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Un sacerdote risponde

Quesiti sulla Genesi e sul peccato originale

         Il giorno 31/mag/05, alle 12:46, Pietro Demattei ha scritto, ne riportiamo il testo dell'email dopo averne richiesto il permesso al mittente, crediamo che attraverso le risposte a questi quesiti possano ricevere chiarimenti anche i visitatori del sito:
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                 Caro Padre Angelo,
        
         mi chiamo Pietro e sono uno studente universitario cattolico interessato ad approfondire i contenuti della propria fede.
         Mi rivolgo a lei per porle due domande che mi stanno molto a cuore , sui quali purtroppo ho un po’ di confusione dovuta anche – spiace ammetterlo , ma è così – a spiegazioni contraddittorie ed antitetiche ricevute da diversi sacerdoti.
         1) La prima riguarda lagrandequestione del peccato originale e dei primi 3 capitoli della Genesi . Fin da bambino, in virtù di una sana educazione cattolica ricevuta in famiglia , ho sempre creduto all’esistenza reale di Adamo ed Eva e ad una concezione del peccato originale visto come disubbidienza a Dio dei primi 2 esseri umani , in conseguenza del quale- per “trasmissione” generazionale , da Adamo ed Eva a tutta l’umanità odierna- tutta la stirpe umana avrebbe perso lo stato di grazia primigenio , andando incontro a morte , dolore , corruzione,peccati.
         Questo ho sempre creduto, finchè il mio prof. di religione al liceo - prima - e alcuni parroci in varie catechesi ed omelie – dopo – non mi inculcarono il fatto che i racconti della Genesi andavano letti come una “favolettapoetica “ , che nessun Adamo era mai esistito ( Adamo significa “ uomo “ , cioè rappresenta tutti gli uomini , l’umanità ) , che il mistero della creazione umana doveva essere adattato alle teorie evoluzionistiche ( fermo restando il progetto di Dio che “ guida” l’evoluzione), e che il peccato originale non consisteva in una primitiva disubbidienza a Dio ma in uno stato di “finitezza” e corruttibilità proprio di ogni uomo ( di tutte le epoche) , quasi una “tendenza al peccato” latente nella stessa natura umana.
         Lì per lì la cosa non mi toccò più di tanto; accettai queste nuove versioni senza farmi troppi problemi,ancheperchè, pur pregando ed andando a Messa regolarmente , non avevo molto interesse ad approfondire questi temi.
         Il problema si pose circa 5 anni fa ,quando , in concomitanza del Giubileo , volli cominciare – da autodidatta – un percorso di formazione di base che mi consentisse di crescere realmente nella fede.
         Leggendo il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica ed alcuni documenti del Vaticano II ( come per es. la “ DeiVerbum” ) ho scoperto allora che questi testi parlavano di “progenitori” e di trasmissione diretta del peccato originale dai progenitori fino a noi.Misonreso conto allora di aver ricevuto un insegnamento corretto dai miei familiari e poco ortodosso – o quasi- dai sacerdoti che ho incontrato.E’realmente successo questo?
         In particolare, le chiedo:
         a)quando il Catechismo parla di “progenitori” intende precisamente Adamo ed Eva oppure intende una generica “prima comunità “ umana?
         b)è verità di fede il fatto che tutta l’umanità sia derivata da un’unica coppia primordiale ( monogenesi ) oppure è possibile ammettere la sua derivazione da più coppie primordiali?In questo secondo caso ( poligenesi ) però,come spiegare il peccato originale per trasmissione dai progenitori a noi ?Esistono documenti del magistero degli ultimi 50 anni che chiariscono questo punto?
         c) volendo coniugare a tutti icosti laBibbia con la teoria evoluzionistica ( che , nel corso di questi anni di letture , ho visto essere molto meno certa – e scientificamente provata - di quanto non dicessero i miei prof. del liceo e i miei parroci ) come dobbiamo porci rispetto alla suddetta questione? Data per scontata l’evoluzione fisica da ominidi ad uomo, il passaggio aquest’ultimo potrebbe essersi verificato – secondo me – in modo discontinuo con l’infusione , ad opera di Dio , dell’anima in un ominide che in questo modo sarebbe diventato il primo uomo : è accettabile una ipotesi di questo tipo ?
         d) infine,senza voler essere polemico nei confronti dei miei insegnanti e sacerdoti : può essere definita ortodossa un’interpretazione del peccato originale come quella che ho ricevuto da essi ? A me sembra,per es. , che una tale teoria ponga la presenza del peccato e della morte come condizione naturale primigenia dell’uomo , ammettendo così implicitamente la non-perfezione del progetto divino sulla creatura umana ; in altre parole , l’uomo non sarebbe stato creato da Dio in stato di grazia ed in piena comunione con Lui ( se intendiamo il peccato già “in atto” in ogni uomo) , ma con un “difetto di fabbricazione” , oppure ( intendendo il peccato originale come tendenza al peccato , e quindi peccato in potenza ) questa concezione sminuirebbe l’importanza del Battesimo (perchèlavare un neonato da una colpa se essa –di fatto- non sussiste ? ) e ridurrebbe anche tutta la successiva “ storia della Salvezza “ culminata nella Redenzione ad opera diGesùCristo.
         2) La seconda questione riguarda invece l’interpretazione della Bibbia,ed in particolare dell’intero libro della Genesi.
         Qual’è , secondo la Chiesa , l’interpretazione corretta che dobbiamo dare all’Antico Testamento , ed in particolare al libro della Genesi? In altre parole:dobbiamo ritenere valida una lettura storica – letterale oppure no? Cosa può essere letto come storico,realmente accaduto ( come i Vangeli , per es. ) e cosa no?Qual’è il criterio per discernere ? In particolare,episodi come il diluvio universale o la torre di Babele sono realmente accaduti nei termini descritti dalla Bibbia ?
         Su questi temi ho molta confusione,dovuta a letture spesso contrastanti.
         Saprebbe consigliarmi un buon libro per chiarirmi questi dubbi interpretativi e per avviarmi ad una lettura corretta,secondo il Magistero , della Sacra Scrittura ?
         Mi rendo conto di aver posto molte domande,ma confido nella sua disponibilità e pazienza.
         Attendo con fiducia una sua risposta e la ringrazio anticipatamente.
         Cordiali saluti,
         Pietro Demattei - Tortona ( AL )


