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Un sacerdote risponde

Replica di un nostro visitatore sull’infallibilità del Papa

Quesito

Caro Padre,
So che l'infallibilità riguarda solo materia di fede e morale, ma consideri: nella crociata non riesco a vederci nulla di buono, ma, in ogni caso, anche se avesse un fine buono, tuttavia il mezzo (che prevede la morte di molti uomini) chiaramente inficia l'azione: è cioè un male. Ora se assumiamo la buona fede del papa (cioè supponiamo che lui ritenesse che fosse moralmente buona quell'azione), tuttavia, poiché è oggettivamente un peccato, non posso che dedurne che l'assunto morale che ha portato il papa a ritenere giusto ciò che è peccato è sbagliato: quindi il papa avrebbe sbagliato in materia di morale.
Altro esempio. Il caso di Galileo. Ora, immagino che lei mia dica: "non c’entra, perché l'affermazione del geocentrismo non è materia di fede o morale ma di scienza e l'infallibilità non copre questa materia".
Ma io, invece, credo che questo caso concerna non solo un problema di scienza ma anche di fede. Perché?
Perché l'errore in materia di fede che rimprovero al Papa è stato quello di aver creduto, erroneamente, che la Bibbia contenesse anche verità scientifiche. Non c'è solo un errore di tipo scientifico ma anche uno di errata interpretazione della Bibbia, e quest'ultimo ricade sicuramente nell'infallibilità di cui si fregia il Pontefice. Non è dunque questo un chiaro esempio che il Papa ha sbagliato in materia di fede?

Ringraziandola ancora di cuore, La saluto caramente,
Giuseppe Celano


Risposta del sacerdote

Caro Giuseppe,
ti ringrazio anzitutto per la serenità con cui hai impostato i due problemi.

1. Ma circa il primo: tu dici che la guerra è intrinsecamente ingiusta.
Questo evidentemente secondo te, ma non lo è secondo il magistero della Chiesa, il quale in teoria ipotizza ancora oggi la possibilità di una guerra giusta. Il Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica si esprimono così:

n. 2308 Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre.
«Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa» (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 81).

n. 2309 Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:
- Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo.
- Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.
- Che ci siano fondate condizioni di successo.
- Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della « guerra giusta ».
La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.

2. Circa il secondo problema devo dirti, purtroppo, che amplifichi ancora l’ambito dell’infallibilità.
Se vai a leggere la Lumen Gentium(n. 25) del Concilio Vaticano II, l’ambito dell’infallibilità è legato ai pronunciamenti di Pietro quando proclama ex cathedra un dogma di fede e di morale. E questo caso è molto raro: pensa che gli ultimi due pronunciamenti ex cathedra del Papa risalgono al 1950 per il dogma dell’assunzione al cielo di Maria in anima e corpo e al 1854 per il dogma dell’Immacolata.
Per il caso di Galileo, come sai, ci fu il pronunciamento del sant’Ufficio. E il S. Ufficio, che non è il Papa, ha emesso tanti provvedimenti che sono stati cambiati con l’evolversi delle conoscenze.
Il Concilio sul caso Galileo si è espresso così: “A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitando contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro” (Gaudium et spes, 36).
Il Concilio stesso e Giovanni Paolo II non avrebbero fatto riferimento al caso Galileo se si fosse trattato di un pronunciamento infallibile. Si sarebbero contraddetti e sconfessati da soli.

3. L’infallibilità è poi legata ad altri due casi: ai pronunciamenti di un Concilio (bada bene: non alle singole parole di un Concilio, ma ai suoi pronunciamenti; in genere questi pronunciamenti si concludono con questa espressione: anatema sit, sia scomunicato), e ai pronunciamenti dei vescovi, che pur sparsi nell’orbe terraqueo, convengono con il Romano Pontefice nel ritenere definitiva una determinata dottrina.
Ecco il testo del Concilio:
“Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della prerogativa dell'infallibilità, quando tuttavia, anche dispersi per il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di loro e col successore di Pietro, si accordano per insegnare autenticamente che una dottrina concernente la fede e i costumi si impone in maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina di Cristo.
La cosa è ancora più manifesta quando, radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori e giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire alle loro definizioni con l'ossequio della fede.
Questa infallibilità, della quale il divino Redentore volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e della morale, si estende tanto, quanto il deposito della divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente esposto. Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che conferma nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc 22,32), sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa, essendo esse pronunziate con l'assistenza dello Spirito Santo a lui promessa nella persona di san Pietro, per cui non hanno bisogno di una approvazione di altri, né ammettono appello alcuno ad altro giudizio. In effetti allora il romano Pontefice pronunzia sentenza non come persona privata, ma espone o difende la dottrina della fede cattolica quale supremo maestro della Chiesa universale, singolarmente insignito del carisma dell'infallibilità della Chiesa stessa.
L'infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale quando esercita il supremo magistero col successore di Pietro. A queste definizioni non può mai mancare l'assenso della Chiesa, data l'azione dello stesso Spirito Santo che conserva e fa progredire nell'unità della fede tutto il gregge di Cristo” (Lumen gentium, n. 25).
Spero, caro Giuseppe, di averti fatto chiarezza.
Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 27.06.2007

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