pura e immacolata l’innocenza che gli avevo conferita nel battesimo.
In quel modo che il mio Figliolo per natura fece udire la sua voce nel mondo rendendo alta testimonianza alla verità che io avevo posta sulle sue labbra, così il mio figlio per adozione predicò il Vangelo agli eretici, agli scismatici, a tutto il popolo fedele.
Il mio Figliolo per natura inviò i suoi Apostoli a portare il Vangelo a tutte le creature; e il mio figliolo per adozione continua e continuerà ancora a inviare i suoi frati a predicare alle nazioni sotto il giogo dell’obbedienza e della disciplina da lui stabilita. Ecco perchè, per un privilegio speciale, lui e i suoi interpreteranno sempre fedelmente la mia parola e non se ne scosteranno mai.
Il mio Figliolo per natura fece concorrere alla salute delle anime le sue parole, le sue azioni, tutta quanta la sua vita. Il mio figliolo per adozione si dedicò senza riserva, colla sua dottrina e con i suoi esempi, a trarre le anime dalle insidie del demonio, che sono l’errore e il peccato. Perché il suo scopo principale, fondando il suo Ordine, fu di strappare le anime dalla schiavitù dell’errore e del peccato per condurle al conoscimento della verità e alla pratica di una vita virtuosa e cristiana. Per tutti questi motivi io lo paragono al mio Figliolo per natura.
Tal è il Padre e il primo modello dei Predicatori.


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CAPITOLO II   I SANTI

“Gli Ordini religiosi ‑ scrive il P. Lacordaire ‑ sono il maggiore sforzo della Chiesa, per vincere il mondo a forza di abnegazione e per conseguenza di santità”.
L’Ordine di S. Domenico non ha fatto il suo dovere su questo punto?
Alla storia spetta il rispondere. Quelli che conoscono gli annali dell’Ordine sanno che poche famiglie religiose ebbero la ventura di dare al Cielo tanti santi. Un vero esercito di Predicatori, che la voce della Chiesa o quella del popolo cristiano ha proclamati beati, circonda “d’una corona d’onore e di gloria” il Patriarca d’Osma: Papi, Vescovi, Dottori, missionari, vergini, martiri.
Si domandava al papa Clemente X quanti santi l’Ordine diede alla Chiesa: “Quanti santi nella famiglia dei Predicatori? ‑ rispose egli, ‑ conta le stelle del cielo, se puoi”.
“Fin dalla sua fondazione ‑ scriveva Clemente XIV ‑ quest’Ordine glorioso fu come un campo fertile, che non cessò di dare alla Chiesa uomini eminenti in dottrina e in santità”.
E Pio IX: “Dalla famiglia dei Predicatori, co­me da una miniera inesauribile, non cessano di uscire uomini illustri per la loro santità. Veramente l’Onnipotente fece grandi cose per quest’Ordine e l’arricchì di santi”.
Il P. Savonari, teatino, scrisse che, nello spazio di vent’anni, tremila Frati Predicatori sono morti in concetto di santità. Pio IX e Leone XIII collocarono sugli altari 120 figli di S. Domenico, come per mostrare che la fecondità domenicana era lungi dall’essere esaurita.
Quindi si dovette rinunziare a dare una festa speciale a ciascun santo dell’Ordine, e celebrare la loro memoria in una festa collettiva, che nella liturgia domenicana porta il nome di Tutti i Santi dell’Ordine.
Nella bolla che l’istituiva, Clemente X scriveva: “È giusto che l’Ordine celebri in un giorno speciale la festa di tutti i suoi santi, perchè, se noi volessimo assegnare un giorno proprio a ciascuno, bisognerebbe per loro soli comporre un nuovo calendario”.
Ora non vi è nulla di più vario di quest’immensa assemblea dei santi domenicani. Tutte le condizioni vi sono rappresentate. Ciascuno vi può trovare dei modelli.
Vi si vedono Papi: S. Pio V, il B. Innocenzo V, il B. Benedetto XI, il B. Benedetto XIII.
Cardinali: il B. Ugo di San Caro, il B. Giovanni Dominici.
Vescovi: Sant’Antonino, il B. Giacomo da Varazze, il B. Agostino da Lucera, il B. Bartolomeo di Breganze, B. Andrea Franchi.
Dottori e teologi: S. Tommaso d’Aquino, S. Alberto Magno, S. Raimondo di Peñafort.
Scrittori mistici: il B. Enrico Susone, il Ven. Taulero, il Ven. Luigi di Granata, Santa Caterina da Siena.
Predicatori: S. Pietro da Verona, S. Vincenzo Ferreri, il B. Reginaldo d’Orleans, il B. Giovanni da Vicenza, B. Ambrogio Sansedoni.
Missionari: S. Giacinto, S. Lodovico Bertrando, il B. Paolo d’Ungheria, il B. Alfonso Navarrete, il B. Angelo Orsucci, il B. Guglielmo Courtet.
Fratelli coooperatorii: S. Martino de Porres, S. Giovanni Massias, il B. Simone Ballacchi, il B. Giacomo da Ulma.