         Risposta inserita nel forum il 6 giugno 2005
        
         Caro Pietro,
         innanzitutto ti chiedo scusa per il ritardo con cui ti rispondo.
         In secondo luogo, siccome le domande che mi poni sono molteplici, ti risponderò a scaglioni. Pertanto rimani pure in attesa di ulteriori integrazioni.
        
         Per ora rispondo ai tuoi primi due quesiti:
         1. Quando il Catechismo parla di “progenitori” intende precisamente Adamo ed Eva oppure intende una generica “prima comunità” umana?
        
         Risposta: E' vero che la parola Adamo significa in maniera generica uomo.
         Ma da questo non si può concludere che all'inizio ci sia stato un insieme di persone, e di più non derivanti da un unico ceppo.
         Dal testo sacro risulta evidente che Dio parla con uno, anzi con due, perché si rivolge a anche ad Eva, e cioè a tutti e due i nostri progenitori.
        
         2. E' verità di fede il fatto che tutta l’umanità sia derivata da un’unica coppia primordiale (monogenesi) oppure è possibile ammettere la sua derivazione da più coppie primordiali?
        
         Divido la risposta in due punti:
        
         - Quando si usa l'espressione "verità di fede" in genere ci si riferisce a dogmi.
         Ma questo non significa che tutto ciò che non è stato definito come dogma sia opinabile.
         Esiste un duplice magistero infallibile.
         Il primo è legato al magistero straordinario (pronunciamenti ex cathedra, e cioè dogmi, e pronunciamenti di un Concilio).
         Il secondo è legato al magistero ordinario che può essere altrettanto infallibile. Per questo puoi vedere che cosa dice la costituzione del Concilio Vaticano II Lumen Gentium al n. 25.
         Esiste poi un magistero ordinario del papa, che si esprime a vari livelli (Costituzioni apostoliche, encicliche, esortazioni apostoliche, lettere, discorsi), al quale è necessario prestare l'ossequio della mente e della volontà.
        
         - Ebbene sul problema del monogenismo e del poligenismo non abbiamo nessun pronunciamento dogmatico. Tuttavia abbiamo alcuni interventi autorevoli.
         Il primo è di Pio XII, con l'enciclica Humani generis del 12.8.1950.
         I punti salienti sono i seguenti:
         1. Dopo Adamo non sono esistiti su questa terra uomini che non abbiano avuto origine da lui per generazione naturale come progenitore di tutti.
         2. Adamo non è simbolo di una moltitudine di progenitori.
         3. Questo perché ne va di mezzo la dottrina rivelata del peccato originale, che viene trasmesso come eredità di una natura non più integra.
         Ma ecco il testo preciso:
         "I figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà a proposito dell'altra ipotesi, cioè del cosiddetto poligenismo, perché i cristiani non possono seguire quella teoria i cui assertori opinano che dopo Adamo sono esistiti su questa terra veri uomini che non hanno avuto origine per generazione naturale da lui come progenitore di tutti, oppure che Adamo è simbolo di una moltitudine di progenitori. Questo perché non si scorge nessuna possibilità di conciliare quest'ipotesi con quanto insegnano le fonti della verità rivelata e gli atti del magistero della Chiesa sul peccato originale, che deriva da un peccato veramente commesso da Adamo personalmente e che si trova come proprio in tutti, a cui è trasmesso per generazione (cf Rm 5,12-19) (DS 3897).
        
