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Un sacerdote risponde

Trasmissione dell'AIDS e uso del profilattico

      Quesito

      Buona Domenica, padre Angelo!
      Le vorrei chiedere un parere sull'intervista rilasciata dal Card. Martini all'Espresso e in particolare sull'utilizzo dei preservativi in casi eccezionali. Premetto che non ho letto direttamente l'intervista, ma solo un articolo che la riportava attribuendo a Martini di aver parlato di "male minore". Da quanto studiato mi sembra di ricordare che non è mai lecito compiere il male (anche se minore) per un fine buono: nel caso dell'uso del preservativo l'intenzione buona di evitare un contagio, per esempio, non modifica il disordine intrinseco dell'atto, cioè la sua malizia. Mi domando però se si possano presentare situazioni in cui un coniuge sia costretto dall'altro a "tollerare" l'uso del preservativo e in tal caso si dia appunto il caso di tollerare (non di compiere) un male per un bene maggiore. Ma mi sembra che siano casi estremi con i quali si cerca di far passare una mentalità, quella della contraccezione, cercando di tranquillizzare le coscienze.
      Grazie per l'attenzione. La ricordo in modo particolare nella preghiera.
      Ancora buona e santa settimana.
      Marco


Risposta del sacerdote

      Caro Marco,
     
      1. Devo complimentarmi con te per la chiarezza dei tuoi ragionamenti.
      Un’azione per essere buona, deve esserlo tanto nel fine quanto nei mezzi.
      San Paolo dice che “non si deve fare il male perché ne venga fuori il bene” (Rm 3,8).
      Inoltre bisogna fare attenzione al tentativo di voler far passare come comune una mentalità sbagliata.
      Anch’io inizialmente sono rimasto molto sorpreso dalle affermazioni del Card. Martini così come sono state riportate dai giornali.
      Poi un giovane mi ha dato la fotocopia dell’originale e ho potuto leggere il vero pensiero del Card. Martini.
     
      2. Prima di riportarti quanto ha detto il Card. Martini, secondo me si deve affrontare il problema sotto un profilo oggettivo.
      E da questo punto di vista ci sono due osservazioni da fare: la prima di carattere scientifico, la seconda di carattere etico – personalistico.
     
      - Ebbene, sotto il profilo scientifico è risaputo che qualsiasi profilattico ha una fallacia dell’1,5 su 100 rapporti sessuali. Il motivo è legato alla porosità dei profilattici.
      Ora il virus HIV è 450 volte più piccolo di uno spermatozoo.
      A questo punto i conti son presto fatti: una distribuzione in massa e gratuita dei profilattici dà l’impressione del sesso sicuro e non serve ad altro che incrementare una mentalità sbagliata sotto il profilo scientifico ed etico.
      I dati che per ora sono alla portata di tutti (Conferenza internazionale di Stoccolma sull’AIDS) dicono che nel 25% dei casi i coniugi hanno scelto la via dell’astinenza coniugale, e non si è registrato alcun contagio.
      Il 38,8% ha scelto la via del profilattico, e il contagio è stato dello 16,7% (quasi uno su cinque).
      Il 36,2 % ha praticato altre metodiche e la trasmissione dell’infezione è stata dell’ 82,3%.
      In conclusione: il profilattico riduce il contagio, ma non lo elimina.
      Se poi la campagna pro-profilattici aumenta la consapevolezza del sesso sicuro, allora c’è il rischio che incrementi la diffusione dell’HIV.
     
      - Sotto il profilo etico – personalistico c’è da chiedersi: sono ancora veri atti di amore quelli che si esprimono i coniugi di cui uno è affetto da hiv-aids? Se amare significa volere bene, donare qualcosa a qualcuno, colui che è affetto da hiv-aids sa che il suo dono è inficiato da una terribile potenzialità: quella di trasmettere l’infezione mortale al proprio consorte e al possibile nascituro.
      Se il coniuge sieropositivo ama realmente il proprio partner e gli eventuali figli, deve essere disposto a qualunque sacrificio pur di non danneggiare le persone amate.
      Non rimane dunque altra via che quella dell’astinenza, praticata del resto da molti coniugi per i più svariati motivi.
     
