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Un sacerdote risponde

È vero che la dottrina deve essere elaborata e che può divenire bene ciò che è male per scongiurare mali maggiori?

Quesito

Carissimo Padre Angelo,
è un piacere scriverle nuovamente e colgo l'occasione per sperare che lei stia bene e domandare al Signore di continuare a benedirla e custodirla nella delicata missione da Lui affidatole.
Noi stiamo bene: è nata da poco più di un mese la nostra secondogenita e, sebbene si cada spesso nelle nostre personali debolezze, il Signore continua a garantirci la forza ed il desiderio di rialzarci.
Le scrivo per domandarle un parere: ho letto altre sue risposte inerenti il coito interrotto, per cui so bene che si tratta di peccato mortale ma di recente, parlandone con una coppia credente, osservante ed impegnata in tanti progetti interni alla Chiesa, mi è stato detto che non è la dottrina che salva e che le leggi esistono ma si deve avere l'elasticità mentale per comprendere cosa sia lecito o meno. Aggiungendo che se la possibilità di una gravidanza imporrebbe la castità in alcuni casi, questa, potrebbe minare il matrimonio e porre l'altro nel rischio di peccato.
La mia domanda è: è vero che la dottrina deve essere elaborata e che può divenire bene ciò che è male per scongiurare mali maggiori? (scusi il gioco di parole).
Finisco col precisare che queste persone sono seguite da Sacerdoti che hanno confermato la loro teoria per, cito: "tenere sotto controllo le nascite giacché l'unione fra marito e moglie non è solo a scopo procreativo", oltre che essere questa stessa convinzione appoggiata da guide di movimenti interni alla Chiesa e a dir loro suore clarisse.
Mi è stato specificato che esistono due filoni di pensiero: uno antico (il mio) ed uno vero (il loro).
Dovrei farmi nascere perplessità caro Padre Angelo?
Colgo l'occasione per domandare anche se conferma invece lecito il metodo che prevede di contare i giorni.
Grazie infinite per il sostegno: le sue delucidazioni sono preziose per riconoscere la luce di Dio in tanta tenebra!


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. scrivi: “Mi è stato detto che non è la dottrina che salva e che le leggi esistono ma si deve avere l'elasticità mentale per comprendere cosa sia lecito o meno”.
Certo, non è la dottrina che salva. Si può andare all’inferno anche con  molta dottrina.
Ma è insopprimibile per la salvezza camminare secondo le vie di Dio.
Non è camminando a modo nostro che si incontra Dio, ma seguendo le sue leggi, che sono via che conduce a Lui.
Gesù ha detto: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,19).
Essere considerati minimi nel Regno dei cieli significa esclusi.

2. Non va dimenticato che le parole del Signore, come quelle della sua Legge, sono tutte parole di vita eterna.
Sono parole che portano e conservano la presenza personale di Dio nel cuore e conducono alla santificazione.
Derogare da queste parole è la stessa cosa che derogare dalla vita eterna, dalla comunione personale con Dio, dalla vita di grazia.
Significa in altre parole perdere tutto questo e farsi un grande male per la vita presente e anche per quella futura.

3. Pio XI nell’enciclica Casti connubii ha insegnato così: “Non vi può essere ragione alcuna, sia pure gravissima, che valga a rendere conforme a natura e onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questa conseguenza, operano contro natura e compiono un’azione turpe e intrinsecamente disonesta”
Va precisato che l’atto – indubbiamente ordinato alla procreazione per la sua intima struttura - è nello stesso tempo finalizzato anche a ravvivare l’intesa e la dedizione vicendevole.
Ma l’atto rimane di vero amore solo quando da esso non si esclude nulla.

4. E il Concilio Vaticano II: “Quando si tratta di comporre l’amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana, e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale.
I figli della Chiesa, fondati su questi principi, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (Gaudium et spes 51).

5. Come vedi, non vi sono due due filoni di pensiero: uno antico (il tuo) ed uno vero (il loro).
Esiste un’unica legge di Dio, alla quale tutti sono tenuti ad obbedire se vogliono salvarsi.
In ogni caso non può essere chiamato vero quello che esplicitamente è condannato “dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (GS 51).