         Vi è poi un altro intervento del magistero recente ed è la Professione di fede o Credo di Paolo VI (30 giugno 1968). Questa Professione di fede è vincolante per tutti i credenti. Paolo VI non ha detto nulla di nuovo, ma ha ripreso e riesposto diverse affermazioni del magistero precedente.
         Ecco i numeri che riguardano i tuoi quesiti.
         “16. Crediamo che tutti hanno peccato in Adamo, il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto sì che la natura umana, comune a tutti gli uomini, decadde in una condizione tale da portare le conseguenze del suo fallo.
         Non è più quello stato nel quale la natura umana all'inizio sussisteva nei nostri progenitori, che erano costituiti in santità e giustizia, e nel quale l'uomo era esente dal male e dalla morte. Per cui a tutti gli uomini viene trasmessa questa natura così decaduta, privata del dono della grazia di cui prima era adorna, ferita nelle sue stesse forze naturali e soggetta al dominio della morte, ed è per questo motivo che ogni uomo nasce nel peccato. Seguendo il concilio di Trento, riteniamo dunque che assieme alla natura umana viene trasmesso il peccato con la generazione e non per imitazione ed è proprio di ciascuno”.
        
         “17. Crediamo che il nostro Signore Gesù Cristo con il sacrificio della croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, sicché è vera la sentenza dell'apostolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20)”.
        
         “18. Confessiamo di credere in un solo battesimo, istituito da nostro Signore Gesù Cristo per la remissione dei peccati, e che il battesimo deve essere conferito anche ai bambini, che non hanno ancora potuto commettere peccato, affinché, privati della grazia soprannaturale nella nascita, rinascano nell'acqua e nello Spirito santo (cf Gv 3,5) alla vita divina in Cristo Gesù”.
        
         Per ora mi fermo qui. Penso che ce ne sia già abbastanza per una prima puntata. Così i nostri visitatori sono più facilitati a leggerci.
         A presto.
         Padre Angelo Bellon, o.p.


         Risposta inserita il 16 giugno 2005
        
         Caro Pietro,
         desidero rispondere ora ad un’altra domanda, tra quelle che mi hai posto nella lettera del 31 maggio.
         È la seguente: “volendo coniugare a tutti i costi la Bibbia con la teoria evoluzionistica (che , nel corso di questi anni di letture , ho visto essere molto meno certa – e scientificamente provata - di quanto non dicessero i miei prof. del liceo e i miei parroci ) come dobbiamo porci rispetto alla suddetta questione? Data per scontata l’evoluzione fisica da ominidi ad uomo, il passaggio a quest’ultimo potrebbe essersi verificato – secondo me – in modo discontinuo con l’infusione, ad opera di Dio, dell’anima in un ominide che in questo modo sarebbe diventato il primo uomo : è accettabile una ipotesi di questo tipo?”
        
         Ti rispondo così:
        
         1. Il 22 ottobre 1996 Giovanni Paolo II ha inviato un messaggio all'Assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, nel quale ricorda che il tema dell'origine della vita e dell'evoluzione “interessa vivamente la chiesa, dal momento che la Rivelazione, per parte sua, contiene degli insegnamenti circa la natura e l'origine dell'uomo».
         Giovanni Paolo II dice che i contrasti fra la dottrina della fede e una teoria scientifica che accoglie l'ipotesi dell'evoluzione non sono insuperabili, purché certi punti fermi vengano rispettati da una parte e dall'altra.
         Dice il Papa: «Nella sua enciclica Humani generis (1950), il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l'evoluzione e la dottrina della fede sull'uomo e sulla sua vocazione, a condizione di non perdere di vista qualche punto fermo».
         «Tenendo conto dello stato delle ricerche scientifiche dell'epoca e delle esigenze proprie della teologia, l'enciclica Humani generis considerava la dottrina dell'evoluzionismo come un'ipotesi seria, degna di un'indagine e di una riflessione approfondite, tanto quanto l'ipotesi opposta. Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si adotti questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e come se si potesse fare totalmente a meno della Rivelazione nelle questioni che essa solleva».
         Poco sotto, Giovanni Paolo II va più in là e dice che l’ipotesi dell’evoluzionismo oggi non è solo un’ipotesi:
         «Al giorno d'oggi, dopo mezzo secolo dalla pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze conducono a riconoscere nella teoria dell'evoluzione più di una ipotesi. È in effetti notevole che questa teoria si sia progressivamente imposta alla mente dei ricercatori, in seguito a una serie di scoperte, fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza, in nessun modo ricercata o provocata, dei risultati di lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per se stessa un argomento significativo in favore di questa teoria».
         Successivamente il Papa prende atto che negli ultimi cinquant'anni l'attività scientifica della grande maggioranza dei ricercatori si è di fatto orientata sempre più decisamente in senso evoluzionista.
        
