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Un sacerdote risponde

Da che cosa posso capire che la fede non è alienazione e su come presentare in maniera razionale e persuasiva la nostra fede

Quesito

Egregio Padre Angelo,
scusandomi per il disturbo, innanzitutto desidero ringraziarLa per il meraviglioso servizio da Lei offerto a fedeli e non. Inoltre, La contatto per rivolgerLe alcune domande su questioni personali e di fede.
1) Sto vivendo un momento di grande sofferenza e ciò mi ha avvicinato moltissimo alla preghiera e a Dio, soprattutto attraverso la recita quotidiana del Santo Rosario e la lettura delle Sacre Scritture: sono, tuttavia, assillato dal timore che questa fede rinnovata sia soltanto una sorta di alienazione dal dolore che mi tormenta. Eppure, io sento di amare Dio. Come posso essere sicuro che la mia fede sia autentica?
2) Riflettevo sull'opportunità di entrare a far parte della Confraternita del Santissimo Rosario e mi chiedevo se essa avesse mai ricevuto un riconoscimento ufficiale dal Sommo Pontefice.
3) Ultimamente ho riscoperto la preghiera in latino e mi sto dedicando alla lettura del Nuovo Testamento in greco (purtroppo, non conoscendo l'ebraico, non posso leggere l'Antico Testamento in lingua originale). Ciò mi fa sentire più vicino al Signore, essendo il greco e il latino lingue con cui Gesù si trovò sicuramente a contatto. Inoltre, ciò mi permette di percepire più pienamente la sacralità e la solennità della Parola di Dio. Può essere questa una buona pratica per la crescita spirituale?
4) Come si può comprendere razionalmente la fede e, soprattutto, spiegarla a chi non crede? La ragione può indubbiamente condurre l'uomo a pensare Dio, ma soltanto la fede può darci la certezza della Sua esistenza; tuttavia, io non riesco a percepire quest'ultima come un fenomeno razionale.
RingraziandoLa anticipatamente e in attesa di una Sua gentile risposta, le porgo distinti saluti.
Luca


Risposta del sacerdote

Caro Luca,
1. mi dici che stai vivendo un momento di grande sofferenza e questo ti ha avvicinato moltissimo alla preghiera e a Dio, soprattutto attraverso la recita quotidiana del Santo Rosario e la lettura delle Sacre Scritture.
C’è da dire: sia benedetta anche questa sofferenza se ti ha portato ad una maggiore comunione col Signore.
Lo scrittore francese Léon Bloy - i cui scritti ebbero tanta parte nella conversione di Jacques Maritain e di sua moglie Raissa – diceva che la sofferenza ha il compito di risvegliare la presenza di Dio nell’anima.
Adesso ti dedichi molto alla preghiera e cioè a stare in compagnia di Dio, in compagnia di Gesù Cristo e con gli eventi della sua vita.
Ti domandi: ma è tutto vero o è alienazione?
San Bernardo diceva che noi ci accorgiamo della presenza di Dio nell’anima ex motu cordis (dal moto del cuore).
Te ne accorgi dunque da questo: dal fatto che la tua anima quando preghi viene invasa dalla presenza di Dio.
Questa presenza è soavissima, a tal punto che ti viene il desiderio di stare sempre così, con l’animo colmato di grazia.
Mi viene da risponderti come il card. Federico all’Innominato dei Promessi sposi che aveva detto: «Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?»
E il Cardinale: «Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?»
«Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?»
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: «cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare”.
Ho l’impressione che proprio attraverso i dubbi che il tuo avversario ti insinua il Signore voglia dirti che anche da te, che sta riempiendo di consolazione, voglia trarre una gloria che nessun altro gli può dare.

