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Un sacerdote risponde

In vista della Quaresima mi interrogavo sulla sofferenza e sul suo significato

Quesito

Padre Angelo,
non le nascondo che per me il tema della sofferenza è assolutamente incomprensibile e soprattutto mi fa tanta paura. Per questa Quaresima ho preso l'impegno ogni venerdì di leggere nelle Scritture la Passione di Nostro Signore per pregare e meditare.
Da quello che ho potuto capire, quando soffriamo per una malattia fisica o psichica o morale o spirituale, dobbiamo in qualche modo seguire l'esempio di Giobbe, quello di Maria e ovviamente quello di Gesù e affidarci totalmente a Dio.
Ma quanto è difficile accettare tutto questo, caro Padre Angelo!
So bene che nessuno può interferire con i piani di Dio, eppure mi chiedevo la ragione per la quale tante Sue creature soffrono così tanto, nel corpo, nello spirito, e non possono contare su niente e su nessuno, nemmeno hanno la forza di sperare in un miglioramento che non ci sarà, perché la malattia non lascia scampo o perché magari sono stati abbandonati da tutte le persone che amano, perché Dio non toglie la croce ma da solo la forza di portarla... ecco perché ho paura, perché so che se qualche sofferenza dovrà abbattersi su di me, non avrò scampo, dovrò sopportare tutto senza alcuna speranza di sfuggirvi e questo mi fa tremare, perdere l' amore della mia famiglia per esempio... e a volte quando sento di persone che in preda alla disperazione si tolgono la vita, temo seriamente che davanti a tanto dolore probabilmente anche io potrei reagire allo stesso modo. Se la sofferenza va sempre accettata, inoltre ha senso pregare il Padre che ce ne liberi quanto prima? Secondo me, no. Poi ci sono persone che invece ottengono questo miracolo e questo aumenta ancora di più le mie perplessità perché magari due persone che hanno la stessa Fede nel Signore, una si vede guarita e l' altro no...
Tanti sono i miei interrogativi, non capisco perché alcune persone durante la loro vita non sono nemmeno lontanamente sfiorati dalla sofferenza e altri invece, per contro, ne sono totalmente devastati. Se il Signore ci ama tutti, perché alcuni devono tribolare e altri no?
Cosa posso fare oltre alla preghiera per comprendere meglio tutto questo?


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la luce che conforta nella sofferenza è quella che deriva dalla vita futura.
È alla luce di questa vita che vanno interpretati i disegni di Dio.
Oggi non si vuole guardare alla vita eterna, e allora il buio diventa ancora più fitto.

2. Il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes ha scritto: “Al contrario, invece, se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione.
E intanto ciascun uomo rimane ai suoi propri occhi un problema insoluto, confusamente percepito. Nessuno, infatti, in certe ore e particolarmente in occasione dei grandi avvenimenti della vita può evitare totalmente quel tipo di interrogativi sopra ricordato.
A questi problemi soltanto Dio dà una risposta piena e certa, lui che chiama l'uomo a una riflessione più profonda e a una ricerca più umile” (GS 21).

3. Al di fuori di Cristo e della sua risurrezione che apre per noi un varco per la vita futura il mistero della sofferenza rimane insoluto.
Non solo, ma come ricorda ancora il Concilio “ci opprime”. Lo dice chiaramente con queste parole: “Per Cristo e in Cristo riceve luce quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime” (GS 22).

4. La Congregazione per la Dottrina della fede in un documento sull’aborto procurato (18.11.1974), scrive: “La valutazione di un cristiano non può limitarsi all’orizzonte della sola vita terrena: egli sa che, in seno alla vita presente, se ne prepara un’altra, la cui importanza è tale che alla sua luce bisogna esprimere i propri giudizi.
Da questo punto di vista non esiste quaggiù un male assoluto, fosse anche l’orribile sofferenza di allevare un bambino minorato nel corpo o nella mente.
È questo il rovesciamento dei valori annunciati dal Signore: “Beati coloro che piangono perché saranno consolati” (Mt 5,5)” (n. 25).

5. Anche Papa Francesco nell’enciclica Lumen fidei ha ricordato la necessità di guardare la sofferenza nella logica della trascendenza.
Agganciandosi ad un’espressione del Salmo 116,10: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice” scrive: “Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore.
Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande sulla croce (cfr Mc 15,34), il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù.
Perfino la morte risulta illuminata e può essere vissuta come l’ultima chiamata della fede, l’ultimo "Esci dalla tua terra" (Gn 12,1), l’ultimo "Vieni!" pronunciato dal Padre, cui ci consegniamo con la fiducia che Egli ci renderà saldi anche nel passo definitivo” (LF 56).

6. Ma poi Papa Francesco ha detto un’altra cosa, molto importante, quando ha ricordato che la sofferenza riceve la luce più fulgida quando non viene vissuta da soli, ma in compagnia di Cristo, perché questa – la compagnia di Cristo – è la risposta del Padre alla nostra croce:
La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino.
All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce.
In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce.
Cristo è colui che, avendo sopportato il dolore, «dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2)” (LF 57).

Ti ringrazio di avermi dato la possibilità di completare le tue riflessioni con la luce che deriva dal Magistero della Chiesa.

Ti auguro un proficuo cammino quaresimale, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 10.06.2018

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