        
         2. Il problema più grosso è quello riguardante la comparsa dell’uomo, la quale non si può spiegare semplicemente come frutto dell’evoluzione.
         L’uomo infatti è dotato di un’intelligenza che gli permette di avere una conoscenza superiore del cosmo e di entrare in un rapporto di conoscenza e di amore con Dio.
         Giovanni Paolo II, facendo propria la dottrina del Concilio, ricorda che l’uomo fin dall’inizio è stato pensato in relazione a Cristo risorto: «Nel mistero di Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità e tutta la grandezza di questa vocazione (Gaudium et spes, 22).
         E dice: “È in virtù della sua anima spirituale che l’intera persona, fin nel suo corpo, possiede una tale dignità.
         Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine dalla materia vivente a lui preesistente, l'anima spirituale è immediatamente creata da Dio ("animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet", Enc. Humani generis, AAS 42, 1950, p. 575).
         Di conseguenza, le teorie dell'evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia vivente o come un semplice epifenomeno di questa materia sono incompatibili con la verità dell'uomo. Esse sono d'altronde incapaci di fondare la dignità della persona».
         Dice ancora Giovanni Paolo II: «Con l'uomo, noi ci troviamo dunque di fronte a una differenza di ordine ontologico, di fronte a un salto ontologico, si potrebbe dire».
        
         3. «Le scienze dell'osservazione descrivono e misurano con precisione crescente le molteplici manifestazioni della vita e le inscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio allo spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo tipo, che può nondimeno svelare, a livello sperimentale, una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano...
         Nel concludere desidero ricordare una verità evangelica che potrebbe illuminare con una luce superiore l'orizzonte delle vostre ricerche sulle origini e sullo sviluppo della materia vivente. La Bibbia, in effetti, contiene uno straordinario messaggio di vita. Caratterizzando le forme più alte dell'esistenza, essa ci offre infatti una visione di saggezza sulla vita. Questa visione mi ha guidato nell'enciclica che ho dedicato al rispetto della vita umana e che ho intitolato precisamente Evangelium vitae.
         È significativo che, nel Vangelo di S. Giovanni, la vita designi la luce divina che Cristo ci trasmette. Noi siamo chiamati ad entrare nella vita eterna, ossia nell'eternità della beatitudine divina.
         Per metterci in guardia contro le tentazioni che ci assediano, nostro Signore cita le parole del Deuteronomio: "l'uomo non vive di solo pane, ma... vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (8, 3; Mt 4, 4)».
        
         4. Sembra di capire che se Dio ha tratto l’uomo da materia preesistente, infondendo l’anima spirituale, ha trasformato anche la stessa materia. Qui sta il salto ontologico: esso tocca non solo l’infusione dell’anima spirituale, ma anche la trasformazione stessa del corpo, che in quel momento diventa corpo umano.
         A questo si deve aggiungere che l’uomo è stato creato in una situazione di santità originaria, dalla quale decadde. Questa dottrina è stata ribadita dal Concilio Vaticano II, il quale nella Costituzione Dei Verbum afferma: “Dio... volendo aprire la via della soprannaturale salvezza, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (cfr. Gn 3,15)...” (DV 3).
        
         5. Aggiungo un’affermazione riguardante il DNA umano, il codice genetico di ognuno di noi, assolutamente unico e irripetibile nella sua individualità, ma comune a tutti gli uomini nei suoi caratteri essenziali.
         L’affermazione la traggo da un articolo apparso in Sacra Doctrina (1998, 5, p.117): “Il caso più notoè quello del DNA di un essere vivente, in particolare dell'uomo. Il concetto di "codice genetico" è infatti quanto di più antievoluzionistico alla scienza moderna potesse capitare di scoprire.
         Di fronte alla constatazione che lo sviluppo di un esserevivente non è che l'esplicitazione di un contenuto preassegnato, altamente ordinato, un pensiero veramentelibero da pregiudizi avrebbe concluso che il codice geneticopresenta, sul piano materiale, una straordinaria analogia conquella funzione di organizzazione e di ordine che la filosofiaclassica ascrive all'essenza formale dell'ente finito. Al punto dapotersi dire, con linguaggio figurato, che tale codice costituiscecome l’articolazione fra forma e materia, ovvero come il situsove la forma viene innestata sulla materia. Con tutto quel chene potrebbe conseguire circa il modo di concepire la storianaturale degli esseri viventi. È invece noto che, pur di rendereragione evoluzionisticamente del codice genetico, si è fattoricorso alle più inverosimili ipotesi. Per approdare a un nulla difatto, perché la formazione del codice genetico resta, per labiologia, il massimo dei misteri”.
        