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La varietà non è meno mirabile se si considerano le loro origini. Siccome l’Ordine è diffuso per tutta la terra, non vi è popolo presso cui esso non conti personaggi eminenti in santità.
È forse la sua più bella gloria l’aver fatto sorgere santi da tutti i punti dei globo, anche dal suolo ingrato delle nazioni barbare ed ancor pagane. Citiamo il nome d’alcuni soltanto:
In Italia: S. Pietro da Verona, S. Tommaso d’Aquino, Sant’Antonino, S. Pio V,  B. Alberto da Bergamo, B. Ambrogio da Siena,  B. Raimondo da Capua, Sant’Agnese di Montepulciano, Santa Caterina da Siena, Santa Caterina de Ricci.

In Francia: B. Reginaldo d’Orléans, B. Bertrando Garrigue, B. Umberto de Romans, B. Innocenzo V, B. Guglielmo Arnaud, B. Nicola de Rochefort, B. Andrea Abellon, B. Guglielmo Courtet.

In Spagna: S. Domenico, S. Raimondo di Peñafort, S. Vincenzo Ferreri, S. Lodovico Bertrando, S. Francesco de Capillas, B. Alvaro di Cordova, B. Francesco de Possadas.

In Portogallo: B. Pelagio, B. Egidio, B. Pietro di Santarem, B. Pietro d’Aveiro, B. Vincenzo di Lisbona, B. Gondisalvo di Guimaraens, Beata Giovanna.

In Germania: S. Alberto Magno, B. Enrico di Colonia, B. Giordano di Sassonia, B. Enrico Susone, B. Giacomo d’Ulma.

In Inghilterra: B. Lorenzo, B. Brizio, Beata Eufemia.

In Irlanda; più di cento martiri di cui la Sacra Congregazione tratta attualmente la Causa.

In Belgio: B. Oddone di Gand, B. Servazio di Lovanio, B. Giovanni Lammens, B. Antonino Timmermans, Beata Margherita d’Ypres.

In Olanda: S. Giovanni di Gorcum, Beata Geltrude.

In Danimarca: B. Rano di Dacia, B. Steno.

In Polonia: S. Giaciuto, B. Ceslao, B. Sadoc e 48 compagni, B. Berengario di Cracovia, B. Bernardo di Halicz, B. Ermanno, B. Stanislao, B. Felice di Sirardz.

In Boemia: Santa Zedislava, B. Corrado di Praga.

In Ungheria: S. Margherita, B. Paolo e compagni, B. Fromento, B. Maurizio, Beata Elisabetta, Beata Elena.

In Svizzera: B. Corrado di Costanza, Beata Matilde di Stans.

A Malta: B. Andrea Xueres.

In Russia: B. Maynard, Beata Costanza.

In Armenia: B. Bartolomeo il Piccolo.

In Etiopia: B. Filippo di Sceva, Beata Arsenia.

In America: Santa Rosa da Lima, S. Martino de Porres, S. Giovanni Macias, Beata Anna degli Angeli.

