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Un sacerdote risponde

Mi può dire qualche cosa sulle vessazioni e tentazioni cui San Tommaso fu sottoposto dai suoi fratelli e sulla sua vittoria nella purezza?

Quesito

Caro Padre,
mi può dire qualche cosa sulle vessazioni e tentazioni cui San Tommaso fu sottoposto dai suoi fratelli e sulla sua vittoria nella purezza?


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. te ne parlo volentieri riferendoti quanto Guglielmo di Tocco ha scritto nella sua Positio preparata per la canonizzazione di san Tommaso.
Questa canonizzazione avvenne ad Avignone per conto di Papa Giovanni XXII il 18 luglio 1323 e cioè a 49 anni dalla morte di san Tommaso.
Guglielmo di Tocco aveva ascoltato le lezioni di san Tommaso a Napoli.

2. Ne parla all’interno dei tentativi fatti dai famigliari di san Tommaso per portarlo via dall’Ordine domenicano.

3. La vittoria di san Tommaso è stata grande perché è stata coronata dalla confermazione in grazia, almeno nell’ambito della purezza.
La confermazione in grazia comporta una certa impeccabilità.
Si precisa però: non un’impeccabilità intrinseca, ma estrinseca, e cioè per una particolare assistenza divina.
Secondo il pensiero comune dei teologi chi è confermato in grazia rimane immune dal peccato mortale, ma non da quello veniale e dalle imperfezioni, come avvenne per san Pietro che a motivo della sua doppia condotta (fatta in buona fede) fu duramente ripreso da san Paolo.
Solo la Beata Vergine Maria ricevette un grado di grazia così alto da rimanere immune anche dal peccato veniale e dalle imperfezioni.

4. Il B. Raimondo da Capua, parlando del matrimonio spirituale di santa Caterina da Siena con Nostro Signore, afferma che la Santa ebbe come conseguenza quella confermazione in grazia di cui godettero gli Apostoli dal giorno di Pentecoste e di cui fruì anche San Paolo quando gli fu detto “Ti basti la mia grazia” (2 Cor 12,9) (S. Caterina da Siena, Legenda maior, I, 12).

5. Secondo san Tommaso gli apostoli furono tutti confermati in grazia nel momento della Pentecoste.
Lo fu anche San Giovanni fin dal grembo di sua madre.
Lo fu pure san Giuseppe nel quale, al dire di alcuni, il fomite della concupiscenza era inoperante e dal momento della coabitazione con Maria fu addirittura estinto.

6. Questa confermazione nella purezza fu così potente che per tutto il resto della vita non passò neanche il più piccolo pensiero impuro nella mente di San Tommaso, come egli stesso confidò prima di morire a fra Reginaldo, il suo primo segretario (Processus canonizationis S. Thomae, p. 291).
Fra Reginaldo raccolse l’ultima confessione di san Tommaso, prima di morire e disse in seguito che era così semplice e puro da parere un bambino di 5 anni.

7. Ecco dunque quanto ha scritto Gugliemo di Tocco nella sua Storia di San Tommaso d’Aquino, pubblicata di recente dalla Jaca Book (pp. 106-114).

Capitolo 9
Turbata perché non aveva potuto vedere il figlio, la madre lo fa rapire dai figli che
si trovavano al seguito dell'imperatore in Toscana e ordina di condurlo da lei