         Ti porgo i più cordiali saluti e auguri di ogni bene.
         Padre Angelo Bellon, o.p.


         In data 18 giugno 2005 si è inserito nella discussione random con il seguente quesito:
         """""
         Gentile Padre Angelo,
         mi ha appassionato il tema proposto da Pietro Demattei ed ho letto le sue risposte; in merito alla prima, vorrei formulare alcune considerazioni e domande, sperando che vorrà cortesemente illustrare il suo punto di vista. Per comodità divido il mio post in due parti, la prima che sintetizza la sua risposta, la seconda per proporre le mie domande.
        
         La risposta
        
         a. Adamo non è simbolo di una moltitudine (poligenismo) ma, al pari di Eva, singolo individuo (monogenismo);
        
         b. il Magistero si è espresso chiaramente a favore del monogenismo (Pio XII, enciclica Humani generis del 1950)
        
         c. pur non essendo dogma, il monogenismo può godere della infallibilità propria anche del magistero ordinario;
        
         Alcune domande
        
         Se diamo per acquisito che la coppia primigenia (Adamo ed Eva) non simboleggia l’umanità, intesa come comunità di viventi, ma l’unione di due singoli individui creati da Dio, quali risposte si possono dare ai seguenti quesiti:
        
         1. nel libro della Genesi, dopo l’uccisione di Abele, Caino viene condannato a vagare per la terra (Gen 4,14: Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere») ma, perché nessuno lo colpisca, il Signore gli impone un segno.
        
         Se Adamo ed Eva, con i loro figli Caino e Abele, erano frutto di creazione momogenetica, chi mai poteva essere quel “chiunque mi incontrerà” tanto temuto da Caino?
        
         2. il racconto prosegue (Gen 4) dicendo che
         “<17>Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio.”
        
         Da dove salta fuori la moglie di Caino? E ancora, se Caino decide di fondare una città, ha senso ritenere che ce ne fosse bisogno visto che l’umanità era ancora ristretta alla famiglia primigenia di quattro persone? Chi avrebbe abitato la città?
        
         3. poco dopo (Gen 4) apprendiamo che “<25>Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. «Perché - disse - Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso». <26>Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore.
        
         Quindi la scomparsa di Abele è compensata dalla nascita di Set a cui nasce Enos; e, come nel caso di Caino, viene spontaneo chiedersi dove salta fuori la moglie di Set?
        
         La ringrazio per aver dedicato qualche minuto a questo post e spero di poter leggere il suo parere.
         La saluto cordialmente.
         random


         In data 21 giugno 2005 Padre Angelo ha risposto:
         """"""
         Caro Random,
         ti ringrazio anzitutto per i quesiti che mi hai posto e mi compiaccio per la passione che si è accesa in te per i racconti della creazione.
         Come avrai notato, la lettera di Pietro Demattei poneva molto problemi.
         E per questo, per non essere troppo lungo, ho deciso di rispondere a puntate.
         Per ora sono comparse solo le prime due.
         Nella quarta, troverai una risposta adeguata al tuo problema di fondo: come leggere i primi 11 capitoli della Genesi. Lì ti dirò che cosa dice il Concilio e che cosa dicono altri recenti documenti ecclesiali.
         Adesso ti rispondo in due punti:
         primo, ti presento il pensiero della Chiesa della prima metà del sec. XX sull’interpretazione della Genesi. E già questo è sufficiente per capire come vada letta la Sacra Scrittura.
         Fondamentalmente il racconto di Caino sta a dire che il peccato originale ha introdotto un’opposizione tra l’uomo e Dio, e conseguentemente ha introdotto anche vere opposizioni tra gli uomini, che sono all’origine di tutti i peccati sociali.
         Secondo, ti presenterò la logica con la quale gli antichi ebrei cercavano di capire e di spiegare questi racconti.
        
         Circa il primo punto:
         Il 30 giugno 1909 la Commissione Biblica emanò un decreto sul carattere storico dei primi tre capi della Genesi.
         In questo decreto si respingono alcune interpretazioni che vorrebbero ridurre i primi racconti della Genesi:
         1) a miti orientali semplicemente purgati dal politeismo e adattati alla religione ebraica;
         2) ad allegorie o simboli di verità religiose e filosofiche, cui non corrisponderebbe un fondamento oggettivo nella realtà (cioè i fatti);
         3) a leggende parzialmente inventate a scopo didattico e formativo.
         In particolare il decreto presenta un elenco di fatti, sui quali non è possibile avere dubbi.
        