Nell’Annam: B. Giuseppe Uyen, eati Vinronzo Yen, Domenico Hanh, * Tommaso De, B. Pietro Tu, B. Giuseppe Carib, e numerosi altri indigeni beatificati da Leone XIII e poi canonizzatio da Giovanni Paolo II.

Nel Tonchino: B. Pietro Thac, B. Giuseppe Tang, B. Vincenzo Liem.

Nel Giappone: B. Gaspare Cotenda, B. Vincenzo della Croce, Beati Paolo e Michele Fimonoya, B. Domenico Xohioya, B. Giovanni Tomaki, B. Lodovico Misaci, e una ventina d’altri giapponesi che Pio IX ha collocati sugli altari.


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Come facilmente si vede, questa moltitudine abbraccia tipi diversissimi. Non ce ne son due che siano simili. L’ideale domenicano, largo e comprensivo, ammette facilmente queste differenze di stirpe e di temperamento, ma, nel medesimo tempo, definito e fermo, esso risolve la moltiplicità nell’unità.
Poiché secoli e paesi diversissimi lavorano ad arricchirlo, l’immenso coro dei santi domenicani è vario. Ma esso resta uno perché tutti quelli che lo compongono portano il segno distintivo dei figli del Patriarca d’Osma.
Qualunque siano state le loro origini o le loro funzioni, i nostri santi furono dei contemplativi-apostoli. Attinsero in una contemplazione abbondante e ininterrotta il gusto e la forza delle fatiche apostoliche.

Inoltre la loro contemplazione riveste un carattere speciale: appartenenti ad un Ordine la cui divisa è Veritas e i cui forti studi teologici mantengono la vita intima, essi, se così si può dire, hanno una santità di luce. Vanno a Dio specialmente per la luce. Quello che essi cercano da per tutto è la Verità, ma la Verità prima, il Verbo vivente, il “Verbo fatto carne che abitò cogli uomini”.
Perciò tutti si segnalarono per un culto appassionato della Santa Umanità di Gesù, soprattutto nelle sue grandi manifestazioni, la Passione e l’Eucaristia.
Un sol fatto basta a mettere in luce la devozione dome­nicana alla Passione di Gesù: fra i Santi dell’Ordine, vi sono circa 90 favoriti delle stimmate. Quanto all’Eucaristia, tutti conoscono la parte che ebbe il B. Ugo di San Caro e S. Tommaso d’Aquino nell’istituzione della festa del Corpus Domini. La Confraternita del SS. Sacramento, fondato e propagata dai Predicatori, dipende dal Maestro Generale dell’Ordine.
Essi verificano a maraviglia le parole di S. Paolo: Divisiones quidem gratiarum, unus autem spiritus (Vi è molteplicità di carismi, ma uno solo è lo spirito). Nella famiglia spirituale di S. Domenico, vi è la divisione delle grazie nell’unità dello spirito.
A tutti questi grandi nomini, che ci tracciarono la via noi dobbiamo un’assoluta sottomissione e una filiale gratitudine. Son quelli che fecero l’Ordine e lo mantennero in uno stato di fedeltà così costante al suo ideale che in seguito non può scordarlo per molto tempo. Essi lo fanno conoscere nella sua verità manifestando la sua vita intima. Sono la sua prima ricchezza, l’esplicazione della sua durata, in sua tutela per sempre.


