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Un sacerdote risponde

Due domande sul peccato e una su come si possa togliere una maledizione o maleficio

Quesito

Caro Padre Angelo,
Sono ammirato dalla sua profonda conoscenza! Le scrivo per porle alcuni quesiti un po' diversi tra loro ma entrambi importanti per me. Il primo riguarda la definizione di peccato grave contenuta nella Reconciliatio et Paenitentia, dove si dice che per alcuni peccati, data la gravità della materia, si richiede solo sufficiente consapevolezza e libertà (e non piena): come interpretare questa posizione?
La seconda domanda: esiste una tripartizione di peccati, cioè veniali, gravi, e "gravissimi"? E se sì, qual è la materia di questi peccati "gravissimi", dato che la definizione che si trova nel documento (atti gravemente illeciti a prescindere dalle circostanze) sembra applicabile a molti di quei peccati per cui si parla di sufficiente consapevolezza e consenso?
La seconda domanda è la seguente: se una persona maledice un oggetto o una persona (nel senso tecnico di invocare il diavolo perché ne prenda possesso), c'è modo di sapere se tale atto ha avuto reale effetto o no? In che modo si può concretamente riparare ("s-maledire")? Nel caso di un oggetto di uso comune (ad esempio, una televisione o un computer o un file del computer), è moralmente lecito usarlo/condividerlo/regalarlo?
La ringrazio per la sua attenzione e aiuto.
Francesco


Risposta del sacerdote

Caro Francesco,
1. le due espressioni “piena avvertenza della mente” e “sufficiente consapevolezza e libertà” sembrano non equivalersi al punto che tu domandi: è richiesta sufficiente avvertenza oppure piena avvertenza?
A dire il vero Giovanni Paolo II non usa la parola avvertenza, ma consapevolezza.
È vero che questi due termini nel nostro vocabolario sono abbastanza simili.
Tuttavia qui hanno ognuno un significato proprio.

2. Quando in teologia morale si dice che il peccato per essere imputabile ad una persona deve procedere da piena avvertenza si vuole dire che questa avvertenza deve essere psicologica e morale.
È psicologica quando uno sa quello che fa ed è padrone del proprio atto così da poterlo sospendere come vuole.
È morale quando si è consapevoli della bontà o della malizia di quell’azione.
Piena dunque si riferisce all’integrità dell’avvertenza.
È sufficiente che manchi uno dei due elementi perché l’avvertenza non sia piena.

3. “Sufficiente consapevolezza” si riferisce invece all’intensità o alla larghezza dell’avvertenza.
Ad esempio: uno ha piena avvertenza dell’omicidio che sta per compiere perché è padrone del proprio atto e perché sa che è un’azione malvagia. E tuttavia lo compie ugualmente perché vuole vendicarsi o dare una lezione.
Ma pur avendo questa duplice avvertenza, potrebbe non avere la consapevolezza piena del male che fa perché non pensa alle conseguenze dell’omicidio, alla condizione in cui lascia i figli, i famigliari, i dipendenti della vittima.
In riferimento a questo Giovanni Paolo II parla di sufficiente consapevolezza.
Perché gli sia pienamente imputabile non si richiede che ne soppesi tutte le conseguenze. Queste sono implicite nell’atto che compie.
Tornando all’esempio portato: è sufficiente che sappia che è un omicidio.
Il resto è implicito.

4. Vengo ora all’altra domanda e cioè se esista una tripartizione del peccato: veniale, grave e gravissimo.
Qui bisogna intendersi bene perché la tripartizione proposta in passato da alcuni non era tra peccato veniale, grave e gravissimo, ma tra peccato veniale, grave e mortale.
Ecco che cosa scrive Giovanni Paolo II in Reconciliatio et Poenitentia: “Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni padri una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi, e mortali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo...
Perciò, il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (RP 17).
Il peccato mortale dunque s’identifica col peccato grave.
Ma è sottinteso che tra i peccati gravi non tutti sono della medesima gravità: un furto, ad esempio, non è equiparabile ad un omicidio, né una fornicazione ad una violenza carnale.
I peccati cosidetti gravissimi sono una sottospecie dei peccati mortali.
Pertanto non esiste una tripartizione del peccato, ma una sua duplice distinzione: veniale e mortale.
All’interno dei veniali e dei mortali non tutti sono della medesima intensità.

5. Per il terzo quesito è necessario distinguere tra maledizione fatta come imprecazione e la maledizione intesa come maleficio.
Nel primo caso, quello dell’imprecazione, non si produce nulla.
Le nostre parole sono solo parole e, nel caso dell’esempio fatto, manifestano il disappunto che si prova nei confronti delle cose che non funzionano.
Nel secondo caso invece si parla di maleficio e cioè di una richiesta diretta o indiretta fatta al mondo infernale perché nuoccia a cose o a persone.
Il maleficio si toglie con un’azione che gli è contraria e che lo allontana.
Questa azione è la benedizione.

6. Va detto ancora che il maleficio non colpisce inequivocabilmente.
Può colpire solo chi non è protetto dalla grazia, che è uno scudo, una corazza, come dice la Sacra Scrittura.
Se una persona vive in grazia può osservare quanto siano vere le parole del Salmo 91: “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire.
Basterà che tu apra gli occhi e vedrai la ricompensa dei malvagi!” (Sal 91,7-8).
Come vedi, il maleficio fatto alle persone che vivono in grazia di Dio non solo non può fare loro alcun male, ma ricade su chi lo compie nel medesimo modo in cui una freccia che picchia contro uno scudo rimbalza indietro e può nuocere a chi l’ha lanciata.

Ti ringrazio dei quesiti che interesseranno a più d’una persona, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 06.06.2016

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