2. Sono contento della tua volontà di iscriverti alla Confraternita del SS. Rosario. Le tue preghiere saranno sempre accompagnate dalle preghiere di tanti altri che pregano con te e pregano per te.
Non sarai mai solo.
Nello stesso tempo beneficerai in vita, in morte e post mortem dei benefici e delle grazie legate all’Ordine domenicano.
La Confraternita del SS. Rosario ha ricevuto diversi attestati da parte della Santa Sede che ha affidato all’Ordine domenicano l’esclusiva della erezione delle confraternite.
Ed è logico che sia così se si viene ad essere partecipi della famiglia domenicana.

3. Circa la lettura della sacra Scrittura in greco: certamente è un’ottima cosa. Per il nuovo Testamento il greco è l’originale del testo sacro.
Le parole quando vengono tradotte non conservano sempre il loro significato primigenio.
Penso ad esempio all’aggettivo che segue la richiesta del pane che ogni giorno domandiamo al Signore. Il testo greco chiede di domandare il pane “epiousion”, che tradotto letteralmente sarebbe il pane soprasostanziale.
Indubbiamente questo pane soprasostanziale è Cristo, “pane che discende dal Cielo perché chi ne mangia non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 6,50).
L’italiano invece traduce con quotidiano, come del resto anche il latino nel Vangelo di Luca.
Per quanto riguardo il latino nelle preghiere: bisogna riconoscere che nel latino c’è una certa lapidarietà e incisività.
Ricordo di un signore che veniva a confessarsi e che ripeteva ogni volta per la sua confessione “et copiosa apud Deum redemptio” (è un versetto tratto dal De profundis, Sal 130,7). In italiano: “grande è con lui la redenzione”.
Il copiosa invece dà il senso dell’abbondanza.
Pertanto la lettura dei testi sacri in greco e la recita delle preghiere in latino può essere una cosa buona e vantaggiosa.
Può giovare per la vita spirituale, anche se evidentemente non sostituisce l’esercizio ascetico e la pratica delle virtù.

4. Infine mi chiedi come si possa comprendere razionalmente la fede e, soprattutto, come si possa spiegare a chi non crede.
Da sempre la Chiesa ha cercato di comprendere con la ragione ciò in cui crede.
Non possiamo credere a “verità” che sono contrarie alla ragione. Sarebbe assurdo aderirvi.
La ragione ce l’ha data Dio e il suo uso corretto è indispensabile per accogliere la Rivelazione e per comprenderla.
Dio stesso, attraverso la bocca di San Pietro, ci invita a fare così: “a rendere ragione delle speranza che è in noi” (1 Pt 3,15).
Solo in questo modo possiamo sperare che venga accolto l’annuncio del Vangelo.

5. Questo è il compito della teologia, che giustamente è stata definita intellectus fidei, l’intelligenza, la comprensione della fede.
Solo comprendendola meglio la possiamo approfondire.
E così possiamo anche viverla, annunciarla e testimoniarla meglio.
È il compito anche della catechesi.

6. Ma non c’è solo questo modo per rendere comprensibile l’annuncio.
Ce n’è un altro e forse ancor più efficace: quello della testimonianza di vita.
I pagani, al dire di Tertulliano, rimanevano colpiti dal modo di vivere dei primi cristiani e dicevano: Guardate come si amano.
Non si tratta semplicemente di sorrisi e di abbracci, ma di testimonianza di vita innestata in quella di Cristo, nel quale i cristiani venivano purificati da cattivi comportamenti, venivano santificati e guidati verso il Cielo.
Una vita vissuta così è quella che ha fatto esclamare ad Edith Stein, dopo aver letto l’autobiografia di santa Teresa d’Avila: “Questa è la verità!”.
Non la verità astratta, ma la verità della vita.
Pertanto accanto alle ragioni che esibiscono i motivi della nostra speranza, vi deve essere sempre la testimonianza della vita, perché il messaggio possa affascinare, attrarre, conquistare e salvare.

Ti auguro ogni bene per il tempo di Avvento che questa sera inizia e anche per la festa dell’Immacolata che tra breve celebreremo.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 13.05.2017

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