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CAPITOLO III   I MARTIRI

Il martirio è la suprema testimonianza che l’uomo possa rendere alla verità. Conveniva e pare fosse anche necessario che l’Ordine “custode della Verità” le desse questa testimonianza del sangue, poiché, secondo il detto di Pascal, “si crede più volentieri ai testimoni che si fanno scannare”.
S. Domenico non ebbe la ventura di versare il suo sangue per Cristo; ma lo desiderò ardentemente.
Parecchie volte, durante il suo apostolato in Linguadoca, poté credere che gli eretici stessero per procurargli questa gioia tanto desiderata. Un giorno, siccome rimaneva calmo di fronte alle peggiori minaccie: “Non hai tu paura della morte? - gli chiesero gli eretici stupiti -. Che farai se noi ci impadroniamo di te?” Egli diede loro questa su­blime risposta: “Vi supplicherò di non mettermi a morte a un tratto, ma di amputarmi ad uno ad uno le membra, per prolungare il mio martirio; vi domanderò di ridurmi al punto di non esser più che un tronco senza membra, di strapparmi gli oc­chi, di ravvoltolarmi nel mio sangue prima di finirmi, a fine di conquistare una più bella corona del martirio”. “S’egli conosceva un villaggio dove la sua vita fosse in pericolo, vi correva e lo attraversava cantando. Anzi, se era oppresso dalla fatica, si coricava lungo la strada e dormiva.
Un giorno tra Prouille e Fanjeaux, lo aspettavano assassini, imboscati in una strada incassata. Domenico ne ebbe sospetto e partì tutto lieto. Ma quando essi lo videro arrivare intrepido e brioso, gli eretici capirono che trucidandolo avrebbero messo il colmo alla sua felicità, e rinunziarono al loro progetto: “A che pro, ‑ dissero ‑ fare il suo tornaconto? Non sarebbe un giovargli e soddisfare i suoi vivi desideri?”.


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I figli furono più felici del loro Padre. A migliaia ebbero la felice ventura di morire per Cristo.
L’Ordine non aveva ancora dieci anni di esistenza che già aveva data la testimonianza del sangue. Cominciarono gli eretici a procurargli questa gloria. La generosità dei Predicatori nel condurre la lotta contro l’eresia, sulle indicazioni del Papato, loro valse di esser perseguitati con rabbia da tutto ciò che allora lavorava per la distruzione della società cristiana.
Numerosi furono i martiri. Essi caddero in ogni parte, in Francia, in Italia, in Spagna, in Ungheria, in Austria, in Dalmazia, in Boemia; in tutta l’Europa il sangue domenicano scorse a rivi.
Dal canto loro i Barbari si adoperavano accanitamente a dare ai figli di S. Domenico la suprema felicità che ambivano. Soprattutto nei paesi di missione Cristo fu glorificato dal sangue dei Predi­catori.
Fin dal 1226, i Beati Domenico e Alberto sono martirizzati nei paesi balcanici.
Nel 1242 il B. Paolo con i suoi 90 compagni.
Nel 1261 duecento Frati in Egitto.
Verso il medesimo tempo, un centinaio di Frati in Tartaria.
Nel 1260 a Sandomir il B. Sadoc e i suoi 48 compagni. La loro morte è celebre nell’Ordine. Una notte, dopo Mattutino, il lettore aveva appena aperto il Martirologio, quando ad un tratto egli esita, sbalordito, con gli occhi fissi sulla prima riga, scritta in lettere d’oro: Sandomiriae passio quadraginta novem martyrum. I Frati erano sopraffatti dallo stupore. Altri e poi altri vollero accertarsi. Era scritto così! Fra Sadoc, rapito, esorta i suoi figli a morire con coraggio e tutto il giorno seguente le quarantanove vittime segnate dalla Provvidenza si prepararono al sacrificio. Infatti quel giorno stesso, i Tartari s’impadronirono della città. Era la sera, dopo Compieta. Secondo l’uso dell’Ordine, i Predicatori cantavano la Salve Regina. I Tartari penetrarono nella chiesa e li trucidarono. Il loro ultimo grido fu un grido di speranza e di amore verso la Madre di Dio: Spes nostra, salve.