Turbata per non aver potuto vedere il figlio e per il fatto che i frati non credessero ai suoi
sentimenti virtuosi nonostante tutti i tentativi di persuasione, i legami di sangue alla fine ebbero in lei la meglio sulla fedeltà alla promessa. Inviò pertanto uno speciale messaggero ai suoi figli, che si trovavano al seguito dell'imperatore Federico nel castello di Acquapendente, in Toscana, ordinando loro, con il pretesto della benedizione materna, di mettere le mani su Tommaso, suo figlio e loro fratello - a cui i frati Predicatori avevano fatto prendere l'abito dell'Ordine e che avevano fatto fuggire dal Regno - e di riportarglielo sotto buona scorta.
Quelli, ansiosi di obbedire al comando, desiderosi al contempo di dimostrare il loro affetto, misero a parte l'imperatore dell'ordine della madre e, ottenuto il permesso, inviarono sentinelle per strade e sentieri. Trovarono il fratello mentre faceva sosta presso una sorgente, insieme a quattro frati Predicatori; gli andarono però incontro non da fratelli, ma piuttosto come nemici. Senza riuscire a persuaderlo a svestire l'abito che difendeva strenuamente, e perché il giovane, scosso da quell'oltraggio, non incappasse in qualche pericolo, dopo aver congedato gli altri frati, ancora vestito lo fecero condurre alla madre sotto buona scorta.
Al vederlo ella si rallegrò, ma quando capì che non sarebbe riuscita a convincerlo ad abbandonare l'abito domenicano, lo fece rinchiudere a Monte San Giovanni e a Roccasecca fino al ritorno dei figli. Nel frattempo, lo faceva ammonire da molte persone, per verificare se la promessa profetica avrebbe resistito insensibile alle tentazioni umane.
Quanto ai frati, a cui era stato sottratto un bene così prezioso da mani di uomini di mondo, profondamente turbati per la perdita del loro Giuseppe, andarono a lamentarsi dal sommo vicario di Cristo, papa Innocenzo IV, che in quel periodo soggiornava in Toscana, quasi fosse stato un secondo patriarca Giacobbe. Quando gli ebbero spiegato che il rapimento era stato compiuto per ordine dell'imperatore, e che la passione dei fratelli di sangue aveva divorato Giuseppe come una bestia feroce, il Santo Padre, scandalizzato che un tale sopruso fosse stato commesso, per così dire, in sua presenza - si trovava, infatti, lì vicino nella regione - comandò all'imperatore che fosse comminata ai rapitori una punizione adeguata come giusta riparazione all'offesa. Federico, che temeva di provocare l'indignazione del Sommo Pontefice, qualora non si fosse premurato di riparare a quel torto con giustizia, fece arrestare i fratelli di frate Tommaso. Ma quando fu chiesto ai frati Predicatori se intendessero avanzare la richiesta di un risarcimento per l'offesa subita, temendo uno scandalo per l'Ordine e un pericolo per le loro coscienze, vi rinunciarono del tutto, a maggior ragione dopo aver saputo che il giovane continuava a portare l'abito anche nella sua
reclusione.

Capitolo 10
La lotta vittoriosa e il progresso ottenuto durante la prigionia

Mentre il giovane era tenuto scrupolosamente in prigione, ancorché privo della luce e della libertà di movimento, seppe trovare la luce nelle tenebre e guadagnò maggior libertà nelle catene. Il suo corpo era sì imprigionato, ma il suo spirito era invece libero. Dio misericordioso lo illuminò a tal punto con i raggi dell'intelligenza spirituale, che vi lesse la
Bibbia e il libro delle Sentenze. Si racconta che abbia anche composto un trattato sugli Errori di Aristotele, e che abbia insegnato così la Sacra Scrittura alle sorelle, presagio del magistero futuro. L'insegnamento cominciava già a produrre i suoi frutti: grazie ai suoi consigli e al suo esempio era riuscito a volgere all'amore di Dio e al disprezzo del mondo una sorella, che i genitori avevano mandato a
sviarlo. Questa vestì l'abito di san Benedetto, e i suoi meriti e la sua rettitudine le valsero di essere eletta e confermata come badessa del monastero di Santa Maria di Capua.
Tommaso, invece, per confermare la sua elezione per grazia divina per mezzo di buone opere, si consacrò totalmente alla preghiera, alla lettura e alla contemplazione, al punto che nessuna persuasione, tentazione, minaccia, intimidazione o altra ingerenza che talora è solita far vacillare i cuori delle persone più tenaci, poté mutare il suo giovane animo. Anzi, più numerosi erano i colpi che incassava in quegli attacchi, più grande era la forza che ne riceveva.
Al loro ritorno, i suoi fratelli lo attaccarono anche con maggior violenza, tentando di scuotere con l'umiliazione colui che non avevano potuto piegare con la paura, né ammorbidire con le
buone. Arrivarono persino a ridurre a brandelli l'abito dei Predicatori, confidando che la vergogna lo portasse a deporre quello strappato e a vestirne un altro più decoroso. Ma lui, sopportando l'offesa con la massima pazienza, come se in quell'abito avesse rivestito Cristo stesso, si avvolse in quei brandelli, certo che non avrebbe vestito nient'altro se non l'abito dilaniato che aveva ricevuto con devozione e che conservava intatto nel suo animo.

