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Biografie

Leletta Oreglia d’Isola

Poche settimane prima che Leletta ci lasciasse per il Regno dei Cieli, uscì il «Diario di Leletta» che racconta, giorno dopo giorno, dal 30 dicembre 1943 al 20 maggio 1945, le vicende della lotta partigiana che si svolse nel piccolo feudo di autonoma vita civile e politica del Villar di Bagnolo Piemonte.
Centro ospitale della «resistenza» fu la proprietà materna Malingri di Bagnolo, ove l’8 settembre 1943 furono ospitati nel palazzo avito e in piccole cascine di montagna i primi amici e altri italiani che avevano rifiutato obbedienza al regime di Salò.
La famiglia Oreglia d’Isola era formata dal barone Vittorio e dalla consorte Caterina Malingri di Bagnolo, dai figli Aurelia (detta Leletta), e Aimaro, dalla zia Barbara Malingri.
Della scelta politica della propria madre, Leletta scrive nel Diario: «Caterina d’Isola accolse con generosa e calda amicizia i partigiani, perché riteneva come infatti lo era illegittima la repubblica di Salò, e perciò veri patrioti i partigiani, perché l’avversione alla dittatura, che aveva sempre professato, la metteva con questi vecchi antifascisti in piena consonanza di idee, quanto alla critica al fascismo, in riconosciuta e lealmente combattuta dissonanza quanto al comunismo» (p. 9). La scelta era pienamente condivisa da Leletta e da tutta la famiglia.
La personalità della giovane Autrice del Diario, non ancora diciottenne, emerge da ogni pagina: studente del terz’anno del liceo classico di Pinerolo, gode di una sana vivace amicizia con i suoi condiscepoli e con gli amici di Torino, coi quali, nelle soste dei bombardamenti e delle azioni di guerra, si ritrova in allegre riunioni di gioco e di ballo. Leletta è di intelletto vivace ed acuto, pronta a cogliere i tratti salienti, talora buffi, delle persone ospiti, giovani e anziani, animosa a salvare se stessa e i suoi compagni da pericoli mortali di tedeschi e repubblichini, con la gentilezza sconcertante dei modi e l’astuzia della parola. Leletta è sollecita durante le ispezioni improvvise nella propria casa, occulta rapidamente gli ospiti partigiani, collabora per la liberazione dei condannati a morte col parroco di Villar, e con i salesiani Don Castellino, Don Luigi, Don Stickler (futuro cardinale), assiste i feriti e i moribondi, conforta i parenti delle vittime, svolge la pericolosa azione di messaggera partigiana con due salvacondotti, l’uno tedesco e l’altro partigiano, diversamente nascosti.
In ogni pagina del Diario emerge la personalità religiosa di Leletta: «Me ne sono andata in chiesa prima delle sette ... ». (p. 11): sono le prime righe della prima pagina (30 dicembre 1943); poi il dovere dello studio di Kant, e tosto il racconto dei pericoli corsi dagli amici, i bombardamenti degli aerei tedeschi: «sono bruciate venti case e al Villar ci sono sette morti» (p. 12), i quali, nella cronaca del giorno seguente, cresceranno a venti, contadini del paese.
In ogni evento Leletta fa offerta di sé al Signore; le ultime parole di quella tragica giornata (31 dicembre) tutta impegnata ad aiutare e consolare, sono d’un totale mistico abbandono in Dio ed esprimono il senso religioso di tutta la futura vita della giovane diciassettenne: «Io ti ringrazio particolarmente, Signore, perché quest’anno mi hai insegnato a non chiederti più cose specifiche come l’anno scorso. Tu sai. Tu solo sai» (p. 14). Già allora Leletta sapeva di essere, nel suo più intimo, sola col Solo, per ascendere, grado a grado, in intima comunione con Dio.
A compimento del Diario, Leletta scrive nel 1991, quasi al termine del suo cammino terreno, una breve appendice denominata «Finale», introdotta dalle parole del salmo 76: «Ho avuto in mente gli anni eterni, ai quali la vita del tempo conduce e attende lietamente anche l’incontro con coloro che in queste cronache sono nominati» (p. 133).
Leletta seppe essere sola col Solo, per poter inoltre essere intimamente unita, in modo sublime, con tutti e donare Dio a quanti incontrò quaggiù e inoltre a tutti gli uomini della terra.
Terminata la guerra Leletta iniziò la sua vita universitaria. Rammento il gruppo che si formò attorno a lei (qualcuno aveva partecipato alla guerra partigiana del Villar), le lezioni tenute in san Domenico su problemi teologici e civili, le vivaci discussioni, alimentate dal passaggio di cultura del dopo guerra.