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Da quel tempo presso i Predicatori, ogni volta che un religioso giunge all’ora estrema, i Frati si radunano attorno al suo letto per cantar dolcemente la Salve Regina, il canto della confidenza che lo addormenta nelle braccia della Madonna, Regina e Madre dell’Ordine.
Anziché scoraggiarlo, questi fatti stimolarono l’ardore apostolico dei figli di S. Domenico. Un insaziabile desiderio di soffrire per Cristo li spinge­va fino ai confini del mondo. Si faceva a gara a chi ottenesse il permesso di partire per le contrade reputate le più pericolose, sicché i Maestri Generali e i Papi stessi, dovettero adoperarsi per moderare questa sete di martirio.
Abbiamo, purtroppo, perduto il nome di molti di questi felici Predicatori, ma sappiamo che furono numerosissimi.
Non era tuttavia che un principio. Durante tutto il secolo XIV e XV, gli eretici e i Tartari continuarono ad immolare i Predicatori al loro odio del vero Dio.
Ma più ancora quando il Protestantesimo ebbe scatenata la guerra religiosa sulle nazioni cristiane e quando la scoperta delle Indie ebbe offerto un nuovo campo d’apostolato ai missionari, il numero dei martiri si moltiplicò gloriosamente. Allora ‑ dice il P. Lacordaire ‑ tra i due mondi si gareggiava a chi spandesse più largamente il sangue domenicano. I Protestanti lo versavano a torrenti in Europa. L’America, l’Asia, l’Africa l’offrivano in sacrificio ad altri errori. L’Ordine di S. Domenico non aveva mai presentato un così grande spettacolo. Chi l’avesse visto dall’alto e con un solo sguardo, come Dio, non avrebbe potuto credere possibile che un così piccolo numero di uomini potesse parlare tante lingue, occupar tanti luoghi, dirigere tante opere e versar tanto sangue...


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E nondimeno, pochi anni appresso, Santa Teresa annunziava, dopo una visione, una nuova era di martiri domenicani: “Essendo io in preghiera, vicino al SS. Sacramento, racconta ella nella sua Vita ‑ S. Domenico mi apparve con un gran libro in mano, e mi disse di leggervi certe parole scritte in grossi caratteri ed io lessi questo cenno: Nel tempo avvenire, quest’Ordine fiorirà e avrà molti martiri.
La profezia si verificò: da Santa Teresa in poi l’Ordine diede alla Chiesa altre centinaia di martiri.
Nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX, il sangue domenicano scorse di nuovo a rivi in tutto quanto il mondo: in Francia, in Irlanda, in Inghilterra, in Fiandra, nei Paesi Bassi, in Polonia (dal 1648 al 1672 soltanto, la provincia di S. Giacinto diede 444 martiri alla Chiesa), in Russia, in Lituania, nell’Armenia, in Algeria, in Etiopia, nello Zambese, nel Monomotapa, nel Madagascar, a San Domingo, nella Guadalupa, nel Cile, nel Perù, a Vera Paz, nel Messico, nelle Filippine, nelle isole della Sonda, a Timor, nel Bengala, nell’Indostan, nell’isola di Solor, nell’isola d’Ende, sulla costa del Malabar, nel Siam, nel Tonchino, nell’Annam, a Formosa, in Cina, nel Giappone.
L’Ordine diede alla Chiesa: il primo martire d’America il B. Francesco da Cordova, il primo martire del Perù, Ven. Vincenzo di Valverde; primi martiri di Vera Paz, i venerabili Domenico di Vico e Andrea Lopez; il primo martire della Cina, S. Francesco de Capillas; il primo martire di Formosa, San Francesco di S. Domenico; il primo martire del Sian, San Girolamo della Croce; il prillo martire francese del Giappone, il B. Guglielmo Courtet.


