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Un sacerdote risponde

Efficacia e valore delle preghiere per la salvezza degli altri

Quesito

Gentile Reverendo Padre Angelo Bellon
Le pongo una domanda sull’efficacia e sul valore delle preghiere per la salvezza altrui.
Se uno prega per la salvezza di una persona, di un caro, di un congiunto, di un amico, non si ha la garanzia che poi effettivamente questa persona si salvi. Non c’è la certezza assoluta della salvezza di nessuno, né dei propri cari, parenti, amici, mogli, mariti, fidanzati, ecc... A questo punto che efficacia può avere la mia preghiera nella salvezza di quella persona che mi è cara? La mia preghiera fa sì che aumentino le possibilità che alla fine quella persona si salvi e quindi posso stare più tranquillo o no?
Il problema si pone per un credente che magari ha amici a lui molto cari che non credono. Senza la Fede è impossibile piacere a Dio. Uno magari si può chiedere cosa succederà a quella persona dopo la morte, se si convertirà o no. La stessa domanda si pone per i propri cari, per i propri amici, per i propri conoscenti, oltre che naturalmente per sé stessi.
Uno non può entrare nella coscienza altrui e giudicare. Per sé stessi è possibile esaminarsi per vedere se con Dio si è "a posto" oppure no. Se poi quella persona muore non si ha nessuna garanzia che quella persona sia salvata o no, tranne che nel caso di Santi canonizzati. Il cristiano come si pone in queste situazioni? Si prega, si dicono Sante Messe di suffragio, ma non si ha nessuna garanzia di rivedere la persona amata dopo la morte. Non avremo bisogno di lei perché se siamo salvati in Paradiso solo Dio ci basta.
Che efficacia ha la mia preghiera nella salvezza di altre persone, sempre tenuto conto del libero arbitrio?
So che alla fine è il libero arbitrio che decide, tuttavia fino a che punto la mia preghiera diventa efficace? Cioè, se si prega molto per la salvezza di una persona è possibile raggiungere un qualche grado di tranquillità che mi faccia ben sperare?

La ringrazio in anticipo della risposta, per la sua gentilezza e la sua pazienza.
Sarò felice di ricordarla nelle mie preghiere, in particolare durante la Santa Messa.
Rinnovo i miei più vivi complimenti per il sito e per il servizio che svolge.
Distinti Saluti.
Marchesini


Risposta del sacerdote

Caro Marchesini,
1. San Tommaso scrive:
“Capita talora che la preghiera fatta per gli altri non ottenga la grazia, anche se si prega piamente, con perseveranza e per cose relative alla salvezza eterna, a causa dell’impedimento esistente da parte dell’interessato. In Geremia infatti si legge: ‘Anche se Mosè e Samuele stessero in preghiera davanti a me, io non mi rivolgerei verso questo popolo’ (Ger 15,1)” (s. tommaso, II-II, 83, 7, ad 2).
Si badi bene che S. Tommaso non dice di non pregare per gli altri, anzi! Ma dice che la preghiera fatta per gli altri non raggiunge infallibilmente il suo scopo, a motivo delle disposizioni del destinatario, che possono essere insufficienti.

2. S. Giuseppe Cafasso, pur rispettando la sentenza di S. Tommaso, dice invece che se la preghiera fatta per gli altri possiede le condizioni dell’umiltà e, soprattutto, della perseveranza, è “infallibilmente impetratoria”.
Il pensiero del Cafasso era già stato avanzato da S. Alfonso (Del gran mezzo della preghiera, II, 3), il quale faceva propria la sentenza di  molti Dottori, che si poggiavano sulle parole di Giacomo: “Pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza” (Gc 5,16).
Il Cafasso ne è così certo che se il prossimo non si dispone da se stesso a ottenere quanto Dio gli vuole concedere in virtù delle preghiere degli altri, allora viene disposto da Dio attraverso altre strade. E queste strade sono significate da quei “carboni ardenti” di cui parla san Paolo che “ammassano sul capo” della persona in questione (cf. Rm 12,20).
La Bibbia di Gerusalemme commenta: “L’immagine dei carboni ardenti, simbolo di un dolore cocente, designa il rimorso che porterà il peccatore a pentirsi”.
Per questo il Cafasso fa sua la sentenza di San Bernardo: “Tema la preghiera colui che ha disprezzato l’ammonimento” (Timeat orationem qui admonitionem contermpsit)  (San Giuseppe Cafasso, Esercizi spirituali al Clero, pp. 411-413).

3. Ecco dunque due sentenze. La seconda è più confortante, senza dubbio.
Tuttavia io propendo per quella di san Tommaso, pensando che Nostro Signore ha pregato e ha patito anche per chi l’ha tradito e condannato a morte.
Nonostante il valore infinito dei meriti di Nostro Signore queste persone sono rimaste ostinate.

4. Da parte nostra però non manchiamo al nostro dovere di pregare per gli altri. La Madonna a Fatima ha detto ai tre pastorelli che tanti peccatori vanno all’inferno perché non c’è chi preghi e si sacrifichi per loro”.

Ricambio volentieri il ricordo nella Santa Messa.
Ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 21.09.2007

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