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Un sacerdote risponde

Certi parenti preferiscono non informare la persona interessata della sua malattia e gli mentono

Quesito

Caro Padre Angelo,
vorrei farle una domanda in merito al comportamento che medici e parenti hanno spesso nei confronti di un malato terminale che però è perfettamente cosciente e capace di intendere e di volere.
So che certi parenti preferiscono non informare la persona interessata della sua malattia e gli mentono dicendo che cure, in realtà solo palliative, sono volte alla guarigione; così facendo non gli permettono di affrontare la volontà di Dio nella loro vita con l’intenzione di farlo arrivare alla fatidica ora inconsapevolmente, cioè senza capire quello che gli sta veramente capitando. In questa situazione il medico fa da complice ed invece di dire la verità al suo paziente si allea a questi parenti con menzogne ed altre cose fatte ‘‘a fin di bene’’. Le chiedo se questo comportamento sia eticamente corretto sia da parte dei parenti che dicono menzogne per far fuggire dalla sofferenza i loro cari e sia da parte del medico che è tenuto ad avere un rapporto di sincerità e rispetto nei confronti del suo paziente.

Prego sempre anche per lei
Alessandro


Risposta del sacerdote

Caro Alessandro,
1. che i parenti cerchino di tener su di morale il loro congiunto facendogli credere che le cure palliative servano alla guarigione è comprensibile e anche accettabile sotto il profilo morale.
In fondo aiutano il paziente a reagire con un certo ottimismo.
Ma dinanzi all’aggravarsi della situazione e all’approssimarsi della fine devono essere più attenti anche alle sue necessità spirituali.
Per questo in un’allocuzione all’unione italiana medico biologica “S. Luca”, Pio XII disse: “Vi sono dei casi in cui il medico, anche se interrogato, non può, pur non dicendo mai cosa positivamente falsa, manifestare crudamente tutta la verità, specialmente quando sa che il malato non avrebbe la forza di sopportarla. Ma vi sono altri casi nei quali egli ha senza dubbio il dovere di parlare chiaramente; dovere dinanzi al quale ha da cadere ogni altra considerazione medica o umanitaria” (12.11.1944).

2. Ma, all’aggravarsi della situazione, se i pazienti non si sono ancora resi conto della loro situazione e la loro fine è ritenuta prossima, è necessario rivelare la loro situazione con una certa gradualità, ricorrendo soprattutto all’aiuto di coloro di cui hanno maggiore fiducia.
Se però hanno adempiuto tutti i loro doveri (civili e religiosi) e non si pongono particolari problemi, e si teme che la rivelazione della malattia potrebbe sconvolgerli profondamente togliendo loro la serenità abituale, sembra più umano e più favorevole il “discreto silenzio”.
Se invece i malati non sono terminali, ma affetti da malattia grave e incurabile e aventi come prospettiva una fine sicura ma differita, bisognerà capire se sia più giovevole a loro e ai loro interessi più generali informarli fin dall’inizio sulla realtà della malattia o se sia più vantaggioso attendere tempi e occasioni più opportuni.

Ti ringrazio, caro Alessandro, della preghiera che fai per me.
Volentieri la ricambio e intanto ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 12.02.2008

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