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L’Ordine Domenicano in ogni secolo ha dato un generoso contributo di sangue per la testimonianza della Fede. Dai Martiri dei primi secoli, caduti sotto il terrore dei Tartari o la scimitarra musulmana, a quelli vittime degli eretici Paterini, Boemi e Protestanti dal secolo XIII fino al XVI, a quelli numerosissimi trucidati dai Russi scismatici nel sec. XVII, fino a quelli che hanno versato il loro sangue durante le persecuzioni in Cina ed in Giappone, nella rivoluzione francese e nelle altre rivoluzioni dei due ultimi secoli, essi raggiungono il numero di circa 1600, dei quali alcune centinaia sono stati elevati agli onori degli Altari col titolo di Santi o di Beati.
Grazie a Dio, non vi è un paese nel mondo che i Predicatori non abbiano irrigato col loro sangue. E tutto fa sperare che la Provvidenza loro continuerà la felice ventura di dare la suprema testimonianza dell’amore: non è gran tempo che ventisei figli di S. Domenico venivano crocifissi in Cina, e Pio XII, durante il suo Pontificato, ha collocato sugli altari 25 martiri domenicani.
Quando si pensa che per una bontà affatto gratuita di Dio, il Frate Predicatore è diventato il fra­tello di tanti santi, gloriosi o ignoti, i cui meriti lo portano e lo strascinano, egli sente ravvivato il suo coraggio e gli pare che l’anima sua si dilati.
Sarebbe a lui possibile il lasciar che si spenga il ricordo degli antenati? Eccolo, questo ricordo, sempre attivo, incessantemente ravvivato dalle loro opere e dai luoghi in cui essi vissero; questo ricordo che solleva l’uomo più mediocre al di sopra delle sue miserie e lo stabilisce nelle regioni dell’eroismo. Esso impone un dovere e obbliga al merito; la loro fortezza obbliga alla fortezza; la santità dei padri decreta la santità dei figli. Per questo ricordo il più umile dei religiosi sente di far parte di un Ordine, cioè a dire, di una società retta da leggi più che umane, arricchita di una tradizione inesauribile, animata da un soffio spirituale.
Ogni generazione ha consegnato a quella che l’ha seguita una tradizione sempre più ricca di virtù e di verità. Noi attingiamo le nostre forze da un tesoro accumulato da migliaia di Predicatori che, per sette secoli, consumarono la loro vita nella pratica della forte disciplina regolare e nelle apostoliche fatiche. Noi ne viviamo. Il Frate Predicatore non ha da mendicare lezioni e una formula di vita. Qual regola, più che la sua, potrebbe dargli il senso della grandezza cristiana? Quale storia, più che la storia dei suoi padri, potrebbe fargli comprendere la fecondità del sacrificio religioso, stimolare il suo zelo e far nascere nel suo cuore più larghe ambizioni?
Noi abbiamo una tradizione e viviamo avvolti nei ricordi: ecco la nostra forza. Quale è il Conven­to che non possa citare un nome, una lista di nomi illustri? Nelle nostre celle vissero dei santi; e dei martiri vi si resero degni del loro sacrificio: noi vi possiamo raccogliere il loro spirito. Qui il Frate, quando ricorda, è testimonio di grandi vite. Se egli serba l’anima sua attenta, vede sorgere dai chiostri, ove egli medita, non sterili ricordi, ma chiamate e­nergiche, perpetuo rimprovero a quei che esitasse­ro, ode le voci amate dei grandi antecessori: “Vieni dietro a noi, figlio del nostro spirito! Raccogli la nostra eredità, accresci l’onore del nostro nome!”.


CONCLUSIONE

L’Ordine ha durato. Il 22 dicembre 1216 Onorio III lo confermava colla sua suprema autorità, considerando, diceva, che i Frati saranno i campioni della fede e la luce del mondo. Sette secoli sono lì per attestare se le speranze del gran Papa si siano avverate. Che cumulo di rovine da quegli inizi tormentosi del secolo XIII! Rivoluzioni repentine e sanguinose, evoluzioni lente e profonde cambiarono lo stato dei popoli e soffocarono istituzioni e dinastie, che si promettevano lunghe speranze: chi potrebbe contarle in questo processo di tempo? Ogni secolo assistette a qualche gran funerale. Ciononostante l’Ordine dei Predicatori restava saldo, come una schiatta forte e fedele a se stessa, schiatta di monaci, di dottori, di apostoli e di martiri che non vuole spegnersi. La storia conosce poche istituzioni che abbiano resistito a tante età contrarie. Dopo sette secoli, questa si trova, identica a se stessa, sempre nuova e feconda, e pronta a prolungare indefessamente la sua perpetua giovinezza.
Con questo passato noi formiamo le nostre speranze. Santa Teresa assicura che “l’Ordine di S. Domenico è uno dei soli che sussisterà sino alla fine del mondo per lottare contro l’Anticristo” (Profezia citata negli atti della Canonizzazione, c. XXX). Noi vogliamo crederlo. Qualsiasi difficoltà non può spegnere le nostre speranze. Abbiamo trionfato su tante dure prove. Fin dai primi giorni e in tutto il corso della sua esistenza, l’Ordine dovette lottare, ma non cessò di formare dottori e santi. Esso ne forma ancora: Pio X ha collocato sugli altari undici domenicani, Benedetto XV tre, Pio XI due, Pio XII ventisei.