      Va ricordato poi che la contraccezione all’interno del matrimonio (nel nostro caso si tratta dell’uso del profilattico) è intrinsecamente illecita.
      Giovanni Paolo II ha detto che “la donazione fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione personale totale..., se la persona si riservasse qualcosa” (FC 11), cioè se escludesse qualcosa di sé dal gesto con cui si consegna all’altro. La contraccezione infatti è “oggettivamente così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata” (17.11.1984).
      Le azioni umane ricevono la loro specificazione morale da tre elementi, tutti di essenziale importanza: l’obiettivo intrinseco dell’azione (l’oggetto), il fine (intenzione), le circostanze. La contraccezione modifica l’obiettivo intrinseco dell’azione.
      Pertanto nessuna motivazione, neanche quella del rischio del contagio, può rendere lecita un’azione di suo intrinsecamente illecita.
     
      Ma adesso ci poniamo un caso concreto: un coniuge può rifiutarsi all’atto coniugale quando il partner è contagiato? Il parere di Tettamanzi: “La risposta è evidentemente affermativa” (D. TETTAMANZI, Bioetica, p. 377).
      Ed è chiaro: infatti quell’atto cessa di essere un atto di vero amore, essendo diventato un atto in cui si dona potenzialmente la morte. Non si può dunque parlare di debitum coniugale.
     
      Tettamanzi prosegue: “Ma, in subordine, sorge un’altra domanda: qualora la donna fosse costretta all’atto coniugale, potrebbe difendersi esigendo dal partner l’uso del profilattico? Ci sembra di dover dare una risposta affermativa, per un duplice motivo: anzitutto, perché la volontà della donna è per il "no" all’atto coniugale; inoltre, ella ha diritto di difendere la sua salute (dal rischio del contagio) ricorrendo ai mezzi che ha a disposizione (dal momento che non serve allo scopo un altro mezzo da autousarsi, ad esempio la pillola contraccettiva, non ha altra strada che chiedere ed esigere il profilattico da parte del marito). Quella riferita è la posizione della morale, dei suoi valori e delle sue esigenze oggettive: rimane aperto l’ambito soggettivo della responsabilità della coppia, da valutarsi alla luce dei noti e comuni criteri. E altrettanto si dica dei comportamenti omosessuali ed extramatrimoniali: il giudizio circa la responsabilità soggettiva è correlato alla presenza o meno della piena avvertenza e del deliberato consenso, oltre che da un complesso di condizioni e situazioni personali, sociali, culturali, educative, ecc.” (Ib.).
      Si noti che Tettamanzi dice: quando la donna è costretta all’atto coniugale. In altri termini è come se si trattasse di una violenza carnale.
     
      - Allora sotto il profilo morale che cosa si deve concludere?
      Sant’Alfonso dice che inter duobus malis nullum est eligendum, e cioè che tra due mali non se ne può scegliere nessuno.
      Infatti se fare il male significa offendere e degradare se stessi o il prossimo (oltre che offendere Dio), allora non è mai lecito degradare se stessi o il prossimo né tanto né poco. Così come non è mai lecito offendere Dio né tanto né poco.
      Ma Sant’Alfonso continua: “licitum esse minus malum suadere, si alter iam determinatus fuerit ad maius exequendum. Ratio, quia tunc suadens non quaerit malum, sed bonum, scilicet electionem minoris mali” (è lecito persuadere a compiere il minor male se l’altro è già determinato a compierne uno più grande. Il motivo è che allora colui che persuade non cerca il male, ma il bene, cioè l’elezione del male minore (S. ALFONSO, Theologia moralis, Lib. II, tr. III, c. II, p.353, n.57).
     
      - Allora a due persone, fuori del matrimonio, che sono assolutamente determinate ad avere rapporti sessuali nonostante il rischio dell’infezione, che cosa si deve dire?
      Si deve dire che non devono assolutamente avere rapporti sessuali, perché si tratta di atti illeciti e carichi di enormi responsabilità.
      E se questi dicono: noi li facciamo lo stesso, usando il profilattico.
      Si deve rispondere: il vostro tentativo di ridurre la possibilità del contagio non rende lecito il gesto, che rimane intrinsecamente immorale e inoltre gravato di un rischio insopportabile (16,7%) di contagio.
     
