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Un sacerdote risponde

Se sia lecito cambiare alcune parole nella formula dell’assoluzione sacramentale

Quesito

Carissimo fra Angelo.
Sono un religioso che vive in Argentina, nella provincia di Santiago del Estero. Casualmente, cercando un po` di materiale su san Tommaso nei siti domenicani, ho incontrato il suo, e ne approfitto per condividere questo dubbio "sacramentale".
Credo che, in tre occasioni, confessandomi con sacerdoti di un certo ordine religioso (sará coincidenza?), al momento della formula dell`assoluzione, al posto di "assolvo"(...io ti assolvo...) é stata usata la parola "perdono"(...io ti perdono...). Considerando che la formula del sacramento, nella sua parte essenziale, é incambiabile, la domanda: é stata valida quella formula? O sia: il penitente, non deve essere preso dal dubbio e riconfessarsi affinché gli si dia l’assoluzione con la formula integralmente corretta? (versus:...io ti "assolvo"...).
Mi sembra, se non erro, che questo caso non rientra nell`"ex opere operato", che, ha a che vedere piú con la indegnitá-intenzionalitá o meno del sacerdote.
Aspetto con fiducia la sua illuminante risposta.
Con affetto:
fratel Ignazio.


Risposta del sacerdote

Carissimo fratel Ignazio,
sono contento che tu ci abbia cercato dall’Argentina. È un onore per noi aver tanta risonanza. Ma infine è il Signore che fa tutto e noi siamo solo suoi servi inutili.

1. Ma vengo adesso alla tua questione.
I sacerdoti che dicono “ti perdono” anziché “ti assolvo” compiono un arbitrio.
I sacramenti non sono beni personali così che si possano manipolare a piacimento. Sono beni di Cristo e della Chiesa e noi sacerdoti ne siamo solo amministratori. San Paolo dice che agli amministratori si richiede di essere fedeli.
Giovanni Paolo II diceva che anche se noi avessimo parole migliori di quelle previste dal rituale, ciononostante usando le parole prescritte dalla Chiesa noi testimoniamo che non si tratta di beni di nostra proprietà.

2. Fatta questa premessa generale, l’espressione usata dai tre sacerdoti, per quanto arbitraria, non rende invalido il sacramento.
Si tratta infatti di un sinonimo e, nei trattati di teologia morale, si legge che i sinonimi non mutano la forma (le parole) essenzialmente, ma solo accidentalmente.
Per cui l’assoluzione ti è stata data validamente e puoi stare in pace.

3. Tuttavia, va anche detto che se la Chiesa vuole che si usi il verbo “assolvo” al posto di quello di “perdono” ha i suoi motivi.
E uno è questo. Talvolta al peccato confessato potrebbe essere legata una censura o scomunica, come avviene per il peccato di aborto.
Ebbene: la scomunica ha bisogno della “assoluzione”, e cioè dello scioglimento. Si tratta di un atto giuridico. Il peccato si perdona, ma la scomunica la si scioglie.
I tuoi sacerdoti non badano a queste finezze, forse non ci hanno mai pensato. Se lo sapessero, forse capirebbero che essere fedeli alla Chiesa in tutto è sempre più vantaggioso che seguire il proprio istinto.

4. Fino a qualche tempo fa le parole che il sacerdote diceva per dare l’assoluzione erano identiche a quelle che i sacerdoti dicono oggi solo per la parte finale, e cioè “io ti assolto dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Ma precedentemente  queste ultime parole erano precedute dalle seguenti: “Nostro Signore Gesù Cristo ti assolva e io con la sua autorità ti libero da ogni vincolo di scomunica e di interdetto secondo i miei poteri e le tue necessità. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.
Come vedi la scomunica e l’interdetto esigono l’assoluzione, e non soltanto il perdono.

Ti ringrazio della fiducia, ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 29.01.2007

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