1SAN TOMMASO, Somma teologica, II-II, 188, 4.
2SAN TOMMASO, Somma teologica, II-II, 188, 6.
3 SALAMANTICENSES, Dello stato religioso, Disp. II, dub. III, p. III, n. 31. E proseguono: “Per una vita attiva che proceda dalla contemplazione non bastano alcuni atti di preghiera, come una meditazione, un esame di coscienza, il ricordo della presenza di Dio, un ritiro di qualche giorno ed altre cose simili che si chiamano ordinariamente esercizi. Infatti non c'è vita religiosa, per attiva che s'immagini, che non abbia questi esercizi e altri più importanti. Inoltre anche tanti laici nello stato matrimoniale li praticano, come lo dimostra l'esperienza. Una vita attiva procede dalla contemplazione e conseguentemente contiene eminentemente la perfezione della vita puramente contemplativa e qualcosa di più quando essa prescrive ai suoi figli i mezzi appropriati alla contemplazione, come la clausura, il silenzio, la mortificazione dei sensi, la penitenza, il digiuno, le veglie, la salmodia, le pie letture ed altre cose simili. Una vita religiosa che compie queste pratiche, e non le interrompe se non quando bisogna aiutare il prossimo con la predicazione e con l'insegnamento dottrinale, è una vita religiosa che professa la vita mista, cioè discendente dalla contemplazione all'azione. Tale è il caso (per non citare che un esempio) dell'Ordine dei Frati Predicatori il quale, quantunque sembri ordinato anzitutto all'insegnamento dottrinale, tuttavia non solo impiega tutti i mezzi appropriati alla contemplazione che abbiamo enumerati, ma li fa precedere a tale insegnamento”(Ibidem).
4PASSERINI, O.P., De hominum statibus et officiis, in ultimas septem quaestiones, II-II, 188, 6.
5Ibidem.
6Ibidem.
7SAN TOMMASO, Somma teologica, II-II, 186, 1.
8SAN TOMMASO, De perfectione vitae spiritualis, 17.
9LACORDAIRE, Vita di S. Domenico.
10Cf. MORTIER, Hist. des Maitr. Gen., t. 1, pp. 485 486.
11DANZAS, Les temps primitifs de l’Ordre de S. Dom., t. II, p. l9.
12Vitae Fratrum (Ferrua), n. 38.
13Vitae Fratrum (Ferrua), n. 168.
Questo è interessante, perché sta a significare che un gran numero di quelli che abbracciarono l’Ordine si erano sempre conservati puri. Solo una minoranza era entrata dopo aver macchiato l’innocenza battesimale (nota del traduttore).
14Nel processo di canonizzazione numerosi testimoni dichiararono che egli non aveva mai perso la grazia del Battesimo.
15 Cfr. Atti di canonizzazione..
16 S. CATERINA DA SIENA, Dialogo, c. 158.
17 “vigiliis, jejuniis, flagellis et aliis cruciatibus carnem suam affligebat”.
18 CARTIER, Le P. Besson, Poussielgue, t. I, p. 259.
19 SAN TOMMASO, Somma teologica, II-II, q. 88, a. 2, ad 3.
20 S. Vincenzo Ferreri, La Vita spirituale, II, c. IV.
21 «Si fabbricarono sopra la terra angusti palazzi; si eressero mausolei sublimi; si fecero a Dio delle dimore quasi divine; ma l'arte e il cuore dell'uomo non si spinsero mai più innanzi che nella creazione del monastero» (LACORDAIRE, Vita di S. Domenico, c. VIII).
22 È dovere del Priore di vigilare affinché il religioso dedito al ministero non si esaurisca per eccesso di vita attiva; egli deve impedire ogni sovraffatica e procurare ai suoi religiosi un tempo di ritiro. Il Padre Lacordaire scriveva al Priore di Nancy, nel 1846: “Un punto di grand’importanza è che i Frati non predichino oltre misura, senz’aver il tempo di raccogliersi e di preparare i loro discorsi... Bisogna che i religiosi abbiano una parte del loro tempo consacrato al ritiro e alla meditazione, a fine di ritemprarsi nello studio, nella penitenza e nella sottomissione”.
