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Un sacerdote risponde

La confessione non è anzitutto un momento di festa, ma...

Quesito

Caro padre Angelo,
ho fatto mia la frase “Lotta fino alla morte per la Verità e il Signore Dio combatterà per te” (Siracide 4,28). Il Signore mi ha messo nelle mani (e nel computer) la possibilità di dialogare con Lei e di scambiare opinioni e pensieri. La maturazione cristiana, io credo, non è un bicchierone da bere ad occhi chiusi tappandosi il naso, ma un assaggio quotidiano di piccoli pezzetti di verità.
Le vorrei chiedere delle delucidazioni in merito al sacramento della confessione.
La Chiesa raccomanda di accostarsi al sacramento della riconciliazione almeno una volta l’anno per confessare almeno i peccati gravi, quelli che, se non vado errando, spengono in noi la grazia. La prima domanda è questa: cosa succede se una persona muore senza aver confessato tali peccati?
Va all’inferno, qualcuno dirà. La risposta può forse apparire scontata, ma ho dei dubbi anche su questo essendo Dio solo giudice, un giudice misericordioso e giusto. Nell’antichità la Chiesa permetteva ad ogni uomo di confessare i propri peccati solo e soltanto una volta. Ora, invece, raccomanda la confessione annuale se non addirittura quindicinale. Tutto questo mi mette un po’ in confusione: e i poveretti del Medioevo che si sono giocati il “bonus” della prima confessione ma che, presumibilmente, hanno peccato ancora? Le disposizioni in materia di confessione cambiano e di conseguenza cambia l’immagine della misericordia divina che la Chiesa offre. Mettiamo da parte un attimo il fatto che concedere una sola possibilità di confessione è diametralmente contrario a quello che sta scritto nel Vangelo (perdonare sette volte sette, da intendersi “sempre”!), vorrei chiederLe ancora una cosa.
Non trova che troppo spesso la confessione rischia di diventare una sorta di lista della spesa in cui il penitente si preoccupa più dell’adempimento dell’aspetto formale (ricordarsi tutti i peccati, l’occasione, la specie, il numero, ecc) piuttosto che un momento di felice riavvicinamento a Dio, in cui l’enunciazione delle mancanze è sì un aspetto importante, ma non quanto la ricezione del perdono e della grazia? (...)
Io vedo la confessione come la festa della felicità del riavvicinamento a  Dio. Faccio l’esame di coscienza, provo a ricordare tutti i peccati, li confesso, ricevo l’assoluzione. Se ho fatto tutto ciò in coscienza e serenamente, perché arrovellarsi in mille dubbi del tipo “ho detto tutto?”, “ho dimenticato qualcosa?”, “l’assoluzione sarà valida?”. Non credo che Dio sia così pignolo, perché esserlo noi? Dubitare della misericordia di Dio è fonte di estrema tristezza.
Lei cosa ne pensa?
Un saluto cordiale.
Buon tutto a tutti


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. mi compiaccio molto per il fatto che hai preso come motto per la tua vita le parole della Scrittura: “Lotta fino alla morte per la Verità e il Signore Dio combatterà per te” (Siracide 4,28).
Di certo non l’hai fatto senza una interna ispirazione dello Spirito Santo.

2. Vengo adesso alla prima delle tue domande che verte sulla confessione: che cosa succede se una persona muore senza aver confessato i peccati gravi?
La prima risposta che ti è venuta (messa però sulla bocca degli altri) è stata questa: “Va all’inferno, qualcuno dirà”.
Ebbene, questo la Chiesa non l’ha mai detto.
Anzi ha insegnato e insegna che il pentimento sincero dei peccati, che include almeno implicitamente il proposito di confessarsi, porta in grazia prima ancora della confessione.
Tutto dunque dipende dal pentimento, che ci deve essere sempre.
Oltre che dalla grazia preveniente, dipende sempre da noi.
Non sempre invece dipende da noi la possibilità di confessarsi.