         Eccoli:
         1) la creazione di tutte le cose, fatta da Dio all'inizio del tempo;
         2) la creazione speciale dell'uomo;
         3) la formazione della prima donna dal primo uomo;
         4) l'unità del genere umano;
         5) la felicità originale dei progenitori, in uno stato di giustizia, integrità e immortalità;
         6) il comando dato da Dio all'uomo per provarne laubbidienza;
         7) la trasgressione del comando divino, per istigazione del diavolo sotto apparenza di serpente;
         8) la caduta dei progenitori dallo stato primitivo di innocenza;
         9) la promessa del futuro riparatore.
        
         Sulle modalità in cui questi fatti si siano avverati, il medesimo decreto scrive:
         “Questione VII: Nello scrivere il primo capo della Genesi non fu intenzione del Sacro Autore di insegnare alla maniera scientifica l'intima costituzione delle cose visibili e l'ordinecompleto della creazione, ma piuttosto di dare al suo popolouna nozione popolare, come comportava il comune parlare diquei tempi, adattata ai sensi e alla portata di quegli uomini.Perciò nella sua interpretazione non si deve cercare con precisione e sempre la proprietà del linguaggio scientifico.
         Questione V: Non si devono prendere sempre e necessariamente in senso proprio tutte le singole parole o frasi cheoccorrono nei suddetti capitoli; sarà quindi lecito staccarsi datal senso quando le stesse locuzioni usate appaiono chiaramenteimproprie o metaforiche, oppure antropomorfiche, e quando unaragione proibisca di tenere il senso proprio o una necessità costringa ad abbandonarlo.
         Questione IV: Nell'interpretare quei passi che i Padrie i Dottori intesero in modo diverso, senza dare alcunché dicerto e definito, è lecito seguire e difendere la sentenza che aciascuno sembra prudentemente dimostrabile, salvo il giudiziodella chiesa e conservando l'analogia della fede.
         Questione VIII: Nella denominazione e distinzione dei sei giorni, di cui si parla nel primo capo della Genesi, si può prendere la parola yôm (giorno) sia in senso proprio, comegiorno naturale, sia in senso improprio per un certo spazio ditempo, ed è lecito disputare liberamente su tale questione.
        
         La Pontificia Commissione Biblica in una lettera (approvata dal Papa il 16.1. 1948) al Card. Suhard,Arcivescovo di Parigi scrive:
         “Assai oscura e complessa è la questione delle forme letterarie dei primi undici capitoli della Genesi. Tali forme letterarie non corrispondono a nessuna delle nostre categorie classiche e non possono essere giudicate alla luce dei generi letterari greco-latini o moderni. Non si può dunque negarne o affermarnela storicità in blocco, senza applicare loro indebitamente le norme di un genere letterario sotto il quale non possono essere classificate...
         Dichiarando a priori che i loro racconti non contengono della storia nel senso moderno della parola, si lascerebbe facilmente intendere che non ne contengono in nessun senso, mentre invece essi riferiscono in un linguaggio semplice efigurato, adattato alle intelligenze di una umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte all'economia della salvezza, e in pari tempo la descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto”.
        
         L'Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) ribadisce che “gli undici primi capitoli della Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato daimigliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo,tuttavia appartengono al genere storico in un senso vero, cheperò deve essere maggiormente studiato e determinato dagliesegeti; i medesimi capitoli con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di unpopolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sonofondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazionepopolare dell'origine del genere umano e del popolo eletto.
         Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (ciò che può essere concesso), non bisogna maidimenticare che essi hanno fatto questo con l'aiuto della ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle S. Scritture non possono affatto essere postesullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono fruttopiù di una accesa fantasia che di quell'amore alla verità e allasemplicità che risalta talmente nei Libri Sacri anche dell’Antico Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi sono palesemente superiori agli antichi scrittori profani”.
        
         Circa il secondo punto: sull logica che seguivano gli antichi ebrei nella spiegazione del testo:
         Rispondo direttamente alle tue domande che riassumo così:
         primo: chi può incontrare Caino se ormai, al di là dei suoi genitori, non esiste nessun altro uomo?
         Risposta: Sempre tenendo presente i generi letterari e quanto ha insegnato il Concilio sull’interpretazione dei primi 11 capitoli della genesi, va ricordato che secondo il testo sacro Adamo visse molto a lungo generando figli e figlie, delle quali non viene riportato il nome.
         Gli ebrei, quando raccontavano ai loro figli la storia degli inizi, si ponevano le tue stesse domande e rispondevano come ti ho risposto io.
         Ecco il testo di Gen 5,1-5
: “Questo è il libro della genealogia di Adamo. Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati. Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì”.
         Ugualmente a proposito di Set si legge: “Set aveva centocinque anni quando generò Enos; dopo aver generato Enos, Set visse ancora ottocentosette anni e generò figli e figlie. L'intera vita di Set fu di novecentododici anni; poi morì” (Gen 5,6-8).
         Come vedi, secondo il testo sacro ci fu una rapida moltiplicazione. Caino pertanto fece in tempo a incontrare molte persone.
        
