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La santa morte del Savonarola, il domenicano che redarguì Alessandro VI  e che da questi fu poi scomunicato e condannato a morte

Il 23 maggio ricorre l’anniversario della santa morte del grande domenicano ferrarese Girolamo Savonarola.
Piace trascrivere a vantaggio dei nostri visitatori quanto si può leggere in un bel volumetto del Padre Tito Sante Centi, Girolamo Savonarola, il frate che sconvolse Firenze (Città nuova).
Alcune espressioni le ho messo in corsivo io.

“La vigilia del giorno fatale i tre condannati ottennero solo a notte inoltrata di riposare un
poco, sciolti dalle manette, e assistiti ciascuno da un confratello della Compagnia dei Neri, pia
confraternita creata per il conforto dei condannati a morte. Jacopo Niccolini fu incaricato per
il Savonarola, perché fino a quel momento si era mostrato a lui contrario, ma da quella notte
gli sarà poi fedelissimo per tutto il resto della vita. Il Frate rifiutò la cena che il Niccolini
gli ammanniva; perché voleva meglio attendere alla preghiera e non essere occupato a
digerire il cibo mentre ormai aspettava la morte
.
Avendo chiesto un confessore, gli fu
concesso un benedettino nero
, non un frate di San Marco.
Intanto, nella sua anima era scesa una grande serenità. Fra Domenico era nelle stesse
disposizioni d'animo; cosicché, dopo aver cenato, scrisse una stupenda lettera ai suoi frati di
San Domenico di Fiesole - di cui era priore -, per raccomandare loro la dottrina e gli scritti
di fra Girolamo. Essendo poi stata concessa ai tre condannati la grazia di incontrarsi tra loro prima di morire, il Savonarola approfittò dell'incontro, per raccomandare a fra Domenico di desistere dal suo proposito di chiedere
una morte più dolorosa; e per dissuadere fra Silvestro dal protestare in pubblico la loro
innocenza. «Voi non dovete farlo», disse, «perché neppure Cristo volle pubblicare in croce
l'innocenza sua; e cosí dobbiamo fare noi, poiché ogni azione di Cristo è un'istruzione per noi
».
I due si acquietarono disponendosi all'obbedienza. Al termine dell'incontro s'inginocchiarono dinanzi al loro superiore, per chiederne la benedizione.
Ritiratosi col suo accompagnatore, fra Girolamo chiese di poter riposare alquanto, dopo quella lunga giornata di strazio fisico e morale, tenendo la testa sulle ginocchia del suo confortatore.
Si addormentò così per meglio disporsi all'ultima breve giornata della sua vita terrena.
Destatosi volle abbracciare e ringraziare il Niccolini, al quale, secondo gli storici dell'epoca, avrebbe rivelato allora quando doveva avverarsi la sua profezia circa la tribolazione grande di Firenze: all'epoca di un papa chiamato Clemente.

Sul far del giorno, i tre frati condannati si ritrovarono insieme nella cappella di Palazzo, per ascoltare la Messa e ricevere la Comunione. Tenendo in mano l'ostia consacrata, fra Girolamo fece a parole sue un pubblico atto di fede e di contrizione: «Signore,... io so che tu sei quel
Verbo eterno che discendesti di cielo in terra nel ventre di Maria vergine, salisti sul legno della croce a spargere il tuo prezioso sangue per noi miseri peccatori. Io ti prego, Signor mio, io ti prego, salute mia; ti prego, consolator mio, che tanto prezioso sangue per me non sia sparso invano, ma sia in remissione di tutti i miei peccati; dei quali ti chiedo perdono... E così ti chiedo perdono in quello che ho offeso questa città e tutto questo popolo, di cose spirituali e temporali, e così d'ogni altra cosa che io per me non conoscessi avere errato. E umilmente a tutte quelle persone che sono qui circumstanti chieggo perdonanza; e preghino Dio per me che mi faccia forte in su l'ultimo fine e che il nemico non abbia potere sopra di
me. Amen».

Dopo la Messa, ai tre fu concesso d'intrattenersi per qualche tempo insieme. Il colloquio si concluse ancora una volta con la benedizione: fra Domenico e fra Silvestro s'inginocchiarono ai piedi del
Savonarola, che oltre tutto era il più anziano del gruppo, e che da otto mesi aveva compiuto
45 anni.
Verso le nove del mattino ebbero l'ordine di avviarsi verso la piazza. Mentre scendevano le scale del Palazzo incontrarono due confratelli di Santa Maria Novella, incaricati di spogliarli del loro abito. Sgarbatamente a fra Girolamo fu strappato di dosso lo scapolare, la parte più sacra e indulgenziata della divisa monastica, che egli umilmente chiese di baciare per l'ultima volta. «Abito santo», disse, «quanto t'ho desiderato! Dio mi ti dette, e insino a ora t'ho conservato; e ora io non ti lascerei, ma tu mi sei tolto».