Parecchi di quei giovani si riunivano pure, con molti altri laici, per i corsi del Centro Cattolico di cultura, istituito negli ospitali saloni, in via Pomba, di Napoleone e Nicoletta Rossi di Montelera.
Leletta fece parte in seguito di un piccolo gruppo di più intenso impegno spirituale e apostolico, che fu polo nella villa della Tesoriera di forte attrazione religiosa e culturale per un gran numero di persone di varie generazioni, soprattutto giovanili.
In quegli anni Leletta e molti suoi amici fruirono dell’alto magistero di pensiero e di vita del Padre Ceslao Pera, che, con la sua opera di docente e di educatore, tracciò, in modo preminente, uno dei periodi più salienti della vita spirituale e culturale torinese, sino alla morte, avvenuta il 4 dicembre 1967, da tutti rimpianto e in particolare da Leletta.
Dopo la laurea conseguita con il prof. Abbagnano, la nostra giovane terziaria domenicana iniziò un periodo di insegnamento di storia della filosofia nei licei di Chieti e di Aosta. Discepola fedelissima di Tommaso d’Aquino, inseriva il suo magistero nell’orizzonte di una rigorosa razionalità e apriva la mente dei suoi discepoli alle verità della rivelazione cristiana, operando, con la dovuta distinzione tra ragione e rivelazione, una feconda simbiosi tra l’una e l’altra: distinguere e unire razionalità e fede, pensare i giorni della storia avendo in mente i giorni eterni, fu costante direttiva e meta di un magistero compiuto sino all’ultimo giorno della sua esistenza.
Nel 1968 terminò in Aosta il suo insegnamento liceale, per motivi di salute; ma già nel 1966 si era trasferita nel Priorato di saint Pierre, ove fu accolta dal canonico Commod, col quale entrò in piena sintonia di spirito e di opere e si prodigò per i corsi di esercizi spirituali. Il canonico Commod edificò una nuova sede per i ritiri, che crebbero di anno in anno, con la frequenza di laici di ogni parte d’Italia. Una regola esemplare, seguita dai suoi successori, rese quanto mai fruttuosi i ritiri spirituali, cui Leletta prestò una intensa collaborazione di alto livello religioso per i singoli partecipanti.
Durante il lungo periodo di oltre 25 anni trascorsi nel Priorato di saint-Pierre, Leletta continuò nella sequela di san Domenico il suo cammino spirituale di santificazione e di apostolato.
Il proposito della giovane diciassettenne, postina partigiana, di vivere tra le vicende del mondo, ma insieme di trovarsi «sola col Solo», si perfezionò ogni giorno di più nella via di Domenico, che non parlava «se non con Dio o di Dio».
Il colloquio di Leletta con Dio si svolgeva nella quotidiana adorazione notturna del SS. Sacramento dalle 4 alle 6, e in certi tempi dalle 2 alle 4, per partecipare poi alla celebrazione comunitaria delle Lodi e della santa Messa.
Il suo colloquio col suo Signore si protraeva inoltre nelle ore libere dal breve riposo e dalle visite, nella sua cella, memore dell’antico monito monastico: "quasi coelum tibi sit".
L’intenso colloquio con Dio traspariva e irradiava, limpido e luminoso, nel suo parlare di Dio. La nostra domenicana espresse in tutta la sua vita il progetto tomista, incarnato in san Domenico, del contemplata aliis tradere: comunicare agli altri le cose contemplate; la sua capacità di comunicazione era di origine divina e si esprimeva con lucidità teologica e con espressioni di profonda umanità.
Leletta usava dire di essere la «portinaia» che trattava i problemi dei visitatori, per presentarli in seguito al sacerdote che agisce «in persona Christi». L’antica postina dei messaggi di liberazione civile era diventata la portinaia dei messaggi di liberazione spirituale.
Leletta sapeva graduare i suoi consigli e la sua parola ai vari gradi delle situazioni personali, dotata com’era di una eccellente capacità di comprensione. Efficaci erano i suoi colloqui, sia con persone di profonda religiosità, sia con altre né fredde né calde, o che avevano anzi perduto la fede, sia con altre ancora che vivevano in situazioni matrimoniali irregolari; pure con questi, anche quando non si potevano prevedere delle giuste soluzioni, Leletta continuava ad avere un amichevole rapporto, per aiutarle a conservare, risanare, elevare tutti i valori umani e a conseguire un rapporto di preghiera e di speranza col Signore. Contemplativa, illuminava le coscienze ma ne rispettava la libertà.