         Secondo: da dove compare la moglie di Caino?
         Risposta: La moglie di Caino salta fuori da quanto si legge in Gen 5,1-5. Gli ebrei rispondevano così.
         Lo stesso discorso vale per la città.
        
         Terzo: da dove salta fuori la moglie di Set?
         Risposta: Vale la medesima risposta data alla seconda domanda.
         Mi auguro che sarai soddisfatto da queste risposte, che mi hanno preso più di qualche minuto. Ma sono ben contento di averlo speso per te e per tutti gli amici che ci leggeranno.
         A risentirci.
         Intanto ti auguro ogni bene e ti benedico.
         Padre Angelo


         Terza risposta ai quesiti di Pietro inserita in data 27 giugno 2005
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         Caro Pietro,
         rispondo oggi sull’ultima domanda, che riassumo in queste parole:
         Come va letta la Genesi?
        
         Desidero presentarti alcuni criteri generali.
        
         1. Il primo riguarda la lettura della Sacra Scrittura in generale.
         Questo criterio ce lo presenta il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica DEI VERBUM al n. 12, intitolato così: Come deve essere interpretata la sacra Scrittura:
         “Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.
         Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario dunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani.
         Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio.
        
         2. Il secondo criterio riguarda la lettura del libro della Genesi.
        
         La prestigiosa Bibbia di Gerusalemme, nell’introduzione alla genesi, ricorda che in questo libro sono confluite diverse tradizioni che costituivano il patrimonio vivente del popolo d’Israele.
         E avverte subito che sarebbe assurdo domandare al compilatore del libro il rigore che userebbe uno storico moderno. Ma sarebbe ugualmente illegittimo negare ogni verità perché manca questo rigore.
         In particolare, i primi undici capitoli della Genesi sono descrivono, in modo popolare, l'origine del genere umano.
         Enunziano con uno stile semplice e figurato, quale conveniva alla mentalità di un popolo poco evoluto, le verità fondamentali presupposte dall'economia della salvezza: la creazione da parte di Dio all'inizio dei tempi, l'intervento speciale di Dio che forma l'uomo e la donna, l'unità del genere umano, la colpa dei nostri progenitori, la decadenza e le pene ereditarie che ne furono la sanzione.
         Ma queste verità, che riguardano il dogma e sono assicurate dall'autorità della Scrittura, sono nello stesso tempo fatti e, se le verità sono certe, implicano fatti che sono reali, sebbene non possiamo precisarne i contorni sotto il rivestimento che è stato loro dato, secondo la mentalità del tempo e dell'ambiente.
        
         3. Il terzo criterio è quello di evitare una lettura fondamentalista della sacra Scrittura.
         Ma su questo ti risponderò la prossima volta, che sarà anche quella che conclude la laboriosa risposta ai tuoi molti quesiti.
         Intanto come sempre ti saluto e ti auguro ogni bene.
         Padre Angelo

         Quarta risposta inserita il 4 luglio 2005
        
         Caro Pietro,
         eccomi finalmente a presentarti il concetto di fondamentalismo.
         È opportuno che mi soffermi su questo per chiarire molte idee.
        