      - A due persone sposate, di cui una è portatrice del virus, che intendono avere rapporti coniugale che cosa si deve dire?
      Che l’unica via sicura per non trasmettersi il virus è l’astinenza coniugale.
      Inoltre bisogna dire che quell’atto cessa di essere un atto di autentico amore e di vero dono, perché dona la morte, preceduta da orribili sofferenze.
      E se il coniuge portatore del virus costringesse l’altro ad avere rapporti sessuali?
      Dopo aver ribadito ben chiaramente che questo gesto è intrinsecamente sbagliato e offensivo del partner (oltre che di Dio), a questo punto uno cercherà di difendersi come può. La soluzione di Tettamanzi, accompagnata dalla risposta di Sant’Alfonso, illumina. E cioè rende difendibile il gesto di chi subisce il rapporto, ma non di chi lo compie.
     
      Mi pare che si possa applicare in qualche modo anche al nostro caso quanto Giovanni Paolo II ha detto in Evangelium Vitae a proposito di una legge meno nefasta che può essere votata al posto di un’altra più calamitosa: “Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui” (EV 73).
     
      3. Come si vede, qui si entra in questioni delicate non abbordabili dalla gran massa. Come tu stesso dici, siamo di fronte a casi limite, per cui “in extremis, extrema sunt tentanda” (nei casi limite, si tenta il possibile).
      Ma c’è il rischio che si fraintenda e poi si concluda: nel caso in cui un coniuge è sieropositivo, è lecito il profilattico.
      Il Card. Martini non ha detto questo, anche se la stampa e l’opinione pubblica ormai dice così.
      Certi problemi di etica non sono da trattare a livello giornalistico, che intende colpire più la sensazione che la ragione.
      Per questo è opportuno evitare di discutere di situazioni limite in circostanze in cui facilmente si può essere fraintesi.
      Il Card. Martini ha calibrato bene le sue parole. Si tratta di un’intervista che egli certamente ha riletto e meditato, tanto è vero che in altri passaggi si trovano riferimenti scritturistici di cui cita capitolo e versetto.
      Alla luce di quello che ho esposto, il card. Martini procede in maniera molto cauta.
      Quando egli dice: “Certamente l'uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore” si riferisce secondo me al caso ipotizzato da Sant’Alfonso, quando questi parla di chi è determinato a compiere un male più grave e costringe un altro a sottoporvisi.
      A proposito degli sposi, il card. Martini non si allontana da quanto espresso da Tettamanzi quando dice: “C'è poi la situazione particolare di sposi uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a proteggere l'altro partner e questi pure deve potersi proteggere”.
      Il Cardinale, come si vedrà, è per l’astinenza coniugale. Pertanto sembra parlare di un coniuge sieropositivo e incontenibile, che costringe l’altro a subire.
      Da quello che dirà è convinto che è sbagliato agire sia usando il profilattico che senza usare il profilattico. Tanto che aggiunge: “Ma la questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa l'astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile”.
      Come si vede, le parole del Cardinale sono chiare: la Chiesa non può propagandare un metodo sul quale avanza serie riserve. Mentre il propagandare l’uso del profilattico come male minore “rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile”.
      Ma i giornalisti, soprattutto quello che hanno ridotto le sue parole riportandole su altri giornali, gli hanno reso su questo punto un cattivo servizio.
     
      Ecco per intero le parole calibrate del Cardinale:
      Martini: “Le cifre che lei cita destano smarrimento e desolazione. Nel nostro mondo occidentale è assai difficile rendersi conto di quanto si soffra in certe nazioni. Avendole visitate personalmente, sono stato testimone di questa sofferenza, sopportata per lo più con grande dignità e quasi in silenzio. Bisogna fare di tutto per contrastare l'Aids. Certamente l'uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore. C'è poi la situazione particolare di sposi uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a proteggere l'altro partner e questi pure deve potersi proteggere. Ma la questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa l'astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile. Altro è dunque il principio del male minore, applicabile in tutti i casi previsti dalla dottrina etica, altro è il soggetto cui tocca esprimere tali cose pubblicamente. Credo che la prudenza e la considerazione delle diverse situazioni locali permetterà a ciascuno di contribuire efficacemente alla lotta contro l'Aids senza con questo favorire i comportamenti non responsabili”.
     
      Caro Marco, ti ringrazio di avermi dato la possibilità di chiarire per i nostri visitatori delle affermazioni che per i giornalisti dovevano suscitare scalpore. E dal modo in cui le hanno riportate, lo hanno davvero causato. Ma ingiustamente.
      Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
      Padre Angelo Bellon, o.p.


Pubblicato 25.04.2006

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