23 Le Costituzioni domenicane impongono un anno di noviziato, durante il quale il novizio studia lo spirito dell’Ordine, la sua tradizione, e si forma alla vita religiosa. Al termine dell’anno, egli fa professione semplice per tre anni, ed è immediatamente applicato agli studi, dimorando nello studentato sotto la direzione di un Padre Maestro. Dopo i tre anni, salvo disposizioni particolari, è chiamato a far professione solenne, e, se possiede le condizioni fissate per li studi, può ricevere gli ordini sacri. Egli lascia lo studentato quand’è sacerdote. Ma il religioso non è mai applicato al ministero se non dopo compiuto il corso dei suoi studi teologici e dopo un esame speciale in vista del sacro ministero.
24 Costituzioni primitive.
25 Costit. 573. Spiegando questo testo, il B. Umberto fa questa giusta osservazione: “In questo passo, le Costituzioni non pongono lo studio al disopra della preghiera, ma gli sacrificano soltanto la possibilità esagerata di questa. Difatti è preferibile avere un ufficio breve con lo studio, anziché un ufficio lungo ma che impedisce di studiare, e ciò a cagione dei numerosi vantaggi dello studio” (De vita regulari, t. II, p. 37).
26 DOUAIS, Essai..., pp. 113-144.
27 “Et quia sine sanctarum notitia Scripturarum perfectus praedicator nemo esse potest, (S. Dominicus) hortabatur fratres ut semper in novi et veteris Testamenti lectione essent” (Thierry d’Apolda).
28 S. TOMMASO, Somma teologica, II-II, 188, 6, ad 3.
29 Il canto domenicano è il canto liturgico, tal quale fu raccolto nella prima metà del secolo XIII. È il canto gregoriano, ma con sfumature proprie e certe abbreviazioni che lo rendono più sobrio, più rapido e in certo modo più virile e meglio appropriato ad un Ordine d’apostoli.
30 La liturgia domenicana contiene certe antifone ed inni che non si trovano altrove e che figurano tra le bellezze d’ogni liturgia: per esempio l’inno di Compieta: Christe qui lux es et dies, la cui melodia è così commovente nella sua mesta dolcezza, o l’ammirabile responsorio: Media vita. Si racconta nella vita di S. Tommaso che quand’egli sentiva cantare quest’ultimo responsorio, ogni volta questa tragica e sublime invocazione gli strappava le lacrime: “Nel mezzo della vita, noi siamo nella morte... Non ci rigettare nel tempo della vecchiaia. Quando verrà meno la nostra forza, o Signore, non ci abbandonare. Dio santo! Dio forte! Santo e misericordioso Salvatore non ci abbandonare all’amara morte! ...”. Siffatti gridi dell’anima, sostenuti e sollevati da un canto che ne moltiplica l’ardore, danno ai nostri uffici una grandezza commovente.
31 Nel suo bel libro, La vita dei chierici nei secoli passati, Don Paolo Benoit scrive queste righe suggestive: “La grande preoccupazione degli antichi vescovi per convertire e santificare le anime era di stabilire e mantenere presso di loro un numeroso e fervente presbiterio. Non credevano necessario mettere ad ogni istante un prete in rapporto con questo e con quel fedele. Non c’era bisogno di moltiplicare, come nei tempi moderni, ciò che si chiama le opere, e di associarvi i laici perchè subissero il contatto e l’influenza ecclesiastica. Bastava stabilire nei centri un collegio fervente di santi ministri del Vangelo. La spettacolo delle loro preghiere incessanti e della loro santa vita era una potenza contro cui nulla poteva reggere, che finiva col convertire i più ribelli e riusciva a sollevare fino alle più sublimi virtù le anime favorite di grazie più grandi” (p. 102).
32 Oeuvres. t. II. p. 260.
33 DON FESTUGIERE, La liturgie catholique, Maredsous, 1913, p. 119.


Pubblicato 06.02.2007

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