6. Desidero ricordare anche le altre parole certamente forti, ma vere, di Pio XI sia in riferimento all’osservanza della legge di Dio sia anche in riferimento al comportamento di alcuni sacerdoti che in questo campo si fanno arbitri della legge di Dio:
“Essendovi però dei tali che, abbandonando manifestamente la cristiana dottrina, insegnata fin dalle origini, né mai modificata, hanno ai nostri giorni, in questa materia, preteso pubblicamente di insegnarne un’altra, la Chiesa cattolica, cui lo stesso Dio affidò il mandato di insegnare e di difendere la purità e onestà dei costumi, proclama altamente per mezzo della nostra parola, in segno di sua divina missione, e nuovamente sentenzia: che qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per l’umana malizia l’atto sia destituito dalla sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura e coloro che osino commettere tali azioni si rendono rei di colpa grave.
Perciò come vuole la Suprema Autorità nostra e la cura commessaci di tutte le anime, ammoniamo i Sacerdoti che sono applicati ad ascoltare le confessioni e gli altri tutti che hanno cura d’anime, che non lascino errare i fedeli a sé affidati in punto tanto grave della legge di Dio e molto più che custodiscano se stessi immuni da queste perniciose dottrine e ad esse in qualche maniera non si rendano conniventi.
Che se poi qualche confessore o pastore di anime, che Dio non lo permetta, inducesse in questi errori i fedeli affidati alle sue cure e li confermasse nelle loro convinzioni o approvando o tacendo, sappia di dover rendere conto a Dio Giudice Supremo del tradito suo ufficio, e stimi a sé rivolte le parole di Cristo: “Sono ciechi e guide di ciechi: e quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso” (Mt 15,14)” (CC 20-21; EE 5/503-504).
È evidente l’accento accorato del Papa preoccupato della salvezza eterna delle anime a Sé affidate.

7. Giovanni Paolo II in un passo saliente del suo magistero si è espresso così: “La prima, ed in certo senso la più grave difficoltà (sul nostro tema), è che anche nella comunità cristiana si sono sentite e si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa.
Tale insegnamento è stato espresso vigorosamente dal Vaticano II, dall’enciclica Humanae vitae, dalla esortazione apostolica Familiaris consortio e dalla recente istruzione Donum vitae.
Emerge a tale proposito una grave responsabilità: coloro che si pongono in aperto contrasto con la legge di Dio, autenticamente insegnata dal magistero della Chiesa, guidano gli sposi su una strada sbagliata.
Quanto è insegnato dalla Chiesa sulla contraccezione non appartiene a materia liberamente disputabile tra i teologi.
Insegnare il contrario equivale a indurre nell’errore la coscienza morale degli sposi” (5.5.1987).

8. Ugualmente il Vademecum per i confessori del Pontificio Consiglio per la famiglia (12.2.1997) scrive: “La Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo.
Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irreformabile.
La contraccezione si oppone gravemente alla castità matrimoniale, è contraria al bene della trasmissione della vita (aspetto procreativo del matrimonio), e alla donazione reciproca dei coniugi (aspetto unitivo del matrimonio), ferisce il vero amore e nega il ruolo sovrano di Dio nella trasmissione della vita umana” (n. 2.4).

9. Come vedi, il filone di pensiero di quella coppia di sposi, che a loro dire sarebbe appoggiato da alcuni sacerdoti e dalle suore clarisse non solo non è vero, ma è esplicitamente e fortemente condannato dalla Chiesa.

10. Circa il ricorso ai ritmi di fertilità e di infertilità ti confermo quanto chiedi.
Ecco che cosa ha detto Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae: “Questi atti… non cessano di essere legittimi se, per cause indipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione.
Infatti, come l’esperienza attesta, non ad ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite” (HV 11).
Perciò “se per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi o da circostanze esteriori, la Chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere i principi morali che abbiamo ora ricordato” (HV 16).

11. Infine, la legge di Dio non va elaborata, se per elaborata s’intende cambiare il suo intimo significato.
A questo proposito va ricordato che i precetti morali negativi, quelli che proibiscono il male, lo proibiscono senza eccezioni, proprio perché è male.

12. Va aggiunto anche quanto dice Paolo VI ai coniugi in difficoltà: “se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).

13. Un conto poi è tollerare un male presente per evitarne uno più grande e un altro conto è fare esplicitamente e volontariamente il male sia pure con la motivazione di evitarne uno più grande.
Nonostante la buona volontà rimane male.
E per questo Paolo VI ha detto: “ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).
O forse è una disgrazia ricevere la misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza?
Il cammino di santificazione passa necessariamente anche attraverso i Sacramenti che riparano le ferite, purificano e santificano. Non c’è niente di più bello!

14. Certo che quell’espressione “elaborata” è tutta un programma: come si può elaborare il precetto di Dio che proibisce di uccidere, di bestemmiare, di rubare?
Chi si sognerebbe di dire ai giudici che condannano per un furto o per un omicidio o anche per la trasgressione di qualsiasi altra legge che le norme vanno elaborate?

15. Che si tenga conto dei condizionamenti della persona non è solo legittimo ma doveroso.
Ma quello che è intrinsecamente male rimane male.
Riguardo ai precetti il Signore ha detto: “Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,19).
Non ha detto di elaborarli, ma di osservarli e di insegnarli.
E se uno non riesce ad osservarli è invitato a fare la cosa più bella, più utile e più meritoria: “ricorra con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).

Continua dunque a camminare secondo le vie di Dio e vedrai fiorire ogni virtù e ogni bene.
Per   questo e anche per la tua bella famiglia assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 06.08.2018

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