3. Nella Chiesa antica (non nel medio evo) si concedeva la possibilità di celebrare il sacramento della penitenza una sola volta nella vita.
Si era ben memori di quanto si legge nell’epistola agli ebrei: “Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli” (Ebr 10,26-27).
La Chiesa antica ammetteva ad una seconda tavola della slavezza per chi aveva perso la grazia. Ma solo ad una seconda, perché si era sprecata la prima.
Va ricordato anche che nelle comunità cristiane dei primi secoli c’era un certo fervore: si sapeva che, facendosi cristiani, c’era il rischio di andare in pasto alle fiere.
Nelle comunità monastiche che si formano nel IV secolo invece si praticava la correzione fraterna e la remissione dei peccati.
E proprio dalle comunità monastiche verrà fuori, a cominciare dall’epoca carolingia, la prassi della confessione fatta ogni volta che lo si desidera, e non soltanto una volta nella vita.
Nel medioevo c’era addirittura la prassi della confessione quotidiana. Ai tempi di san Domenico e di san Tommaso i frati si confessavano l’un l’altro tutte le mattine.
Nel 1215 il Concilio Lateranense IV stabilì che tutti devono confessarsi almeno una volta all’anno. Ma questo precetto era per i più riluttanti, per i pigri, non per i ferventi.
Come vedi, quando dici: “e i poveretti del Medioevo che si sono giocati il “bonus” della prima confessione...” non è storicamente corretto.

4. Concordo con te che anche oggi talvolta si è più preoccupati dell’accusa che del pentimento.
Certamente l’accusa è importante. Anzi è necessaria ed è di diritto divino.
E per questo la Chiesa non può dispensare dalla confessione integra dei propri peccati.
Ma il pentimento e la conseguente volontà di cambiare vita è ancor più importante.

5. Inoltre è vero che la confessione, come tu dici, è “un momento di felice riavvicinamento a Dio” ed è un evento che porta la gioia del perdono e della grazia.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che questa gioia è ricevuta in seguito al pentimento.
Quando ci si accosta al Signore nel sacramento della penitenza si è addolorati più che gioiosi. Sant’Agostino parlava di “vergogna” (erubescentia).
Si tratta di scoprirsi per quello che si è davanti a Dio e davanti alla comunità rappresentata dal ministro.
Insieme con Davide, durante la confessione, noi diciamo: “Il mio peccato io lo riconosco, quello che è male ai tuoi occhio io l’ho fatto” (Sal 51).
La gioia viene dopo, a motivo della misericordia sperimentata.
Anche la festa, come per il ritorno a casa del figliol prodigo, viene dopo. Èla festa fatta dal Signore.
Ma il penitente, che rivive i sentimenti del figliol prodigo, si accosta alla confessione con dolore e anche con vergogna.

6. Come vedi, non si tratta di arrovellarsi domandandosi: “ho detto tutto...”, ma di mettersi davanti al crocifisso e dire: “tutto quello che vedo sul corpo di Cristo l’ho fatto io! E con i miei peccati l’ho fatto anche sul suo corpo mistico!
È di qui che nasce il pentimento e il proposito di cambiar vita.

7. Pertanto si deve certamente evitare che l’accusa dei peccati diventati come la lettura del foglietto della spesa.
Ma ugualmente si deve evitare di andare ad accusare i peccati senza sentire il peso di ciò che si è fatto.
Ripeto: la gioia c’è. Ma è la gioia che dà il Signore. È una gioia che si riceve dall’abbraccio del Padre in seguito al nostro presentarsi umiliati e pentiti davanti a Lui.

8. Sono d’accordo con te per quanto riguarda gli scrupoli.
Tuttavia, dall’altro canto, bisogna evitare che la confessione sia un fatto secondario.
Tra le altre cose, l’accusa esprime anche l’ambito in cui si vuole emendare la propria vita.

Ti ringrazio della fiducia e di aver attirato l’attenzione su questo sacramento.
Ti assicuro una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo


Pubblicato 07.12.2008

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