         Che cosa s’intenda per lettura fondamentalista ce lo spiega in maniera persuasiva un documento della Pontificia commissione biblica, intitolato L’étude de la Bible, del 21.9.1993.
         Ecco il testo:
         “La lettura fondamentalista parte dal principio che la Bibbia, essendo parola di Dio ispirata ed esente da errore, dev'esere letta e interpretata letteralmente in tutti i suoi dettagli. Ma per «interpretazione letterale» essa intende un'interpretazione primaria, letteralista, che esclude cioè ogni sforzo di comprensione della Bibbia che tenga conto della sua crescita nel corso della storia e del suo sviluppo. Si oppone perciò all'utilizzazione del metodo storico-critico per l'interpretazione della Scrittura, così come a ogni altro metodo scientifico.
         La lettura fondamentalista ha avuto la sua origine, all'epoca della Riforma, da una preoccupazione di fedeltà al senso letterale della Scrittura. Dopo il secolo dei lumi, essa si è presentata, nel protestantesimo, come una salvaguardia contro l’esegesi liberale. Il termine «fondamentalista» si ricollega direttamente al Congresso biblico americano, tenutosi a Niagara, nello stato di New York nel 1895. Gli esegeti protestanti conservatori definirono allora «cinque punti del fondamentalismo»: l'inerranza verbale della Scrittura, la divinità di Cristo, la sua nascita verginale, la dottrina dell'espiazione vicaria e la risurrezione corporale in occasione della seconda venuta di Cristo. Quando la lettura fondamentalista si propagò in altre parti del mondo, diede vita ad altri tipi di lettura, ugualmente «letteralisti» in Europa, Asia, Africa e America Latina. Questo genere di lettura trova sempre più numerosi aderenti, nel corso dell'ultima parte del XX secolo, in alcuni gruppi religiosi, sette e anche tra i cattolici.
         Benché il fondamentalismo abbia ragione di insistere sull'ispirazione divina della Bibbia, sull'inerranza della parola di Dio e sulle altre verità bibliche incluse nei cinque punti fondamentali, il suo modo di presentare queste verità si radica in un'ideologia che non è biblica, checché ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige un'adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e impone, come fonte unica d'insegnamento riguardo alla vita cristiana e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogní tipo di atteggiamento o ricerca critici.
         Il problema di base di questa lettura fondamentalista è che, rifiutando di tener conto del carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di accettare pienamente la verità della stessa incarnazione. Il fondamentalismo evita la stretta relazione del divino e dell'umano nei rapporti con Dio. Rifiuta di ammettere che la parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l'ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate. Per questa ragione, tende a trattare il testo biblico come se fosse stato dettato parola per parola dallo Spirito e non arriva a riconoscere che la parola di Dio è stata formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una data epoca. Non accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e ai modi umani di pensare presenti nei testi biblici, molti dei quali sono frutto di un'elaborazione che si è estesa su lunghi periodi di tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diverse.
         Il fondamentalismo insiste anche in modo indebito sull'inerranza dei dettagli nei testi biblici, specialmente in materia di fatti storici o di pretese verità scientifiche. Spesso storicizza ciò che non aveva alcuna pretesa di storicità, poiché considera come storico tutto ciò che è riferito o raccontato con verbi al passato senza la necessaria attenzione alla possibilità di un significato simbolico o figurativo.
         Il fondamentalismo tende spesso a ignorare o a negare i problemi che il testo biblico comporta nella sua formulazione ebraica, aramaica o greca. È spesso strettamente legato a una determinata traduzione, antica o moderna. Omette ugualmente di considerare le «riletture» di alcuni passi all'interno stesso della Bibbia.
         Per ciò che concerne i vangeli, il fondamentalismo non tiene conto della crescita della tradizione evangelica, ma confonde ingenuamente lo stadio finale di questa tradizione (ciò che gli evangelisti hanno scritto) con lo stadio iniziale (le azioni e le parole del Gesù della storia). Viene trascurato nello stesso tempo un dato importante: il modo in cui le stesse prime comunità cristiane compresero l'impatto prodotto da Gesù di Nazaret e dal suo messaggio. Invece abbiamo lì una testimonianza dell'origine apostolica della fede cristiana e la sua diretta espressione. Il fondamentalismo snatura così l'appello lanciato dal vangelo stesso.
         Il fondamentalismo porta inoltre a una grande ristrettezza di vedute: ritiene infatti come conforme alla realtà, perché la si trova espressa nella Bibbia, una cosmologia antica superata, il che impedisce il dialogo con una concezione più aperta dei rapporti tra cultura e fede. Si basa su una lettura non critica di alcuni testi della Bibbia per confermare idee politiche e atteggiamenti sociali segnati da pregiudizi, per esempio razzisti, del tutto contrari al vangelo cristiano.
        
         Infine, nel suo attaccamento al principio del «sola Scrittura», il fondamentalismo separa l'interpretazione della Bibbia dalla tradizione guidata dallo Spirito, che si sviluppa in modo autentico in unione con la Scrittura in seno alla comunità di fede. Gli manca la consapevolezza che il Nuovo Testamento si è formato all'interno della chiesa cristiana e che è sacra Scrittura di questa chiesa, la cui esistenza ha preceduto la composizione dei suoi testi. Per questa ragione, il fondamentalismo è spesso antiecclesiale, ritenendo come trascurabili i credo, i dogmi e le pratiche liturgiche che sono diventate parte della tradizione ecclesiastica, così come la funzione di insegnamento della chiesa stessa. Si presenta come una forma di interpretazione privata, la quale non riconosce che la chiesa è fondata sulla Bibbia e attinge la sua vita e la sua ispirazione nelle Scritture.
         L'approccio fondamentalista è pericoloso, perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro problemi di vita. Tale approccio può illuderle offrendo interpretazioni pie ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza, poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico con la sostanza divina dello stesso messaggio”.
        
         Con questo, spero di essere stato d’aiuto per chiarire i dubbi che ti erano sorti in seguito a varie affermazioni da te sentite.
         Colgo ancora l’occasione per salutarti e per darti un arrivederci in questa rubrica.
         Ti benedico,
         Padre Angelo Bellon, o.p.


Pubblicato 04.07.2005

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