Sei in: Home page => Un sacerdote risponde => Teologia dogmatica => Sacramenti => Se i sacramenti producono la grazia ex opere operato, a che servono le nostre disposizioni?

Un sacerdote risponde

Se i sacramenti producono la grazia ex opere operato, a che servono le nostre disposizioni?

Quesito

Carissimo Padre Angelo,
nel porle questa domanda, parto dalla mia esperienza. Ho preso l'abitudine di confessarmi, nei limiti del possibile, almeno una volta ogni due settimane, imparando così ad esaminare spesso la mia coscienza, evitando che il peccato attecchisca nella mia anima, e, non ultimo, per rafforzare il mio rapporto con il Signore, vivendo nella sua grazia e comunicandomi più degnamente al suo corpo. Non di rado è capitato, tuttavia, di vivere alcune confessioni in maniera meccanica, senza il giusto pentimento, e così ho avuto l'impressione (non so se sia realmente così) che alcune volte io stessa abbia vanificato il sacramento.
Leggo al canone 1128 del CCC che i sacramenti agiscono per il fatto stesso che l'azione viene compiuta (ex opere operato), e che "il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell'uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio" (S. Tommaso d'Aquino). Questo mi conforta, perché comprendo che (nella fattispecie del sacramento della confessione) la misericordia di Dio va oltre la mia capacità di confessarmi/pentirmi più o meno bene. 
Proseguendo: "tuttavia i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di colui che li riceve". Ora sappiamo che, davanti al confessore, ogni anima può porsi in una condizione di contrizione perfetta o imperfetta, con tutto quello che ne deriva. A volte, però (non so come dirlo), mi sembra che la mia contrizione sia un po' troppo imperfetta, e si basi sulla sola necessità della confessione a seguito del peccato (veniale e mortale).
La domanda che le pongo è la seguente: come si conciliano, in generale ed nel particolare nella confessione, le due affermazioni secondo le quali il sacramento agisce ex opere operato e i frutti del sacramento dipendono [comunque] dalla disposizione della nostra anima?
Poi, in relazione al mio caso, le chiedo: cosa potrei fare per recuperare un po' il senso della contrizione, del pentimento, e celebrare meglio la penitenza?
Grazie in anticipo.
Anna.


Risposta del sacerdote

Cara Anna,
1. intanto mi compiaccio per esserti regolata in ordine alla confessione.
Hai deciso di farla ogni quindici giorni:
primo, per tenere la tua anima sempre libera dal peccato,
secondo, per sradicare sempre più le disordinate inclinazioni ereditate col peccato originale,
terzo, per ricevere forza e nuovo aumento di grazia o santificazione.
Continua dunque così.

2. Venendo adesso al merito della tua mail: ogni sacramento comunica il suo effetto ex opere operato e cioè infallibilmente, perché chi lo celebra è sempre Gesù Cristo, sebbene si serva di un suo ministro.
Ora l’effetto che infallibilmente viene comunicato, anche se il sacerdote (che non capiti mai!) fosse lui stesso in peccato mortale, è costituto dalla remissione dei peccati e dalla infusione della grazia.

3. Ma questa stessa grazia può essere ricevuta in maniera ancor più abbondante a seconda delle disposizioni del soggetto.
Così se uno celebra la confessione con grande pentimento e forte volontà di cambiare la propria vita, la grazia trova in lui un terreno maggiormente disposto.
Come analogamente avviene quando si apre una finestra al sole. Il sole infallibilmente illumina, ma la luce e il calore vengono ricevuti dalla stanza in maniera più forte se le finestre sono del tutto spalancate e senza tendine.

4. Mi dici che talvolta ti capita di fare la confessione senza fervore e sentendo poco o per nulla il dolore dei tuoi peccati.
Intanto per il dolore va ricordato che non si richiede un dolore sensibile, che tra l’altro non è facile procurare.
È necessario invece il dolore spirituale che consiste nel ripudio del peccato e nella volontà ferma di non più commetterlo.

5. Il Beato Giacinto Cormier, Maestro Generale dell’Ordine dei domenicani, per accendere un dolore più perfetto dei peccati scrive: “Per avere una buona contrizione, la domanderemo a Dio con molta umiltà e confidenza, quindi, aiutati dalla sua grazia, cercheremo di accenderla nelle anime nostre.
Per questo sarà utile considerare:
1°. I principali motivi che possono produrre in noi l'amore di Dio; così, per esempio, la sua sovrana bontà, il suo immenso amore, i suoi inestimabili benefici, la crudele passione che Gesù ha sopportato per la nostra salute.
2°. L'ingiuria orribile che il peccato fa a Dio offendendolo e disonorandolo per un piccolo piacere, per una miserabile creatura, per un puerile interesse, per un vano rispetto umano, per un pensiero malizioso, un cattivo desiderio, ecc.
3°. Quello che perdiamo col peccato e cioè: Dio, la sua grazia, la carità con le virtù che l'accompagnano, il diritto al regno dei cieli, le consolazioni dello Spirito Santo; mentre che invece diventiamo schiavi del demonio e ci meritiamo l'inferno per tutta l'eternità” (Giacinto Maria Cormier, Meditazioni, p. 67).
Fa anche tu così, e, sempre come diceva il Beato Cormier, prima di andarti a confessare recita un’Ave Maria supplicando la Madonna di ottenerti da Dio una vera e sentita contrizione.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 06.01.2017

La pagina è stata letta 657 volte