Capitolo XI
Un affronto ancor più grave e il combattimento vinto con l'aiuto di Dio

Dal momento che i fratelli non avevano potuto turbarlo nemmeno umiliandolo in quel modo, pensarono di riuscire a piegarlo con un combattimento di altro genere, per la cui violenza accade sovente che crollino le torri, si frantumino le pietre e i cedri del Libano vengano schiantati. Tutti i pugili infatti vi sono impegnati, pochi però ne escono vincitori data la sua asprezza.
Quando fu solo, introdussero nella camera in cui dormiva sotto custodia una bellissima ragazza, agghindata come una prostituta, perché riuscisse a indurlo al peccato con il suo aspetto, con il contatto fisico, con i giochi di seduzione e tutti gli altri espedienti di cui era
capace. Al vederla, il pugile invitto, che aveva già preso come sposa la sapienza di Dio per la quale bruciava d'amore, sentendo crescere dentro di sé il desiderio della carne che aveva sempre tenuto sotto il dominio della ragione - la divina Provvidenza permetteva che ciò
avvenisse, perché egli potesse conseguire da questa lotta un trionfo ancor più glorioso - preso dal camino un tizzone ardente scacciò con sdegno la giovane dalla propria camera. Poi, nel fervore dello spirito, correndo in un angolo della camera impresse sulla parete il segno della santa croce con l'estremità del tizzone, e prostratosi a terra, pregò Dio, piangendo, di concedergli la cintura della perpetua verginità che gli aveva permesso di conservare intatta nella battaglia.
Mentre stava ancora pregando tra le lacrime, si addormentò. Ed ecco, due angeli venuti dal cielo gli annunciavano che il Signore l'aveva esaudito e che era uscito vincitore da quell'aspra battaglia. Questi, cingendogli i fianchi da parte a parte, gli dissero: «Ecco, in nome di Dio noi ti cingiamo con la cintura della castità che hai chiesto, nessun combattimento potrà mai distruggerla; ciò che non è possibile ottenere con i meriti di una virtù umana, a te è concesso come dono della generosità divina». In questa cintura egli non avvertì mai neppure una crepa; il che trova conferma, come si dirà poi, nella testimonianza stessa dei suoi confessori alla sua morte. La sua verginità, infatti, che aveva conservato intatta in un combattimento così violento, non fu mai violata. Da quel momento in poi fuggì sempre la vista delle donne, evitando il più possibile di accompagnarsi a loro, di rivolgere loro la parola e di frequentarle. Per questa ragione, era solito stupirsi - e in ciò spesso li disapprovava -, che uomini dediti alle divine speculazioni potessero perdere tempo, intrattenendosi a lungo in compagnia di donne e sollazzandosi in tante chiacchiere, a meno che non fosse strettamente necessario, o che non si trattasse di una questione riguardante Dio".
Poi, a causa dell'intenso dolore che gli provocava quel vincolo angelico, si svegliò gridando, ma a chi gli domandava perché gridasse non volle rivelare il dono che gli era stato divinamente concesso, e di cui conservò il segreto fino alla morte. Lo rivelò soltanto al suo compagno, il quale, per la gloria di Dio e la lode del santo, lo raccontò come esempio a molti altri.
O beata clausura del carcere, ove rifulse un così vivo splendore di intelligenza! O catene salutari, che tanta libertà concessero a chi contemplava le cose di lassù! O beata tentazione, beata perché il forte uscì vittorioso dal combattimento che il nemico voleva spingere fino alla morte, e che invece con l'aiuto di Dio si risolse in un trionfo!”.

Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di riportare per esteso la narrazione di questo evento singolare della vita di san Tommaso.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 27.06.2017

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