Quindi a piedi nudi, e indossando la sola tunicella di lana bianca, uscì per primo sulla piazza rigurgitante di popolo, come per la prova del fuoco. E, come in quel giorno, essa era percorsa da un palco sopraelevato; ma verso il limite estremo, opposto alla ringhiera dei Signori, era stato elevato un alto palo sormontato da una traversa, da cui pendevano tre capestri. Ai piedi del palo, che presentava l'aspetto sommario, inquietante e insieme confortante, d'una croce, era stato preparato l'occorrente per il rogo.
Sulla ringhiera dei Signori, sedevano in bell'ordine i commissari apostolici, e alla loro destra il tribunale degli Otto di guardia e balia: sinedrio e pretorio, per intendersi. Al vecchio fra Benedetto Paganotti, già domenicano di San Marco e vicario dell'arcivescovo, toccò l'odioso incarico di «sconsacrare» il Savonarola, cerimonia che iniziava con la
ricapitolazione della sentenza di scomunica. Profondamente turbato alla presenza dei condannati, quel povero vecchio disse in modo sbrigativo: «Io ti separo dalla Chiesa militante
e da quella trionfante». Fra Girolamo, con calma e sommessamente, lo corresse: «Dalla sola militante; il resto non appartiene a te». Il buon vecchio subito si corresse aggiustando la formula.

I tre frati furono quindi condotti dinanzi al commissario Francesco Remolines, che i fiorentini avevano ribattezzato Romolino, e che il Borgia aveva scelto perché era notoriamente «una canaglia». Questi lesse senza batter ciglio la sua iniqua sentenza.
Aggiunse poi, quasi con sarcasmo: «Alla Santità di Nostro Signore piace liberarvi dalle pene del purgatorio, dandovi la plenaria indulgenza de' vostri peccati, restituendovi alla pristina innocenza. Volete voi accettarla?». I presunti «eretici e scismatici», sapendo ben distinguere, alla luce della fede, l'autorità del pastore dalla ferocia del lupo, umilmente assentirono.

Consegnati così al tribunale civile, furono condannati a morte, per «i loro turpissimi
delitti». Subito dopo, scortati ciascuno dal confessore e dal confratello della buona morte, a piedi scalzi i tre frati biancovestiti si avviarono verso il capestro. La ragazzaglia, aizzata dai
Compagnacci, entrando sotto il tavolato, con lunghi stili aguzzi tentava di ferirli. Chi invece l'aizzava non risparmiava durante il percorso insolenze d'ogni genere.
Il primo a salire la scala fu fra Silvestro, che mai cessò di pregare fino alla spinta fatale che gli strinse la gola. Fra Domenico voleva che si cantasse il Te Deum; ma fra Girolamo
gl'impose di recitarlo a fior di labbra. Raggiante, salì la scala del supplizio come i martiri più intrepidi del cristianesimo. Per ultimo si avviò al supplizio fra Girolamo Savonarola, recitando il Credo apostolico. Dall'alto del patibolo egli volse lo sguardo su quel popolo che tante volte aveva visto raccolto attorno al suo pulpito in quegli anni di sventura e di passione.
Qualcuno gli gridò: «Savonarola, ora è tempo di fare miracoli».
Sull'esempio del Divino Maestro, che non aveva raccolto il grido, Descende nunc de cruce, porse il capo al capestro senza dire una parola. Erano le ore 10 del 23 maggio 1498.

Mentre quei corpi pendevano sospesi al capestro e alle catene di ferro con relativi collari di sostegno, fu acceso il rogo, per cancellare dalla terra il ricordo degli impiccati. Le fiamme in un primo momento furono lanciate lateralmente dal vento, e parve che volessero risparmiare quei corpi, tanto che in piazza ci fu chi gridò al miracolo, mentre altri fuggivano. Poi il rogo prese ad avvolgere le salme; e la fiamma «sollevò il braccio destro del Savonarola, lo elevò ancora con la mano aperta e due dita alzate, in modo che parve dare la benedizione al popolo.
Allora una gragnuola di sassi tirati da un'infame ragazzaglia (né meno infame chi lo permise) si abbatté sui corpi dei martiri, e quel braccio, benedicente dal rogo, cadde. Lo scempio durò finché i corpi non furono consumati» .

Non mancarono tuttavia donne devote, che tra quelle ceneri si affrettarono a raccogliere qualche reliquia da custodire gelosamente. Ma quasi subito intervennero le autorità, che fecero raccogliere tutti quei resti per gettarli in Arno.
Giustamente molti seguaci e biografi del Savonarola videro in questo epilogo l'adempimento di una profezia, che egli aveva pronunciato nel lontano 1491: «Andranno gli empi al santuario, con la scure e il fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e piglieranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, gitteranno nell'acqua»” (pp. 142-146).


Pubblicato 07.05.2016

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