I pensieri e le cure di Leletta si volgevano con intenso amore verso l’Ordine di san Domenico, i religiosi, le monache, le suore, i laici: quanti i colloqui, quanta la corrispondenza epistolare con i fratelli e le sorelle della Famiglia Domenicana! In particolare amava il convento e la fraternita domenicana di Torino, della quale faceva parte dai tempi della sua giovinezza, e ne auspicava con la preghiera e con la parola la crescita numerica, culturale e spirituale, e con essa l’espansione dello spirito di Domenico, di Tommaso, di Caterina, in tutti i ceti, da quelli popolari a quelli più colti, con particolare riferimento ai giovani.
La spiritualità ecclesiale di Leletta si estendeva a tutti gli ordini religiosi, in ognuno dei quali lo Spirito Santo effonde i suoi singoli doni e carismi: si sentì vicina agli eremiti, dei quali condivideva in parte la vita, durante i lunghi periodi di solitudine nella sua cella del Priorato; ma in modo particolare era fraternamente vicina agli istituti monastici e collaborò in maniera determinante alla loro presenza in Valle d’Aosta e in Piemonte.
Leletta era stata fraterna amica di alcune universitarie che entrarono nel monastero carmelitano di Leinì, presso Torino; a seguito dei frastuoni della zona, provocati dall’espansione dell’industria, il monastero si trasferì a Valmadonna, presso Alessandria, ove la piena fedeltà alla Regola attirò numerose vocazioni. Leletta concepì il progetto di un monastero carmelitano in Valle d’Aosta e trovò consenso in alcuni zelanti sacerdoti che portarono avanti con lei le pratiche ecclesiastiche e civili per l’erezione del nuovo monastero col convinto consenso del Vescovo. So, anche per esperienza personale, quanto Leletta abbia contribuito in modo determinante, insieme a vari sacerdoti della Valle, all’attuazione della fondazione carmelitana di Quart, ove emigrarono otto religiose del monastero di Valmadonna, alle quali si sono già aggiunte altre due novizie.
I sacerdoti fratelli Camillo e Giulio Rosset, con la loro sorella, offrirono l’ampio terreno sul quale sorse, in splendide e austere forme architettoniche, il nuovo monastero, su progetto e direzione dei lavori, generosamente prestati, degli architetti professori Aimaro Oreglia d’Isola, fratello di Leletta, e Roberto Gabetti. Privati ed enti contribuirono alle spese del materiale e della mano d’opera. Il monastero, ove le monache vivono in preghiera e povertà, fu benedetto dal Santo Padre, alla presenza del vescovo, dei sacerdoti della Valle e di altre regioni italiane ed estere.
Il desiderio di Leletta di veder sorgere in Piemonte un monastero maschile è ora in via di compimento, per sua iniziativa e costante sollecitazione, convalidata da una continua preghiera. In pieno accordo col fratello Aimaro e la cognata Consolata Solaroli di Briona, una parte della proprietà della madre Maligri di Bagnolo, nella zona detta Pra’ d’Mill, con case da restaurare, è stata donata ai Cistercensi della Congregazione dell’Immacolata Concezione, residenti nell’isola di Lérins presso Cannes, che vi trasferiranno una parte della comunità. I lavori sono in corso, per cui si realizzerà al più presto possibile il secondo progetto monastico di Leletta.
Pra’ d’Mill fa parte della zona di liberazione partigiana, cui Leletta prese parte; il monastero che vi risiederà costituirà un «altare della pace» nella verità e nella giustizia di Cristo, che sempre viene a liberarci nel suo amore.
L’immagine di Leletta defunta, rivestita dell’abito domenicano, che aveva gelosamente conservato per il suo transito verso gli anni eterni, è chiaro segno della sua certezza di entrare a far parte della Famiglia Domenicana del Cielo, conservando e sublimando la sua comunione con quello della terra. Noi la sentiamo presente a intercedere per noi, per la nostra missione di predicatori del Verbo Incarnato, del Quale essa fu esemplare testimone con la preghiera e con la parola.

p. Enrico di Rovasenda, O. P.

(da “La Stella di san Domenico”, novembre –dicembre 1993, pp. 329-333)


Pubblicato 03.01.2009

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